Pace

uno studente mi ha chiesto…

Venerdì 3 novembre, alle ore 20.45, Asmae Dachan terrà una conferenza dal titolo “I giovani della rivolta siriana che fine hanno fatto?” e presenterà il suo nuovo libro “Il silenzio del mare” a Sovizzo (VI), presso la Sala conferenze del Municipio.

Presento qui un suo articolo dal suo blog Diario di Siria. (FM)

Di fronte a me ho circa centocinquanta studenti di un istituto superiore. Hanno deciso di dedicare l’assemblea di istituto alla questione siriana e mi hanno invitata a parlarne. L’incontro si articola in una presentazione, con proiezione di foto e video e un dibattito finale. Sono giovani sensibili, preparati, e nonostante sia la quarta ora sono molto partecipi e attenti. Le domande che arrivano sono molte, ruolo della Russia, come è nato l’isis, cosa accade ai profughi, come vivono i bambini, chi sono i ribelli… Tra le tante questioni una, in particolare, mi fa pensare. Un ragazzo mi chiede: “Quando muore un giovane, come funziona da voi?”. Immagino che il “voi” sia riferito ai siriani e cerco di descrivere un funerale in tempi di guerra, con la minaccia dei cecchini che sparano sui cortei funebri, con i cimiteri ormai pieni, con tutte le difficoltà di dare un degno addio alle decine di innocenti, spesso bambini, che perdono la vita ogni giorno. Il ragazzo annuisce, poi aggiunge: “quindi anche a voi dispiace se uno muore”. Rispondo in modo affermativo, che è ogni volta una tragedia, un lutto e credo di aver capito da cosa nasca il suo dubbio. Annuisce ancora, con aria stupita, ma come sollevata.

Terminato l’incontro si avvicina e mi dice, cercando di non farsi sentire dagli altri compagni, che era convinto che “da noi” la morte fosse una festa, perché “da noi” ci sono i kamikaze. Sì, avevo capito bene la ragione della sua perplessità. Il ragazzo è convinto che “da noi”, siriani e/o musulmani, la morte sia un momento da celebrare, visto che spesso si parla di giovani che si fanno saltare in aria con la speranza di far felice chissà quale dio che promette laute compense e perfino il paradiso.

Non lo biasimo, mi sembra onesto e curioso, non sta di certo scherzando, ma il suo dubbio mi lascia una profonda amarezza.  La demagogia dell’altro ha prodotto, nell’immaginario collettivo, dei veri e propri mostri. Il diverso, siriano/musulmano, civile o miliziano non fa differenza, è addirittura percepito come un essere privo della sua umanità, che arriva a gioire di fronte alla morte. E pensare che quella maledetta parola, kamikaze, non è nemmeno araba e che nell’islam il suicidio è considerato peccato. Le mostruosità che hanno commesso e che continuano a commettere i terroristi in ogni zona del mondo vengono sempre più percepite come un atto collettivo, da imputare alla totalità delle persone che provengono da determinati contesti religiosi e sociali. Su questo piano non si può che riconoscere la loro studiata e vincente efficacia comunicativa. Criminali patentati, come si suol dire.

Certo che se “da noi” la morte non provocasse sofferenza e dolore, i civili siriani starebbero tutti bene. Nessuna madre piangerebbe i figli strappati alla vita, nessuna vedova rimpiangerebbe l’amore del marito, nessun anziano si piegherebbe sotto il peso del dolore di sopravvivere ai giovani, ma non è così. Non lo è affatto. I morti di sei anni di genocidio e i superstiti di questo massacro meritano di essere guardati con rispetto e dignità. Va almeno restituito loro un volto umano. Almeno quello.

Asmae Dachan

Fonte: https://diariodisiria.com/2017/04/26/uno-studente-mi-ha-chiesto/#more-5293

 

Annunci

Giornata Internazionale della Nonviolenza

lunedì 2 ottobre 2017

Compleanno di Gandhi

Giornata Internazionale della Nonviolenza

Il 2 ottobre, data di nascita di Gandhi, ricorre la Giornata internazionale della nonviolenza. È stata promossa dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 15 giugno 2007 e da allora con le più varie iniziative viene ricordata in tutte le nazioni del mondo.

