Francesco Maule

lettera sul futuro

Lettera sul futuro

ai miei figli, ai miei studenti e alle mie studentesse

Cari ragazzi care ragazze,

in questo periodo sto cercando di decolonizzare il mio immaginario sulle paure e sulla sfiducia dei giovani rispetto al futuro, ascoltandovi il più possibile e raccogliendo le vostre impressioni.

Come mi accade ogni volta che affronto un argomento con voi il mio sentire, le mie idee, cambiano, mutano, si evolvono, vengono messi in discussione.

Io ho paura del futuro? E cosa sto facendo con la mia vita per generare futuro?

Basta aver messo al mondo due figli per chiudere la partita col futuro?

Forse si, se pensiamo alla vita come a un compitino base, con domande facili facili da copiare o risolvere senza aver studiato.

Desidero dirvi che si, anche io ho paura del futuro, che nessuno saprà ciò che accadrà veramente (copio questa lettera su Pc la mattina dell’elezione di Donald Trump a nuovo presidente degli USA… stendo l’ultima redazione e stampo la mattina in Donald Trump e gli USA decidono al G7 di Taormina di non rispettare gli accordi sui mutamenti climatici siglati a Parigi…), ma guardando alla storia è evidente che l’essere umano è capace, è portatore, è generatore delle più grandi bellezze, imprese, compassioni, come delle più assurde bruttezze, egoismi, violenze.

Ma come dice Quattro a Tris in Divergent “la paura o ti paralizza o ti accende”. Anche per me la paura è stimolo, mi “accende”, mi impone di guardare in modo più accurato e attento per intercettare le fosforescenze della realtà e della storia che non impediscono il futuro. La paura mi stimola a vedere, assorbire, custodire e far riflettere gli aspetti più positivi dell’evoluzione umana, in particolare quella spirituale.

Vi dico quindi quello che credo.

Credo che l’umanità sia in grado, lentamente e progressivamente, di costruire una convivenza, nelle diversità, con i conflitti, ma senza che questi tracimino nella violenza o nella guerra, nella scontro militare e armato, se non peggio nucleare.

Credo che l’umanità, dopo una dolorosa indigestione, saprà trovare la giusta misura con l’utilizzo, le potenzialità e i servizi che la tecnologia, soprattutto quella digitale, possono offrire.

Credo che l’umanità, dopo che la biosfera, il cosmo, la natura – chiamatela come volete – ci restituirà lo schiaffo di questi secoli di antropocentrismo industriale, reagendo alla nostra continua sopraffazione, credo che l’umanità riuscirà a trovare un equilibrio con la terra. Credo che il futuro sarà definito da un legame fortissimo e reciproco (ecosofico) tra esseri umani, animali, vegetali, basato sulla sobrietà, sulla sussistenza, sul rispetto e sulla sostenibilità. Ovviamente crollerà l’impero materialista, capitalista, liberista, ma questo è un altro capitolo.

Credo ancora che l’umanità disseterà la propria sete interiore, le proprie aspirazioni alla pienezza e e consapevolezza attraverso percorsi spirituali potenti e svincolati dalle “stampelle” offerte e garantite dalle istituzioni religiose.

In sintesi, care ragazze e cari ragazzi, credo, sono certo e vedo che l’umanità sta imparando ad amare, ad amarsi, a lasciarsi amare, sempre di più e sempre meglio. Come anche io, grazie a voi.

Francesco Maule

04/10/2016 San Francesco d’ Assisi.

Alcuni spunti bibliografici sul tema:

Byung-Chul Han, Psicopolitica, Nottetempo, Roma 2016.

Isabella Maria, Un altro presente è possibile. Percorsi di resistenza creativa, EDT, Torino 2016.

Theodore Zeldin, Ventotto domande per affrontare il futuro, Sellerio, Palermo 2015.

Ken Robinson, Fuori di testa. Perché la scuola uccide la creatività, Erickson, Trento 2015.

