poesia

manifestare la realtà #2

Epifanizzare l’universo, con occhi limpidi e intonsi.

Circondare le galassie di stupita ammirazione e riconoscere umilmente la nostra irrisorietà.

Non temere questa grandezza, gestire adulti la sconfinatezza, rimanere convinti e consapevoli della potenza di ogni gesto d’affetto, di ogni parola pensata, di tutta l’espressività della nostra contemplazione.

Riconoscere che le rappresentazioni più significative le propone il cosmo, con il sole che sorge dal mare, col suono delle onde, con le montagne innevate e la loro magnificenza gloriosa, con i paesaggi, con le stupefacenti acrobazie di colore dei fiori, le piante, gli animali esseri compagni o a volte nostre vittime. Sono esempi, sono parziali riconoscimenti, sono breve elenco della varietà e redenzione concreta che si compie, c’è.

Riconoscere che le rappresentazioni più appassionate ed eloquenti le esprimiamo talvolta anche noi, sapiens, sapienti, umani, parole a cui ogni volta occorrerebbe posporre il punto interrogativo, strana specie che sola sa contemplare e descrivere o raccontare tanta bellezza e armonia, o tragica nefandezza, ma allo stesso tempo ne sa stare indifferente, o sprecarla, deturparla, consumarla, sfinirla.

Epifanizzare la terra e le nostre modificazioni, più o meno rispettose. Nutrire ammirazione anche per le strutture manufatte: i ponti, le strade, le case, le chiese, le città, i capannoni, i motori, i congegni, i chip, i fili elettrici, le connessioni, la tecnica, tecnologica, tecnocratica, tecnogenesi e tecnonecrosi.

Esercitare le architetture, santificare gli osservatori delle piccolezze al microscopio. Ubbidire al riflesso della luce sull’acqua, seguire la luna, nascondersi nelle caverne, ognuno sia hacker.

Benedire tutto ciò che che ci fa meglio guardare, osservare, vedere, sentire, toccare, assaporare, capire, amare. È qui, davati a noi, come questo sole che illumina, e si fa corpo di riflesso con gli scogli come braccia. Steso.

Francesco Maule

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non sarà notte

poesia 4 | estate 2018

*

La differenza di un fiato sulle celebrazioni del mondo

natura esplosa nei millenni di roccia che hai fatto dolomiti

al sentiero al camminare o alle ruote della bicicletta

noi esserne avvolti e lambire con tutto

i ruscelli gli alberi le rocce la terra.

foto: Alessandro Colombara

La distanza circolare che abbiamo inventato

i ricordi tenuti dentro e imbrigliati

le lacrime il sonno e un grato riconoscimento del bene

eravamo arrivati

siamo ripartiti

non ci stancheremo mai.

 

poesia 5 | estate 2018

*

                                                      (a E. e S.)

Non sarà notte

a lenire disturbate fantasie

che raschiano

riducono

i lembi fragili del respiro.

 

Erano i figli le lucciole del tempo

quando al controllo

scesero, caddero sulla vita

e agli incroci le auto frenarono tutte.

 

foto: Alessandro Colombara

È notte quando vedi immobile

un contratto, una serratura

ma senza chiavi dove andrai?

 

Nel confine immutata strada verso il cedimento

le vendette che non si sono mai realizzate

il concreto è hesed, vapore, impalpabile

azione di attesa.

 

Non sarà notte

ad arrivare quando giungerete nel groviglio

Non sarà notte ad abbagliarvi

Non sarà notte a spezzarvi.

 

Sarà pelle satura di carezze

sarà affettuosa risposta

sarà sguardo intenso vivo

dipanato sul giaciglio del cielo

e sarà gioia senza alcuna imperfezione.

 

Francesco Maule

foto: Alessandro Colombara

non ti posso seguire, non mi posso fermare

“21

Se ami indugiare e temi

affrontare fatiche per l’ignoto

sentendoti arrivata,

se rinunci a procedere scegliendo

di chiuderti nel sicuro,

non ti posso seguire, non mi posso

fermare –

 

non è tua la vita,

e non è mia”.

Danilo Dolci

poesia tratta da: Danilo Dolci, Il Dio delle zecche, Mondadori, 1976. Pag. 32

 

Non saprò mai

poesia 1 | estate 2018

 

*

Non saprò mai

a chi chiedere

di svelare le sottili

appuntite attese

dei cercanti

degli esploratori di senso.

