Jacques Dupuis

JACQUES DUPUIS 2004 -2014

A dieci anni dalla morte credo importante ricordare la figura di un teologo che ha sofferto, nei primi anni del terzo millennio, un particolare accanimento “inquisitorio”. È fresco di stampa un libro1, a cura di William R. Burrows, che descrive proprio quelle vicende e descrive alcuni aspetti del profilo umano di Dupuis, del quale troppo poco si è sentito parlare dopo la morte, e che io ho avuto la fortuna di studiare per la mia tesi per il Magistero in scienze religiose nel 2008.

UN TEOLOGO APERTO ALLE ALTRE RELIGIONI

Per presentare in modo introduttivo la riflessione teologica di padre Jacques Dupuis2 si preferirà un “inizio dalla fine”, per poi recuperare alcuni elementi di un percorso fortemente sistematico e alla ricerca continua del fondamento teologico.

“Il risultato è stato quel che ho chiamato un “pluralismo inclusivo”, il quale, pur non avendo nulla in comune con il paradigma pluralistico dei teologi “pluralisti”, cerca di mostrare come la fede e la dottrina cristiana possono combinare l’affermazione di fede dell’unicità di Gesù Cristo quale salvatore universale con la concezione teologica di un ruolo e di un significato positivo riconosciuto alle altre tradizioni religiose nel piano divino per l’umanità”3.

Il padre Dupuis, morto il 28 dicembre 2004, affronta in un post scriptum4, alla fine del suo ultimo libro “Il cristianesimo e le religioni. Dallo scontro all’incontro5, le questioni emerse dalla Notificazione6 della Congregazione per la Dottrina della Fede che lo riguardava e sul documento “Dominus Iesus”7 della Congregazione stessa. Egli afferma che:

“sarebbe tuttavia sbagliato concludere che il contenuto dei due documenti è stato di conseguenza ignorato in questo nuovo libro”8.

Dupuis non evita di specificare che il libro “Il cristianesimo e le religioni” concorda senza alcuna restrizione con tali documenti ovunque essi professano con certezza la dottrina della fede divina e cattolica. Non ci può essere dissenso sul contenuto della fede, egli afferma, anche se sono possibili differenti enunciazioni di tale contenuto in differenti contesti. Uno degli aspetti che sarebbe importante mettere in luce è che il lavoro e impegno teologico del padre Dupuis non sono semplicemente assimilabili dalle prospettive e dai metodi10 delle teologia “magisteriale”. Ma questo non toglie il suo grande impegno per restare dentro l’ottica ecclesiale cristiano-cattolica, senza stancarsi di ripetere, lungo tutto il percorso del testo, il suo desiderio di

“mantenere assieme e combinare, pur in tensione dialettica, da una parte l’affermazione centrale della fede cristiana riguardo al significato unico della persona di Gesù Cristo come salvatore costitutivo universale dell’intera umanità, e, dall’altra, un valore salvifico, nel quadro del piano unico inteso da Dio per l’umanità, delle “vie” di salvezza proposte dalle altre tradizioni religiose”11.

Dice ancora Dupuis:

“Affermazioni assolute ed esclusive su Cristo e sul cristianesimo, che rivendicassero il possesso esclusivo dell’automanifestazione di Dio o dei mezzi di salvezza, distorcerebbero e contraddirebbero il messaggio cristiano e l’immagine cristiana. Il nostro unico Dio è ‘tre’, e la comunione-nella-differenza, che caratterizza la vita intima di Dio, è riflessa e operante nell’unico piano che Padre, Figlio e Spirito hanno ideato per la loro relazione con l’umanità nella rivelazione e nella salvezza. La pluralità delle religioni trova perciò la sua ultima sorgente in un Dio che è amore e comunicazione”12.