Daniel Goleman, Peter Senge, A scuola di futuro. Manifesto per una nuova educazione, Rizzoli, Milano 2016.

Vito Mancuso, Il coraggio di essere liberi, Garzanti, Milano 2016.

Papa Francesco, Laudato sì. Lettera enciclica sulla cura della casa comune, Libreria editrice vaticana, Città del Vaticano 2015.

Il futuro può essere questo: avere un presente che potenzialmente si può ancora dischiudere, aprire, come un fiore.

Imparare l’amore, da chi ti ama, chiederne i colori, le luci.

Per la versione in .Pdf per eventuale stampa clicca qui.

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Rider – un giro di pista

Il racconto con cui ho partecipato al concorso #Bicistorie promosso dalla rivista BC della Fiab. F.M.

Ok rider, random start… riders ready… watch the gate… bi bip

Il cancello si sgancia, il semaforo da rosso in pochi attimi è verde. È il momento di spriogionare tutta la potenza sui pedali, è il momento di caricare il peso del corpo in avanti, di tirare sul manubio, di compiere quell’unico gesto, fatto di infinite parti del corpo che si riuniscono per rendere quella partenza la migliore di tutte.

Nel bmx race buona parte della gara si gioca in quell’attimo, alla partenza. È un’esercizio che adoro, è li che devo cercare la sintonia assoluta tra i miei movimenti e quelli della mia bmx, dobbiamo cercare una sorta di fusione, lei deve reagire a tutta l’energia che le dedico, ma allo stesso tempo non devo sbagliare perché la bmx non perdona, così come gli avversari.

foto A. Zampese

foto A. Zampese

Da quell’esplosione che deve avvenire nella partenza, le seguenti pedalate sulla discesa della prima rampa della pista non sono meno fondamentali. La tensione e la rabbia non devono distendersi, anzi, il primo salto va aggredito con una furia e una concentrazione fortissimi. Se parti nelle corsie centrali senti subito i tuoi sette avversari come uccelli dello stesso stormo, diretti verso la stessa méta, che spingono con la tua stessa intensità. Il bmx è un insieme di esplosività, tecnica, ma anche intelligenza e intuizione, il tutto mescolati nei circa quaranti secondi di gara. Il bmx sta alla bicicletta come i cento metri stanno all’atletica. (altro…)

Etty Hillesum, la donna che salva Dio

Che avviene qui, che misteri sono questi, in quale meccanismo funesto siamo impigliati?”1

Ogni volta che “entro” in qualche modo nella vita di Etty Hillesum, o lei entra nella mia, provo sempre gli stessi sentimenti: intensi, commoventi e coinvolgenti eppure sempre così difficili da descrivere proprio per la loro complessità e “multiformità”.

etty-hillesum

.

La storia della pubblicazione e diffusione dei suoi scritti è recentissima, risale ai primi anni ’80. Per quanto mi riguada la prima volta ho letto il diario di Etty Hillesum nel 1997 (avevo 22 anni), in dicembre; era l’inizio del mio servizio civile come obiettore di coscienza a Trento. Ricordo ancora la mansarda e il letto dove dopo l’impegno di servizio mi “ritiravo” per leggere la vita e i pensieri della ragazza ebrea olandese che l’8 marzo 1941, all’età di ventisette anni, ha iniziato a scrivere quel diario6 che ora è pubblicato in molte lingue e che un passaparola continuo ha reso così diffuso. Da quel giorno è come se fossi entrato in quella “comunità umana”, non strutturata, di coloro che si sono affezionati alla Hillesum e ai quali basta poco per capirsi, per entrare in sintonia, per condividere la stessa “convergenza” di pensiero e di vita che hanno appreso da Etty. Questo cenno autobiografico rientra nel quadro di questo breve e parziale lavoro: “leggere” ciò che la vita di Etty ha provocato nelle persone e nei loro percorsi di crescita umana e interiore, a partire anche da me stesso.

