viaggio

sbandamenti umbri | 1

Ferentillo (Terni), 15 luglio 2018.

È facile parlare della bellezza dell’ignoto e delle cose impensate che nascono dall’aprirsi all’inedito, al nuovo, al non conosciuto. Spesso viene consigliato alle persone di uscire dall’ordinario per scoprire cose nuove e diverse della vita. Ma poi quanto ti capita veramente… quanto baratro, quanto impaurisce la terra (delle sicurezze) che manca da sotto i piedi. Basta poco: un imprevisto, un’indicazione stradale errata in un territorio che non si conosce, un piccolo incidente o guasto, vedere un paese semi deserto con i muri delle case crepati dal terremoto.

Basta poco per farci superare dei confini, delle piccole isole di sicurezza, dei limiti mentali che però ci rassicuravano e ci davano serenità.

Dicono che sia questo il valore del viaggio, sia questo il senso della conoscenza e della curiosità. Qualcuno la chiama avventura, altri scoperta, altri ricerca.

Io pensavo di essere abbastanza pronto, di avere oramai una maturità pellegrina, errabonda e viaggiatrice (beatnik), invece oggi mi sono scoperto corazzato, limitato, lievemente a disagio. Rompere l’armatura non è stato facile, emotivamente è faticoso, ma quando poi ti ritrovi a scrivere, anche solo poche righe, come volevi fare da tempo, mettendoti lì, davanti alle parole e allo schermo, nella tua propria realtà, dà a questo viaggio un bel capitolo d’inizio.

Francesco Maule

foto: Dario Dalla Costa

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Del ritorno da un viaggio…

Mi sento come al termine di un viaggio, un viaggio di paura, di incontri, di affetti, vicende nuove, di limitazioni (fisiche) che mai avevo vissuto.

Ho trovato nelle parole di Claude Marthaler alcune vibrazioni che sento oggi: lui le ha scritte in riferimento alla conclusione del suo viaggio intorno al mondo in bicicletta durato sette anni, io in riferimento a questi due mesi trascorsi dal mio incidente con la bicicletta del 21 luglio scorso.

Le ho lette in sala d’attesa dell’ambulatorio mentre aspettavo la visita col neurochirurgo che stamattina ha verificato che tutto fosse a posto e mi ha “liberato” dal collare rigido che in questo periodo ha sanato le mie vertebre cervicali. Uscito, col corpo risanato, mi sono sentito fortunato nell’essere in qualche modo ritornato, ma un viaggio ti trasforma, ti cambia e in qualche misura ti richiede di ritrovarti…

“Il tempo si comprime e lo spazio si restringe. Comincio un processo di lutto che dura sette anni: introduzione, azione ed epilogo, domandandomi cosa so ancora fare, a parte pedalare. Contrariamente a chi corre in un velodromo, dove si è costretti ad accelerare nelle curve per mantenere il proprio equilibrio, devo decelerare come non ho mai fatto prima. Non devo più presentare il passaporto. Nessuno più mi domanda da dove vengo, dove vado ecc. Sono sperduto, perso con emozione, ho il sedere tra la sella e la sedia: ho paura di essere satellizzato e paura di arenarmi, dissoluto in un mondo divenuto più intimo e più vasto al contempo, più relativo e più cangiante. Per mantenere la mia libertà, senza soccombere alla nostalgia, devo dimenticare il movimento come regola e misura, il corpo a corpo con la mia macchina e lasciare la superficie terrestre: correre più alto nella mia testa, più profondo nel mio cuore, convertire i miei sforzi fisici in pensieri, liberare la mia immaginazione al di là dell’orizzonte. In un sol colpo, la mia direzione, per mancanza di ritmo, non coincide più con quella del mio manubrio. La tregua del sogno. Ormai, anche se tesi e vibranti, i raggi in rotazione non bastano più a inventare il futuro.”

Claude Marthaler, lo zen e l’arte di andare in bicicletta. La vita e altre forature di un nomade a pedali, Ediciclo editore, Portogruaro (VE) 2010. Pag. 89.

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una nuova bici – “graziella arcobaleno” – sistemata con l’aiuto dei bambini di via siena