La risoluzione dell’Assemblea Generale, affermando “la rilevanza universale del principio della nonviolenza” ed “il desiderio di assicurare una cultura di pace, tolleranza, comprensione e nonviolenza”, chiedeva a tutti i membri delle Nazioni Unite un impegno adeguato per accrescere la consapevolezza pubblica mondiale sull’importanza della nonviolenza.

Giustamente è stato scelto il giorno della nascita di Gandhi perché nessuno più di lui ha dedicato tutta la vita e le energie alla ricerca e alla pratica di un metodo giusto ed efficace per opporsi alle ingiustizie e alle oppressioni senza l’uso delle armi o altre forme di violenza. Gandhi, più di chiunque altro, era sicuro della vittoria della nonviolenza e aveva sperimentato con coraggio, e fino alla morte, questa verità, dimostrando che un’altra via è possibile per conseguire il proprio fine di liberazione dalle ingiustizie e dalle oppressioni.

Gandhi non proponeva la rassegnazione ma un metodo coerente con i fini buoni e giusti che vorremmo raggiungere. Chiamò il suo metodo Satyagraha che significa “forza della verità” e che in Occidente chiamiamo, in forma meno precisa, Nonviolenza. Ha mostrato come, per chi sente la responsabilità di lottare e non è reso impotente dalla viltà, dalla sfiducia, dalla rassegnazione passiva, la nonviolenza è praticamente possibile ed eticamente consentita.

Storicamente, la nonviolenza praticata da Gandhi e da tanti che in molti paesi del mondo si sono ispirati al suo pensiero e alla sua azione, ha dimostrato in modo impressionate l’efficacia del metodo.

È una lezione che, ancora oggi, pochi hanno imparato: mettere in pratica, di fronte ai conflitti, un metodo che usa la verità come forza e nega la forza e l’efficacia della violenza. Bisogna capire che le armi della violenza non meritano fiducia da parte di chi lotta per un mondo più giusto (e quindi senza violenza). Non c’è bisogno di dire della follia insita nell’arma nucleare e in tutte le politiche di difesa degli stati, che persistono nel seguire la pratica tragica e fallimentare delle spese militari e della corsa agli armamenti. Per assicurare un mondo migliore e più giusto per tutti c’è già un metodo spiritualmente, filosoficamente, eticamente, politicamente superiore.

In mezzo a tante violenze e politiche errate, che minano la stessa sopravvivenza futura dell’umanità, la salvezza è possibile seguendo la via indicata da Gandhi.

La via di Gandhi, la nonviolenza, che il 2 ottobre viene ricordata solo in modo celebrativo, bisogna capirla nella sua teoria e metterla sempre più in pratica.

Il sito del ‘Movimento Nonviolento’ italiano è qui.

Anche a Vicenza c’è un centro aperto a tutti i cittadini, la Casa per la Pace, istituita dal Consiglio comunale di Vicenza nel 1993 per promuovere una cultura di pace e di nonviolenza.

Chi è interessato ad approfondire l’argomento può fare visita alla ‘Casa per la Pace’

Lunedì, 2 ottobre

dalle ore 10.00 alle ore 20.00

 

Casa per la Pace, Via Porto Godi 2, Vicenza

(Via Porto Godi è una laterale di Viale Fiume, all’altezza della Scuola Elementare De Amicis)

Per contatti: Indirizzo mail: casaperlapace@gmail.com. – Tel. 0444 329375.

Risorgere il mondo

Nei giorni scorsi, durante la Settimana Santa e durante le feste Pasquali, ho avuto modo di leggere alcuni articoli e reportage che mi hanno fatto riflettere su quanto ancora il mondo sia ferito, colmo di sofferenza e ingiustizia. Ho percepito gli eventi del mondo in parte come stridenti e in parte come profondamente connessi all’intensa spiritualità dei giorni liturgici del Triduo Pasquale. Mi sono domandato se i cristiani impegnati a “celebrare” e a credere in un Dio che Risorge, che porta la vita e la speranza, siamo quindi dei pazzi o degli incoscienti, o se invece bisogna ripartire dal quel Dio che si inabissa in un sepolcro per capire il disastro umano che in alcuni paesi è più esplicito.

