Migranti

Migrazioni. Non un problema ma un fatto

Segnalo e invito alla lettura di questo articolo pubblicato ieri su Avvenire. Molti dei contenuti espressi rispecchiano alcune mie considerazioni sulla questione che in questi tempi ripeto spesso. Proprio nei giorni scorsi ho avuto modo di ascoltare la tremenda testimonianza di una donna camerounense partita dal suo paese nel 2013  e arrivata in Italia nel 2015 dopo un “viaggio al termine dell’umanità” che fa riflettere e prestare compassione anche a partire dalla sofferenza di una persona. F.M.

Migrazioni. Non sono un problema, ma un fatto


avvenire.it/

Raul Gabriel – mercoledì 13 febbraio 2019

La realtà è complessa e non permette soluzioni lineari. La natura dell’esistenza e della storia non è lineare. In un epoca in cui si è capito che matematica, fisica e le scienze in generale sono campi in cui è praticamente impossibile individuare soluzioni definite per sempre, in cui il punto si rivela come area di probabilità più che un punto, ci si ostina a credere che sia possibile una soluzione lineare, euclidea, a uno degli eventi più complessi e tragici della storia umana: le migrazioni. Si chiude di qua, si apre di là, ci si accorda a tavolino sui numeri, si determina la convenienza e i ritorni oppure i danni presunti per fare una specie di conto della spesa come fosse un 3×2. Si propone una soluzione semplice a un tema complesso.

Contraddizione evidente. Sono convinto anch’io non vi sia una vera soluzione al problema delle migrazioni. Semplicemente perché le migrazioni non sono un problema: sono un fatto. Imprescindibile e impossibile da cancellare. Qualunque cosa si faccia, la migrazione è parte della storia come il sangue è parte dell’uomo. La volontà di negarlo, di tirare una riga oltre la quale non sarà più così è antistorica e antiumana. E anche sostanzialmente inutile. Tutte le volte che nella storia qualcuno ha voluto razionalizzare la complessa e contraddittoria essenza della umanità ha creato distopie mostruose.

Mostruose perché scavalcano l’unico vero dato di fatto: l’uomo. La sua esistenza, la relazione, la preziosità e unicità della sua vita vengono accorpate in un unico conglomerato di danni collaterali, quasi fosse un rifiuto da avviare al compattatore. È evidente che in questo caso per una impressionante quantità di individui quel compattatore di comodo è il mare. Distante, senza necessità di avvio, digerisce tutti quelli che vengono considerati problemi esterni e non graditi, un impiccio alla propria visione con i paraocchi della storia. L’eugenetica è il tentativo di eliminare la realtà costituente l’essere umano.

La diversità, la complessità. In nome di un unico punto di vista che si considera normalità, o a seconda dei casi perfezione. È chiaro quale sia la irrimediabile disumanità di questo approccio. Eppure la tentazione ritorna sotto varie forme. Chiunque elabori una soluzione lineare a un problema umano, tutto ha a cuore tranne che l’uomo stesso.

Non vi è soluzione una volta per tutte e il prezzo della sofferenza di uno non è secondo a quella di cento. Si dirà che allora non c’è soluzione. Infatti non c’è soluzione. Ma c’è una speranza. Che si rinunci a tirare una riga sopra gli esseri umani come se fossero numeri con cui giocare, rifiuti da avviare al compattatore, sia pur naturale, su cui fare esercizi di strategia o esibizioni di cinismo chirurgico, di una chirurgia che uccide perché priva del minimo abbozzo di empatia.

Puoi essere lo Stato, puoi essere un ministro, puoi essere chi ti pare ma non vi è alcun diritto a giocare con le vite degli altri, per nessuno. In Libia, in Turchia, a Siracusa, ovunque. Non vi è alcuna possibilità che la megalomania del potere, qualunque esso sia, ti dia la capacità di piallare la storia che anzi, più si tenta di privare delle asperità, più torna con violenza a chiedere il conto.