Le pubblicazioni critiche, così come convegni, spettacoli teatrali, seminari tematici si moltiplicano per diffondere e far conoscere questa straordinaria/ordinaria figura di donna che affascina e coinvolge molte persone tra loro diversissime. Un fascino particolare attira soprattutto i giovani, che in lei trovano soddisfatta una sete di autenticità, libertà, apertura, profondità e immensa coerenza di vita unita e vissuta con tutti i limiti e dubbi di una ragazza che vive “La Tragedia” della storia.

Al di fuori di una morale comune, Etty Hillesum matura progressivamente una religiosità che non può essere rinchiusa in una dimensione confessionale; in ciò un ruolo fondamentale ricopre la scoperta della pratica della preghiera, nella quale Etty si sente trasformare. Nella preghiera fatta soprattutto di ascolto e attenzione lei trova il modo migliore per rendersi recettiva alla presenza di Dio.

M’innalzo intorno la preghiera come un muro oscuro che offra riparo, mi ritiro nella preghiera come nella cella di un convento, ne esco fuori più “raccolta”, concentrata e forte.”7

La sua personale esperienza di Dio, la sua spiritualità del radicamento interiore, porta la Hillesum ad esprimere una religiosità che unisce due aspetti che risultano indicatori di una maturità di fede eccezionale8: Dio come nucleo profondo di sé e quella del Dio – persona a cui affidarsi; immanenza e trascendenza fusi in una sua sintesi particolare. (altro…)

Il cuore bambino

…ogni storia nasce da una specie di groppo lirico-morale che si forma a poco a poco e matura e s’impone. Si capisce che poi c’è anche la parte del divertimento, del gioco, del meccanismo. Ma questo groppo iniziale è un elemento che bisogna che si formi da sé; le intenzioni e la volontà contano poco. Non che questo valga solo per le storie fantastiche; vale per tutti i nuclei poetici d’ogni opera narrativa, anche realistica, anche autobiografica, ed è ciò che decide, nel mare delle cose che si possono scrivere, quelle che è impossibile non scrivere”.

Italo Calvino, presentazione a La giornata d’uno scrutatore, Mondadori editore, Milano 1994, p. VI.

Post n°100 | Il cuore di Dio (terza parte)

Partii col bambino. Io a piedi lui con la sua biciclettina. Il caldo era intenso ma sopportabile, la città era immobile, il quartiere spento, strade semi deserte come in ogni primo pomeriggio di un giorno d’estate. Il bambino mi parlava, mi chiedeva e io rispondevo, spiegavo ma la mia testa era lontana, lo capii dopo, assente a lui.

Non che fossi distratto ma attratto si. Pensavo al tempo e al corpo.

Percorremmo la strada con a fianco la pista ciclabile. Io sul marciapiede e lui sulla ciclabile, agli stop o agli incroci si fermava ad aspettarmi o tornava indietro se mi aveva distanziato troppo. Le mie parole, la mia apparente attenzione rendevano il bambino gioviale e spigliato.

C’era un corpo che mi mancava e desideravo. Non pensavo un corpo nascondesse tutta quell’energia. L’assenza aveva una potenza simile, se non superiore, alla presenza. Tutta la terra era quel corpo e non riuscivo a pensare ad altro che a starci dentro, abitarlo, nascondermi.

Dopo aver prelevato dei soldi al bancomat della banca ci siamo diretti alla gelateria lì vicina. «Dove andiamo?» mi chiedeva continuamente il bambino. Abbiamo preso due coppette di gelato e poi ci siamo seduti sulla panca di legno lì fuori. Sulla strada le auto passavano rare e stanche, a velocità ridotta e il sole batteva con le ultime spinte dell’estate sul telone che ci copriva con un po’ di ombra.

È stato lì che ho raggiunto qualcosa, che ho sentito ricomposta un’unità che legava le parole e la presenza del bambino con ciò che avevo dentro, un’unità di tensione e di tempi.