 

Mi hanno chiesto

di stare qui

a guardare

con i calli sui palmi delle mani

e gli occhi che bruciano

per tanta bellezza.

 

Non saprò mai

chi arriverà,

ho solo pochi, visionari, indizi.

Dalle loro spalle,

dalle loro schiene,

capirò il futuro.

foto: Dario Dalla Costa

mappa per pregare

Una poesia di Livia Candiani tratta da: La bambina pugile: ovvero la precisione dell’amore, Einaudi, Torino 2014 (Collezione di poesia Vol. 419).

Mappa per pregare

Quando vuoi pregare, quando vuoi sapere quel che sa la poesia, sporgiti, e senza esitazione cerca il gesto piú piccolo che hai, piegalo all’infinito, piegalo fino a terra, al suo batticuore. Quando hai fame di luce e l’amore è cinghia serrata e il cuore stracolmo di voli che allacciano troppo al leggero del cielo, istruisciti alla pura verità, quella che non vuoi e nemmeno immagini, quella «polvere sul pavimento e pane sulla tavola», ginocchia sbucciate e pane che parla, dice la fame giusta. Offriti al paesaggio grande, dalla finestra o in piena aria aperta, chinati a portare il mondo sulla schiena nelle ossa e poi lascialo scivolare sbocconcellarsi ai piedi della terra, ascolta il suo silenzio che risponde: «Qui neve su albero. Qui foglia piccola su pianura sconfinata. Ghiaccio esatto. Qui apprendista della luna raccoglie luce». Ci vuole incrollabile ardente pazienza e vicinanza al pavimento fronte che lo fronteggi e dica l’amore pesante, la fame di giusti mietitori, di macina. Per cercare un’altra strada al desiderio che ti inaridisce ci vuole furore, farsi creatura randagia nel disastro delle falci, che ti cali il silenzio sulla testa, l’affamato sapere che tace e fa foreste delle ferite. Se vuoi dare la forza, raccogliti in un balzo, uno slancio senza mondo, polvere da spazzare con devozione, piccoli scricchiolii di ossa che parlano alle tue prossime ceneri: se vuoi essere adesso, datti la forza, senza salvare, senza costringere l’amore in relazione, lascialo soffiare, mietere. È un grande paesaggio il mondo, ogni animale lo conserva, gli dà sguardo. Non serve schiodare il cielo a caccia di segreti, sei tu che di notte scegli, non guardi la luce minuscola ma il buio tutto che le preme attorno. Visto che non puoi essere qui, allora ama altrove, in rettilinea sequenza, allora prega.

Chandra Livia Candiani

Livia Candiani - foto tratta da: internopoesia.com

Livia Candiani – foto tratta da: internopoesia.com

certi giorni

Il 4 novembre scorso, una cara amica, Michela Alba, mi ha mandato una mail meravigliosa che riporto per intero. In questi giorni è necessario reagire ad alcune parole aggressive e vendicative con parole di altezza, profondità e bellezza. Grazie Michi. F.M.

Sai quei giorni in cui

magari non stai tanto bene

e tutto va storto, quasi farlo apposta.

Magari scrivi sms a varie persone

e non si capisce perché

nessuno ti risponde.

E ti domandi come mai…

Poi magari inaspettatamente invece

te ne arriva uno da chi non immagineresti

e ti domandi come mai….

Sai quei giorni in cui

ti senti pienamente piena di ragione

anche se il mondo va tutto storto

ma tu riesci a vedere chiaramente

che è storto il mondo, non tu.

E ciò ti dà una strana serenità,

strana perché non ti rende felice.

Consapevole ma non felice.

Ma se vedi tutto così chiaramente

come mai rimani impotente

e non riesci a cambiare le cose?

E capisci che non dipende tutto da te….

Sai quei giorni in cui si incastra tutto

per filo e per segno e nei minimi dettagli

ma è un incastro fatto di doveri

e ti rendi conto che non c’è stato

spazio per la poesia o un sorriso

o un respiro a bocca aperta

con gli occhi rivolti al cielo, chiusi.

Non c’è stato spazio per una pagina di libro o una canzone

da ascoltare a massimo volume

o uno sguardo perso di traverso

in un pensiero innamorato.