L’idea di creare ordine nella storia è alla base di follie come quella dei khmer rossi di Pol Pot. Per una società nuova si fanno fuori tutti gli altri. E così per le migrazioni. Per una società autonominata con un termine grottesco ‘sovrana’ (di cosa?) tentiamo di tagliare fuori il flusso che la storia muove da quando esiste l’umanità, chiamando a complice il mare e lasciando fare a lui. Il prezzo è mostruoso. E non lo si avverte perché lontani del problema, tutti chini sulle tastiere a scrivere idiozie social più o meno aberranti e a elaborare strategie che definire di fantapolitica è un complimento. Nel migliore dei casi a farsi pubblicità da pulpiti la cui credibilità è pari a zero. Si deve accogliere con coscienza.

Certo. Si deve fare guerra (e sarebbe ora!) ai trafficanti di esseri umani. Vero. Si deve evitare di creare altro disagio sociale. Vero. Ma se uno ti chiede aiuto perché se la gioca con una morte orribile, hai il dovere di aiutarlo. Se invece giri la testa e fai della bellezza del Mediterraneo il tuo sicario solerte e implacabile, dichiari ciò che sei e qualunque società invochi è destinata a scomparire nello stesso mare che hai chiamato un giorno a fare il lavoro sporco.

Fonte:

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/le-migrazioni-non-sono-un-problema-ma-un-fatto

Il vero volto dell’immigrazione

 Il quadro reale in Italia e un dibattito falsato


 

fonte: agenziasir.it

Sono usciti nei giorni scorsi due rapporti sull’immigrazione nel nostro Paese che aiutano a comprendere nei suoi termini effettivi un fenomeno così discusso. Sono il XXVII Rapporto di Caritas-Migrantes e il Dossier Immigrazione 2018 curato dal Centro Studi e Ricerche Idos in partenariato con il Centro Studi Confronti. Grafici e tabelle che riportano dati potrebbero apparire una materia noiosa e specialistica, da addetti ai lavori, lontana dalle preoccupazioni della gente comune. Eppure mai come in questo momento potrebbero contribuire a riportare entro i binari dell’oggettività e della ragionevolezza un dibattito prigioniero di percezioni enfatiche e rappresentazioni distorte.

Esaminiamo alcuni dei dati resi pubblici. Anzitutto, a livello mondo i migranti internazionali sfiorano i 258 milioni e sono aumentati sensibilmente rispetto al 2000, quando erano circa 172,6 milioni. Ma in percentuale sulla popolazione mondiale, la loro incidenza rimane più o meno costante da decenni, poco sopra il 3%. In altri termini, il 97% degli esseri umani non si muove dal suo Paese, per male che ci viva. La specie umana da millenni è in grande maggioranza stanziale.

Per quanto riguarda il nostro Paese, l’immigrazione da circa quattro anni è sostanzialmente stabile, poco sopra i 5 milioni di persone. Le difficoltà economiche hanno ridotto i nuovi ingressi in maniera drastica. Malgrado la visibilità degli sbarchi e dell’arrivo di richiedenti asilo, il loro ingresso incide poco su questo quadro generale. Si tratta infatti, tra rifugiati riconosciuti e richiedenti in accoglienza, di circa 350.000 persone, meno del 7% del totale.

Fino al 2014-2015 chi sbarcava in Italia proseguiva il viaggio verso il Nord Europa, e anche oggi la mobilità in una certa (faticosa) misura prosegue. Sbandierare i numeri degli sbarchi risalendo indietro nel tempo e facendo credere che si tratti di persone rimaste in Italia e nascoste da qualche parte è una grossolana falsificazione.

Sotto l’influsso degli sbarchi e delle emozioni relative molti pensano che gli immigrati in Italia siano maschi, africani o al più arabi, e certamente musulmani. I dati ci dicono invece che si tratta in maggioranza di europei, di donne, di persone provenienti da Paesi di tradizione cristiana. La seconda religione d’Italia per numero di aderenti, per quanto è possibile stimarli, è quella cristiana ortodossa, con circa 1,6 milioni di fedeli. I mussulmani sono intorno a 1,5 milioni. La maggior parte degli immigrati in Italia non sono quindi uomini soli, bensì famiglie, spesso accompagnate da minori: ne abbiamo 826.000 nelle scuole, benché la crescita anche in questo caso si sia pressoché arrestata, e la maggioranza (oltre 500.000) sia nata in Italia.