È stato lì, parlando con lui di colori e piccoli amici, gustando un ottimo gelato artigianale alla liquirizia, che mi si è fatto chiaro che il merito fosse del bambino.

Sua la determinazione a portarmi ad un punto di equilibrio minimo nel quale è possibile qualche comprensione. Mi si è fatta chiara la convinzione che sono i bambini a darci qualità nella vita, a darci una posizione nel baratro, a darci la giusta velocità (o lentezza) per ascoltare, sentire, provare emozioni sentimenti paure gioie. Che sono i bambini il frutto dell’unione dei corpi, ma non solo quella iniziale, generativa. I bambini tengono uniti i corpi degli amanti perché il loro nutrimento è l’amore degli amanti. Non vogliono solo giochi, non vogliono cibo, non vogliono sonno; vogliono solo amore. Vogliono due corpi amanti perennemente uniti.

Fu il bambino, con quegli occhioni immensi, con le sue chiacchere assurde e continue, a farmi comprendere, tra un gelato alla liquirizia e uno al cioccolato, il valore della fedeltà, della pazienza e forse della castità.

Francesco Maule | agosto 2013

foto F. M.

foto F. M.

Il cuore di Dio (2° parte)

Si può ancora parlare d’amore?

 

«Ma com’è il cuore di Dio?» chiese la giovane all’anziana monaca.

Suor Nazarena, ormai piegata dagli anni, curva sulla sua sedia, posò il suo sguardo per la prima volta su quello della giovane e con quel fiato di voce tenera ma chiara le rispose: «Intanto lasciami dire che è una delle più belle domande che abbia mai sentito, com’è il cuore di Dio… sai forse tutta la mia vita monastica è stata un continuo pregare e riflettere e vivere su questa domanda e ora che sono anziana non posso dire di aver trovato La risposta. Provo a dirti delle cose che ho capito, delle suggestioni che mi porto dentro, ma la cosa più importante è che tu stessa viva per conoscere il cuore di Dio. Mio Dio, mi pare quasi un discorso che potrebbe ricordare alcune parti del “Siddharta” di Hermann Hesse, ma tutti noi abbiamo amato in qualche modo quel libro, perché nasconderlo…»

La giovane ragazza ripensò con simpatia all’estate precedente, quando, durante uno dei suoi lavori saltuari e precari, la cameriera presso un rifugio di montagna, un alpinista aveva lasciato parte del suo bagaglio al rifugio per fare l’alta via che passava per quelle montagne, tra cui alcuni libri, tra cui il Siddharta di Hesse, che lei divorò le due notti della sua assenza.

Quando, dopo qualche istante di silenzio, la monaca iniziò a parlare, lei riprese a scrivere nel suo taccuino perché sapeva che avrebbe ascoltato parole da non dimenticare.

«Pensa a tutto l’amore, pensa solo all’amore, non ad altro, a tutto l’amore che hai ricevuto e che hai visto donato e ricevuto da altri. Pensa alla capacità di amore, che se anche minima e spesso ambigua o possessiva che ogni persona ha in sé, pensa a tutto l’amore del mondo, a tutto l’amore della storia, pensa solo a quello, e ancora il cuore di Dio è molto oltre a questo, perché è un amore che è oltre alla storia come la immaginiamo noi, oltre questo mondo, oltre l’universo. Il cuore di Dio è tutto l’amore di sempre, è tutto l’amore immaginabile e oltre, è puro e semplice amore, un amore che noi umani abbiamo il privilegio di conoscere, se decidiamo di viverlo, di donarlo e riceverlo, anche se parzialmente e spesso confuso nel dolore, nella sofferenza, nella limitatezza dei nostri cuori, della nostra psiche, dei nostri caratteri, della varie vicende della vita così misteriose e ambigue.

Sai, siamo su abisso di mistero, questa tua domanda richiede davvero che ci pensi, preghi un po’, poi magari ti scrivo nei prossimi giorni».

 

***

Le lacrime d’amore

Lettera di Suor Nazarena a Noemi.