Credo che quelle persone (giornalisti, reporter, medici, missionari, operatori di ONG, volontari, etc) che scendono negli abissi dell’umanità, la raccontano e ce la consegnano siano strumenti per rendere splendente il Volto sfigurato, di Dio e dell’umanità. La persona di Gabriele Del Grande, conosciuto a Bassano del Grappa nel 2010 e più volte intervenuto a Vicenza e ad Arzignano presso la cooperativa Insieme per presentare i suoi libri, appena liberato da una detenzione in Turchia, ne è concreto esempio.

Segnalo quindi alcuni contributi per approfondire e riflettere:

Dal Corriere della Sera di domenica 16 aprile 2017

Sul Coltan in Repubblica Democratica del Congo:

Congo, l’inferno del Coltan e la manodopera della disperazione

È un minerale indispensabile per i nostri smartphone. Si estrae nelle miniere del Congo, controllate dai signori della guerra. Che danno «lavoro» a milioni di schiavi «volontari»

di Andrea Nicastro

***
Da Avvenire di sabato 8 aprile 2017

Le guerre dimenticate. Congo, la crisi crea il campo profughi più grande del mondo.

di Lucia Capuzzi |
Oltre 270mila sfollati a Bidi Bidi in Uganda, che ora supera in dimensioni anche lo «storico» Dadaab in Kenya

https://www.avvenire.it/mondo/

***

Il reportage tra Giordania, Palestina e Gerusalemme di alcuni giovani amici vicentini tra cui il caro Dario.

nondallaguerra.it

 

http://www.nondallaguerra.it/i-nostri-articoli-2/

 

***

L’appello/denuncia di p. Alex Zanotelli del 15 aprile 2017

FERMIAMO I SIGNORI DELLA GUERRA

(fonte: ildialogo.org )

 

 

La conoscenza strumento di pace

 Per una nuova cittadinanza globale. La conoscenza strumento di pace

Fonte: Corriere.it

Un brano tratto dal saggio di Andrea Riccardi, «La forza disarmata della pace», sulla forza delle idee contro la guerra, uscito per Jaca Book il 16 marzo

Andrea Riccardi è uno storico, accademico, attivista e politico italiano, fondatore nel 1968 della Comunità di Sant’Egidio. Dal 16 novembre 2011 al 27 aprile 2013, Riccardi è stato chiamato a ricoprire l’incarico di Ministro per la Cooperazione internazionale e l’Integrazione nel governo tecnico del prof. Mario Monti.

Le guerre non sempre e non facilmente s’isolano in una determinata regione del mondo. C’è un contagio transnazionale dell’instabilità. La costruzione della pace in altri Paesi non è solo un impegno morale, ma alla fine è anche pensare in qualche modo alla propria sicurezza. Del resto l’impegno per la pace di un Paese e le missioni di pace danno dignità a uno Stato anche di fronte ai suoi cittadini.

Andrea Riccardi, «La forza disarmata della pace. Movimento, pensiero, cultura» (Jaca Book, pp. 72, euro 10, in libreria dal 16 marzo)

Andrea Riccardi, «La forza disarmata della pace. Movimento, pensiero, cultura» (Jaca Book, pp. 72, euro 10, in libreria dal 16 marzo)

Come agire di fronte a conflitti complessi, di fronte a ragioni e torti tanto interconnessi, a intrichi d’interessi, a storie contorte? E poi a che serve? Sono domande concrete, cui bisogna rispondere. In fondo, il movimento per la pace si è scoraggiato, non solo per le sue sconfitte di fronte alle decisioni di guerra, ma anche per la complicazione politica dei conflitti con cui si è misurato. Al tempo della Guerra fredda, si sapeva con chi stare, a seconda della propria collocazione politico-ideologica. Occorre riflettere sullo spaesamento del cittadino del mondo globale, che porta a un disinteresse dalle problematiche della pace. Come superare queste difficoltà?

Lo storico Andrea Riccardi (Roma, 1950)

Lo storico Andrea Riccardi (Roma, 1950)

Oggi, per vivere responsabilmente nel nostro mondo, dobbiamo saperne di più. Le semplificazioni ideologiche sono tramontate. La cultura, l’informazione e la politica a livello internazionale sono una necessità per abitare la globalizzazione. Ciò non significa divenire accademici o esperti, ma seguire il mondo nei suoi percorsi attuali, anche se un po’ complicati, non impossibili da comprendere, però, per la gente comune. La politica internazionale e la geopolitica devono rientrare nella cultura e nell’informazione quotidiana. Oggi, una cultura geopolitica è necessaria — come un po’ d’inglese quando si viaggia —, perché ci aiuta a interpretare le tante notizie che ci raggiungono ogni giorno, a essere meno disorientati, a prendere parte facendoci un’opinione.

