integrazione

Il vero volto dell’immigrazione

 Il quadro reale in Italia e un dibattito falsato


 

fonte: agenziasir.it

Sono usciti nei giorni scorsi due rapporti sull’immigrazione nel nostro Paese che aiutano a comprendere nei suoi termini effettivi un fenomeno così discusso. Sono il XXVII Rapporto di Caritas-Migrantes e il Dossier Immigrazione 2018 curato dal Centro Studi e Ricerche Idos in partenariato con il Centro Studi Confronti. Grafici e tabelle che riportano dati potrebbero apparire una materia noiosa e specialistica, da addetti ai lavori, lontana dalle preoccupazioni della gente comune. Eppure mai come in questo momento potrebbero contribuire a riportare entro i binari dell’oggettività e della ragionevolezza un dibattito prigioniero di percezioni enfatiche e rappresentazioni distorte.

Esaminiamo alcuni dei dati resi pubblici. Anzitutto, a livello mondo i migranti internazionali sfiorano i 258 milioni e sono aumentati sensibilmente rispetto al 2000, quando erano circa 172,6 milioni. Ma in percentuale sulla popolazione mondiale, la loro incidenza rimane più o meno costante da decenni, poco sopra il 3%. In altri termini, il 97% degli esseri umani non si muove dal suo Paese, per male che ci viva. La specie umana da millenni è in grande maggioranza stanziale.

Per quanto riguarda il nostro Paese, l’immigrazione da circa quattro anni è sostanzialmente stabile, poco sopra i 5 milioni di persone. Le difficoltà economiche hanno ridotto i nuovi ingressi in maniera drastica. Malgrado la visibilità degli sbarchi e dell’arrivo di richiedenti asilo, il loro ingresso incide poco su questo quadro generale. Si tratta infatti, tra rifugiati riconosciuti e richiedenti in accoglienza, di circa 350.000 persone, meno del 7% del totale.

Fino al 2014-2015 chi sbarcava in Italia proseguiva il viaggio verso il Nord Europa, e anche oggi la mobilità in una certa (faticosa) misura prosegue. Sbandierare i numeri degli sbarchi risalendo indietro nel tempo e facendo credere che si tratti di persone rimaste in Italia e nascoste da qualche parte è una grossolana falsificazione.

Sotto l’influsso degli sbarchi e delle emozioni relative molti pensano che gli immigrati in Italia siano maschi, africani o al più arabi, e certamente musulmani. I dati ci dicono invece che si tratta in maggioranza di europei, di donne, di persone provenienti da Paesi di tradizione cristiana. La seconda religione d’Italia per numero di aderenti, per quanto è possibile stimarli, è quella cristiana ortodossa, con circa 1,6 milioni di fedeli. I mussulmani sono intorno a 1,5 milioni. La maggior parte degli immigrati in Italia non sono quindi uomini soli, bensì famiglie, spesso accompagnate da minori: ne abbiamo 826.000 nelle scuole, benché la crescita anche in questo caso si sia pressoché arrestata, e la maggioranza (oltre 500.000) sia nata in Italia.

Da ultimo i dati contraddicono l’idea che l’immigrazione non sia nient’altro che una conseguenza della povertà dell’Africa che si riversa sulle nostre coste. La graduatoria dei Paesi di origine invece classifica nell’ordine: Romania, Albania, Marocco, Cina, Ucraina, Filippine, Moldova. Nessuno di questi è un Paese poverissimo, dove si muore di fame per la strada. Ed è così anche nel resto dell’Europa e del mondo. I migranti provengono prevalentemente da Paesi intermedi per livello di sviluppo. E non sono neppure di regola i più poveri dei rispettivi Paesi. Per migrare occorrono risorse, che i più poveri raramente riescono a mettere insieme. Il divario tra questa fotografia del fenomeno e il discorso corrente appare stupefacente.

Ma nei giorni della pubblicazione dei rapporti statistici è avvenuto lo straziante omicidio di Desirée a Roma. Basta un’occhiata a ciò che circola nei social network o si manifesta nelle trasmissioni radio che danno voce agli ascoltatori per comprendere che cosa accade: gli immigrati nel loro complesso, o quanto meno gli africani, diventano orde di invasori sanguinari. I meccanismi della collettivizzazione e dell’etichettatura ingigantiscono le cifre e incitano alla repressione generalizzata. Che poi aumentare il numero dei dinieghi e delle espulsioni di carta finisca per generare degrado e illegalità è un’altra storia, e non interessa ai giustizieri da tastiera.

