libertà inquieta

libertà inquieta

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Intervento di P. Bruno Secondin pubblicato su Il Regno Attualità 2010/22 pp. 743-744.

Una decina di professori di spiritualità operanti in facoltà, seminari e istituti di scienze religiose italiani si sono trovati a Bologna il 29 ottobre scorso per salutare il compimento dell’insegnamento di p. Bruno Secondin, ormai emerito dell’Università pontificia gregoriana, e riflettere sul «bisogno inquieto di spiritualità» diffuso nella Chiesa e nella società italiana. In quell’occasione p. Bruno ha detto di sé: «Mi caratterizza questo stare sulla soglia, esplorare gli orizzonti, non per proporre uscite di sicurezza, ma per individuare brecce sorprendenti, per intercettare utopie e malesseri, ri-conoscere nuovi percorsi mistici, come anche nuove forme di testimonianza solidale. Mi ritrovo bene nell’espressione di Giovanni Paolo II: “Si deve respingere la tentazione di una spiritualità intimistica e individualistica, che mal si comporrebbe con le esigenze della carità, oltre che con la logica dell’incarnazione e, in definitiva, con la stessa tensione escatologica del cristianesimo”» (Lett. apost. Novo millennio ineunte, 6.1.2001, n. 52; EV 20/109). Ecco qui una parte del suo intervento.

Se mi è lecito tentare di proporvi una mia valutazione dei compiti e delle opportunità della spiritualità oggi, la schematizzerei in questo modo. È una tematizzazione più dal basso che dall’alto, cosa familiare nel passato, ma che ha portato a grandi discorsi ipostatizzati, privi di spessore reale e ricchi di evasione illusoria.

I tamburi di Dio

Ascoltare il «cuore» dell’uomo contemporaneo. Immerso nella crisi della modernità, e smarrito nelle mille fosforescenze di una postmodernità politeista, l’uomo è confuso, molto confuso e smarrito.

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Bisogna mettersi in ascolto per capire cosa sta cercando, cosa lo affascina e cosa lo interpella e lo agita, per segnalargli valori e temi d’importanza vitale oggi. Si tratta di un «viaggio estatico», cioè di uscita dalle categorie «intimistiche» e «sospettose», classiche per la spiritualità, per un incontro di stupore, di accoglienza, di attenzione interpretativa. «Si parte per tornare», recita un detto popolare: ma oggi in una società ad alto tasso di nomadismo di tutti i generi, sembra che si vada via senza più sapere dove e come tornare. Si è smarrita la memoria delle origini, si vaga, ci si muove sempre, non si arriva mai: è una vita di corsa, che paga lo scotto dell’improvvisazione producendo molte vite di scarto (come dice Bauman). Forse ci serve l’icona di Abramo, che non ritorna più alla sua Ur dei caldei, ma emigra e diventa padre di ogni «arameo errante», con un’identità sempre in fieri. Come reinterpretare la vita per vivere nuovi ri-conoscimenti e nuove testimonianze che rianimino la speranza annichilita? (altro…)

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