Amore. È possibile dire ancora qualcosa di sensato sull’amore? È possibile raccontarlo, descriverlo, crederci? Anche il filosofo Roberto Mancini, nella sua splendida lectio magistralis al Festival Biblico (che ti consiglio di leggere tutta in questo libro: “Vivere la fede nalla libertà dell’amore”)  riconosce una banalizzazione culturale rispetto alla parola amore, come nei confronti delle parole fede e libertà.

Per reagire a questa banalizzazione, per riconoscere l’amore che ci circonda, quello vicino e tangibile delle persone che ci amano e che amiamo, fino a quello potente e immenso che fa si che questa umanità sgangherata non si autodistrugga ma che invece continua a progredire in bellezza e sapienza, riprendo alcuni tratti di un altro libro, scritto da una teologa laica, che andrebbe letto per intero ma di cui alcune parti mi sembrano adatte per ricominciare in qualche modo a parlare d’amore, a parlare del cuore di Dio.

Ma non prima di chiarirti il titolo di questa lettera. Ho capito dagli amanti che sono le lacrime le prime e più sensate parole d’amore, sono queste a sconfinare i sentimenti, a sciogliere le incomprensioni, a chiarire più del dicibile.

Sono le lacrime le maestre dell’amore, le amanti fedeli, le vere voci dell’anima.

E quando una persona che amo e che mi ama piange per me io non sono più nulla se non per lei.

***

Amore di Dio1

Amare Dio certo non significa ‘provare sentimenti positivi nei suoi confronti’ nel senso in cui lo si potrebbe dire in riferimento a qualsiasi essere umano. Del nostro amore Dio non può mai essere il complemento oggetto, nemmeno supremo e ultimo. Piuttosto è quello che fa vivere l’amore, per mezzo del suo Spirito; ed è inoltre la direzione, il senso, il compimento pieno di ogni amore vero.

Amare Dio significa immergersi sempre più profondamente nella consapevolezza di essere da Dio amati e chiamati: aprirsi a questo amore fino al punto da poterlo irradiare e prolungare nella storia umana.

Dio ama per primo, e nella Scrittura il suo amore si manifesta soprattutto nel fatto di chiamare l’uomo a vivere in comunione con lui, cioè nell’Alleanza. L’essere umano sperimenta nella fedeltà la comunione con Dio, e nella comunione con Dio la gioia indicibile di sapersi amato e prediletto da lui. […]

Nei secoli passati i teologi hanno disputato spesso su natura, fini, e dinamismi dell’amore, distinguendo almeno tra un amor benevolentiae (che dovrebbe essere amore ‘puro’, ovvero dimentico di sé) e un amor concupiscentiae (amore per bisogno). Ai giorni nostri però questa divisione comincia ad apparire teologicamente e psicologicamente poco sensata; soprattutto poco reale. È anche questo un segno dei tempi, e sembra molto positivo. Sin dalla prima metà del Novecento la riflessione del teologo luterano Anders Nygren ha reso familiari alla riflessione teologica le due principali forme dell’amore, cioè érōs e agápēappunto. Mentreérōs è l’amore ascendente, che scaturisce dalla desiderabilità dell’amato (ed è anche la brama dell’essere umano verso il divino), agápē è l’amore ‘discendente’ che scaturisce da pura sovrabbondanza di amore del soggetto che ama. […]

Lo slancio d’amore di un Dio che per amore sceglie di aver bisogno degli esseri umani è più érōs o più agápē? A parte le cautele che sempre richiede il discorso analogico, quando si attribuiscono a Dio sentimenti e intenzioni modellati su quelli umani, qui riconosciamo […] che l’amore è insieme eros e agape, condotti al massimo dell’intensità e della trasparenza. […] L’eros, di tradizione alta e filosofica, non è l’amore egoistico (la lettura che identifica eros e concupiscenza si riferisce alle deformazioni del desiderio amoroso in una cultura , cristiana e no, patriarcale e violenta e timorosa dei sentimenti); è desiderio, ma desiderio di unione, non di possedere e asservire altri; piuttosto di partecipare alla vita dell’altro e di comunicare la propria.

