società

Questo tempo ci sta insegnando la reciprocità

“Questo tempo ci ricorda qualcosa che rischiavamo di dimenticare in tempi di normalità: che la libertà non è un possesso individuale a prescindere da ogni altra considerazione, ma si esprime in scelte responsabili, cioè consapevoli dei legami che fondano, sorreggono e alimentano la nostra vita”.

Condivido un bell’articolo di Chiara Giaccardi che ci aiuta a leggere e interpretare questo periodo con alcune riflessioni positive, che valorizza le connessioni invisibili. Scrive: “La consapevolezza di questo legame profondo che unisce i nostri destini è qualcosa su cui si potrà ricostruire un futuro più umano, meno infantile, più generoso e anche più libero”. Buona lettura. F.M.

 


La vera libertà. La riscoperta di una forza che dà frutti

Chiara Giaccardi | martedì 31 marzo 2020

Mentre l’aggettivo “virale” – usato e abusato a proposito della circolazione repentina e globale di contenuti sulle piattaforme social – sta mostrando tutta la sua drammatica concretezza, in tempo di emergenza coronavirus il cosiddetto “virtuale” ci mette di fronte a tutta la sua innegabile realtà, e anche alla sua faccia migliore. Vedersi e passare del tempo insieme stando ciascuno a casa propria, far circolare velocemente le disposizioni per ridurre il rischio di contagio, immaginare nuovi modi di didattica e accompagnamento a distanza degli studenti di tutte le età, organizzare gesti di sostegno per le persone sole, animare le città deserte con flash mob dove sentirsi insieme nonostante tutto e cantare la forza della vita, mentre i bambini sorridenti postano arcobaleni, con l’augurio che “tutto andrà bene”…

Sono solo alcuni dei tanti esempi che questi giorni ci hanno regalato: ragioni più che valide per benedire questo nostro mondo… onlife. Il virtuale è reale, ma non è solo questa la lezione che stiamo imparando da questo tempo sospeso. Per dirla con Kant, mai come oggi è evidente che «la solidarietà del genere umano non è solo un segno bello e nobile, ma una necessità pressante, una questione di vita o di morte». La tua vita dipende dalla mia, e viceversa. Siamo tutti davvero interconnessi, nessun uomo è un’isola, l’individualismo è una teoria ormai “falsificata” dalla “prova” del contagio.

Dobbiamo isolarci, ma è un movimento che ci viene difficile, e lo facciamo prima di tutto per il bene di altri, in particolare dei più fragili. Con-tatto: da evitare per proteggersi e proteggere. Perché ciò che facciamo ha sempre conseguenze, oggi lo capiamo drammaticamente. Nessuna nostra azione è a senso unico. Questo tempo ci sta insegnando la reciprocità. E ci ricorda anche che l’essere umano, oltre che sapiens, è anche donans.

Capace di mettere tra parentesi se stesso per il bene di tanti. Ce lo insegnano i medici, gli infermieri, gli operatori sanitari da settimane in prima linea, senza risparmio di sé e senza riposo, per curare chi è stato colpito, in condizioni ormai difficilissime. I nuovi angeli, li hanno chiamati, e a ragione. I nuovi Schindler. Questo tempo ci ricorda anche qualcosa che rischiavamo di dimenticare in tempi di normalità: che la libertà non è un possesso individuale a prescindere da ogni altra considerazione, ma si esprime in scelte responsabili, cioè consapevoli dei legami che fondano, sorreggono e alimentano la nostra vita. Quindi da un lato, come scriveva Hannah Arendt, la nostra libertà di esseri umani si esercita in condizioni di non-sovranità: mai come ora è evidente che della situazione non siamo in controllo, per quanti sforzi facciamo; ma ciò, dall’altro lato, non ci impedisce di essere liberi, che oggi vuol dire non assecondare i bisogni o i capricci bensì scegliere ciò che è bene per tutti. Tutto è unito da connessioni invisibili, diceva Einstein: non si può cogliere un fiore, senza turbare una stella. La consapevolezza di questo legame profondo che unisce i nostri destini è qualcosa su cui si potrà ricostruire un futuro più umano, meno infantile, più generoso e anche più libero.