Maurizio Ambrosini

Università di Milano e Cnel

fonte: https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/il-vero-volto-dellimmigrazione

Altri riferimenti:

Qui per: Sintesi rapporto Caritas Migrantes 2018.

Un’anteprima sul tema scuola del dossier Immigrazione: http://www.dossierimmigrazione.it/docnews/file/2018_CS%20scuola.pdf

Scheda del dossier Immigrazione: http://www.dossierimmigrazione.it/docnews/file/scheda%20dossier%202018_colori.pdf

 

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Elenco delle parole che non possono più rappresentare il sociale

A seguito dell’incontro tenuto a Bassano da Gabriele Del Grande, ho chiesto agli organizzatori (coordinamento GPL) di scrivere alcune loro considerazioni per lo strumento di comunicazione interno del progetto Sulla Soglia “Fogli Vaganti”. Il loro contributo lo trovo particolarmente innovativo e stimolante sia per il sociale sia per l’impegno che richiedono e offrono come nuova generazione. Francesco Maule

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A noi scrittori non restano che la parole per sovvertire la realtà. Io ho scelto le parole del mio amato Mediterraneo, il Mare di Mezzo. Ho scelto le storie dei padri di Annaba e quelle dei padrini di Tunisi. Le storie delle diaspore di due ex colonie italiane come l’Eritrea e la Somalia negli anni dei respingimenti in Libia e quelle dei pescatori del Canale di Sicilia. Le storie degli italianitravirgolette che l’Italia manda via e quelle delle tante Italie nate senza fare rumore AilatiditaliA, nelle campagne marocchine, sul delta del Nilo e nei villaggi del Burkina Faso.

Così Gabriele Del Grande presenta in ultima di copertina il suo libro “Il Mare di Mezzo” e così ha esordito nell’incontro tenuto a Bassano del Grappa il 9 dicembre.

Difficile raccontare in poche righe tutto ciò che Gabriele ci ha trasmesso. Proviamo con un elenco che la notte stessa Silvia, una collega che “lavora nel sociale”, ci ha inviato via mail, con le parole di quella serata che ancora ci risuonavano dentro.

Elenco delle parole che non possono più rappresentare il sociale.

Perché non rappresentano più la realtà, perché ce le hanno prese e rivoltate, perché se le usiamo ancora colludiamo e non diamo il giusto significato alla nostra proposta culturale

Solidarietà: vincolo di assistenza reciproca nel bisogno. Ci stanno chiedendo di essere solidali in un momento di difficoltà. Con questa scusa e questo invito, con le pubblicità progresso, ci stanno dicendo che la scelta è personale, intima, ancora una volta individuale. Ognuno può “fare solidarietà” da casa sua, cliccando su un numero, o comprando all’equo solidale, ma solo per Natale. Ci stanno togliendo la dimensione collettiva e universale del diritto per tutti e perciò anche la scelta individuale di non essere solidale o caritatevole per forza. Perciò puoi togliere le panchine dai giardinetti senza farti scrupoli perché hai adottato dei bambini. Dov’è la responsabilità collettiva, il bene comune, la cittadinanza? Tutte situazioni universali che ci comprendono e però vanno oltre noi, perché fortunatamente ci migliorano e noi vogliamo e dobbiamo averla questa garanzia di qualcosa che ci rende migliori e virtuosi al di là delle nostre sensibilità, dei nostri giardini. Garanzia che ci dà appartenenza oltre le nostre categorie quotidiane. Perché ci fa respirare, ci dà fiato. Come i parchi pubblici. E poi se l’assistenza reciproca c’è solo nel bisogno? Il vincolo di assistenza non esiste più se non c’è una sfiga alle porte? E chi ci garantisce che la sfiga è uguale per tutti? La solidarietà non salverà il mondo. Non deve essere la solidarietà a farlo. Non possiamo fare finta che ci basti. (altro…)