Pace

La conoscenza strumento di pace

 Per una nuova cittadinanza globale. La conoscenza strumento di pace

Fonte: Corriere.it

Un brano tratto dal saggio di Andrea Riccardi, «La forza disarmata della pace», sulla forza delle idee contro la guerra, uscito per Jaca Book il 16 marzo

Andrea Riccardi è uno storico, accademico, attivista e politico italiano, fondatore nel 1968 della Comunità di Sant’Egidio. Dal 16 novembre 2011 al 27 aprile 2013, Riccardi è stato chiamato a ricoprire l’incarico di Ministro per la Cooperazione internazionale e l’Integrazione nel governo tecnico del prof. Mario Monti.

Le guerre non sempre e non facilmente s’isolano in una determinata regione del mondo. C’è un contagio transnazionale dell’instabilità. La costruzione della pace in altri Paesi non è solo un impegno morale, ma alla fine è anche pensare in qualche modo alla propria sicurezza. Del resto l’impegno per la pace di un Paese e le missioni di pace danno dignità a uno Stato anche di fronte ai suoi cittadini.

Andrea Riccardi, «La forza disarmata della pace. Movimento, pensiero, cultura» (Jaca Book, pp. 72, euro 10, in libreria dal 16 marzo)

Andrea Riccardi, «La forza disarmata della pace. Movimento, pensiero, cultura» (Jaca Book, pp. 72, euro 10, in libreria dal 16 marzo)

Come agire di fronte a conflitti complessi, di fronte a ragioni e torti tanto interconnessi, a intrichi d’interessi, a storie contorte? E poi a che serve? Sono domande concrete, cui bisogna rispondere. In fondo, il movimento per la pace si è scoraggiato, non solo per le sue sconfitte di fronte alle decisioni di guerra, ma anche per la complicazione politica dei conflitti con cui si è misurato. Al tempo della Guerra fredda, si sapeva con chi stare, a seconda della propria collocazione politico-ideologica. Occorre riflettere sullo spaesamento del cittadino del mondo globale, che porta a un disinteresse dalle problematiche della pace. Come superare queste difficoltà?

Lo storico Andrea Riccardi (Roma, 1950)

Lo storico Andrea Riccardi (Roma, 1950)

Oggi, per vivere responsabilmente nel nostro mondo, dobbiamo saperne di più. Le semplificazioni ideologiche sono tramontate. La cultura, l’informazione e la politica a livello internazionale sono una necessità per abitare la globalizzazione. Ciò non significa divenire accademici o esperti, ma seguire il mondo nei suoi percorsi attuali, anche se un po’ complicati, non impossibili da comprendere, però, per la gente comune. La politica internazionale e la geopolitica devono rientrare nella cultura e nell’informazione quotidiana. Oggi, una cultura geopolitica è necessaria — come un po’ d’inglese quando si viaggia —, perché ci aiuta a interpretare le tante notizie che ci raggiungono ogni giorno, a essere meno disorientati, a prendere parte facendoci un’opinione.

Sapere, conoscere, discutere ha un grande valore e, alla fine, influenza anche le politiche di pace. Nel mondo globale, pochi (si pensi ai terroristi) possono creare gravi danni o conflitti, ma tutti — è una mia ferma convinzione — possono aiutare a fare la pace. Vi sono alcune esperienze in cui pochi, appassionati alla pace, sono diventati «pacificatori»: questo è avvenuto nel conflitto in Mozambico nel 1992. Non si tratta però di casi isolati. Non siamo condannati all’impotenza di fronte a un gioco più grande e più forte. È doveroso far sentire e far pesare le proprie opinioni sui destini di pace e di guerra.

Una società più attenta alle vicende del mondo è una garanzia contro le passioni nazionalistiche e le avventure bellicistiche, molto più di quel che si crede. È anche una garanzia nei confronti di decisioni prese da pochi per interessi non dichiarati, che però finiscono per coinvolgere popoli interi. Insomma, bisogna vigilare, anche se spesso — a fronte dei consessi internazionali o delle decisioni dei leader — si ha la sensazione di non contare o che il proprio Paese conti poco.