Da ultimo i dati contraddicono l’idea che l’immigrazione non sia nient’altro che una conseguenza della povertà dell’Africa che si riversa sulle nostre coste. La graduatoria dei Paesi di origine invece classifica nell’ordine: Romania, Albania, Marocco, Cina, Ucraina, Filippine, Moldova. Nessuno di questi è un Paese poverissimo, dove si muore di fame per la strada. Ed è così anche nel resto dell’Europa e del mondo. I migranti provengono prevalentemente da Paesi intermedi per livello di sviluppo. E non sono neppure di regola i più poveri dei rispettivi Paesi. Per migrare occorrono risorse, che i più poveri raramente riescono a mettere insieme. Il divario tra questa fotografia del fenomeno e il discorso corrente appare stupefacente.

Ma nei giorni della pubblicazione dei rapporti statistici è avvenuto lo straziante omicidio di Desirée a Roma. Basta un’occhiata a ciò che circola nei social network o si manifesta nelle trasmissioni radio che danno voce agli ascoltatori per comprendere che cosa accade: gli immigrati nel loro complesso, o quanto meno gli africani, diventano orde di invasori sanguinari. I meccanismi della collettivizzazione e dell’etichettatura ingigantiscono le cifre e incitano alla repressione generalizzata. Che poi aumentare il numero dei dinieghi e delle espulsioni di carta finisca per generare degrado e illegalità è un’altra storia, e non interessa ai giustizieri da tastiera.

Maurizio Ambrosini

Università di Milano e Cnel

fonte: https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/il-vero-volto-dellimmigrazione

Altri riferimenti:

Qui per: Sintesi rapporto Caritas Migrantes 2018.

Un’anteprima sul tema scuola del dossier Immigrazione: http://www.dossierimmigrazione.it/docnews/file/2018_CS%20scuola.pdf

Scheda del dossier Immigrazione: http://www.dossierimmigrazione.it/docnews/file/scheda%20dossier%202018_colori.pdf

 

Speranza che va, speranza che viene

Il tema migranti e richiedenti asilo desta sempre ampio dibattito se non scontro e aggressività, espresse in particolar modo nei social media. Anche nel mio paese (Creazzo -VI-, 11mila abitanti circa) la questione suscita polemiche e divergenze.

fonte: lettera43.it

fonte: lettera43.it

La parrocchia ha scelto, circa due anni fa, dopo una lunga riflessione e confronto con altre esperienze, di attivare una forma di accoglienza per un numero ristretto di richiedenti asilo: un nucleo di circa 4 persone. Per un anno e mezzo ha cercato invano la disponibilità di un appartamento da affittare per tale necessità. Nel momento in cui si è liberato un appartamento della parrocchia, a causa del completo trasferimento della piccola comunità di suore dorotee, ubicato nei pressi della chiesa di San Nicola sopra la scuola materna, la comunità parrocchiale ha deciso di utilizzarlo per questa funzione di accoglienza. Apriti cielo! (O meglio apriti facebook).

Anche il Sindaco, di certo mai favorevole al sistema di accoglienza diffuso e integrato, nell’ultimo numero del giornalino dell’amministrazione comunale, ha espresso rammarico dicendosi non a conoscenza di quanto la parrocchia stava portando avanti da tempo. La parrocchia aveva invece sempre agito con trasparenza, organizzando anche degli incontri pubblici. Non sopporto più la retorica leghista della scala di bisogni e del “prima i nostri”. Come se l’aiutare i richiedenti asilo volesse dire non dare altrettanta attenzione e cura ai problemi e alle esigenze della comunità. Questa è sciatteria politica! I bisogni e i diritti vanno tutelati a tutti e sempre! Ma perché invece il sindaco non critica quanto è successo nel suo comune proprio a causa della sua ottusa chiusura? La prefettura infatti ha imposto una presenza, in un grande appartamento di privati, la presenza di ben 22 donne richiedenti asilo, gestito da una di quelle cooperative che praticano l’accoglienza dei grandi numeri, quando invece la parrocchia e il sistema di accoglienza diffuso tende a valorizzare le cooperative che si sono attrezzate e operano per numeri ridotti garantendo qualità dei servizi, attenzione alle persone, limitando quindi le tensioni sociali e favorendo la reale e progressiva integrazione.

