Francesco Maule blog

Accadimenti

Autoscatto pochi minuti prima della brutta avventura…

In questi giorni si sono intrecciate e sovrapposte alcune vicende che mi hanno profondamente sconvolto emotivamente. Non di tutte vorrò e riuscirò a scrivere, ma per capire la particolarità di ciò che è accaduto, e che in qualche modo ha ridefinito tutte gli altri eventi che mi stanno “frastornando”, scrivo del momento più brutto.

In questi giorni sto facendo delle stupende uscite in bicicletta MTB Enduro con l’amico Rudy. Spesso usciamo di buon mattino. Con lui ho iniziato a parlare di un’idea che sto elaborando e che presto (spero) inizierò a condividere anche qui nel blog. A fine giro lui ha ripreso l’auto per tornare a casa. Io ho preferito continuare la pedalata tornando a casa in bici. In quei minuti, rimasto solo, ho girato un video in cui ho parlato degli “accadimenti”. Un giorno dovrò trovare il coraggio di condividerlo.

Pochi minuti dopo, nella provinciale che unisce Valle di Castelgomberto a Sovizzo, ho visto la morte in faccia. Davanti a me, nella corsia opposta, viaggiava un grosso trattore seguito da una fila di automobili. All’improvviso, e con una velocità pazzesca, la prima auto della fila ha iniziato il sorpasso, invadendo completamente la corsia opposta, quella in cui io stavo procedendo. Millesimi di secondo, un film che non mi si toglie dagli occhi. Mi sono tuffato sulla destra dove il fosso finiva grazie a un passaggio carrabile che dava all’ingresso di un’abitazione. Non sono caduto, sono riuscito a rimanere in piedi, ad alzare un braccio stizzito e poi resomi conto che avrei potuto esser stato disintegrato, il crollo, emotivo.

Ho raggiunto la casa dell’amico Dario, poco lontana, ed entrato nella sua cucina la diga emotiva è tracimata. Mai ho provato una paura simile, mai ho visto la morte da così vicino. Rabbia, paura, spavento, incredulità, mille pensieri che si rincorrevano, il tentativo di cercare di capire cos’era accaduto (non mi aveva visto? non gli o le interessava uccidermi pur di concludere il sorpasso?), una sensazione di aver scampato un pericolo enorme, incomprensione, pensiero e compassione per tutte le vittime (ciclistiche in particolare) della strada, un flusso continuo che in parte è ancora qui che mi scorre dentro…

Oggi va meglio, inizio a parlarne e a scriverne perché a questo si sono collegati altri “accadimenti” che in parte ho provocato, in parte mi sono arrivati inaspettati. Sarà necessaria altra rielaborazione. Ma non mi fermo, in questo viaggio pericoloso e drammatico che è la vita, fragile, stupenda, incomprensibile.

Francesco Maule

26 giugno 2020

diari dalla Fortezza Bastiani #1

Mi ero impegnato a scrivere e pubblicare delle riflessioni, una sorta di diario, di questo periodo, condividendo quest’idea anche con alcuni amici e amiche. L’invasione di altre proposte di questo tipo mi ha in parte demotivato nella condivisione, ma non nella faticosa ricerca di appuntare e fermare con le parole alcuni pensieri ed intuizioni emerse in queste settimane, che oramai sono diventati mesi.

Oggi è un giorno particolare, chi mi è vicino e mi conosce bene sa il perché. Trovo quindi il giusto stimolo e adeguata ispirazione per iniziare a condividere qualcuno dei frammenti di questi diari dalla Fortezza Bastiani. Alcuni scritti sono frutto di una sedimentazione o, come si direbbe in linguaggio monastico, di una ruminazione di pensieri e parole, altri sono poco più che piccoli satori, piccole illuminazioni o intuizioni ancora da rifinire.

# rendere grazie

C’è il riconoscimento di un privilegio, di una pienezza, una soddisfazione che emerge e si è affermata in questa situazione, per me stesso e per le relazioni che mi costruiscono e mi costituiscono.

Per la mia famiglia, per le cose che scrivo e dico (sempre poco umile, lo so, ma non è riconoscimento di una bravura, piuttosto il riconoscimento della possibilità di trovare nelle parole e nella scrittura parti di me stesso che gradisco e riconosco). Grazie.

Grazie per questo amore che mi abita e di cui sento di non avere alcun merito. È felicità? È passione? È esser sceso a patti, un compromesso esistenziale, con la comprensione di un senso della vita?

Rendo grazie a Dio, benedico e dico grazie a voi tutti che mi sopportate, rendo grazie alla Vita, al pensiero, al corpo, a tutto ciò che non viene mai nominato né con i pensieri, né con le parole, né con la poesia. Cresco.

# scrivere

Elisabetta mi invita sempre a non rischiare di scrivere citando altri autori o condividere troppo il pensiero di altri, di essere più personale, diretto, forse meno intellettuale e più “sapiente”. Non credo di riuscirci sempre. Credevo di trovare maggiormente il tempo e le condizioni per una scrittura più composta, fluida, di ampio respiro, con un andamento meno sincopato e didascalico. Anche oggi non sarà così, solo hastag con qualche frase, più o meno insulsa, sotto.

# principio monastico

Clausura, reclusione, deserto, preghiera, meditazione, consapevolezza. Sono solo alcuni termini che sentiamo ripetuti in questo periodo, anche in ambiti e contesti non religiosi, riesumati improvvisamente dalla tradizione monastica ed eremitica.

Il “principio monastico” o “monachesimo interiore” che tanto mi appartiene, così comune a tutte le culture e tradizioni spirituali, e che il secolarismo sembra denigrare o dimenticare, talvolta, in tempi difficili, riemerge e prospetta all’umanità le sue fonti sapienziali.

# quali narrazioni? Dove siamo?

Non è facile riposizionarsi, soprattutto quando il ritrovarsi è obbligato e innaturale. Ma è semplice e complicato ugualmente. Restare a casa, nella propria casa, nel luogo in cui dormiamo, nel luogo che spesso desideriamo, alcova felice e serena, dove gli affetti e la cura è dominante. Oppure la casa è il luogo che per qualcuno è solitudine e isolamento, per altri è incubo, è groviglio insano di dinamiche opprimenti.

Come si sta modificando la mente? Come stiamo ricalibrandoci nella ridefinizione di tempi e possibilità?

Io credo sia necessario affidarci alle narrazioni, lunghe e che si sviluppano in modo progressivo e coinvolgente. Ma non tutte le narrazioni che abbiamo ascoltato o che ci hanno invaso in questo tempo sono state utili. Ci voleva lucidità e pazienza per setacciare e riconoscere. Occorreva stare, occorreva allontanarsi.

Ora è qui che siamo, è qui che dobbiamo capire di essere.

E dobbiamo fare incetta di energie e carica emotiva per affrontare la ripartenza che sarà affannosa e indescrivibile. Ma siamo solo all’inizio del guado, servono energie per superarlo, per questo restare che ci affanna e ci inquieta, e serve una riserva di sapienza e consapevolezza da costruire e preservare per il tempo della nuova uscita, rinascita sociale o chiamiamola semplicemente col suo nome: libertà.

# diari dalla fortezza Bastiani

Il riferimento è al libro “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati che ho riletto la scorsa estate. Da allora mi accompagnava quest’idea del rileggermi alla luce della vicenda dell’ufficiale Giovanni Drogo. All’inizio di questa fase più serrata di distanziamento sociale ho voluto immaginarci tutti dei Giovanni Drogo rinchiusi forzatamente in una fortezza Bastiani collettiva. Da lì si sarebbero sviluppati dei diari che narravano l’attesa, lo scrutare un orizzonte in cui nulla accadeva, il non poter scegliere un cambiamento o l’adattarsi ad un’inerzia quotidiana passiva e deprimente, rivedersi e vivere specularmente la vicenda del protagonista del romanzo di Buzzati. I diari sarebbero stati molteplici, la fortezza è una sola. L’idea è questa. Chi vuole cerchi una divisa da ufficiale, e affondi in quest’attesa con me.

# figli

Ogni volta che dobbiamo affrontare una cosa nuova ci sentiamo sempre inadeguati. Questa sensazione o convinzione, l’idea che in qualche modo non siamo pronti ad affrontare una cosa nuova, ci può bloccare e non far cambiare mai. Ho pensato che la cosa più “incosciente”, “alternativa”, “rischiosa”, “imbarazzante”, che abbia fatto in vita mia sia stato “fare” dei figli (ne ho due, di 12 e 16 anni).

L’essere genitori è la cosa che ti fa sentire più inadeguato, ignorante, limitato che esista, ma allo stesso tempo vedendoli crescere ti accorgi di quanto quel tuo poco sia immensamente generatore di vita (oltre a mille altre cose, ovviamente…). Una cosa che mi faceva commuovere mentre erano nel grembo di mia moglie era questa: questo essere un giorno penserà, farà le sue scelte, amerà a modo suo… Pazzesco. Da togliere il fiato. Poi ti ritrovi all’improvviso in casa un “giovane coglione” 16 enne, come lo siamo stati tutti e lo sono tutti i sedicenni, e qualche imprecazione ti scappa, ma così è questa sfida dell’esser genitori. Averli avuti entrambi in casa e averci trascorso così tanto tempo insieme è stato per me, per noi, una gran bella opportunità di cui rendo grazie.

# resilienza trasformativa

Ho ascoltato in una live di qualche settimana fa il prof. Giovannini (ex ministro del lavoro nel governo Letta e cooptato nella task force del Governo per la ripartenza) – in un confronto molto interessante e fruttuoso con Castegnaro (Forum di Limena) –  che parlava di resilienze trasformative, in merito alla necessità di cambiamento e ricostruzione dopo aver “resistito” all’urto di questa epidemia.

In fondo pensavo come forse ogni vita sia di fatto un processo di resilienza trasformativa. Penso in particolare alle capacità che tante persone dimostrano di resistere ai traumi, agli infortuni, alla malattia, ai lutti, ai cambiamenti che la vita a volta ti sbatte addosso, alle insoddisfazioni, piccole o grandi, che a volte ci attanagliano. E ci trasformiamo, non per alienarci da noi stessi, ma per avvicinarci sempre più a un “io” che ci piaccia e ci faccia star bene (forse esser felice…ma qui si apre un altro enorme scenario…). Ci vuole coraggio, determinazione, e molti che conosco ne hanno a tonnellate. A tutti i resilienti trasformativi: grazie.

Francesco Maule

7 maggio 2020

Dell’aggiornare un blog, del comunicare, del vagare, del vivere…

Dell’avere un blog, del come essere presenti nel web e nei social media, di come aggiornare i propri contenuti, delle cose che si hanno da dire e di cosa si vuole condividere.

Sono domande che prima o poi emergono e si pone colui, come il sottoscritto, in modo più o meno consapevole, ha iniziato qualche tipo di attività legata all’informazione o alla cultura o all’arte nel web. Nel mio caso il blog “elbagolo”.

Soprattutto quando passano le settimane, a volte anche i mesi, e non si riesce a trovare nulla di significativo da dire o da condividere. Nel mio caso in questi due mesi ho scritto molto, letto molto, ascoltato molte cose interessanti, riflettuto e studiato su varie tematiche, ma nulla ha trovato quella declinazione che mi avesse fatto desiderare di pubblicarla e condividerla. Anche se il mio blog ha un numero molto molto ristretto di “followers” che, cosa che non ho mai fatto, ringrazio per la fiducia e fedeltà, è necessario tenere conto che ogni cosa messa in rete ha un potenziale ipoteticamente infinito e indefinito. Io poi, poco umilmente, ho tentato di puntare più sulla qualità (oseri dire sulla significatività) che sulla quantità, ma oggi siamo letteralemente invasi e, lo riconosco, anche di contributi di alta qualità. A volte diventa quindi difficile “postare”, e oggi voglio ammetterlo. Io continuo per la mia strada, una strada secondaria, poco frequentata, silenziosa, che muta spesso contesto, senza una connotazione definita e definitiva, che induca alla riflessione e contemplazione più che alla soluzione e definizione. Questo blog è una parte di me, certamente parziale, che non rinnego, che a volte trascuro e su cui a volte invece ho investito parecchie energie. Mi piace, ne sono fiero e oggi mi ritrovo a riconoscere che quello che posso dire è solo questo.

Forse è arrivato il tempo anche di cambiare qualcosa (in fondo “elbagolo” nel 2020 compie i suoi dignitosi e onesti 10 anni) e qualche idea mi sta frullando in testa, per cui non aggiungo altro, oggi va così, grazie a chi mi legge e segue,

stay tuned!

Francesco Maule

febbraio 2020

LOGOS 2.0

LOGOS

*

Oggi

Parola ti sei posta

nei depositi del declino

e hai rubato il cristallo

che definisce la verità.

Ai cantori hai chiesto

il mutismo,

ai silenzi hai implorato

i suoni e le urla.

Alla verità hai imposto

la denudazione,

la vergogna,

l’imbarazzo.

“Verità – le hai sussurrato

all’orecchio – fuggi via con me,

scappa, nasconditi”.

Oggi

Parola ti sei posta

negli altari che

credevamo eterni

e li hai sciolti:

hai detto tutto.

 

Francesco Maule

Febbraio 2019

Manifestare la realtà #3 -> #6

Manifestare la realtà #3

Epifanizzare il silenzio

renderlo registro acuto del presente

calibrarne dimensioni

allevarlo.

Manifestare quelle regie remote

laddove si siedono i meditanti

con la capricciosa presunzione

che da quell’immobilità

si possa salvare sé stessi.

Manifestare i nascondimenti, le reclusioni, le uscite laterali, le vie di fuga,

gli eremiti, i boati di solitudine

dove si infilano i sensibili.

Ogni attesa sia fisica,

ogni volo un abbraccio.

Qui mi hanno ritrovato, qui starò.

 

Manifestare la realtà #4

Epifanizzare gli errori, i limiti,

ciò che non so

nella sua organica ampiezza

senza fastidio e timore per ciò che so e non sapevo.

Non sapevo nascondermi

non sapevo illudermi

chiedevo solo le informazioni sbagliate.

Compravo cose inutili

spendevo soldi senza criterio,

investivo in bot, accumulavo debiti.

Scioglievo medicine effervescenti

in acqua satura di pfas.

Dormivo, pagavo, cucivo.

Non sapevo mi avresti aspettato

cambiato e diverso

dopo aver attraversato

due di due possibili percorsi

che non pensavo di ritrovare.

Immagino ora che da queste parole inutili e simboliche

possa emergere un personaggio dell’inconscio

che mi riveli un segreto.

 

Manifestare l’attesa #1

(frammenti del “Diario dalla Fortezza Bastiani”)

Non sapevo mi avresti aspettato

così lontani nelle nostre

Fortezze Bastiani

a perderci

a pregare.

Non sapevo avresti aspettato le mie parole, il mio sguardo,

le mie smorfie, la mia presunzione.

Non sapevo avresti aspettato

proprio me.

 

Manifestare l’attesa #2

(frammenti del “Diario dalla Fortezza Bastiani”)

Attendere, per arrivare vicino.

Lì fermarsi, inghiottire tutta l’insoddisfazione, il rimpianto, la nostalgia.

Riconoscere il limite, il confine, la finitudine.

Cucirsela addosso, tatuarsela.

A quei margini, a quelle strutture urlare, opporre il proprio inchiostro, pensare, capire.

Esprimere la mancanza. Offrire.

 

Manifestare la realtà #5

Elenco dei gesti che mi lasciano senza forze:

il lavaggio delle capienze in cui si depositano sporcizie,

che vanno poi asciugate, riposizionate, fissate.

Il riempimento dei serbatoi, delle cisterne, delle bottiglie, delle pentole.

Il disporre l’accesso alla luce, l’accensione delle calorizzazioni, le nutrizioni e le incombenze relative.

L’accesso a quei luoghi in cui la civiltà (o in-ci-viltà) ha riposto tutto il superfluo

rendendolo necessario.

La guida.

Le riunioni, i meeting, i briefing, le associazioni.

La messaggistica istantanea.

Gli aggiornamenti.

I ragionamenti.

Il tenere sollevate le palpebre.

Firmare.

Pagare.

 

Manifestare la realtà #6

(Alcuni spunti per questa epifanizzazione derivano dalla lettura dell’articolo “L’effetto Rashomon” di Natalie Wolchover – Internazionale 1311 – 14/06/2019 pag. 62)

Epifanizzare i movimenti, le variazioni, i cambiamenti.

Ammirare le mutazioni, le evoluzioni, le trasformazioni, eventi piccoli e infinitesimali (piccole molecole di materia) fino alle grandi vicende cosmiche (onde gravitazionali che si riescono ad ascoltare in lunghi corridoi di particelle o le masse risucchiate – chissà dove e chissà quando – dai buchi neri).

Epifanizzare l’inspiegabilità di fenomeni che solo nei numeri – equazioni da cui discende tutto –

rendono apofatica

ogni tensione poetica.

Manifestare il torpore dettato dal calore

la capacità di distanziarsi

pur appassionandosi di ogni creatura e della sua paura.

Manifestare il privilegio

o la benedizione

del riconoscere una realtà che straripa vicende, eventi, situazioni, accadimenti.

Per qualcuno miracoli – per altri leggi fisiche ancora da codificare con algoritmi appropriati.

Manifestare la gioia

nel vedere una mappa

– talvolta frammentaria e stilizzata

che dice elementi di vita nascosta, in penombra,

in cui rintracciare un percorso o delle indicazioni

su cui ritornare e che, dopo una sedimentazione

prendono forma e concretezza

anche se artistica o poetica.

Indicazioni di amanti

sulla loro pelle sudata.

Non ogni attesa è sensata, non tutti aspettano.

La realtà che incanta.

 

Francesco Maule

                                                    Febbraio – luglio 2019

manifestare la realtà

Epifanizzare la realtà, perché occorre annotare le brecce di dolore che si dissolvono dai muri sottili dell’arroganza. Occorre recuperare quel coraggio ischemico che lacera e disabilita. Non convertirsi, non irrobustirsi. Sfiorare, perlustrare, affondare nei bacini di attese che si creano nelle ansie del morire. Questuare, impoverirsi, escludersi.

foto: Alessandro Colombara

Iniettare postumanesimi nei recessi di selvaggia natura.

Che ogni mantello sia trasformato in vela, che ogni limatura d’amore rediga la forma dello smarrimento.

Abbracciare, inghiottire il respiro, tentare una perdurante memoria attenta per i già andati, vederli ancora, in quell’inghiottitura nostalgica che preme e strazia.

Entrare in una paura immensa, sfavillante regina della desolazione, anima cupa dell’immobilità e respingerla, tradirla, offenderla, disinnescarla. Ammanettarla di certezze e confessioni, spegnerla con la donazione e la fiducia. Quella maledetta paura reprimerla con concretezze di una realtà cangiante. Essere attori senza rappresentare più nulla, essere poeti senza declamare fantasie.

Dire tutto ciò che vedi.

 

Francesco Maule

poesia_1_2019

voce di un sottile silenzio

SBANDAMENTI UMBRI | PARTE 2

Assisi (PG). Fraternità di “San Masseo” della Comunità monastica di Bose. 20 luglio 2018.

Il viaggio prosegue stando fermi, il viaggio continua rallentando, il viaggio si ferma attonito sul canto dei monaci. Il viaggio si evolve ascoltando emozioni, cercando il sonno senza il respiro della sposa che rassicura, il viaggio si abbandona al silenzio e all’unicità di un luogo e di una città, al confine tra la profanazione e la santità.

Chiesa di San Masseo (Assisi) – foto F. Maule

Oggi qui festeggiano S. Elia: che la sua forza profetica, quel suo percepire Dio nella “brezza leggera” (o in un  “silenzio sottile”) ci sia di esempio e sostegno. Si dice che gli U2, nel dare il titolo a “Rattle and Hum” quel magnifico ed epico album fatto in parte di canzoni live, in parte di canzoni in studio, registrato durate la tournee negli USA, abbiano fatto riferimento proprio ai versetti del libro dei Re (1Re 19, 9-13a) in cui Dio si rivela ad Elia come silenzio sottile, brezza leggera, sussurro lieve…

Nel viaggio che si lascia trasportare dalla brezza leggera dello spirito emergono voci ed emozioni, sia interiori che fisiche. Vicende della vita, episodi, persone, amici si stagliano in una compassione che non è solo emotiva, è sincera, viscerale.

“[…] in quella che possiamo considerare l’ultima tappa dell’itinerario spirituale [emerge] la voce sottile, quasi trattenuta, percepibile soltanto nel silenzio. Quando, finalmente, si raggiunge una certa maturità spirituale, quando si arriva a dominare i propri impulsi volontaristici, le proprie agitazioni, le proprie passioni, allora si è in grado di sintonizzarsi sull’onda silenziosa della voce divina che ci parla [come ad Elia] nel segreto.

È difficile sintonizzarsi su questa lunghezza d’onda, finché siamo preda delle nostre emozioni. Ma una volta che siamo arrivati a percepire il «silenzio sottile» della voce di Dio, allora è in tutto il nostro essere che si stabilisce la pace: anche nella nostra volontà, nella nostra sensibilità, nei nostri affetti. È attraverso tutto ciò che noi siamo, tutte le nostre esperienze che Dio ci istruisce, e tutto viene riassunto nel silenzio[1]”.

Scrivevo ieri questa poesia:

poesia 2 | estate 2018

Aprirsi al silenzio

Con moderazione e rispetto,

riscoprire e gestire la solitudine

con calma e prudenza.

Accogliere questo luogo

Sconosciuto e lontano

Con coraggio e attenzione.

Stare qui.

 

Sto svuotando e riempendo questo “stare qui” oltre che con l’ascolto e la preghiera, anche di parole da leggere e parole da scrivere, che può sembrare un controsenso rispetto alla ricerca del silenzio.

Sto leggendo vari libri ma in particolare cito “La solitudine del credente” (EDB) di Alberto Mello | “Elogio dell’amore imperfetto” (Cittadella editrice) di Lidia Maggi | “Le età della vita spirituale” di Pavel Evdokimov | e stralci di altri libri che ho trovato qui a San Masseo.

Ci sono alcune spine conficcate chissà dove, se nel cervello, nel cuore, nel corpo, qui, in me:

  • Frediano (ex collega, tra i fondatori della cooperativa Insieme) e la sua morte;
  • Il silenzio come aspettativa troppo idealizzata ed estrema che me lo fa pensare inesistente (ne ho scritto in alcune poesie che pubblicherò prossimamente e ne parlerò in futuri articoli prendendo anche alcuni stralci da “Lettere a un amico sulla vita spirituale” di Enzo Bianchi che ho trovato qui e che trovo significative);
  • La delusione, l’amarezza, il rimpianto che persistono in qualche misura, come un grumo difficile da sciogliere, per un evento personale, sportivo, che può sembrare relativo e banalizzabile ma che ha comunque segnato queste ultime settimane. È uno sfregio che resta superficiale ma è appariscente.
  • L’amicizia: l’altra sera in una bella telefonata con Mauro condividevo come fosse impressionante il sentire la loro presenza qui ad Assisi, come ciò che abbiamo vissuto in questi luoghi più di vent’anni fa, emerge ancora oggi, sfuocato ma potente. Ma mi resta anche il desiderio e la nostalgia per tempi più lunghi di frequentazione con gli amici, di maggiori occasioni di condivisione, avventura, convivialità, anche con le nostre, molto differenti, famiglie e/o solitudini.
  • Elisabetta, il sesso, i corpi. La bellezza del nostro legame riconosciuto in una libertà che ci sostiene.  Ad Elisabetta scrivevo ieri che occorre avere un po’ meno pudore e maggiore libertà per parlare di sessualità. Ad esempio condividendo questo brano che le ho inviato copiato da: Bernardette e Bernard Chovelon, L’avventura del matrimonio, Qiqajon, Comunità di Bose, 2004. Pag. 137 – 139

L’AVVENTURA DEL MATRIMONIO

Qualche consiglio per la costruzione di un’armonia sessuale

Per lui:

  • Crea un clima di tenerezza;
  • Dedica del tempo alle carezze, alle parole affettuose. Non dimenticare che la qualità dei preliminari condiziona la qualità del rapporto sessuale;
  • Rispetta la partner, non farne la schiava delle tue fantasticherie;
  • Presta attenzione al suo piacere, questo accrescerà anche il tuo;
  • Dopo, dedica del tempo alle confidenze, all’abbandono dell’uno all’altra.

Per lei:

  • Non trasformare tuo marito in un eterno mendicante, impara a prendere qualche iniziativa;
  • Lascia il tuo pudore nell’anticamera;
  • Non dimenticare che tuo marito ama anche le carezze;
  • Tuo marito ti ama ancor di più quando sei inventiva e piena di fantasia;
  • Non esitare di mostrargli e a raccontargli il piacere che provi.

Per tutti e due:

  • Sappiate accettare i possibili insuccessi, i limiti dell’altro, la sua fatica, le reazioni diverse dalle vostre;
  • Prendetevi il tempo di cui avete bisogno, non bruciate le tappe;
  • