Siria

uno studente mi ha chiesto…

Venerdì 3 novembre, alle ore 20.45, Asmae Dachan terrà una conferenza dal titolo “I giovani della rivolta siriana che fine hanno fatto?” e presenterà il suo nuovo libro “Il silenzio del mare” a Sovizzo (VI), presso la Sala conferenze del Municipio.

Presento qui un suo articolo dal suo blog Diario di Siria. (FM)

Di fronte a me ho circa centocinquanta studenti di un istituto superiore. Hanno deciso di dedicare l’assemblea di istituto alla questione siriana e mi hanno invitata a parlarne. L’incontro si articola in una presentazione, con proiezione di foto e video e un dibattito finale. Sono giovani sensibili, preparati, e nonostante sia la quarta ora sono molto partecipi e attenti. Le domande che arrivano sono molte, ruolo della Russia, come è nato l’isis, cosa accade ai profughi, come vivono i bambini, chi sono i ribelli… Tra le tante questioni una, in particolare, mi fa pensare. Un ragazzo mi chiede: “Quando muore un giovane, come funziona da voi?”. Immagino che il “voi” sia riferito ai siriani e cerco di descrivere un funerale in tempi di guerra, con la minaccia dei cecchini che sparano sui cortei funebri, con i cimiteri ormai pieni, con tutte le difficoltà di dare un degno addio alle decine di innocenti, spesso bambini, che perdono la vita ogni giorno. Il ragazzo annuisce, poi aggiunge: “quindi anche a voi dispiace se uno muore”. Rispondo in modo affermativo, che è ogni volta una tragedia, un lutto e credo di aver capito da cosa nasca il suo dubbio. Annuisce ancora, con aria stupita, ma come sollevata.

Terminato l’incontro si avvicina e mi dice, cercando di non farsi sentire dagli altri compagni, che era convinto che “da noi” la morte fosse una festa, perché “da noi” ci sono i kamikaze. Sì, avevo capito bene la ragione della sua perplessità. Il ragazzo è convinto che “da noi”, siriani e/o musulmani, la morte sia un momento da celebrare, visto che spesso si parla di giovani che si fanno saltare in aria con la speranza di far felice chissà quale dio che promette laute compense e perfino il paradiso.

Non lo biasimo, mi sembra onesto e curioso, non sta di certo scherzando, ma il suo dubbio mi lascia una profonda amarezza.  La demagogia dell’altro ha prodotto, nell’immaginario collettivo, dei veri e propri mostri. Il diverso, siriano/musulmano, civile o miliziano non fa differenza, è addirittura percepito come un essere privo della sua umanità, che arriva a gioire di fronte alla morte. E pensare che quella maledetta parola, kamikaze, non è nemmeno araba e che nell’islam il suicidio è considerato peccato. Le mostruosità che hanno commesso e che continuano a commettere i terroristi in ogni zona del mondo vengono sempre più percepite come un atto collettivo, da imputare alla totalità delle persone che provengono da determinati contesti religiosi e sociali. Su questo piano non si può che riconoscere la loro studiata e vincente efficacia comunicativa. Criminali patentati, come si suol dire.

Certo che se “da noi” la morte non provocasse sofferenza e dolore, i civili siriani starebbero tutti bene. Nessuna madre piangerebbe i figli strappati alla vita, nessuna vedova rimpiangerebbe l’amore del marito, nessun anziano si piegherebbe sotto il peso del dolore di sopravvivere ai giovani, ma non è così. Non lo è affatto. I morti di sei anni di genocidio e i superstiti di questo massacro meritano di essere guardati con rispetto e dignità. Va almeno restituito loro un volto umano. Almeno quello.

Asmae Dachan

Fonte: https://diariodisiria.com/2017/04/26/uno-studente-mi-ha-chiesto/#more-5293

 

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Risorgere il mondo

Nei giorni scorsi, durante la Settimana Santa e durante le feste Pasquali, ho avuto modo di leggere alcuni articoli e reportage che mi hanno fatto riflettere su quanto ancora il mondo sia ferito, colmo di sofferenza e ingiustizia. Ho percepito gli eventi del mondo in parte come stridenti e in parte come profondamente connessi all’intensa spiritualità dei giorni liturgici del Triduo Pasquale. Mi sono domandato se i cristiani impegnati a “celebrare” e a credere in un Dio che Risorge, che porta la vita e la speranza, siamo quindi dei pazzi o degli incoscienti, o se invece bisogna ripartire dal quel Dio che si inabissa in un sepolcro per capire il disastro umano che in alcuni paesi è più esplicito.

Credo che quelle persone (giornalisti, reporter, medici, missionari, operatori di ONG, volontari, etc) che scendono negli abissi dell’umanità, la raccontano e ce la consegnano siano strumenti per rendere splendente il Volto sfigurato, di Dio e dell’umanità. La persona di Gabriele Del Grande, conosciuto a Bassano del Grappa nel 2010 e più volte intervenuto a Vicenza e ad Arzignano presso la cooperativa Insieme per presentare i suoi libri, appena liberato da una detenzione in Turchia, ne è concreto esempio.