Ti rendi conto che non c’è stato spazio

per una camminata sotto le foglie cadenti,

una risata, un amico salutato,

un piatto sporco lasciato

per una carezza in più

per un minuto

vissuto…

“… i desideri possono germinare in modo così meraviglioso da diventare un tutto, pieno e intero, che non si lascia più completare e ormai si accresce, si forma e si riempie solo dall’interno. A volte si potrebbe credere che alla radice di una vita grande e intensa ci sia proprio stato un coinvolgimento in desideri eccessivi che come una molla interiore hanno riversato nella vita azione su azione, effetto su effetto; e quasi non rammentando il proprio fine originario, diventati ormai elementari come un’impetuosa cascata, si sono trasformati in azione e cordialità, in presenza e immediatezza, in lieto coraggio, a seconda degli eventi e delle circostanze che li avevano provocati”  (Etty Hillesum, “Lettere”)

Michi

a dividere il fiore

foto Leonardo Tommasin

foto Leonardo Tommasin

C’era

a dividere il fiore

nel cielo

una voce

che alle case

del nord

dava il vento.

Lontana assenza luminosa

teneva sospesa quella cupa tenda

in cui inghiottiva

bocconi di caliginose nuvole

blu perlate.

Oggi mi hai

nascosto

nel tuo amore

temporale

con un arcobaleno

che infrange e segna

il confine

tra me e te.

(F.M.)

Politica e poesia

di Franco Arminio

“La vicenda si complica quando si pronuncia la parola ‘politica’. In questo caso la fragilità non è più una forza, ma qualcosa che dà i nervi.

Perché la politica è o dovrebbe essere un’elaborazione collettiva. Il pericolo e l’opportunità è che al punto in cui siamo arrivati anche la politica appartiene alle discipline dell’immaginario. […]

La modernità finisce ogni giorno e ogni giorno prolunga la sua esistenza con una magia collettiva che occulta ciò che è in piena evidenza: non crediamo più alla nostra avventura su questo pianeta. Non abbiamo più nessuna religione che ci tiene assieme, nessun progetto da condividere. […] Navighiamo in un mare di merci, e intorno a noi è tutto un panorama di navi incagliate: le nazioni, gli individui, le idee, tutto è come bloccato in un presente che non sa volgere la sua fronte né avanti né indietro.

In uno scenario del genere una politica possibile è la poesia. La poesia non è il fiore all’occhiello, è l’abito da indossare, ma prima di indossarlo dobbiamo cucirlo e prima di cucirlo dobbiamo procurarci la stoffa. La poesia è la realtà più reale, è il nesso più potente tra la parola e le cose. Quando riusciamo a radunare in noi questa forza, possiamo rivolgerci serenamente agli altri, possiamo scrivere, possiamo fare l’oste o il parlamentare, non cambia molto. Quello che conta è sentire che la modernità è una baracca da smontare. […]

C’è solo il respiro, forse ce n’è uno solo per tutti e per tutto. Spartirsi serenamente questo respiro è l’arte della vita. Altro che moderno e postmoderno, altro che localismo e globalità. La faccenda è teologica. Abbiamo bisogno di politica e di economia, ma ci vuole una politica e un’economia del sacro. Ci vuole poesia”.

Franco Arminio

tratto da “Il flâneur della desolazione” in Geografia commossa dell’Italia interna, Bruno Mondadori, Milano – Torino 2013, pp. 3-4

foto di A. Colombara

foto di A. Colombara

Se

Se la parola amore è
uno straccio lurido,
se non ho altra lingua per dire cosa
amo, se l’anima adesso è un ingombro
se il cielo è un posto come un altro,

.

se dormiamo e dormiamo,

se il mio canto è schiacciato nel cantone
se il mio canto o il tuo, se il mio canto,

se tutte le parole dei savi sono troppo
lente per questa corsa sui cocci,
se anche le bestie in quel loro morire bastonate
neppure si rivelano,

se c’è una tosse
se c’è una tosse che incrosta il cielo
e poi lo sputa

se abbiamo nemici dentro le teste
e macchinette rotte

se la mano è scontrosa alla mano
scontrosa rompe l’onda e il ramo
rompe l’ala e il becco

se abbiamo salmi stonati
se le macerie sulle facce stanche
fanno il peso di tutta la storia

se poi nessuno viene
nessuno s’alza dal fradicio delle tombe
a consegnarci un grappolo, una tazza
un giuramento alla luce
se se se
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