Una cultura di pace deve riprendere forza e, con essa, un movimento che sperimenti percorsi nuovi per una partecipazione più attiva ai grandi temi internazionali. Il mondo globale, con le sue smisurate dimensioni e le sue radicate connessioni, ha bisogno di persone dalla coscienza globale. La cultura della pace deve diventare una passione condivisa e un appuntamento rilevante nell’educazione delle giovani generazioni. Tutto questo, però, può maturare se cittadini consapevoli riprendono a parlare della pace in tutte le sedi. Donne e uomini consapevoli riprendono a seguire con interesse il mondo più vasto, al di là dei confini del proprio Paese.

Infatti, interessarsi della pace non è un fatto puntuale o emergenziale. Un tempo ci sono state grandi passioni ideologico-politiche, come l’europeismo, il terzomondismo, la solidarietà per i Paesi occidentali o quelli dell’Est, la decolonizzazione e via dicendo. Deve risorgere una passione civile per il mondo globale nei suoi vari aspetti. Perché questo mondo non è piatto o tutto uguale né privo di interesse: è anzi un insieme di storie e vicende, oggi più che mai annodate tra di loro, che costituiscono una storia comune. Il mondo globale non è solo un grande mercato, dominato da forze economiche che non si controllano, né uno scenario dove contano solo pochi poteri. Siamo parte di questa storia globale, che ha tanti attori, piccoli e grandi. E speriamo che questa storia si sviluppi in una prospettiva di pace, che è la migliore condizione possibile per l’umanità.

7 idee per fare pace in tempo di guerra

Dopo le stragi di Bruxelles

di Flavio Lotti

1. La morte non ci deve mai trovare indifferenti. Non importa chi sia la vittima, la sua nazionalità, la sua religione, il colore della sua pelle, il luogo dell’accadimento. Non possiamo piangere solamente le “nostre” vittime. Ogni vittima è un nostro fratello o una nostra sorella. Non abituiamoci mai all’orrore. L’abitudine nasconde la rassegnazione. L’abitudine e la rassegnazione alle stragi, alle uccisioni, alla morte, alla violenza ci tolgono la dignità e uccidono la nostra umanità.

2. Il problema che dobbiamo affrontare è complesso. Il che non significa che sia irrisolvibile. Ma (di fronte ad ogni problema complesso) dobbiamo rifiutare le semplificazioni. Le cose da fare per vincere il terrorismo sono molte e ci coinvolgono tutti, collettivamente e individualmente. Richiedono tempo, pazienza, conoscenza, determinazione, costanza. Serve un’accelerazione in tanti campi ma fuggiamo dallo slogan facile e da tutti quelli che puntano il dito e innalzano muri contro gli altri, l’Islam, gli islamici, i migranti, le donne e gli uomini in fuga dalla guerra e dal terrore…

3. Agire con intelligenza. La componente “militare” del terrorismo va combattuta, fermata, neutralizzata con l’intelligenza, le indagini di polizia, la collaborazione tra i servizi di sicurezza, la lotta alla criminalità e ai traffici di droga e di armi, i sistemi di prevenzione. Servono unità, volontà politica, condivisione, cooperazione e coordinamento delle informazioni, delle politiche, risorse economiche adeguate. Cosa vuol dire “siamo in guerra!”? Per questa “guerra” bombe e cacciabombardieri, missili e portaerei sono inutili e inutilizzabili. Ogni volta che li usiamo estendiamo e radicalizziamo le basi del terrorismo. Quindici anni di “guerra al terrorismo” hanno prodotto risultati disastrosi. Dobbiamo smettere di buttare i nostri soldi per fare cose sbagliate e inconcludenti. E’ ora di cambiare decisamente strada. Smettere di fare la guerra non è un moto di pace ma la vittoria del buon senso.

4. Fermare le guerre. Il terrorismo ha molte radici ma la storia ci dice che le guerre in corso lo alimentano. Per questo è nostro interesse lavorare attivamente per fermarle. La loro continuazione e proliferazione non solo allunga la scia dell’orrore e del dolore ma fomenta il terrorismo, lo foraggia, lo estende. Giustificare una guerra col pretesto della lotta al terrorismo è pura ipocrisia. Fermare le guerre è un dovere di tutti i responsabili della politica internazionale. E’ il primo passo di chi ha il dovere e la responsabilità di costruire pace e sicurezza. Per andare alle radici del problema occorre inoltre contrastare con fermezza i traffici legali e illegali delle armi e la loro produzione.

