Mauro Marzegan

Speranza che va, speranza che viene

Il tema migranti e richiedenti asilo desta sempre ampio dibattito se non scontro e aggressività, espresse in particolar modo nei social media. Anche nel mio paese (Creazzo -VI-, 11mila abitanti circa) la questione suscita polemiche e divergenze.

fonte: lettera43.it

fonte: lettera43.it

La parrocchia ha scelto, circa due anni fa, dopo una lunga riflessione e confronto con altre esperienze, di attivare una forma di accoglienza per un numero ristretto di richiedenti asilo: un nucleo di circa 4 persone. Per un anno e mezzo ha cercato invano la disponibilità di un appartamento da affittare per tale necessità. Nel momento in cui si è liberato un appartamento della parrocchia, a causa del completo trasferimento della piccola comunità di suore dorotee, ubicato nei pressi della chiesa di San Nicola sopra la scuola materna, la comunità parrocchiale ha deciso di utilizzarlo per questa funzione di accoglienza. Apriti cielo! (O meglio apriti facebook).

Anche il Sindaco, di certo mai favorevole al sistema di accoglienza diffuso e integrato, nell’ultimo numero del giornalino dell’amministrazione comunale, ha espresso rammarico dicendosi non a conoscenza di quanto la parrocchia stava portando avanti da tempo. La parrocchia aveva invece sempre agito con trasparenza, organizzando anche degli incontri pubblici. Non sopporto più la retorica leghista della scala di bisogni e del “prima i nostri”. Come se l’aiutare i richiedenti asilo volesse dire non dare altrettanta attenzione e cura ai problemi e alle esigenze della comunità. Questa è sciatteria politica! I bisogni e i diritti vanno tutelati a tutti e sempre! Ma perché invece il sindaco non critica quanto è successo nel suo comune proprio a causa della sua ottusa chiusura? La prefettura infatti ha imposto una presenza, in un grande appartamento di privati, la presenza di ben 22 donne richiedenti asilo, gestito da una di quelle cooperative che praticano l’accoglienza dei grandi numeri, quando invece la parrocchia e il sistema di accoglienza diffuso tende a valorizzare le cooperative che si sono attrezzate e operano per numeri ridotti garantendo qualità dei servizi, attenzione alle persone, limitando quindi le tensioni sociali e favorendo la reale e progressiva integrazione.

Il mio caro amico Mauro Marzegan ha proposto una lettera sulla questione sul foglio di comunicazione “Il Punto di Creazzo” del 20.01.2017. La riporto perché la sua intuizione sulla speranza è meravigliosa, e i toni che utilizza spero invitino alla riflessione.  F.M.


SPERANZA CHE VA, SPERANZA CHE VIENE

di Mauro Marzegan

Negli ultimi tempi, sembra che il problema stranieri e “profughi” a Creazzo abbia generato divisioni, commenti aggressivi nei social network, assensi nei “mi piace” nel sostenere le tesi più disparate, articoli pubblicati dove, purtroppo, le certezze del pensiero comune si allineano su supposizioni qualunquiste e attinte a fonti discutibili: “ho sentito dire”, “i miei informatori dicono”, “porteli in Vaticano”, “varda tuto quel che i ga e i voe anca l’acqua calda” come volessimo fare cambio con la loro vita. Tali prolusioni dei “tuttologi” sembrano accettabili quanto una tesi copiata da Wikipedia ma, nello stesso tempo, hanno ferito quanti, ogni giorno, operano la carità senza distinzioni nelle nostre parrocchie e non solo. Personalmente preferisco la scuola di don Milani basata sui numeri, sull’informazione pluralista, su fonti certe, su esperienze che coinvolgono come protagonisti e sulla ricerca giustificata prima di pronunciarsi.

Ma anche informarsi é divenuto ambito dei buonisti o dei “basabanchi”: è nata la necessità di distinguere ironicamente ed escludere socialmente quanti cercano di articolare un pensiero che si discosti.

Incontrare l’altro, nella diversità, non riguarda solo lo straniero ma tutti, anche la propria moglie e il proprio marito, perché significa tradurre la teoria in pratica e i pensieri in opera: non è mai facile ma è sempre una decisione che investe e una tensione diretta all’altro per dirsi amanti e generare, così, vita. Solo così l’altro diviene benedizione!

L’intercultura, per me, è incontro dialogico con tutte ma proprio tutte le persone che abitano la nostra vita: non ci possono essere, infatti, persone di Creazzo e persone straniere ma solo l’umanità che incrociamo ogni giorno e che decidiamo di vivere per uscire dalla “gabbia” degli stereotipi e tendere, così, all’amore pensoso, universale, agapico.

In questo senso, vorrei davvero imparare ad accogliere e l’accoglienza, quando è presente, non è selettiva ma disinteressata! L’accoglienza fa sentire la nostra abitazione accogliente per quanti ne varcano la soglia.

Ricordo con commozione i racconti dei miei nonni paterni che, agricoltori in quel di Biron, prima di andare al lavoro nei campi, lasciavano la porta aperta, un bicchiere di vino, qualcosa da mangiare e un riparo per la notte per i più sfortunati che avevano perso tutto nel dopoguerra. Non si sono mai chiesti chi fossero e da dove venissero e, di certo, non li hanno mai invidiati per il poco che avevano, non li hanno mai cacciati, non si sono mai lamentati delle fatiche, ma davano quello che avevano nella gratuità. A sua volta mio nonno materno ha avuto accoglienza, conforto e rifugio come migrante in paesi dove l’italiano, lo straniero, non era certo ben visto.

D’altra parte non è possibile amare nemmeno il proprio partner in modo parziale: o lo si ama tutto o non lo si ama; essere insieme non è un contratto che realizza la persona perché la rende uguale, risolta e cambiabile ma è il desiderio di “svelamento” che la unisce, la rende indefinita, unica, irripetibile e perciò imperdibile.

E’ questo desiderio di imparare ad amare l’altro che rende consapevoli che, in realtà, stiamo amando il mondo.

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fonte: lettera 43.it

A volte mi sembra quasi di percepire che la rabbia insensata contro gli stranieri abbia origine dal fatto che loro hanno ciò di cui avremmo bisogno: la speranza! E sono disposti a perdere la loro vita per essa. Noi abbiamo tutto e, nell’illusione di una maggiore sicurezza, abbiamo perduto la speranza e lo stupore di fronte alla bellezza della vita rinunciandovi in un deserto imperscrutabile: quello di tutte le relazioni; quelle vicine, parenti, amici, vicini, compaesani e quelle lontane costituite da quanti stanno al di là dei confini di Creazzo, dello stato (o di uno stato ideale) o, meglio, dei confini che noi stessi costruiamo per tenere le persone, anche quelle fisicamente vicine, il più possibile lontane perché non ne vogliamo proprio sapere.

E’ paura?

Confini e paura… sì: se allontaniamo l’altro, allontaniamo proprio tutti, anche noi stessi! E un motivo c’è sempre… dentro di noi.

Oggi, nessuno ha più una patria ma solo confini; i confini sono muri del cuore, la patria è libertà di tutti; i confini sono dei conflitti, la patria li ripudia; i confini sono delle paure, la patria appartiene all’umanità; la patria è ciò che vogliamo essere: ecco dove mi riconosco italiano.

Quello che ci sta sfuggendo é che siamo noi gli unici responsabili della morte della nostra cultura e delle tradizioni e, invece di trovare risposte, nuovi stimoli, un’identità chiara e vitalità in quanti vengono da “fuori Creazzo”, cerchiamo la divisione nell’individualismo che si ripercuoterà inevitabilmente.

In tempi di separazione, prima di tutto nelle famiglie, rispondersi significa “avvicinare” per unire e rendere davvero speciale il volto dell’alterità dove si riflette il nostro.

Quando arriva l’ospite, nella nostra cultura, si tira fuori il “servizio buono”, quello della dote!

Vorrei potermi guardare indietro un giorno e non aver mai chiuso la porta nella speranza di essere io stesso l’accolto da una comunità che, ormai, non sa più né orientarsi, né accogliere, giustificando azioni dettate dalla xenofobia, giudicando senza perdono e le é sufficiente un “mi piace” per avere la magra sensazione di appartenere ad essa.

Mauro Marzegan

17.01.2017

1986 – 2016 | la bmx

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foto A. Zampese

Nel 1986, all’età di 11 anni, a Marcon, in provincia di Venezia, in una pista di bmx che era poco più di un campo tracciato con della terra messa a caso per salti e curve, vinsi il titolo regionale della mia categoria. Trent’anni dopo, domenica scorsa 1 maggio 2016, a Creazzo (VI), dopo alcuni anni che non gareggiavo, ho vinto nuovamente il titolo regionale bmx, della mia categoria: “cruiser 40+”. E’ difficile descrivere la gioia provata domenica, condivisa in modo intenso con la società del BMX Creazzo, i compagni “master/vecchietti” con cui mi alleno, la famiglia, gli amici di vita. Un sogno, se ci penso ancora. Ci sono tante cose in questo evento ma anche la semplicità di un gioco che a quarant’anni mi tiene ancora grintoso e appassionato.

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foto A. Zampese

Il mio amico Mauro ha descritto le emozioni della giornata con la sua solita scrittura intensa e creativa, penetrando nelle mie stesse emozioni e facendole esplodere. Lascio alle sue parole tutte le altre suggestioni.

“Qualche dubbio pervade questa giornata: è come il vento che sembra stare sotto al grigio del cielo e non vuole lasciare nessuno spazio a ciò che è luce.

Noooo cazzo!

Devi arrivare uno è una questione di testa! Due non esiste.

Beh, più che la presenza di qualche amico che guarda spettatore una gara di Bmx, sembrava tifo per l’amicizia: che energia per le gambe!

La pioggia smette ma il terriccio bagnato affonda il copertone; l’unica strategia sembra stare sui pedali e sfiorare il suolo, passarci sopra e lasciare che il vento passi sotto eludendo ogni attrito.

… Maule Francesco… BMX Creazzo!

Ovazione e folla in delirio; almeno da Dario a Enrico con me nel mezzo.

La partenza è di quelle che non ti aspetti: sembrano attimi che passano dal momento in cui il cancelletto implode; il pensiero, infatti, fa un salto all’indietro e ricostruisce il dramma dell’incidente ma non solo. Trasale l’adrenalina delle gare vere in cui c’è qualcosa che ti spinge da dietro nel fare quello che nessun altro ha mai fatto prima: qualcuno lo chiama agonismo ma non si può dare un nome a un detonatore che sta nella testa e che esplode nelle gambe e nelle braccia.

Che bella sensazione.

E, dopo un breve silenzio irreale, il cancelletto si abbassa.

Ogni cosa diventa armonia disegnata dalla pennellata di una ruota che si mette davanti e vuole restarci sempre.

Ed è così, fra le urla degli spalti che diventano 80.000 grida in toni diversi perché la bici resti sollevata di quel tanto che nessuno mai possa trattenerla e picchiarla per farla restare dietro.

Il traguardo ormai è tagliato come trent’anni prima.

Ahhh, ecco perché mi è scappata qualche lacrima: oggi abbiamo vinto proprio tutti.”

Mauro Marzegan
1 maggio 2016.
foto S. Fochesato

foto S. Fochesato