Particolarmente illuminanti le osservazioni avanzate a questo riguardo da Jurgen Moltmann[…]:

…Lo stesso Spirito creatore di Dio èérōs, poiché dalle sue creazioni e nelle sue creature rifulge la sua bellezza, che a sua volta risveglia l’érōs. Si ama sempre ciò che è bello e attrae, non il bene in se stesso ma il bene che si presenta come bello e il bello che si mostra buono, come già Platone ben conosceva. La stessa grazia divina si presenta nella leggiadria di una figura e nell’attrazione inconsapevole che un essere esercita.[…] Le irradiazioni dello Spirito divino nelle creature risvegliano l’érōs, che a sua volta santifica la vita creata, in quanto l’ama e la afferma. Morale ed estetica vengono a coincidere. È quello che le persone sperimentano nei loro rapporti: l’amore è vita vitalizzante2.

Quando l’amore raggiunge una certa altezza e una certa temperatura, fa esplodere dicotomie e schematismi prefabbricati: così si può avere un eros spinto fino ad agapizzarsi e un’agape così intensa da acquisire tutto lo slancio costruttivo e rigeneratore dell’eros.

***

 

Cara Noemi, questi gli spunti tratti dal libro della Sebastiani, che quando vorrai potrai leggere per intero perché va ad approfondire una tematica spirituale tanto profonda quanto trascurata, ossia che “il frutto dello spirito” elencato dalla lettera di Paolo ai Galati, cioè amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza-bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé, è appunto unico, ma dato dall’insieme e dalla mutua fecondazione – come direbbe Panikkar, di tutti queste manifestazioni. Ma non mi dilungo qui perché diventerei noiosa. Ricordati inoltre che ti devo trovare le poesie del mio amico frate Davide Maria Montagna, che anni fa scrisse un libro intitolato “Tra eros e agape”.

Ti saluto

in Cristo tua

suor Nazarena.

***

note:

1Tratto da: Lilia Sebastiani, Il frutto dello Spirito (Gal 5, 22-23), Cittadella Editrice, Assisi 2010.
2Jurgen Moltmann, Lo Spirito della vita: per una pneumatologia integrale, Queriniana, Brescia 1994, pp 296–297.
***
Francesco Maule – agosto 2013

Nel cuore di Dio

 

… e la tensione che senti

verso l’immenso e il meraviglioso

sia l’inizio del volo

dentro il cuore di Dio.”1

 

Michela si spostò solo quando vide che oltre alle foglie le stava per colpire il volto anche un ramo.

Il vento impetuoso le graffiava il viso, premeva sul corpo e lei, immobile alla fine della discesa, non voleva entrare.

Non fu la paura a farla muovere, come non fu il coraggio, né l’impazienza.

 

Fu la forza del vento.

Fu come per una danzatrice o una pattinatrice su ghiaccio, lanciate e fatte volteggiare in aria dal potente compagno.

 

Fu la forza del vento.

A spostarla.

Farla ruotare.

 

Fu la forza del vento a togliere quella rigidità, quel peso, ai suoi piedi, ma ancor più alla sua anima.

 

Per qualche attimo Michela si sentì dolcemente abbandonata, fuori controllo, ma allo stesso tempo protetta da una forza superiore alle sue energie.

Capì che stava perdendo l’equilibrio ma che non sarebbe caduta. Si rese conto che quello spostamento improvviso e non calcolato era l’abbandono del suo piacere personale di sentirsi il volto accarezzato dall’aria intensa e dalle foglie del bosco per un piacere più grande e completo, provocato da qualcosa di non scelto.

Una forza che, se vi fosse opposta, avrebbe forse potuto provocarle ferite, o chissà cos’altro.