5. Disertare la guerra delle parole. Lo possiamo fare tutti. Le parole uccidono. Prima delle bombe le parole della guerra seminano il terrore, fomentano l’odio, distruggono la ragione. E’ urgente costruire un argine a quelli che speculano sulle paure e sull’indignazione dei cittadini, che vogliono sostituire il buonismo con la cattiveria, che approfondiscono le divisioni, creano nuovi nemici ed erigono sempre nuove barriere. In televisione, nel web, alla radio e sulla carta stampata chi vuole sinceramente la pace deve disertare la guerra delle parole. La grammatica della pace getta acqua sul fuoco della discordia, spegne le polemiche, isola i malvagi, unisce le donne e gli uomini onesti in un fronte comune.

6. Bonificare le periferie intossicate. Combattere la disoccupazione, sradicare la povertà, lottare contro l’esclusione sociale e l’emarginazione, ridurre le disuguaglianze, promuovere il riconoscimento delle diversità, il dialogo interculturale e interreligioso, favorire l’integrazione, educare alla cittadinanza globale, alla solidarietà e all’accoglienza devono essere tra le priorità di chi vuole sradicare il terrorismo dalle nostre città, dall’Europa e dal mondo intero. Il radicalismo si nutre del malessere sociale, economico e morale, dell’ignoranza e dei fenomeni di esclusione dilaganti. Le politiche sociali, culturali ed educative sono strumenti essenziali di una efficace strategia di lotta al terrorismo.

7. Vincere il male con il bene. Non è una sciocca utopia. E’ la via più concreta, costruttiva ed efficace per uscire dal circolo vizioso del male. Il male non conosce limiti né confini. L’illusione di poterlo sconfiggere con gli stessi mezzi alimenta una escalation di violenza senza fine, limiti e confini. Alla teoria della guerra infinita noi dobbiamo contrapporre la volontà di disertare la guerra ovvero la volontà di interrompere la spirale del terrore per non venire stritolati. Con lucida consapevolezza dobbiamo constatare che la violenza non risolve mai i problemi ma li aggrava. Vincere il male con il bene richiede un lungo e impegnativo lavoro a tutti i livelli, esige una larga assunzione di responsabilità e la ricerca costante del bene comune. La violenza divide. La ricerca del bene comune unisce. La violenza paralizza. La ricerca del bene comune mobilita.

Flavio Lotti | Coordinatore Tavola della pace| Perugia, 25 marzo 2016
Tavola della pace |segreteria@perlapace.it | www.perlapace.it

Sulla fiera HIT SHOW

Già l’anno scorso ho scritto (qui) criticando questa fiera. Leggendo stamattina le notizie che ieri, nell’edizione di quest’anno, c’è stato un afflusso enorme di visitatori, tanto da mandare in collasso tutto il traffico cittadino della zona della fiera e del casello autostradale di Vicenza ovest, sono stato preso dallo sconforto. Pubblico quindi la nota della pastorale sociale del lavoro e altre associazioni vicentine. FM.

Lettera aperta ai cittadini di Vicenza (e non solo!)

Il 13-15 febbraio si terrà alla Fiera di Vicenza una mostra dal titolo “HIT SHOW 2016”, che esporrà armi per attività sportive e per difesa personale.

Sentiamo il dovere di riflettere su alcuni aspetti:

  • una mostra di questo tipo, promuovendo una serie di sport e “giochi di guerra” di fatto finisce per ingenerare confusione rischiando di legittimare una cultura della violenza

  • la mostra non è riservata solo a chi opera nel settore, ma è aperta a quanti la vorranno visitare;

  • quello che ci preoccupa è che la mostra sarà aperta anche ai minori, seppure “accompagnati”;

  • sembra prevalere una logica di mercato che giustifica il business senza alcuna preoccupazione etica. “I minori di oggi sono potenziali acquirenti di domani”: questo insegnano le regole delle pubblicità.

Come cittadini, genitori, educatori ci chiediamo:

  • è questo che vogliamo proporre alle future generazioni?