Sapere, conoscere, discutere ha un grande valore e, alla fine, influenza anche le politiche di pace. Nel mondo globale, pochi (si pensi ai terroristi) possono creare gravi danni o conflitti, ma tutti — è una mia ferma convinzione — possono aiutare a fare la pace. Vi sono alcune esperienze in cui pochi, appassionati alla pace, sono diventati «pacificatori»: questo è avvenuto nel conflitto in Mozambico nel 1992. Non si tratta però di casi isolati. Non siamo condannati all’impotenza di fronte a un gioco più grande e più forte. È doveroso far sentire e far pesare le proprie opinioni sui destini di pace e di guerra.

Una società più attenta alle vicende del mondo è una garanzia contro le passioni nazionalistiche e le avventure bellicistiche, molto più di quel che si crede. È anche una garanzia nei confronti di decisioni prese da pochi per interessi non dichiarati, che però finiscono per coinvolgere popoli interi. Insomma, bisogna vigilare, anche se spesso — a fronte dei consessi internazionali o delle decisioni dei leader — si ha la sensazione di non contare o che il proprio Paese conti poco.

Una cultura di pace deve riprendere forza e, con essa, un movimento che sperimenti percorsi nuovi per una partecipazione più attiva ai grandi temi internazionali. Il mondo globale, con le sue smisurate dimensioni e le sue radicate connessioni, ha bisogno di persone dalla coscienza globale. La cultura della pace deve diventare una passione condivisa e un appuntamento rilevante nell’educazione delle giovani generazioni. Tutto questo, però, può maturare se cittadini consapevoli riprendono a parlare della pace in tutte le sedi. Donne e uomini consapevoli riprendono a seguire con interesse il mondo più vasto, al di là dei confini del proprio Paese.

Infatti, interessarsi della pace non è un fatto puntuale o emergenziale. Un tempo ci sono state grandi passioni ideologico-politiche, come l’europeismo, il terzomondismo, la solidarietà per i Paesi occidentali o quelli dell’Est, la decolonizzazione e via dicendo. Deve risorgere una passione civile per il mondo globale nei suoi vari aspetti. Perché questo mondo non è piatto o tutto uguale né privo di interesse: è anzi un insieme di storie e vicende, oggi più che mai annodate tra di loro, che costituiscono una storia comune. Il mondo globale non è solo un grande mercato, dominato da forze economiche che non si controllano, né uno scenario dove contano solo pochi poteri. Siamo parte di questa storia globale, che ha tanti attori, piccoli e grandi. E speriamo che questa storia si sviluppi in una prospettiva di pace, che è la migliore condizione possibile per l’umanità.

7 idee per fare pace in tempo di guerra

Dopo le stragi di Bruxelles

di Flavio Lotti

1. La morte non ci deve mai trovare indifferenti. Non importa chi sia la vittima, la sua nazionalità, la sua religione, il colore della sua pelle, il luogo dell’accadimento. Non possiamo piangere solamente le “nostre” vittime. Ogni vittima è un nostro fratello o una nostra sorella. Non abituiamoci mai all’orrore. L’abitudine nasconde la rassegnazione. L’abitudine e la rassegnazione alle stragi, alle uccisioni, alla morte, alla violenza ci tolgono la dignità e uccidono la nostra umanità.