 

Solo quando fu dentro, dopo uno sforzo immenso, sola nel silenzio fatto di infiniti rumori della notte del mondo, una consapevolezza nuova le permise di vedere tutto questo e di scegliere, nella sua reclusione, di spiccare comunque il volo… dentro il cuore di Dio.

 

Francesco Maule

15 agosto 2013

1Mariangela Gualtieri – Teatro Valdoca, Paesaggio con fratello rotto – prima parte | fango che diventa luce |

foto A. Colombara

foto A. Colombara

oltre il limite

Ci sono eventi della vita che ti impongono di attraversare un limite, superare un confine, raggiungere una situazione e dimensione completamente nuova e inaspettata, cambiare prospettiva, vedere e vivere cose nuove e completamente diverse.

Molto spesso sono eventi traumatici e improvvisi a creare questa “discontinuità”.

foto A. Colombara

foto A. Colombara

 

Uno è capitato anche a me, lo scorso 21 luglio.

Dalla spensieratezza del divertimento con la bicicletta nella pista da skate a Vicenza alla terapia intensiva della neurochirurgia dell’ospedale, attraverso 118, pronto soccorso, esami visite etc di cui non ricordo nulla. Due giorni di black out nella mia vita.

Un momento hai la vita sotto controllo, sai chi sei e quel che puoi e vuoi fare e qualche ora dopo ti ritrovi muto, alimentato artificialmente, bloccato su un letto con un collare rigido senza ricordare, senza capire. Dipendente da tutto e da tutti.

E devi lasciarti andare e nello stesso tempo reagire.

Da persona che, dal proprio “benessere”, ha sempre visitato, curato, accudito, seguito, ti ritrovi ad essere dall’altra parte, immerso in quella schiera di dolore e sofferenza che è stesa in tutti gli ospedali di tutto il mondo.

In una prima lettera ho accennato che dopo essermi ritrovato in un “al di là” di un limite è stato per me fondamentale riconoscere una “benedizione”. Io non trovo sia scontato (e necessario) riconoscere in tali situazioni una dimensione di “benedizione”: può apparire la classica visione buonista cattolica dell’accettare la “croce”… è un discorso molto profondo e delicato, del quale scrivo qualcosa con molto pudore e attenzione.

Non sono parole, è un’esperienza vissuta di cui ora scrivo alcune parole.

Certo non è semplice parlare di benedizione rispetto a una situazione di grave pericolo, se non vitale, almeno di rischio di compromissione cerebrale e motoria, come quella che ho vissuto.

foto A. Colombara

foto A. Colombara

Non è semplice anche rispetto alla grande sofferenza e paura causati innanzitutto a mia moglie e ai miei figli, ai tutti i miei cari e a tutte le persone che mi conoscono e che hanno dimostrato affetto e attenzione nei miei confronti.

Se la vita è fatta anche di eventi drammatici e dolorosi io non posso negare che a me, tutto sommato, è andata piuttosto bene. E che in questo evento mi è dato modo di ri-conoscere molte cose nuove e di rendermi conto in modo serio di molte altre.

Tutto questo (ma molto altro ancora di cui non riesco a scrivere) è ciò che nomino, con la mia solita retorica, come “benedizione”.

Benedizione è (stata) quindi la situazione in cui ho avuto la possibilità di ritrovarmi completamente affidato a Dio, affidato alla capacità di chi mi stava curando e alle preghiere e affetti di chi mi ama. Ritrovarmi affidato anche alla musica che ascoltavo di notte in ospedale e che mi nutriva forse più delle flebo, affidato alle parole dei libri che leggevo, ai volti che succhiavo con quei miei occhi tumefatti da panda…

Non scrivo solo per rispondere o raccontare, ma per trasmettere delle suggestioni, scomposte e ruvide, così come stanno emergendo in questi giorni, per condividere non solo il percorso di guarigione fisica, ma alcune istantanee (così come quelle fotografate dal mio amico Alessandro in questo nostro nordest) sul cammino “oltre un limite”, sul quale sto cercando di posare lo sguardo interiore.