Oggi poi diventa impossibile, cosa che normalmente ci viene naturale, rimuovere il pensiero della morte. Che si accompagna alla consapevolezza della nostra fragilità, e del fatto che non ci si salva da soli. Che ci aiuta ad apprezzare ciò che c’è, a riorientare le nostre priorità nel tempo che ci è dato. A trasformare una limitazione (nella mobi-lità, nella socialità) in occasione creativa, a immaginare nuove forme di lavoro, a mettere in discussione routine forse non così essenziali. A capire che il consumo non è l’unico modo, o almeno il più scontato, per sentirsi vivi. È un tempo difficile, pieno di incognite. Non ne usciremo necessariamente migliori, certamente non di default. Ma è un’occasione per capire che se siamo stati capaci di cambiare, da un giorno all’altro, abitudini che facevano da struttura alla nostra quotidianità, e se lo abbiamo fatto insieme, per il bene l’uno dell’altro, questa è una grande forza che potrà dare molti frutti.

fonte: https://www.avvenire.it

Chiara Giaccardi è professore ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, dove insegna Sociologia e Antropologia dei media e dirige la rivista «Comunicazioni Sociali». Collabora con il quotidiano «Avvenire».

Il vero volto dell’immigrazione

 Il quadro reale in Italia e un dibattito falsato


 

fonte: agenziasir.it

Sono usciti nei giorni scorsi due rapporti sull’immigrazione nel nostro Paese che aiutano a comprendere nei suoi termini effettivi un fenomeno così discusso. Sono il XXVII Rapporto di Caritas-Migrantes e il Dossier Immigrazione 2018 curato dal Centro Studi e Ricerche Idos in partenariato con il Centro Studi Confronti. Grafici e tabelle che riportano dati potrebbero apparire una materia noiosa e specialistica, da addetti ai lavori, lontana dalle preoccupazioni della gente comune. Eppure mai come in questo momento potrebbero contribuire a riportare entro i binari dell’oggettività e della ragionevolezza un dibattito prigioniero di percezioni enfatiche e rappresentazioni distorte.

Esaminiamo alcuni dei dati resi pubblici. Anzitutto, a livello mondo i migranti internazionali sfiorano i 258 milioni e sono aumentati sensibilmente rispetto al 2000, quando erano circa 172,6 milioni. Ma in percentuale sulla popolazione mondiale, la loro incidenza rimane più o meno costante da decenni, poco sopra il 3%. In altri termini, il 97% degli esseri umani non si muove dal suo Paese, per male che ci viva. La specie umana da millenni è in grande maggioranza stanziale.

Per quanto riguarda il nostro Paese, l’immigrazione da circa quattro anni è sostanzialmente stabile, poco sopra i 5 milioni di persone. Le difficoltà economiche hanno ridotto i nuovi ingressi in maniera drastica. Malgrado la visibilità degli sbarchi e dell’arrivo di richiedenti asilo, il loro ingresso incide poco su questo quadro generale. Si tratta infatti, tra rifugiati riconosciuti e richiedenti in accoglienza, di circa 350.000 persone, meno del 7% del totale.

Fino al 2014-2015 chi sbarcava in Italia proseguiva il viaggio verso il Nord Europa, e anche oggi la mobilità in una certa (faticosa) misura prosegue. Sbandierare i numeri degli sbarchi risalendo indietro nel tempo e facendo credere che si tratti di persone rimaste in Italia e nascoste da qualche parte è una grossolana falsificazione.

Sotto l’influsso degli sbarchi e delle emozioni relative molti pensano che gli immigrati in Italia siano maschi, africani o al più arabi, e certamente musulmani. I dati ci dicono invece che si tratta in maggioranza di europei, di donne, di persone provenienti da Paesi di tradizione cristiana. La seconda religione d’Italia per numero di aderenti, per quanto è possibile stimarli, è quella cristiana ortodossa, con circa 1,6 milioni di fedeli. I mussulmani sono intorno a 1,5 milioni. La maggior parte degli immigrati in Italia non sono quindi uomini soli, bensì famiglie, spesso accompagnate da minori: ne abbiamo 826.000 nelle scuole, benché la crescita anche in questo caso si sia pressoché arrestata, e la maggioranza (oltre 500.000) sia nata in Italia.