2. Il problema che dobbiamo affrontare è complesso. Il che non significa che sia irrisolvibile. Ma (di fronte ad ogni problema complesso) dobbiamo rifiutare le semplificazioni. Le cose da fare per vincere il terrorismo sono molte e ci coinvolgono tutti, collettivamente e individualmente. Richiedono tempo, pazienza, conoscenza, determinazione, costanza. Serve un’accelerazione in tanti campi ma fuggiamo dallo slogan facile e da tutti quelli che puntano il dito e innalzano muri contro gli altri, l’Islam, gli islamici, i migranti, le donne e gli uomini in fuga dalla guerra e dal terrore…

3. Agire con intelligenza. La componente “militare” del terrorismo va combattuta, fermata, neutralizzata con l’intelligenza, le indagini di polizia, la collaborazione tra i servizi di sicurezza, la lotta alla criminalità e ai traffici di droga e di armi, i sistemi di prevenzione. Servono unità, volontà politica, condivisione, cooperazione e coordinamento delle informazioni, delle politiche, risorse economiche adeguate. Cosa vuol dire “siamo in guerra!”? Per questa “guerra” bombe e cacciabombardieri, missili e portaerei sono inutili e inutilizzabili. Ogni volta che li usiamo estendiamo e radicalizziamo le basi del terrorismo. Quindici anni di “guerra al terrorismo” hanno prodotto risultati disastrosi. Dobbiamo smettere di buttare i nostri soldi per fare cose sbagliate e inconcludenti. E’ ora di cambiare decisamente strada. Smettere di fare la guerra non è un moto di pace ma la vittoria del buon senso.

4. Fermare le guerre. Il terrorismo ha molte radici ma la storia ci dice che le guerre in corso lo alimentano. Per questo è nostro interesse lavorare attivamente per fermarle. La loro continuazione e proliferazione non solo allunga la scia dell’orrore e del dolore ma fomenta il terrorismo, lo foraggia, lo estende. Giustificare una guerra col pretesto della lotta al terrorismo è pura ipocrisia. Fermare le guerre è un dovere di tutti i responsabili della politica internazionale. E’ il primo passo di chi ha il dovere e la responsabilità di costruire pace e sicurezza. Per andare alle radici del problema occorre inoltre contrastare con fermezza i traffici legali e illegali delle armi e la loro produzione.

5. Disertare la guerra delle parole. Lo possiamo fare tutti. Le parole uccidono. Prima delle bombe le parole della guerra seminano il terrore, fomentano l’odio, distruggono la ragione. E’ urgente costruire un argine a quelli che speculano sulle paure e sull’indignazione dei cittadini, che vogliono sostituire il buonismo con la cattiveria, che approfondiscono le divisioni, creano nuovi nemici ed erigono sempre nuove barriere. In televisione, nel web, alla radio e sulla carta stampata chi vuole sinceramente la pace deve disertare la guerra delle parole. La grammatica della pace getta acqua sul fuoco della discordia, spegne le polemiche, isola i malvagi, unisce le donne e gli uomini onesti in un fronte comune.

6. Bonificare le periferie intossicate. Combattere la disoccupazione, sradicare la povertà, lottare contro l’esclusione sociale e l’emarginazione, ridurre le disuguaglianze, promuovere il riconoscimento delle diversità, il dialogo interculturale e interreligioso, favorire l’integrazione, educare alla cittadinanza globale, alla solidarietà e all’accoglienza devono essere tra le priorità di chi vuole sradicare il terrorismo dalle nostre città, dall’Europa e dal mondo intero. Il radicalismo si nutre del malessere sociale, economico e morale, dell’ignoranza e dei fenomeni di esclusione dilaganti. Le politiche sociali, culturali ed educative sono strumenti essenziali di una efficace strategia di lotta al terrorismo.

7. Vincere il male con il bene. Non è una sciocca utopia. E’ la via più concreta, costruttiva ed efficace per uscire dal circolo vizioso del male. Il male non conosce limiti né confini. L’illusione di poterlo sconfiggere con gli stessi mezzi alimenta una escalation di violenza senza fine, limiti e confini. Alla teoria della guerra infinita noi dobbiamo contrapporre la volontà di disertare la guerra ovvero la volontà di interrompere la spirale del terrore per non venire stritolati. Con lucida consapevolezza dobbiamo constatare che la violenza non risolve mai i problemi ma li aggrava. Vincere il male con il bene richiede un lungo e impegnativo lavoro a tutti i livelli, esige una larga assunzione di responsabilità e la ricerca costante del bene comune. La violenza divide. La ricerca del bene comune unisce. La violenza paralizza. La ricerca del bene comune mobilita.