  • vogliamo davvero formare i nostri ragazzi proponendo loro un’identità che vede il possesso di un’arma come forma di sicurezza e di difesa?

Noi crediamo all’importanza di educare ad una “vita buona” e alla nonviolenza, ad una vita che punti sulla relazione positiva con l’altro.

Questa rassegna HIT (HUNTING & TARGET SPORTS INDIVIDUAL PROTECTION) potrebbe essere un’occasione per riflettere sul tipo di società che vogliamo costruire e sui valori che dobbiamo affermare.

Pensiamo ad una città in cui i conflitti vengono risolti pacificamente, col dialogo, le relazioni costruttive, l’apertura verso l’altro, che non va mai visto come un nemico. Operare e sognare un mondo, dove ognuno si senta a casa propria!

Vicenza 6 febbraio 2016

Commissione Diocesana per la Pastorale Sociale: Lavoro, Giustizia, Pace, Custodia del Creato– Associazione Spazio Aperto – Associazione Ossidiana, Centro Culturale e di Espressione – CGIL Vicenza- Circolo LEGAMBIENTE Vicenza – Associazione Civica Vicenza Capoluogo – Associazione Presenza Donna – Movimento Nonviolento – Coordinamento Comitati cittadini – Casa per la Pace – Gruppo Sud/Nord Araceli- M.I.R/IFOR Nazionale e di Vicenza – Azione Cattolica Vicentina –

Parigi etc…

Ciao a tutti e tutte,
conosco la frustrazione di essere dentro a fatti di cronaca, ad eventi epocali che segnano la storia, difficilmente decifrabili nella loro complessità, e non aver tempo ed energie per poter leggere, approfondire, distinguere ciò che val la pena di leggere/ascoltare/capire da ciò che va trascurato. Il lavoro a scuola nelle scorse settimana mi ha imposto un impegno di lettura complessiva, di analisi e filtro. Con questo messaggio (comunque lungo e che può sembrare un’aggiunta inutile all’ondata di informazioni di cui siamo invasi) spero di fare un minimo di servizio proponendo alcuni dei materiali che ritengo, anche in tutta la loro limitattezza di natura divulgativa, un punto base per una lettura più pensosa e riflessiva di quanto stiamo vivendo.

Il “minimo” sindacale:

Crozza: Je suis un cretin totalment brancolant dans la nuit

(Anche se Crozza come comico non mi esalta in questo pezzo mi piace molto, soprattutto sul sentirsi dei cretini brancolanti nel buio, con poche certezze e tanta compassione per ogni barbarie)

Quello che ho letto in quasi tutte le classi:
http://www.bocchescucite.org/enrico-galiano-e-voi-voi-non-ci-cascate/
(per chi ha FB:  https://www.facebook.com/enrico.galiano/posts/10208120611001169 )

Altra bella lettera lucida e penetrante:
http://www.repubblica.it/cronaca/2015/11/23/news/_io_musulmana_e_italiana_dico_ai_terroristi_non_ci_avrete_mai_-127956124/

Un video sulla complessa situazione della Siria:

per approfondire (su indicazioni del prof. Dalla Costa…):

(altro…)

PACE in BICI

Oggi Nagasaki si è raccolta in un minuto di silenzio in ricordo delle vittime e della tragedia della bomba atomica, sganciata 70 anni fa dagli Usa, alle 11.02 del 9 agosto del 1945, tre giorni dopo quella su Hiroshima.

Di seguito una foto del passaggio a Vicenza dell’iniziativa Pace in bici arrivata oggi ad Aviano (PN).

PACE in BICI - VICENZA | 6 AGOSTO 2015 | foto F. Maule

PACE in BICI – VICENZA | 6 AGOSTO 2015 | foto F. Maule

…a 70 anni dalla tragedia di Hiroshima e Nagasaki

Hiroshima e Nagasaki | 6 – 9 agosto 1945

Pace in Bici 2015

“La mia speranza è che si possa riparare a un terribile errore del passato, eliminando dalla nostra storia le guerre e le armi nucleari che possono distruggere l’umanità intera.”
Seiko Ikeda, sopravvissuta alla bomba di Hiroshima, sganciata il 6 agosto 1945, alle 8.15 del mattino.

pace-in-bici-xSono passati 70 anni ma, nonostante le speranze della maggioranza delle donne e degli uomini della terra, il momento in cui tutte le armi nucleari saranno eliminate dal pianeta non sembra avvicinarsi.

