Francesco Maule

LOGOS 2.0

LOGOS

*

Oggi

Parola ti sei posta

nei depositi del declino

e hai rubato il cristallo

che definisce la verità.

Ai cantori hai chiesto

il mutismo,

ai silenzi hai implorato

i suoni e le urla.

Alla verità hai imposto

la denudazione,

la vergogna,

l’imbarazzo.

“Verità – le hai sussurrato

all’orecchio – fuggi via con me,

scappa, nasconditi”.

Oggi

Parola ti sei posta

negli altari che

credevamo eterni

e li hai sciolti:

hai detto tutto.

 

Francesco Maule

Febbraio 2019

Manifestare la realtà #3 -> #6

Manifestare la realtà #3

Epifanizzare il silenzio

renderlo registro acuto del presente

calibrarne dimensioni

allevarlo.

Manifestare quelle regie remote

laddove si siedono i meditanti

con la capricciosa presunzione

che da quell’immobilità

si possa salvare sé stessi.

Manifestare i nascondimenti, le reclusioni, le uscite laterali, le vie di fuga,

gli eremiti, i boati di solitudine

dove si infilano i sensibili.

Ogni attesa sia fisica,

ogni volo un abbraccio.

Qui mi hanno ritrovato, qui starò.

 

Manifestare la realtà #4

Epifanizzare gli errori, i limiti,

ciò che non so

nella sua organica ampiezza

senza fastidio e timore per ciò che so e non sapevo.

Non sapevo nascondermi

non sapevo illudermi

chiedevo solo le informazioni sbagliate.

Compravo cose inutili

spendevo soldi senza criterio,

investivo in bot, accumulavo debiti.

Scioglievo medicine effervescenti

in acqua satura di pfas.

Dormivo, pagavo, cucivo.

Non sapevo mi avresti aspettato

cambiato e diverso

dopo aver attraversato

due di due possibili percorsi

che non pensavo di ritrovare.

Immagino ora che da queste parole inutili e simboliche

possa emergere un personaggio dell’inconscio

che mi riveli un segreto.

 

Manifestare l’attesa #1

(frammenti del “Diario dalla Fortezza Bastiani”)

Non sapevo mi avresti aspettato

così lontani nelle nostre

Fortezze Bastiani

a perderci

a pregare.

Non sapevo avresti aspettato le mie parole, il mio sguardo,

le mie smorfie, la mia presunzione.

Non sapevo avresti aspettato

proprio me.

 

Manifestare l’attesa #2

(frammenti del “Diario dalla Fortezza Bastiani”)

Attendere, per arrivare vicino.

Lì fermarsi, inghiottire tutta l’insoddisfazione, il rimpianto, la nostalgia.

Riconoscere il limite, il confine, la finitudine.

Cucirsela addosso, tatuarsela.

A quei margini, a quelle strutture urlare, opporre il proprio inchiostro, pensare, capire.

Esprimere la mancanza. Offrire.

 

Manifestare la realtà #5

Elenco dei gesti che mi lasciano senza forze:

il lavaggio delle capienze in cui si depositano sporcizie,

che vanno poi asciugate, riposizionate, fissate.

Il riempimento dei serbatoi, delle cisterne, delle bottiglie, delle pentole.

Il disporre l’accesso alla luce, l’accensione delle calorizzazioni, le nutrizioni e le incombenze relative.

L’accesso a quei luoghi in cui la civiltà (o in-ci-viltà) ha riposto tutto il superfluo

rendendolo necessario.

La guida.

Le riunioni, i meeting, i briefing, le associazioni.

La messaggistica istantanea.

Gli aggiornamenti.

I ragionamenti.

Il tenere sollevate le palpebre.

Firmare.

Pagare.

 

Manifestare la realtà #6

(Alcuni spunti per questa epifanizzazione derivano dalla lettura dell’articolo “L’effetto Rashomon” di Natalie Wolchover – Internazionale 1311 – 14/06/2019 pag. 62)

Epifanizzare i movimenti, le variazioni, i cambiamenti.

Ammirare le mutazioni, le evoluzioni, le trasformazioni, eventi piccoli e infinitesimali (piccole molecole di materia) fino alle grandi vicende cosmiche (onde gravitazionali che si riescono ad ascoltare in lunghi corridoi di particelle o le masse risucchiate – chissà dove e chissà quando – dai buchi neri).

Epifanizzare l’inspiegabilità di fenomeni che solo nei numeri – equazioni da cui discende tutto –

rendono apofatica

ogni tensione poetica.