Da ultimo i dati contraddicono l’idea che l’immigrazione non sia nient’altro che una conseguenza della povertà dell’Africa che si riversa sulle nostre coste. La graduatoria dei Paesi di origine invece classifica nell’ordine: Romania, Albania, Marocco, Cina, Ucraina, Filippine, Moldova. Nessuno di questi è un Paese poverissimo, dove si muore di fame per la strada. Ed è così anche nel resto dell’Europa e del mondo. I migranti provengono prevalentemente da Paesi intermedi per livello di sviluppo. E non sono neppure di regola i più poveri dei rispettivi Paesi. Per migrare occorrono risorse, che i più poveri raramente riescono a mettere insieme. Il divario tra questa fotografia del fenomeno e il discorso corrente appare stupefacente.

Ma nei giorni della pubblicazione dei rapporti statistici è avvenuto lo straziante omicidio di Desirée a Roma. Basta un’occhiata a ciò che circola nei social network o si manifesta nelle trasmissioni radio che danno voce agli ascoltatori per comprendere che cosa accade: gli immigrati nel loro complesso, o quanto meno gli africani, diventano orde di invasori sanguinari. I meccanismi della collettivizzazione e dell’etichettatura ingigantiscono le cifre e incitano alla repressione generalizzata. Che poi aumentare il numero dei dinieghi e delle espulsioni di carta finisca per generare degrado e illegalità è un’altra storia, e non interessa ai giustizieri da tastiera.

Maurizio Ambrosini

Università di Milano e Cnel

fonte: https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/il-vero-volto-dellimmigrazione

Altri riferimenti:

Qui per: Sintesi rapporto Caritas Migrantes 2018.

Un’anteprima sul tema scuola del dossier Immigrazione: http://www.dossierimmigrazione.it/docnews/file/2018_CS%20scuola.pdf

Scheda del dossier Immigrazione: http://www.dossierimmigrazione.it/docnews/file/scheda%20dossier%202018_colori.pdf

 

Millennials, grunge, sessanttotini tutti alla prova dei social media

Dopo ripetute visioni, da solo o con i ragazzi a scuola, e dopo un po’ di giorni di monastica “ruminazione” è arrivato il tempo per scrivere alcune considerazioni in merito all’interessante video (nelle scorse settimane definito “virale”) di Simon Sinek sui Millenials e i social media.

La mia prima considerazione concerne però la valutazione degli ipotetici destinatari della riflessione proposta da Sinek (da qui il mio bizzarro titolo dell’articolo). La pagina Fb che ha proposto la versione con i sottotitoli in italiano, curata da Andrea Giuliodori titolare dell’agenzia di crescita personale EfficaceMente, scrive:

“Una buona parte dei lettori di EfficaceMente appartiene alla cosiddetta generazione dei #Millennials (i nati tra gli inizi degli anni ’80 e la seconda metà degli anni ’90). Se fai parte di questa generazione, ascolta con mooolta attenzione questa intervista di Simon Sinek. L’ho fatta sottotitolare in italiano. Saranno 18′ ben investiti…”

Io penso che debbano vederlo anche i genitori, tutti gli insegnanti, gli educatori che hanno prodotto quelle che sono definite, Senek dice non solo da lui, “strategie fallimentari di educazione familiare”.

Troppo permissivi? troppo protettivi? troppo amici? troppo impegnati? troppo affettivi? troppo emotivi? troppo anafettivi? ancora analfabeti emotivi? incapaci di insegnare i limiti? ancora troppo autoritari? etc etc…tutte domande definizioni applicabili ai modelli educativi e genitoriali degli scorsi anni e dei nostri giorni. Ecco perché dedico e titolo questo articolo a tutti gli idealisti (non pazzi) dagli anni sessanta in poi.

Un’altra categoria di persone con cui vorrò condividerlo e dai quali mi aspetto una interessante reazione è quello degli imprenditori. Sinek dopo aver accusato il “sistema” educativo di aver reso la vita troppo facile ai non colpevoli Millennials, paradossalmente si scaglia contro il mondo aziendale che per affermare la logica dei numeri, dei risultati a breve termini, della competitività sta distruggendo questa “straordinaria generazione” che entra nel mondo del lavoro, e le impedisce di credere nella necessità di “tener duro”, di aver pazienza, di costruire una robusta stima delle proprie capacità umane e sociali.