Flavio Lotti | Coordinatore Tavola della pace| Perugia, 25 marzo 2016
Tavola della pace |segreteria@perlapace.it | www.perlapace.it

Sulla fiera HIT SHOW

Già l’anno scorso ho scritto (qui) criticando questa fiera. Leggendo stamattina le notizie che ieri, nell’edizione di quest’anno, c’è stato un afflusso enorme di visitatori, tanto da mandare in collasso tutto il traffico cittadino della zona della fiera e del casello autostradale di Vicenza ovest, sono stato preso dallo sconforto. Pubblico quindi la nota della pastorale sociale del lavoro e altre associazioni vicentine. FM.

Lettera aperta ai cittadini di Vicenza (e non solo!)

Il 13-15 febbraio si terrà alla Fiera di Vicenza una mostra dal titolo “HIT SHOW 2016”, che esporrà armi per attività sportive e per difesa personale.

Sentiamo il dovere di riflettere su alcuni aspetti:

  • una mostra di questo tipo, promuovendo una serie di sport e “giochi di guerra” di fatto finisce per ingenerare confusione rischiando di legittimare una cultura della violenza

  • la mostra non è riservata solo a chi opera nel settore, ma è aperta a quanti la vorranno visitare;

  • quello che ci preoccupa è che la mostra sarà aperta anche ai minori, seppure “accompagnati”;

  • sembra prevalere una logica di mercato che giustifica il business senza alcuna preoccupazione etica. “I minori di oggi sono potenziali acquirenti di domani”: questo insegnano le regole delle pubblicità.

Come cittadini, genitori, educatori ci chiediamo:

  • è questo che vogliamo proporre alle future generazioni?

  • vogliamo davvero formare i nostri ragazzi proponendo loro un’identità che vede il possesso di un’arma come forma di sicurezza e di difesa?

Noi crediamo all’importanza di educare ad una “vita buona” e alla nonviolenza, ad una vita che punti sulla relazione positiva con l’altro.

Questa rassegna HIT (HUNTING & TARGET SPORTS INDIVIDUAL PROTECTION) potrebbe essere un’occasione per riflettere sul tipo di società che vogliamo costruire e sui valori che dobbiamo affermare.

Pensiamo ad una città in cui i conflitti vengono risolti pacificamente, col dialogo, le relazioni costruttive, l’apertura verso l’altro, che non va mai visto come un nemico. Operare e sognare un mondo, dove ognuno si senta a casa propria!

Vicenza 6 febbraio 2016

Commissione Diocesana per la Pastorale Sociale: Lavoro, Giustizia, Pace, Custodia del Creato– Associazione Spazio Aperto – Associazione Ossidiana, Centro Culturale e di Espressione – CGIL Vicenza- Circolo LEGAMBIENTE Vicenza – Associazione Civica Vicenza Capoluogo – Associazione Presenza Donna – Movimento Nonviolento – Coordinamento Comitati cittadini – Casa per la Pace – Gruppo Sud/Nord Araceli- M.I.R/IFOR Nazionale e di Vicenza – Azione Cattolica Vicentina –

Parigi etc…

Ciao a tutti e tutte,
conosco la frustrazione di essere dentro a fatti di cronaca, ad eventi epocali che segnano la storia, difficilmente decifrabili nella loro complessità, e non aver tempo ed energie per poter leggere, approfondire, distinguere ciò che val la pena di leggere/ascoltare/capire da ciò che va trascurato. Il lavoro a scuola nelle scorse settimana mi ha imposto un impegno di lettura complessiva, di analisi e filtro. Con questo messaggio (comunque lungo e che può sembrare un’aggiunta inutile all’ondata di informazioni di cui siamo invasi) spero di fare un minimo di servizio proponendo alcuni dei materiali che ritengo, anche in tutta la loro limitattezza di natura divulgativa, un punto base per una lettura più pensosa e riflessiva di quanto stiamo vivendo.

Il “minimo” sindacale:

Crozza: Je suis un cretin totalment brancolant dans la nuit

(Anche se Crozza come comico non mi esalta in questo pezzo mi piace molto, soprattutto sul sentirsi dei cretini brancolanti nel buio, con poche certezze e tanta compassione per ogni barbarie)

Quello che ho letto in quasi tutte le classi:
http://www.bocchescucite.org/enrico-galiano-e-voi-voi-non-ci-cascate/
(per chi ha FB:  https://www.facebook.com/enrico.galiano/posts/10208120611001169 )

Altra bella lettera lucida e penetrante:
http://www.repubblica.it/cronaca/2015/11/23/news/_io_musulmana_e_italiana_dico_ai_terroristi_non_ci_avrete_mai_-127956124/

Un video sulla complessa situazione della Siria:

per approfondire (su indicazioni del prof. Dalla Costa…):

(altro…)

PACE in BICI

Oggi Nagasaki si è raccolta in un minuto di silenzio in ricordo delle vittime e della tragedia della bomba atomica, sganciata 70 anni fa dagli Usa, alle 11.02 del 9 agosto del 1945, tre giorni dopo quella su Hiroshima.