Manifestare il torpore dettato dal calore

la capacità di distanziarsi

pur appassionandosi di ogni creatura e della sua paura.

Manifestare il privilegio

o la benedizione

del riconoscere una realtà che straripa vicende, eventi, situazioni, accadimenti.

Per qualcuno miracoli – per altri leggi fisiche ancora da codificare con algoritmi appropriati.

Manifestare la gioia

nel vedere una mappa

– talvolta frammentaria e stilizzata

che dice elementi di vita nascosta, in penombra,

in cui rintracciare un percorso o delle indicazioni

su cui ritornare e che, dopo una sedimentazione

prendono forma e concretezza

anche se artistica o poetica.

Indicazioni di amanti

sulla loro pelle sudata.

Non ogni attesa è sensata, non tutti aspettano.

La realtà che incanta.

 

Francesco Maule

                                                    Febbraio – luglio 2019

manifestare la realtà #2

Epifanizzare l’universo, con occhi limpidi e intonsi.

Circondare le galassie di stupita ammirazione e riconoscere umilmente la nostra irrisorietà.

Non temere questa grandezza, gestire adulti la sconfinatezza, rimanere convinti e consapevoli della potenza di ogni gesto d’affetto, di ogni parola pensata, di tutta l’espressività della nostra contemplazione.

Riconoscere che le rappresentazioni più significative le propone il cosmo, con il sole che sorge dal mare, col suono delle onde, con le montagne innevate e la loro magnificenza gloriosa, con i paesaggi, con le stupefacenti acrobazie di colore dei fiori, le piante, gli animali esseri compagni o a volte nostre vittime. Sono esempi, sono parziali riconoscimenti, sono breve elenco della varietà e redenzione concreta che si compie, c’è.

Riconoscere che le rappresentazioni più appassionate ed eloquenti le esprimiamo talvolta anche noi, sapiens, sapienti, umani, parole a cui ogni volta occorrerebbe posporre il punto interrogativo, strana specie che sola sa contemplare e descrivere o raccontare tanta bellezza e armonia, o tragica nefandezza, ma allo stesso tempo ne sa stare indifferente, o sprecarla, deturparla, consumarla, sfinirla.

Epifanizzare la terra e le nostre modificazioni, più o meno rispettose. Nutrire ammirazione anche per le strutture manufatte: i ponti, le strade, le case, le chiese, le città, i capannoni, i motori, i congegni, i chip, i fili elettrici, le connessioni, la tecnica, tecnologica, tecnocratica, tecnogenesi e tecnonecrosi.

Esercitare le architetture, santificare gli osservatori delle piccolezze al microscopio. Ubbidire al riflesso della luce sull’acqua, seguire la luna, nascondersi nelle caverne, ognuno sia hacker.

Benedire tutto ciò che che ci fa meglio guardare, osservare, vedere, sentire, toccare, assaporare, capire, amare. È qui, davati a noi, come questo sole che illumina, e si fa corpo di riflesso con gli scogli come braccia. Steso.

Francesco Maule

manifestare la realtà

Epifanizzare la realtà, perché occorre annotare le brecce di dolore che si dissolvono dai muri sottili dell’arroganza. Occorre recuperare quel coraggio ischemico che lacera e disabilita. Non convertirsi, non irrobustirsi. Sfiorare, perlustrare, affondare nei bacini di attese che si creano nelle ansie del morire. Questuare, impoverirsi, escludersi.

foto: Alessandro Colombara

Iniettare postumanesimi nei recessi di selvaggia natura.

Che ogni mantello sia trasformato in vela, che ogni limatura d’amore rediga la forma dello smarrimento.

Abbracciare, inghiottire il respiro, tentare una perdurante memoria attenta per i già andati, vederli ancora, in quell’inghiottitura nostalgica che preme e strazia.

Entrare in una paura immensa, sfavillante regina della desolazione, anima cupa dell’immobilità e respingerla, tradirla, offenderla, disinnescarla. Ammanettarla di certezze e confessioni, spegnerla con la donazione e la fiducia. Quella maledetta paura reprimerla con concretezze di una realtà cangiante. Essere attori senza rappresentare più nulla, essere poeti senza declamare fantasie.

Dire tutto ciò che vedi.

 

Francesco Maule

poesia_1_2019

sbandamenti umbri | 1

Ferentillo (Terni), 15 luglio 2018.