Francesco Maule

foto A. Colombara

foto A. Colombara

*

è quella sottile differenza

di cui sai tutto

a darti

l’abisso

il volo

il canto

di cui hai bisogno

 
(24/07/13)

“Panikkar – Un uomo e il suo pensiero”

presso Cooperativa Sociale Insieme
Incontro di presentazione del libro
Panikkar
Un uomo e il suo pensiero
di Maciej Bielawski
 copertina Panikkar Bielawski
interviene l’autore
Maciej Bielawski
introduce e coordina
Francesco Maule
testimonianza di
don Giandomenico Tamiozzo
direttore Villa San Carlo
conclusione di
don Gabriele Gastaldello
Cooperativa Sociale Insieme
via Dalla Scola, 255 – Vicenza
Tel. 0444.511562
info: Francesco Maule 340-1878753 duealiblu@libero.it
Il primo ritratto completo di Raimon Panikkar.

Immergersi nella biografia di Raimon Panikkar (1918-2010) è come aprire una finestra su quelle che saranno le vite degli uomini di domani. (altro…)

K

 


Kid B – Kill B

 

George e Pam salutano i bimbi che dal finestrino del bus, annebbiato per la condensa, lasciano al loro sguardo manifestare tutto il rimpianto per quella ennesima, anche se breve, separazione. I ragazzini, Eddy e Jeff, escono col bus dal villaggio per percorrere poche centinaia di metri, entrare nella caserma, andare a scuola. George e Pam rientrano in casa, la loro fetta di villino identica alle altre, nel “villaggio della pace”, separato e protetto, in quella città così distante dagli USA.

George è rientrato ieri sera dalla missione. Quattro mesi. Afghanistan.

Dentro casa affonda il suo sguardo – che credeva mutilato – su sua moglie Pam, la osserva muoversi e posizionarsi dentro il soggiorno, in quel fazzoletto di stanza libera vicino le scale. Percepisce che lei vorrebbe immediatamente abbracciarlo, dirgli – Finalmente, mio caro. Ma lui si gira verso la finestra, posa le mani sul vetro, punta lo sguardo sull’albero, o su se stesso, china la testa fra le spalle e tace.

.

Pam gli si avvicina, lentamente fa avvicinare le proprie braccia al corpo del compagno, lo avvolge e posa con delicatezza la testa, leggermente reclinata, fra le sue scapole. Aspetta, ascolta, incredibilmente vede. «I haved killed many people, Pam; Ho ucciso molte persone, Pam; women, children, I don’t know how many, but too many, Pam, too many… donne, bimbi, non so quante, ma troppe, Pam, troppe…»

Scende nell’abisso – Pam – misteriosamente vede un film mai visto che nessuna immagine le aveva mai precedentemente consegnato. La miseria polverosa dei villaggi tra le montagne, case (case?) di terra con tende come porte e finestre; le retate, la violenza, il rumore e le vibrazioni degli spari, il sudore di George, la sua angoscia nelle notti al campo sulle brandine militari, il suo perdersi in una confusa alterazione interiore. Con le braccia strette attorno al busto e le mani sul petto, stringe quel tronco vuoto, senza linfa, senza calore, che sta appassendo ad una velocità vorticosa. Radici senza terra per rami troppo pesanti.

«Tutto ora può e deve cambiare – pensa Pam – abbiamo toccato il fondo. Tutti, da qui, possiamo ripartire, da qui dobbiamo ripartire per qualcosa di nuovo, di completamente diverso».

George, con una improvvisa mossa di avvitamento, si gira, restando tra le braccia della moglie, la guarda ancora, finalmente negli occhi, raccoglie un respiro che sembra raccogliere tutto l’ossigeno del mondo e le dice: «è tutto come prima, cara, non è cambiato nulla, prepariamoci una tazza di caffè».

 

Francesco Maule

 

 

20090909