Di seguito una foto del passaggio a Vicenza dell’iniziativa Pace in bici arrivata oggi ad Aviano (PN).

PACE in BICI - VICENZA | 6 AGOSTO 2015 | foto F. Maule

PACE in BICI – VICENZA | 6 AGOSTO 2015 | foto F. Maule

…a 70 anni dalla tragedia di Hiroshima e Nagasaki

Hiroshima e Nagasaki | 6 – 9 agosto 1945

Pace in Bici 2015

“La mia speranza è che si possa riparare a un terribile errore del passato, eliminando dalla nostra storia le guerre e le armi nucleari che possono distruggere l’umanità intera.”
Seiko Ikeda, sopravvissuta alla bomba di Hiroshima, sganciata il 6 agosto 1945, alle 8.15 del mattino.

pace-in-bici-xSono passati 70 anni ma, nonostante le speranze della maggioranza delle donne e degli uomini della terra, il momento in cui tutte le armi nucleari saranno eliminate dal pianeta non sembra avvicinarsi.

Gli arsenali nucleari continuano a rimanere un pericolo-ricatto per l’umanità intera. L’unica certezza è che crescono sempre più le iniziative della società civile. Secondol’intuizione del visionario Sindaco di Firenze, Giorgio La Pira, le Città hanno una vocazione che viene dalla consapevolezza e dalla pratica della risoluzione dei problemi dei cittadini e dei conflitti senza l’uso delle armi.
Per questo sono sempre di più i sindaci che aderiscono all’iniziativa del sindaco di Hiroshima, Mayors for Peace, unendo tutte le energie per costruire una grande alleanza contro le atomiche. Hiroshima e Nagasaki per noi non è solo
memoria, ma è l’attualità di un impegno per arrivare insieme ad un trattato
internazionale che metta al bando tutte le armi nucleari.
Per un mondo libero da armi nucleari.
Sono passati 70 anni, ma nonostante le speranze della cara Seiko, e della stragrande maggioranza delle donne e degli uomini della terra, il momento in cui tutte le armi nucleari saranno eliminate dal pianeta non sembra avvicinarsi.
Come ogni anno, anche in questo settantesimo anniversario della distruzione di Hiroshima e Nagasaki, l’associazione Beati i costruttori di pace organizza l’iniziativa Pace in Bici
> per ricordare che la messa al bando delle armi nucleari dipende molto dall’impegno delle popolazioni,
> per informarci sulle più recenti campagne da sostenere per realizzare il disarmo nucleare,
> per promuovere l’adesione degli Enti Locali a Mayors for Peace –  Sindaci per la Pace,
> per raccogliere adesioni alla Solenne Promessa, per firmare una lettera di solidarietà alpopolo della Isole Marshall, per ascoltare testimonianze e  condividere appelli per un mondo libero da armi nucleari …
Il programma dei prossimi giorni a Vicenza e provincia:
GIOVEDÌ 6 AGOSTO
anniversario di Hiroshima Mantova, Piazza Mantegna
Ore 8.45, partenza di Pace in Bici. Castel D’Ario (MN), Bonferraro (VR), Nogara, Sanguinetto, Cerea . Legnago (VR), ore 12, incontro nel Comune. A seguire, sosta pranzo. Legnago – Cologna – Lonigo (VI) – Brendola – Alte di Montecchio Maggiore, accoglienza in Piazza San Paolo; Palestra Vita: cena, incontro associazioni,  pernottamento.
VENERDÌ 7 AGOSTO
Partenza da Alte di Montecchio Maggiore, ore 8.00. Longare (VI), incontro con Gruppo Presenza Longare e Amministrazione comunale, ore 9.30.images

Siria: il dovere di sognare la pace

220 mila vittime, 4 milioni di profughi, moltissimi sfollati: la più grave crisi umanitaria del nostro tempo prosegue ormai da 1.400 giorni. Non possiamo farla sparire dalla polverosa lavagna del nostro immaginario: deve invece diventare un dolore di tutti

di Paolo Lepri

Corriere della Sera – Venerdì 13 marzo 2015 – pagina 27.