Gli arsenali nucleari continuano a rimanere un pericolo-ricatto per l’umanità intera. L’unica certezza è che crescono sempre più le iniziative della società civile. Secondol’intuizione del visionario Sindaco di Firenze, Giorgio La Pira, le Città hanno una vocazione che viene dalla consapevolezza e dalla pratica della risoluzione dei problemi dei cittadini e dei conflitti senza l’uso delle armi.
Per questo sono sempre di più i sindaci che aderiscono all’iniziativa del sindaco di Hiroshima, Mayors for Peace, unendo tutte le energie per costruire una grande alleanza contro le atomiche. Hiroshima e Nagasaki per noi non è solo
memoria, ma è l’attualità di un impegno per arrivare insieme ad un trattato
internazionale che metta al bando tutte le armi nucleari.
Per un mondo libero da armi nucleari.
Sono passati 70 anni, ma nonostante le speranze della cara Seiko, e della stragrande maggioranza delle donne e degli uomini della terra, il momento in cui tutte le armi nucleari saranno eliminate dal pianeta non sembra avvicinarsi.
Come ogni anno, anche in questo settantesimo anniversario della distruzione di Hiroshima e Nagasaki, l’associazione Beati i costruttori di pace organizza l’iniziativa Pace in Bici
> per ricordare che la messa al bando delle armi nucleari dipende molto dall’impegno delle popolazioni,
> per informarci sulle più recenti campagne da sostenere per realizzare il disarmo nucleare,
> per promuovere l’adesione degli Enti Locali a Mayors for Peace –  Sindaci per la Pace,
> per raccogliere adesioni alla Solenne Promessa, per firmare una lettera di solidarietà alpopolo della Isole Marshall, per ascoltare testimonianze e  condividere appelli per un mondo libero da armi nucleari …
Il programma dei prossimi giorni a Vicenza e provincia:
GIOVEDÌ 6 AGOSTO
anniversario di Hiroshima Mantova, Piazza Mantegna
Ore 8.45, partenza di Pace in Bici. Castel D’Ario (MN), Bonferraro (VR), Nogara, Sanguinetto, Cerea . Legnago (VR), ore 12, incontro nel Comune. A seguire, sosta pranzo. Legnago – Cologna – Lonigo (VI) – Brendola – Alte di Montecchio Maggiore, accoglienza in Piazza San Paolo; Palestra Vita: cena, incontro associazioni,  pernottamento.
VENERDÌ 7 AGOSTO
Partenza da Alte di Montecchio Maggiore, ore 8.00. Longare (VI), incontro con Gruppo Presenza Longare e Amministrazione comunale, ore 9.30.images

Siria: il dovere di sognare la pace

220 mila vittime, 4 milioni di profughi, moltissimi sfollati: la più grave crisi umanitaria del nostro tempo prosegue ormai da 1.400 giorni. Non possiamo farla sparire dalla polverosa lavagna del nostro immaginario: deve invece diventare un dolore di tutti

di Paolo Lepri

Corriere della Sera – Venerdì 13 marzo 2015 – pagina 27.

 Il poeta siriano Adonis, che vive in esilio a Parigi dagli anni Ottanta, racconta di sognare ogni notte Damasco. Facciamolo anche noi. Non è difficile, perché i sogni possono venire invocati e aspettati prima che il sonno arrivi ad addormentare i pensieri. Ci servirà a non dimenticare la Siria. La peggiore crisi umanitaria del nostro tempo — come recita un sinistro ritornello che rimane molto spesso inascoltato — non deve essere cancellata nemmeno per un attimo dalla polverosa lavagna del nostro immaginario. Per nessuna ragione, in nessun momento. Questa feroce ingiustizia del mondo deve diventare un dolore di tutti.