Il mio caro amico Mauro Marzegan ha proposto una lettera sulla questione sul foglio di comunicazione “Il Punto di Creazzo” del 20.01.2017. La riporto perché la sua intuizione sulla speranza è meravigliosa, e i toni che utilizza spero invitino alla riflessione.  F.M.


SPERANZA CHE VA, SPERANZA CHE VIENE

di Mauro Marzegan

Negli ultimi tempi, sembra che il problema stranieri e “profughi” a Creazzo abbia generato divisioni, commenti aggressivi nei social network, assensi nei “mi piace” nel sostenere le tesi più disparate, articoli pubblicati dove, purtroppo, le certezze del pensiero comune si allineano su supposizioni qualunquiste e attinte a fonti discutibili: “ho sentito dire”, “i miei informatori dicono”, “porteli in Vaticano”, “varda tuto quel che i ga e i voe anca l’acqua calda” come volessimo fare cambio con la loro vita. Tali prolusioni dei “tuttologi” sembrano accettabili quanto una tesi copiata da Wikipedia ma, nello stesso tempo, hanno ferito quanti, ogni giorno, operano la carità senza distinzioni nelle nostre parrocchie e non solo. Personalmente preferisco la scuola di don Milani basata sui numeri, sull’informazione pluralista, su fonti certe, su esperienze che coinvolgono come protagonisti e sulla ricerca giustificata prima di pronunciarsi.

Ma anche informarsi é divenuto ambito dei buonisti o dei “basabanchi”: è nata la necessità di distinguere ironicamente ed escludere socialmente quanti cercano di articolare un pensiero che si discosti.

Incontrare l’altro, nella diversità, non riguarda solo lo straniero ma tutti, anche la propria moglie e il proprio marito, perché significa tradurre la teoria in pratica e i pensieri in opera: non è mai facile ma è sempre una decisione che investe e una tensione diretta all’altro per dirsi amanti e generare, così, vita. Solo così l’altro diviene benedizione!

L’intercultura, per me, è incontro dialogico con tutte ma proprio tutte le persone che abitano la nostra vita: non ci possono essere, infatti, persone di Creazzo e persone straniere ma solo l’umanità che incrociamo ogni giorno e che decidiamo di vivere per uscire dalla “gabbia” degli stereotipi e tendere, così, all’amore pensoso, universale, agapico.

In questo senso, vorrei davvero imparare ad accogliere e l’accoglienza, quando è presente, non è selettiva ma disinteressata! L’accoglienza fa sentire la nostra abitazione accogliente per quanti ne varcano la soglia.

Ricordo con commozione i racconti dei miei nonni paterni che, agricoltori in quel di Biron, prima di andare al lavoro nei campi, lasciavano la porta aperta, un bicchiere di vino, qualcosa da mangiare e un riparo per la notte per i più sfortunati che avevano perso tutto nel dopoguerra. Non si sono mai chiesti chi fossero e da dove venissero e, di certo, non li hanno mai invidiati per il poco che avevano, non li hanno mai cacciati, non si sono mai lamentati delle fatiche, ma davano quello che avevano nella gratuità. A sua volta mio nonno materno ha avuto accoglienza, conforto e rifugio come migrante in paesi dove l’italiano, lo straniero, non era certo ben visto.

D’altra parte non è possibile amare nemmeno il proprio partner in modo parziale: o lo si ama tutto o non lo si ama; essere insieme non è un contratto che realizza la persona perché la rende uguale, risolta e cambiabile ma è il desiderio di “svelamento” che la unisce, la rende indefinita, unica, irripetibile e perciò imperdibile.

E’ questo desiderio di imparare ad amare l’altro che rende consapevoli che, in realtà, stiamo amando il mondo.

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fonte: lettera 43.it

A volte mi sembra quasi di percepire che la rabbia insensata contro gli stranieri abbia origine dal fatto che loro hanno ciò di cui avremmo bisogno: la speranza! E sono disposti a perdere la loro vita per essa. Noi abbiamo tutto e, nell’illusione di una maggiore sicurezza, abbiamo perduto la speranza e lo stupore di fronte alla bellezza della vita rinunciandovi in un deserto imperscrutabile: quello di tutte le relazioni; quelle vicine, parenti, amici, vicini, compaesani e quelle lontane costituite da quanti stanno al di là dei confini di Creazzo, dello stato (o di uno stato ideale) o, meglio, dei confini che noi stessi costruiamo per tenere le persone, anche quelle fisicamente vicine, il più possibile lontane perché non ne vogliamo proprio sapere.

E’ paura?

Confini e paura… sì: se allontaniamo l’altro, allontaniamo proprio tutti, anche noi stessi! E un motivo c’è sempre… dentro di noi.

Oggi, nessuno ha più una patria ma solo confini; i confini sono muri del cuore, la patria è libertà di tutti; i confini sono dei conflitti, la patria li ripudia; i confini sono delle paure, la patria appartiene all’umanità; la patria è ciò che vogliamo essere: ecco dove mi riconosco italiano.

Quello che ci sta sfuggendo é che siamo noi gli unici responsabili della morte della nostra cultura e delle tradizioni e, invece di trovare risposte, nuovi stimoli, un’identità chiara e vitalità in quanti vengono da “fuori Creazzo”, cerchiamo la divisione nell’individualismo che si ripercuoterà inevitabilmente.

In tempi di separazione, prima di tutto nelle famiglie, rispondersi significa “avvicinare” per unire e rendere davvero speciale il volto dell’alterità dove si riflette il nostro.

Quando arriva l’ospite, nella nostra cultura, si tira fuori il “servizio buono”, quello della dote!

Vorrei potermi guardare indietro un giorno e non aver mai chiuso la porta nella speranza di essere io stesso l’accolto da una comunità che, ormai, non sa più né orientarsi, né accogliere, giustificando azioni dettate dalla xenofobia, giudicando senza perdono e le é sufficiente un “mi piace” per avere la magra sensazione di appartenere ad essa.

Mauro Marzegan

17.01.2017

migrazione e compassione

Di fronte al fenomeno migratorio è difficile preservare la compassione, quando la frustrazione assale chi non crede possibile una così immane tragedia, quanto la rabbia assale chi non la accetta e rifiuta.

Più di trentunomila sono i morti nel Mediterraneo dal 1993 al 2015. Ci possono lasciare indifferenti?

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fonte: rivista Valori.it

La scuola familiare di Nomadelfia ha preparato un video (e una canzone)  per non farci dominare dalla retorica televisiva e allo stesso tempo per aiutarci a non spegnere la compassione.

Tra i protagonisti mia sorella Silvia e un suo figlio, un mio nipotino.

Su YouTube:

Canzone di Aylan

Proprio su La Stampa di oggi si legge:

“Nei primi cinque mesi del 2016, sono stati oltre 7mila i minorenni non accompagnati arrivati in Italia, il doppio rispetto allo scorso anno. Lo afferma il nuovo rapporto dell’Unicef su bambini e migranti, reso noto oggi.

Più di 9 bambini migranti e rifugiati su 10 arrivati in Europa, attraverso l’Italia, partiti dal nord Africa sono non accompagnati. Per l’Unicef, molte delle 2.809 vittime registrate nel Mediterraneo (3.770 nell’intero 2015) tra gennaio e il 5 giugno 2016, sono bambini.”

L’articolo completo qui.