È facile parlare della bellezza dell’ignoto e delle cose impensate che nascono dall’aprirsi all’inedito, al nuovo, al non conosciuto. Spesso viene consigliato alle persone di uscire dall’ordinario per scoprire cose nuove e diverse della vita. Ma poi quanto ti capita veramente… quanto baratro, quanto impaurisce la terra (delle sicurezze) che manca da sotto i piedi. Basta poco: un imprevisto, un’indicazione stradale errata in un territorio che non si conosce, un piccolo incidente o guasto, vedere un paese semi deserto con i muri delle case crepati dal terremoto.

Basta poco per farci superare dei confini, delle piccole isole di sicurezza, dei limiti mentali che però ci rassicuravano e ci davano serenità.

Dicono che sia questo il valore del viaggio, sia questo il senso della conoscenza e della curiosità. Qualcuno la chiama avventura, altri scoperta, altri ricerca.

Io pensavo di essere abbastanza pronto, di avere oramai una maturità pellegrina, errabonda e viaggiatrice (beatnik), invece oggi mi sono scoperto corazzato, limitato, lievemente a disagio. Rompere l’armatura non è stato facile, emotivamente è faticoso, ma quando poi ti ritrovi a scrivere, anche solo poche righe, come volevi fare da tempo, mettendoti lì, davanti alle parole e allo schermo, nella tua propria realtà, dà a questo viaggio un bel capitolo d’inizio.

Francesco Maule

foto: Dario Dalla Costa

Non saprò mai

poesia 1 | estate 2018

 

*

Non saprò mai

a chi chiedere

di svelare le sottili

appuntite attese

dei cercanti

degli esploratori di senso.

 

Mi hanno chiesto

di stare qui

a guardare

con i calli sui palmi delle mani

e gli occhi che bruciano

per tanta bellezza.

 

Non saprò mai

chi arriverà,

ho solo pochi, visionari, indizi.

Dalle loro spalle,

dalle loro schiene,

capirò il futuro.

foto: Dario Dalla Costa

Consegnare la Costituzione

Questa mattina, alla seconda ora di lezione, ha bussato alla porta della classe una collega del personale ATA con in mano una pila di opuscoli. «È la Costituzione da consegnare agli studenti, firmi qui per ricevuta» mi ha sbrigativamente spiegato.

Mi sono trovato sulla cattedra questi libriccini e mi è mancato il fiato. “Non può essere”, mi sono detto, “non posso distribuirla come fosse un qualsiasi avviso e rischiare che i ragazzi la buttino nella carta al prossimo cambio di ora”.

In pochi istanti ho deciso che avrei “sprecato” quell’ora per consegnare loro la Costituzione.

fonte: skuola.net

Mentre questa decisione veniva messa a fuoco le idee sembravano arrivare come un fiume in piena.

Ho iniziato dicendo ai ragazzi che la lezione di “religione” quel giorno sarebbe stata speciale.

«Ragazzi oggi succede una cosa importante, e tocca a me farlo con voi. Oggi vi consegno la Costituzione». Risate, battute di perplessità, sconcerto.

Era una classe di quarta Ipsia indirizzo manutenzione dei mezzi di trasporto. I loro interessi principali, forse ancor più di alcune parti del corpo femminile, sono legati alle moto e ai loro componenti: cilindri, pistoni, marmitte, telai, etc etc.

No – mi sono detto – qui ci vuole solennità e tutta la mia retorica”.

Per prima cosa ho preso l’elenco nel registro e ho scritto sulla copertina il loro nome e cognome, uno per uno.

«Sono onorato oggi di essere il tramite del Presidente della Repubblica e della Ministra che hanno pensato a questa iniziativa. Ci tengo a consegnarvela personalmente, col vostro nome, perché spero che la conserviate e ne abbiate cura. Tenetela nello zaino, non buttatela, non seppellitela tra le cose sparse in camera vostra. E non abbiate paura di leggerla, di capirla e di viverla».

Ho poi proseguito dicendo loro tante altre cose: ho fatto scrivere alla lavagna l’elenco dei paesi di origine straniera degli alunni o dei genitori della classe: in quella classe erano Serbia, Cina, Tunisia. Nella classe successiva: Bosnia, Serbia (un serbo e un bosniaco nella stessa classe!!!), Etiopia, Romania, Tunisia, Albania. Nella classe dell’ultima ora: Egitto, Senegal, Ghana, Nigeria, Kosovo, Vietnam, Marocco, Macedonia, Bangladesh, India.