Come sempre quando si affrontano queste riflessioni le generalizzazioni sono la trappola più insidiosa in cui si può cadere. Anche l’osservatorio da cui Sinek affronta la sua analisi è probabilmente diverso dal mondo imprenditoriale locale. Ma ogni persona e/o organizzazione che oggi sta coraggiosamente e autenticamente tentando di tenere insieme crescita umana (globale/integrale, quindi anche fisica/corporea e spirituale) con le esigenze del cosiddetto Mercato, spesso spietato, le cui dinamiche assolute sono sconosciute a molti, del quale neanche la politica (e l’etica) non riescono a leggere l’anima (se esiste, per il mercato capitalista/neoliberista) per addomesticarla o curarla, sa quanto sia gravoso e spesso praticamente inconciliabile questo legame, questa simbiosi.

Dobbiamo quindi prendere atto che chi fa impresa e il sistema aziendale attuale e futuro stanno creando quelle fosse comuni in cui andranno, lavorativamente, seppelliti i nostri figli?

Non posso e non voglio crederlo. L’impresa (e ogni organizzazione) è tale solo quando valorizza e fa fiorire la persona, e non quando produce utili e guadagni. Il sistema, anche finanziario, che crea soldi facili alle spalle di oppressioni, ingiustizie, ineguaglianze e negazione dei diritti andrà a sgonfiarsi e a svanire, proprio come quelle bolle che stanno distruggendo il nostro tessuto economico e sociale. E la generazione che sta crescendo ha il compito di costruire questa dimensione economica e ambientale nuova. Ho fiducia nella mia e nella loro generazione.

Finita (forse) la pars destruens del filmato passo alla pars construens.

Penso che l’analisi di Simon Sinek sia fondamentalmente centrata e acuta, e offra una serie di spunti di riflessioni utili e fondamentali. Qual è la qualità delle nostre relazioni? Come costruiamo la nostra felicità e realizzazione personale?

L’analisi iniziale sulla mancanza di autostima, sulla difficoltà a gestire lo stress e sull’abitudine alla soddisfazione immediata la trovo tutto sommato interessante e corretta. Più tirato mi sembra il binomio social media-addiction (dipendenza). Se compariamo i social media alle sostanze e comportamenti che creano dipendenza (come alcol, droghe e scommesse) per il processo di rilascio di dopamina, possiamo dedurre che, secondo la prospettiva di Sinek, il fatto che noi genitori installiamo in casa una rete con wi-fi, i mezzi di trasporto pubblici con wi-fi, le biblioteche, addirittura alcune scuole siamo come degli “spacciatori” che favoriscono questa dipendenza. Certo apprezzo il ragionamento di Sinek che non vuole demonizzare i social, internet, etc. ma parla di balance, di equilibrio da trovare tra l’utilità dei social e il non trovarsi dipendenti e fagocitati dalle loro pericolose spire.

Apprezzo ancora il suo ragionamento sulla pazienza, sulla fatica e dedizione che i rapporti di fiducia e fedeltà richiedono.

Ancora trovo intrigante il suo discorso sulle intuizioni e innovazioni che nascono dalla mente quando divaga, la forza e creatività di quella che viene definita l’intelligenza divergente.

È strano infine che per confrontarsi, per parlare o riflettere su queste tematiche sia oggi necessario utilizzare i social media. Io ne scrivo sul mio blog, a mio figlio ho chiesto il telefono, ho cercato il video e gli ho chiesto di guardarlo ma ne ho faticosamente parlato direttamente con lui. Solo con qualche persona (in particolare con una collega – Milva – che ringrazio per la disponibilità al confronto) sono riuscito a dire: “Ehi, hai visto il video di Sinek sui Millennials che ha mandato il collega Pennetta, cosa ne pensi tu, mi aiuti a ragionarci prima di parlarne in classe?”

Dilato quindi questa stranezza e, cosa rara, utilizzerò anche altri social (in particolare wa) per condividere questo video e queste riflessioni con altri genitori, educatori, amici.

Io credo ancora intensamente nella forza delle relazioni vere, profonde e vitali. Io credo che siamo tutti genitori, insegnanti, allenatori, educatori, impegnati a non farci trascinare via i figli e le figlie, gli studenti, gli atleti, da niente e nessuno, tanto meno da un merdoso dispositivo rettangolare, che anche se lo tengono sempre in mano, non li potrà mai contenere.

Francesco Maule