solidarietà

Il Buco

IL BUCO

>>spoiler alert<<

Tollero sempre meno le rappresentazioni. O mi annoiano o mi innervosiscono. Quelle più retoriche, didascaliche e/o pseudo-filosofiche/morali ancor più.

Uno studente mi ha consigliato di vedere il film “Il Buco” (El Hoyo – The platform) uscito da pochi giorni su una nota piattaforma di distribuzione di film in streaming.

Eccola lì la macchina perfetta, il meccanismo costruito e rodato impeccabilmente, il matrimonio di convenienza più stabile della storia, il legame tra consumismo e industria dell’intrattenimento a dirci che facciamo schifo, siamo egoisti e ci estingueremo per la rapacità reciproca.

Il massimo del dileggio culturale e personale (che comunque in non poche fasi il regista si permette, talvolta in modo gratuito e brutale, di rivolgere allo spettatore) potrebbe prevedere le seguenti fasi: andare a vedere questo film in uno dei soliti multisala di prima periferia, dopo averlo visto andare a mangiare (eh si, cosa non scatena la fame e cosa non rappresenta il cibo…) in uno dei soliti fast-food per poi concludere il pomeriggio o la giornata passeggiando per le “gallerie” del solito mega centro commerciale che è li di fronte, guardando vetrine di negozi, ripetendoci che si, facciamo schifo, siamo egoisti, che se chi si trova nell’abbondanza non si accaparrasse di più dei propri bisogni ce ne sarebbe per tutti.

Come se non fosse questo matrimonio il più rapace e affamato sistema di fagocitazione sociale… ma non è mia intenzione soffermarmi sulla dimensione politica ed economica che il film tenta di criticare o rappresentare.

Ma andiamo con un po’ di ordine, anche se queste riflessioni non vogliono essere una sistematica recensione, quanto piuttosto un flusso di considerazioni nate dalla visione del film.

Genere: distopico. Rappresentazione di una realtà possibile (futura?) in un contesto e in un tempo non identificabile, dove alcuni elementi della realtà si evolvono in una dimensione spesso degenerata dell’umanità e della società.

Non disdegno questo genere, spesso lo utilizzo per riflettere su ciò che siamo e che potremmo diventare.

Ne “Il Buco” siamo in un “centro di solidarietà verticale autogestita”, non sappiamo se sia un carcere o struttura di rieducazione o luogo di un esperimento sociale più o meno volontariamente ricercato (una specie di reality show poco più osceno e sanguinario di quelli già in voga nelle nostre TV?).

In ogni piano due persone e una piattaforma con del cibo che parte dai piani alti e scende fino alle camere più in basso… Non dico altro, sul film, per ora.

Dico però questo: non lasciamoci prendere per il culo da questi prodotti di intrattenimento.

Non è così, non siamo così!

E allora mi e vi chiedo: a cosa servono queste rappresentazioni?

Se venisse rappresenta quella moltitudine di umanità che ha scelto, accetta e coltiva la sua “razione”, per il bene di un altro o altra o della società intera, interesserebbe a qualcuno? Tra l’altro riflettevo sul termine razione in assonanza con ragione/ razionale che ne “Il buco” sembra sfumare e degradare nell’animale o nell’emotivo – cfr. l’unico libro presente che è il Don Chiscotte.

Sul tema della solidarietà autogestita pensate a quanto in fondo sia già attuata e concretamente attiva. Quanto limitata e ininfluente è oggi la politica e quanto colmi le sue lacune la cosiddetta società civile, una solidarietà pervasiva e spesso autogestita e informale.

La si trova soprattutto nelle periferie, nei quartieri, nei palazzi, nelle associazioni, spesso anche nelle scuole.

Insomma una riflessione sulla natura (?!?) umana ci può stare, una rappresentazione del suo cinismo pure, il tentativo di salvare almeno un messaggio positivo (la panna cotta/la bambina) nel marasma di aberrazione tenta una sua eloquenza, la forza dell’ambientazione minimale che ne fa quasi un’opera teatrale, il tema del sopra e del sotto che in questi tempi si sta riproponendo spesso (cfr. Parasite, Stranger Things, Arietty) anche.

Non mi soffermo sulla marea di citazioni simboliche di cui è intriso il film:

-cibo/carne => Gesù/eucarestia (cfr. la citazione dalla preghiera eucaristica di Gesù dal Vangelo di Giovanni da parte della “martire” ex collaborazionista inconsapevole…);

-333 livelli => mezzo inferno? (666/2);

-Don Chiscotte => l’unico che porta un libro salva tutti: è la lettura/letteratura la immaginazione/fantasia che ci salveranno?

-Il tema della fede. “Credi in Dio? Questo mese no!”

-Complicità. Coscienza. Colpa. Il fatto di sapere o meno cosa avveniva dentro al centro verticale da parte della reclutatrice dell’amministrazione => cfr “La Banalità del male” (Hannah Arendt1) dei collaborazionisti…

-Il tema del sacrificio redentore del finale…

In fondo però “Il buco” è un film sulla fiducia (o mancanza di questa).

Il protagonista crede che esista davvero il figlio della donna assassina che sale e scende sulla piattaforma. E questo lo spinge a cercare un’uscita e una “salvezza”.

I due protagonisti della parte finale, ai limiti della o nella follia, intraprendono una scelta di fiducia reciproca. Il “saggio” che spiega l’importanza del messaggio (la panna cotta) dà ai due “redentori” una lettura del loro percorso, e loro vi credono. Il protagonista ha iniziato il suo percorso verso l’abisso e l’aberrazione perché non ha avuto fiducia nel suo primo compagno di stanza che gli aveva prospettato un’alternativa che, per quanto terribile e disgustosa, era non meno drammatica e ripugnante di quanto poi lui si sia trovato costretto a praticare.

Film duro, che lascia il segno, e questo fiume di parole e riflessioni ne sono l’emblema.

Ma non occorre guardarlo, anzi, fatene a meno, soprattutto in questi giorni.

Non siamo così, non abbiamo bisogno di nessuno che ci dica solo la violenza, la sopraffazione, l’ingordigia di cui siamo capaci e che talvolta ci rende schifezza.

Siamo chiusi in casa, per il bene di tutti. È già tanto. Siamo bravi, siamo solidali2, accettiamo le regole, i decreti, per lo più pazientemente e correttamente.

Rappresentanti, rappresentatori dell’immaginario umano, se siete davvero bravi, rappresentate la realtà.

Francesco Maule

3 aprile 2020

Per approfondire o leggere/ascoltare altre voci e riflessioni (tra le molte che si trovano in rete) segnalo:

https://www.cinematographe.it/rubriche-cinema/focus/il-buco-film-spiegazione-finale/

“Il Buco”, il cinema tra Disuguaglianza, Cooperazione e Animalità – DuFer e Boldrin:

https://www.youtube.com/watch?v=1deSClwz2l4

http://www.cineforum.it/recensione/Il-buco

1 Nel suo resoconto del processo ad Eichmann per il New Yorker (che divenne poi il libro La banalità del male – Eichmann a Gerusalemme, 1963) Arendt ha sollevato la questione che il male possa non essere radicale: anzi è proprio l’assenza di radici, di memoria, del non ritornare sui propri pensieri e sulle proprie azioni mediante un dialogo con se stessi (dialogo che Arendt definisce due in uno e da cui secondo lei scaturisce e si giustifica l’azione morale) che personaggi spesso banali si trasformino in autentici agenti del male. È questa stessa banalità a rendere, com’è accaduto nella Germania nazista, un popolo acquiescente quando non complice con i più terribili misfatti della storia ed a far sentire l’individuo non responsabile dei propri crimini, senza il benché minimo senso critico. Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Hannah_Arendt

Per approfondire: https://thevision.com/cultura/hannah-arendt-banalita-male/

solidarietà ad Asmae Dachan

Ho avuto l’onore e il privilegio di conoscere Asmae Dachan lo scorso anno grazie alla sua partecipazione ad un incontro con un’associazione con cui collaboro.

E’ stata nostra ospite a cena e ho potuto ascoltarla più volte in vari incontri. Ho letto il suo magnifico e doloroso libro “Il silenzio del mare” dove lei si esprime al meglio sia come scrittrice, dimostrando una  conoscenza e utilizzo della lingua italiana sopraffini e letterariamente notevoli, sia come attivista e conoscitrice delle fatiche umane e sociali sia del paese d’origine della sua famiglia, la Siria, che dell’Italia, dove è cresciuta.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha deciso di conferirle un’oreficienza (Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica) il 2 giugno scorsi. Una leader politica ha pretestuosamente criticato questa scelta e questo riconoscimento.

Desidero esprimere tutta la mia solidarietà ad Asmae, in nome dell’amicizia che ci lega e della fiducia nel suo rigoroso e infaticabile lavoro di tessitrice del dialogo e della conoscenza, della denuncia di tragedie umanitarie cui tendiamo sempre più a sottrarci, della sua capacità poetica e intrisa di umanità di raccontare ed esprimere la vita.

Francesco Maule

Articolo Avvenire.it

Elenco delle parole che non possono più rappresentare il sociale

A seguito dell’incontro tenuto a Bassano da Gabriele Del Grande, ho chiesto agli organizzatori (coordinamento GPL) di scrivere alcune loro considerazioni per lo strumento di comunicazione interno del progetto Sulla Soglia “Fogli Vaganti”. Il loro contributo lo trovo particolarmente innovativo e stimolante sia per il sociale sia per l’impegno che richiedono e offrono come nuova generazione. Francesco Maule

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A noi scrittori non restano che la parole per sovvertire la realtà. Io ho scelto le parole del mio amato Mediterraneo, il Mare di Mezzo. Ho scelto le storie dei padri di Annaba e quelle dei padrini di Tunisi. Le storie delle diaspore di due ex colonie italiane come l’Eritrea e la Somalia negli anni dei respingimenti in Libia e quelle dei pescatori del Canale di Sicilia. Le storie degli italianitravirgolette che l’Italia manda via e quelle delle tante Italie nate senza fare rumore AilatiditaliA, nelle campagne marocchine, sul delta del Nilo e nei villaggi del Burkina Faso.

Così Gabriele Del Grande presenta in ultima di copertina il suo libro “Il Mare di Mezzo” e così ha esordito nell’incontro tenuto a Bassano del Grappa il 9 dicembre.

Difficile raccontare in poche righe tutto ciò che Gabriele ci ha trasmesso. Proviamo con un elenco che la notte stessa Silvia, una collega che “lavora nel sociale”, ci ha inviato via mail, con le parole di quella serata che ancora ci risuonavano dentro.

Elenco delle parole che non possono più rappresentare il sociale.

Perché non rappresentano più la realtà, perché ce le hanno prese e rivoltate, perché se le usiamo ancora colludiamo e non diamo il giusto significato alla nostra proposta culturale

Solidarietà: vincolo di assistenza reciproca nel bisogno. Ci stanno chiedendo di essere solidali in un momento di difficoltà. Con questa scusa e questo invito, con le pubblicità progresso, ci stanno dicendo che la scelta è personale, intima, ancora una volta individuale. Ognuno può “fare solidarietà” da casa sua, cliccando su un numero, o comprando all’equo solidale, ma solo per Natale. Ci stanno togliendo la dimensione collettiva e universale del diritto per tutti e perciò anche la scelta individuale di non essere solidale o caritatevole per forza. Perciò puoi togliere le panchine dai giardinetti senza farti scrupoli perché hai adottato dei bambini. Dov’è la responsabilità collettiva, il bene comune, la cittadinanza? Tutte situazioni universali che ci comprendono e però vanno oltre noi, perché fortunatamente ci migliorano e noi vogliamo e dobbiamo averla questa garanzia di qualcosa che ci rende migliori e virtuosi al di là delle nostre sensibilità, dei nostri giardini. Garanzia che ci dà appartenenza oltre le nostre categorie quotidiane. Perché ci fa respirare, ci dà fiato. Come i parchi pubblici. E poi se l’assistenza reciproca c’è solo nel bisogno? Il vincolo di assistenza non esiste più se non c’è una sfiga alle porte? E chi ci garantisce che la sfiga è uguale per tutti? La solidarietà non salverà il mondo. Non deve essere la solidarietà a farlo. Non possiamo fare finta che ci basti. (altro…)