Segnalo quindi alcuni contributi per approfondire e riflettere:

Dal Corriere della Sera di domenica 16 aprile 2017

Sul Coltan in Repubblica Democratica del Congo:

Congo, l’inferno del Coltan e la manodopera della disperazione

È un minerale indispensabile per i nostri smartphone. Si estrae nelle miniere del Congo, controllate dai signori della guerra. Che danno «lavoro» a milioni di schiavi «volontari»

di Andrea Nicastro

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Da Avvenire di sabato 8 aprile 2017

Le guerre dimenticate. Congo, la crisi crea il campo profughi più grande del mondo.

di Lucia Capuzzi |
Oltre 270mila sfollati a Bidi Bidi in Uganda, che ora supera in dimensioni anche lo «storico» Dadaab in Kenya

https://www.avvenire.it/mondo/

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Il reportage tra Giordania, Palestina e Gerusalemme di alcuni giovani amici vicentini tra cui il caro Dario.

nondallaguerra.it

 

http://www.nondallaguerra.it/i-nostri-articoli-2/

 

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L’appello/denuncia di p. Alex Zanotelli del 15 aprile 2017

FERMIAMO I SIGNORI DELLA GUERRA

(fonte: ildialogo.org )

 

 

Siria: il dovere di sognare la pace

220 mila vittime, 4 milioni di profughi, moltissimi sfollati: la più grave crisi umanitaria del nostro tempo prosegue ormai da 1.400 giorni. Non possiamo farla sparire dalla polverosa lavagna del nostro immaginario: deve invece diventare un dolore di tutti

di Paolo Lepri

Corriere della Sera – Venerdì 13 marzo 2015 – pagina 27.

 Il poeta siriano Adonis, che vive in esilio a Parigi dagli anni Ottanta, racconta di sognare ogni notte Damasco. Facciamolo anche noi. Non è difficile, perché i sogni possono venire invocati e aspettati prima che il sonno arrivi ad addormentare i pensieri. Ci servirà a non dimenticare la Siria. La peggiore crisi umanitaria del nostro tempo — come recita un sinistro ritornello che rimane molto spesso inascoltato — non deve essere cancellata nemmeno per un attimo dalla polverosa lavagna del nostro immaginario. Per nessuna ragione, in nessun momento. Questa feroce ingiustizia del mondo deve diventare un dolore di tutti.

In quattro anni di conflitto hanno perso la vita 220.000 persone, mentre quasi quattro milioni di profughi sono fuggiti in Turchia, Libano, Giordania, Iraq ed Egitto e non hanno nessuna speranza di tornare a casa. «Molti rifugiati vivono in condizioni disumane. Dopo anni di esilio hanno esaurito i loro risparmi e molti cercano di sopravvivere con l’accattonaggio, la prostituzione o attraverso il lavoro minorile», ha ricordato ieri l’alto commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, il portoghese Antonio Guterres.

Ancora più alto è il numero degli sfollati. Decine di migliaia di persone si trovano in trappola nelle zone dove infuriano i combattimenti o sono sottomesse alla follia criminale dei guerriglieri che sventolano le bandiere nere dell’Isis nei territori da loro controllati. Il buio si estende come una macchia, alimentata da sempre nuovo sangue. Tutto è cominciato nel marzo 2011. La repressione della rivolta contro il regime di Assad si è poi trasformata in una guerra civile che ha smembrato il Paese e ha permesso all’estremismo islamico di combattere la sua terribile battaglia.

Sognare Damasco è possibile, anche per chi non ha mai visto la luce arrivare all’alba sulla città lasciando in una penombra provvisoria e magica il monte Qasioun, che la domina quasi come una quinta di cartapesta, da cui le forze di Assad lanciarono nell’estate del 2013 razzi armati di testate chimiche, come accertarono gli esperti dell’Onu. Ma quale Damasco dobbiamo sognare? Non certo la capitale di un regime autoritario che è stato per anni il principale avamposto mediorientale del mondo diviso in blocchi, con i poliziotti senza divisa e le spie che affollavano gli alberghi frequentati dagli occidentali e dall’élite politico- economica locale. La Damasco che vorremmo è una città colta, animata dalla sua eccezionale e millenaria storia, dove la primavera araba sarebbe potuta diventare una vera rivoluzione se il regime non avesse approfittato di una impunità prolungatasi per troppo tempo e non avesse potuto servirsi di un apparato militare consolidato nell’indifferenza generale. Un’utopia? Forse. Ma è vero anche che la comunità internazionale ha il dovere, e il diritto, di aiutare a governare i processi di cambiamento cercando di individuare gli scenari da costruire. Come non ha fatto in questo caso. Come non ha fatto purtroppo, per citare un altro esempio, nella Libia del colonnello Gheddafi.

Le luci invece si sono spente, la gente si è assuefatta alla morte. Le immagini della distruzione di Aleppo, una delle più antiche città del mondo abitate senza interruzione nel corso dei secoli, sembrano provenire da un manuale sulle rovine che provoca la guerra. Una metà è controllata dalle forze governative, l’altra dall’opposizione armata. I palazzi sono sventrati dalle bombe, mancano l’elettricità e l’acqua corrente, la popolazione è quasi interamente fuggita. L’obiettivo della diplomazia internazionale è attualmente solo quello di «congelare» i combattimenti e di riavviare un processo interrotto. Ma il tempo stringe e le speranze di una soluzione sono scarse. Intanto la Siria scompare. E i sogni rischiano di trasformarsi in incubi.

Paolo Lepri