IL DIALOGO E IL PLURALISMO

All’interno del panorama delle differenti correnti teologiche che – anche se generalista e stereotipato – suddivide le tendenze in “esclusiviste – inclusiviste – pluraliste”13, diventa importante l’affermazione di Dupuis:

“[…] sembra stia emergendo un certo consenso sull’esigenza di evitare, da qualunque parte ci si trovi, tanto l’assolutismo quanto il relativismo. La pluralità deve essere presa sul serio ed accolta positivamente, non soltanto come un fatto ma in linea di principio. È necessario sottolineare che essa ha un suo posto nel disegno di Dio per l’umanità. È necessario inoltre mostrare che l’adesione alla propria fede è compatibile con l’apertura a quella degli ‘altri’; che l’affermazione della propria identità religiosa non cresce grazie alla contrapposizione con le altre, bensì in virtù dell’incontro con esse. Un teologia delle religioni deve essere, in ultima analisi, una teologia della pluralità delle tradizioni religiose, ossia del pluralismo religioso”14.

LA QUESTIONE CRISTOLOGICA

Dupuis, che è uno dei teologi che probabilmente ha speso più energie per studiare, analizzare e presentare i vari “mutamenti di paradigma” presenti nell’attuale cammino della teologia delle religioni15, afferma con chiarezza che al cuore di questi mutamenti si ponga la questione cristologica.

È evidente come siano in questione il significato universale e il ruolo costitutivo attribuiti dal cristianesimo a Gesù Cristo.

“Fondamentalmente, l’interrogativo che viene sollevato è se, nell’attuale contesto di dialogo, non si renda necessario riesaminare e reinterpretare l’inequivocabile testimonianza resa dal Nuovo Testamento – e che di per sé non viene negata – al significato universale di Gesù Cristo”16.

Dupuis si contraddistingue per il coraggio del teologo fedele che giunge fino ai territori più inesplorati e difficili della riflessione cristiana, ma la sua prudenza e tatto gli fanno dire:

“La teologia deve in ogni caso mantenere forte il senso del mistero, della trascendenza non solo di Dio, ma anche del suo piano di salvezza. In questo caso, non deve pretendere di descrivere e precisare il ‘come’ e ‘in che modo’ (quomodo sit) della relazione essenziale fra l’azione universale del Verbo – e dello Spirito – e l’evento storico Gesù Cristo. L’apofatismo teologico raccomanda il silenzio laddove, pur essendo in grado di sottolineare il fatto (an sit), non possiamo e neanche dobbiamo spiegare il ‘come’. Conviene alla teologia essere riservata e umile”17.

Appare qui evidente quanto, anche nel linguaggio e nel porsi di fronte a queste ardue questioni, Jacques Dupuis si differenzi dall’approccio della “teologia magisteriale”.

DIALOGO E ANNUNCIO.

Secondo la visione positiva e aperta del padre Dupuis, nulla fornisce al dialogo interreligioso una base teologica tanto profonda ed una motivazione tanto vera quanto la convinzione che, nonostante le differenze che li distinguono, coloro che appartengono alle diverse tradizioni religiose camminano insieme – membri compartecipi del Regno di Dio nella storia – verso la pienezza del Regno, verso la nuova umanità voluta da Dio per la fine dei tempi, di cui sono chiamati ad essere co-creatori sotto Dio.

Concludiamo questa breve presentazione di Jacques Dupuis, con queste sue parole:

“L’universale impatto salvifico di Gesù Cristo, per quanto sia ‘costitutivo’ della salvezza del mondo, lascia spazio – l’abbiamo detto in precedenza – ad altre figure salvifiche e altre tradizioni religiose, ove pure Dio è presente ed operante per mezzo del suo Verbo e del suo Spirito. Il Regno di Dio è dunque effettivamente più ampio della chiesa, e destinato ad essere costruito dai cristiani come dagli ‘altri’; il dialogo, che implica l’apprendimento di nuovi aspetti della verità, è una espressione autentica della missione evangelizzatrice. Esso tuttavia non la esaurisce, continuando ad esserci lo spazio – ove Dio lo voglia – per invitare gli ‘altri’ a divenire discepoli di Gesù nella chiesa. Tutto si tiene, e tutto va preso nella sua globalità.”18.

Francesco Maule

Per un approfondimento (sempre parziale e introduttivo) ed eventuale stampa: Dupuis J 2004 – 2014

note:

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