Ho detto loro che era un gesto di una importanza storica ed ero fiero di far parte di un paese che dopo aveva dato opportunità a loro e alle loro famiglie di costruirsi una vita diversa rispetto a quella dei paese che avevano lasciato. «E questo paese ora vi dona, vi consegna il suo cuore civico, lo strumento della nostra convivenza e socialità, quella che è definita da molti la più bella Costituzione del mondo».

Ho ribadito loro che sono un’ottimista, che a vedere il bicchiere mezzo vuoto e continuare a ribadire le cose che non vanno, è spesso la cosa più facile. Non è facile accorgersi e rendersi conto delle opportunità, delle libertà, dei diritti e della qualità di vita e relazioni sociali che il nostro paese permette e promuove. Questo non vuol dire essere degli ingenui idealisti: i problemi ci sono, così come le disuguaglianze, le ingiustizie, il tradimento continuo dei principi costituzionali.

Ma quello che viviamo oggi, tutta la qualità e l’evoluzione del paese, sono stati possibili perché la Costituzione, questo meraviglioso strumento di convivenza, di costruzione sociale, la mappa della nostra società e politica italiana, in questi 70 anni l’ha permesso e promosso.

Ho spiegato loro ancora che se fossi dipendente di un dittatore o di una falsa democrazia in cui il potere è esercitato in modo violento e repressivo, che condiziona la vita dei cittadini, se io insegnassi loro, come faccio abitualmente nelle mie “lezioni”, a pensare con la propria testa, ad affrontare la complessità delle convivenza delle differenze, a crescere in umanità in modo integrale, ossia nella conoscenza, ma anche nella dimensione corporea e spirituale, facilmente sarei: o senza lavoro, o incarcerato, o torturato, o ucciso. Loro potrebbero ascoltare e imparare solo l’ideologia del regime. Dovrebbero poi allinearsi al pensiero del potente, o farebbero la stessa fine.

Invece sono liberi di ascoltarmi o meno, sono liberi di impegnarsi o meno, sono liberi di buttare nella carta quel libretto che gli permette di essere uno splendido laboratorio di socialità, dove la fatica delle differenze non è banalizzata o nascosta, ma vissuta con franchezza, talvolta con ruvidità, ma spesso con effetti che portano alla crescita di tutti, di loro studenti e di noi insegnanti.

Abbiamo poi iniziato a leggerla (bella l’idea del poster interno con i primi, immensi, dodici articoli).

In particolare all’articolo 3, con quasi le lacrime agli occhi, abbiamo condiviso la bellezza di quanto affermato e quanto oggi sia talvolta dimenticato.

«Per questo è importante questa consegna, per questo non dovete dimenticarla, per questo dovete conoscerla e amarla. Ve la consegno, è vostra!»

Francesco Maule

 Consegnare la Costituzione_20180224

lettera sul futuro

Lettera sul futuro

ai miei figli, ai miei studenti e alle mie studentesse

Cari ragazzi care ragazze,

in questo periodo sto cercando di decolonizzare il mio immaginario sulle paure e sulla sfiducia dei giovani rispetto al futuro, ascoltandovi il più possibile e raccogliendo le vostre impressioni.

Come mi accade ogni volta che affronto un argomento con voi il mio sentire, le mie idee, cambiano, mutano, si evolvono, vengono messi in discussione.

Io ho paura del futuro? E cosa sto facendo con la mia vita per generare futuro?

Basta aver messo al mondo due figli per chiudere la partita col futuro?

Forse si, se pensiamo alla vita come a un compitino base, con domande facili facili da copiare o risolvere senza aver studiato.

Desidero dirvi che si, anche io ho paura del futuro, che nessuno saprà ciò che accadrà veramente (copio questa lettera su Pc la mattina dell’elezione di Donald Trump a nuovo presidente degli USA… stendo l’ultima redazione e stampo la mattina in Donald Trump e gli USA decidono al G7 di Taormina di non rispettare gli accordi sui mutamenti climatici siglati a Parigi…), ma guardando alla storia è evidente che l’essere umano è capace, è portatore, è generatore delle più grandi bellezze, imprese, compassioni, come delle più assurde bruttezze, egoismi, violenze.

Ma come dice Quattro a Tris in Divergent “la paura o ti paralizza o ti accende”. Anche per me la paura è stimolo, mi “accende”, mi impone di guardare in modo più accurato e attento per intercettare le fosforescenze della realtà e della storia che non impediscono il futuro. La paura mi stimola a vedere, assorbire, custodire e far riflettere gli aspetti più positivi dell’evoluzione umana, in particolare quella spirituale.

Vi dico quindi quello che credo.

Credo che l’umanità sia in grado, lentamente e progressivamente, di costruire una convivenza, nelle diversità, con i conflitti, ma senza che questi tracimino nella violenza o nella guerra, nella scontro militare e armato, se non peggio nucleare.

Credo che l’umanità, dopo una dolorosa indigestione, saprà trovare la giusta misura con l’utilizzo, le potenzialità e i servizi che la tecnologia, soprattutto quella digitale, possono offrire.

Credo che l’umanità, dopo che la biosfera, il cosmo, la natura – chiamatela come volete – ci restituirà lo schiaffo di questi secoli di antropocentrismo industriale, reagendo alla nostra continua sopraffazione, credo che l’umanità riuscirà a trovare un equilibrio con la terra. Credo che il futuro sarà definito da un legame fortissimo e reciproco (ecosofico) tra esseri umani, animali, vegetali, basato sulla sobrietà, sulla sussistenza, sul rispetto e sulla sostenibilità. Ovviamente crollerà l’impero materialista, capitalista, liberista, ma questo è un altro capitolo.

Credo ancora che l’umanità disseterà la propria sete interiore, le proprie aspirazioni alla pienezza e e consapevolezza attraverso percorsi spirituali potenti e svincolati dalle “stampelle” offerte e garantite dalle istituzioni religiose.

In sintesi, care ragazze e cari ragazzi, credo, sono certo e vedo che l’umanità sta imparando ad amare, ad amarsi, a lasciarsi amare, sempre di più e sempre meglio. Come anche io, grazie a voi.

Francesco Maule

04/10/2016 San Francesco d’ Assisi.

Alcuni spunti bibliografici sul tema:

Byung-Chul Han, Psicopolitica, Nottetempo, Roma 2016.

Isabella Maria, Un altro presente è possibile. Percorsi di resistenza creativa, EDT, Torino 2016.

Theodore Zeldin, Ventotto domande per affrontare il futuro, Sellerio, Palermo 2015.

Ken Robinson, Fuori di testa. Perché la scuola uccide la creatività, Erickson, Trento 2015.

Daniel Goleman, Peter Senge, A scuola di futuro. Manifesto per una nuova educazione, Rizzoli, Milano 2016.

Vito Mancuso, Il coraggio di essere liberi, Garzanti, Milano 2016.

Papa Francesco, Laudato sì. Lettera enciclica sulla cura della casa comune, Libreria editrice vaticana, Città del Vaticano 2015.

Il futuro può essere questo: avere un presente che potenzialmente si può ancora dischiudere, aprire, come un fiore.

Imparare l’amore, da chi ti ama, chiederne i colori, le luci.

Per la versione in .Pdf per eventuale stampa clicca qui.

Rider – un giro di pista

Il racconto con cui ho partecipato al concorso #Bicistorie promosso dalla rivista BC della Fiab. F.M.

Ok rider, random start… riders ready… watch the gate… bi bip

Il cancello si sgancia, il semaforo da rosso in pochi attimi è verde. È il momento di spriogionare tutta la potenza sui pedali, è il momento di caricare il peso del corpo in avanti, di tirare sul manubio, di compiere quell’unico gesto, fatto di infinite parti del corpo che si riuniscono per rendere quella partenza la migliore di tutte.

Nel bmx race buona parte della gara si gioca in quell’attimo, alla partenza. È un’esercizio che adoro, è li che devo cercare la sintonia assoluta tra i miei movimenti e quelli della mia bmx, dobbiamo cercare una sorta di fusione, lei deve reagire a tutta l’energia che le dedico, ma allo stesso tempo non devo sbagliare perché la bmx non perdona, così come gli avversari.

foto A. Zampese

foto A. Zampese

Da quell’esplosione che deve avvenire nella partenza, le seguenti pedalate sulla discesa della prima rampa della pista non sono meno fondamentali. La tensione e la rabbia non devono distendersi, anzi, il primo salto va aggredito con una furia e una concentrazione fortissimi. Se parti nelle corsie centrali senti subito i tuoi sette avversari come uccelli dello stesso stormo, diretti verso la stessa méta, che spingono con la tua stessa intensità. Il bmx è un insieme di esplosività, tecnica, ma anche intelligenza e intuizione, il tutto mescolati nei circa quaranti secondi di gara. Il bmx sta alla bicicletta come i cento metri stanno all’atletica. (altro…)