 Il poeta siriano Adonis, che vive in esilio a Parigi dagli anni Ottanta, racconta di sognare ogni notte Damasco. Facciamolo anche noi. Non è difficile, perché i sogni possono venire invocati e aspettati prima che il sonno arrivi ad addormentare i pensieri. Ci servirà a non dimenticare la Siria. La peggiore crisi umanitaria del nostro tempo — come recita un sinistro ritornello che rimane molto spesso inascoltato — non deve essere cancellata nemmeno per un attimo dalla polverosa lavagna del nostro immaginario. Per nessuna ragione, in nessun momento. Questa feroce ingiustizia del mondo deve diventare un dolore di tutti.

In quattro anni di conflitto hanno perso la vita 220.000 persone, mentre quasi quattro milioni di profughi sono fuggiti in Turchia, Libano, Giordania, Iraq ed Egitto e non hanno nessuna speranza di tornare a casa. «Molti rifugiati vivono in condizioni disumane. Dopo anni di esilio hanno esaurito i loro risparmi e molti cercano di sopravvivere con l’accattonaggio, la prostituzione o attraverso il lavoro minorile», ha ricordato ieri l’alto commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, il portoghese Antonio Guterres.

Ancora più alto è il numero degli sfollati. Decine di migliaia di persone si trovano in trappola nelle zone dove infuriano i combattimenti o sono sottomesse alla follia criminale dei guerriglieri che sventolano le bandiere nere dell’Isis nei territori da loro controllati. Il buio si estende come una macchia, alimentata da sempre nuovo sangue. Tutto è cominciato nel marzo 2011. La repressione della rivolta contro il regime di Assad si è poi trasformata in una guerra civile che ha smembrato il Paese e ha permesso all’estremismo islamico di combattere la sua terribile battaglia.

Sognare Damasco è possibile, anche per chi non ha mai visto la luce arrivare all’alba sulla città lasciando in una penombra provvisoria e magica il monte Qasioun, che la domina quasi come una quinta di cartapesta, da cui le forze di Assad lanciarono nell’estate del 2013 razzi armati di testate chimiche, come accertarono gli esperti dell’Onu. Ma quale Damasco dobbiamo sognare? Non certo la capitale di un regime autoritario che è stato per anni il principale avamposto mediorientale del mondo diviso in blocchi, con i poliziotti senza divisa e le spie che affollavano gli alberghi frequentati dagli occidentali e dall’élite politico- economica locale. La Damasco che vorremmo è una città colta, animata dalla sua eccezionale e millenaria storia, dove la primavera araba sarebbe potuta diventare una vera rivoluzione se il regime non avesse approfittato di una impunità prolungatasi per troppo tempo e non avesse potuto servirsi di un apparato militare consolidato nell’indifferenza generale. Un’utopia? Forse. Ma è vero anche che la comunità internazionale ha il dovere, e il diritto, di aiutare a governare i processi di cambiamento cercando di individuare gli scenari da costruire. Come non ha fatto in questo caso. Come non ha fatto purtroppo, per citare un altro esempio, nella Libia del colonnello Gheddafi.

Le luci invece si sono spente, la gente si è assuefatta alla morte. Le immagini della distruzione di Aleppo, una delle più antiche città del mondo abitate senza interruzione nel corso dei secoli, sembrano provenire da un manuale sulle rovine che provoca la guerra. Una metà è controllata dalle forze governative, l’altra dall’opposizione armata. I palazzi sono sventrati dalle bombe, mancano l’elettricità e l’acqua corrente, la popolazione è quasi interamente fuggita. L’obiettivo della diplomazia internazionale è attualmente solo quello di «congelare» i combattimenti e di riavviare un processo interrotto. Ma il tempo stringe e le speranze di una soluzione sono scarse. Intanto la Siria scompare. E i sogni rischiano di trasformarsi in incubi.

Paolo Lepri