In quattro anni di conflitto hanno perso la vita 220.000 persone, mentre quasi quattro milioni di profughi sono fuggiti in Turchia, Libano, Giordania, Iraq ed Egitto e non hanno nessuna speranza di tornare a casa. «Molti rifugiati vivono in condizioni disumane. Dopo anni di esilio hanno esaurito i loro risparmi e molti cercano di sopravvivere con l’accattonaggio, la prostituzione o attraverso il lavoro minorile», ha ricordato ieri l’alto commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, il portoghese Antonio Guterres.

Ancora più alto è il numero degli sfollati. Decine di migliaia di persone si trovano in trappola nelle zone dove infuriano i combattimenti o sono sottomesse alla follia criminale dei guerriglieri che sventolano le bandiere nere dell’Isis nei territori da loro controllati. Il buio si estende come una macchia, alimentata da sempre nuovo sangue. Tutto è cominciato nel marzo 2011. La repressione della rivolta contro il regime di Assad si è poi trasformata in una guerra civile che ha smembrato il Paese e ha permesso all’estremismo islamico di combattere la sua terribile battaglia.

Sognare Damasco è possibile, anche per chi non ha mai visto la luce arrivare all’alba sulla città lasciando in una penombra provvisoria e magica il monte Qasioun, che la domina quasi come una quinta di cartapesta, da cui le forze di Assad lanciarono nell’estate del 2013 razzi armati di testate chimiche, come accertarono gli esperti dell’Onu. Ma quale Damasco dobbiamo sognare? Non certo la capitale di un regime autoritario che è stato per anni il principale avamposto mediorientale del mondo diviso in blocchi, con i poliziotti senza divisa e le spie che affollavano gli alberghi frequentati dagli occidentali e dall’élite politico- economica locale. La Damasco che vorremmo è una città colta, animata dalla sua eccezionale e millenaria storia, dove la primavera araba sarebbe potuta diventare una vera rivoluzione se il regime non avesse approfittato di una impunità prolungatasi per troppo tempo e non avesse potuto servirsi di un apparato militare consolidato nell’indifferenza generale. Un’utopia? Forse. Ma è vero anche che la comunità internazionale ha il dovere, e il diritto, di aiutare a governare i processi di cambiamento cercando di individuare gli scenari da costruire. Come non ha fatto in questo caso. Come non ha fatto purtroppo, per citare un altro esempio, nella Libia del colonnello Gheddafi.

Le luci invece si sono spente, la gente si è assuefatta alla morte. Le immagini della distruzione di Aleppo, una delle più antiche città del mondo abitate senza interruzione nel corso dei secoli, sembrano provenire da un manuale sulle rovine che provoca la guerra. Una metà è controllata dalle forze governative, l’altra dall’opposizione armata. I palazzi sono sventrati dalle bombe, mancano l’elettricità e l’acqua corrente, la popolazione è quasi interamente fuggita. L’obiettivo della diplomazia internazionale è attualmente solo quello di «congelare» i combattimenti e di riavviare un processo interrotto. Ma il tempo stringe e le speranze di una soluzione sono scarse. Intanto la Siria scompare. E i sogni rischiano di trasformarsi in incubi.

Paolo Lepri

filastrocca del Natale

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Ritorna ogni anno, arriva puntuale
con il suo sacco Babbo Natale:
nel vecchio sacco ogni anno trovi
tesori vecchi e tesori nuovi.

C’e’ l’orsacchiotto giallo di stoffa,
che ballonzola con aria goffa;
c’e’ il cavalluccio di cartapesta
che galoppa e scrolla la testa;
e in fondo al sacco, tra noci e confetti,
la bambolina che strizza gli occhietti.

Ma Babbo Natale sa che adesso
anche ai giocattoli piace il progresso:
al giorno d’oggi le bambole han fretta,
vanno in auto o in bicicletta.

E l’orsacchiotto, al posto del cuore,

ha un modernissimo motore.
Nel vecchio sacco pieno di doni
ci sono ogni anno nuove invenzioni.

Io del progresso non mi lamento
anzi, vi dico, ne son contento.

«Viva la scienza se ci dà

un poco più di felicità!»

Signori scienziati , vi prego, inventate

le meraviglie più raffinate:

ma per favore, lasciate stare,

certi giocattoli fanno tremare…

Non vanno bene per la mia sacca

le bombe atomiche e le bombe acca!

Bella la pace, chiara la via,

dite la vostra che ho detto la mia.

Gianni Rodari

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Ospitalità come fondamento della pace

LA PACE COME FRATERNITA’ NATA DALL’ACCOGLIENZA DELLO STRANIERO.

L’usuale Convegno socio-politico, organizzato dalla Consulta delle Aggregazioni Laicali, si svolge quest’anno la corrente domenica 9 novembre 2014, con inizio alle ore 9 e 30, presso il palazzo delle Opere sociali in piazza Duomo a Vicenza. Inserito nel contesto che vuole contribuire a preparare la 47esima Marcia della Pace, sostenuta dalla CEI, da Pax Christi e da vari altri movimenti ed associazioni, che si svolgerà a Vicenza il 31 Dicembre prossimo vedrà interventi sul tema “Volti negati, volti fraterni. Correre il rischio dell’incontro col volto dell’altro”.

Insieme allo psicologo Franco Vaccari interverrà la biblista Rosanna Virgili. La prof.ssa Virgili, docente di teologia biblica sacramentaria presso l’istituto teologico marchigiano, affronterà il tema “mai senza l’altro, l’ospitalità come fondamento della pace”. È proprio lei a spiegarci, nell’anticipare qualche elemento del suo contributo al convegno socio-politico, come: «nella Bibbia c’è una concezione particolare della pace, che è data dalla fraternità che nasce dall’accoglienza dello straniero. Nella bibbia i protagonisti sono tutti stranieri». A proposito di questo la prof.ssa Virgili ci descrive l’episodio di Abramo che lasciata la Caldea per insiediarsi in Canaan sceglie di svolgere lo stesso lavoro della popolazione indigena, ossia il pastore. Ma ha bisogno dei pozzi per abbeverare il bestiame. È a questo punto che si crea il conflitto con il locale re Abimèlech. Ma è nella soluzione che emerge dalla storia biblica che, secondo la Virgili, si trova il fondamento della ricerca della pace nella bibbia, ossia la gestione del territorio in modo fraterno e solidale. Il conflitto avrebbe causato una perdita per tutti. La pace quindi, secondo la lettura biblica della Virgili, «è un investimento che le società costruiscono per dimostrare la possibilità della condivisione e convivenza. Nella bibbia la pace – shalom, significa cerchio, fraternità che si crea tra diversi e la pace è proprio quel fiorire degli elementi diversi – inizialmente stranieri l’uno all’altro – che trovano le vie dell’ospitalità e dell’accoglienza invece che quelle dell’ostilità e del conflitto».

Invitando la prof.ssa Virgili a trasportare questi temi nel contesto attuale di una città come Vicenza, dove in questi ultimi decenni si sono visti concentrarsi in modo rappresentativo dinamiche di incontro e scontro dati dai flussi globali di persone provenienti da Est Europa, Asia, Africa e da una massiccia e ora più ampia presenza di militari USA che nelle basi presenti a Vicenza ricevono la formazione per intervenire nelle più delicate questioni geopolitiche planetarie lei ci ha risposto spiegandoci come: «anche nel mondo antico erano massicci i flussi migratori. La storia di Rut e Noemi né è un esempio. Quando in una città c’è fame e carestia il popolo si sposta. La fame si risolve con la condivisione. Dalla bibbia arriva questo primo livello: l’accoglienza come concezione delle nostre città, dove c’è posto per tutti. Nella bibbia – ci spiega ancora la prof.ssa Virgili – l’integrazione è proprio la fonte del benessere, fa crescere e dà un futuro a tutti i cittadini, sia a quelli accolti che a quelli che accolgono. Ci si arricchisce nella diversità». Rispetto alla presenza militare nella città di Vicenza, la Virgili la pone come motivo di seria questione di coscienza per i cristiani, dove è necessario interrogarsi e informarsi sulll’onestà e lealtà di queste istituzioni e di come operano nel mondo. La biblista invita ad ascoltare di più i missionari, i loro racconti, perchè dalla loro voce e dai loro vissuti è forse possibile cogliere il complesso intreccio che la nostra società vicentina in qualche modo rappresenta.

Francesco Maule

La Voce dei Berici | domenica 9 novembre 2014, pag. 7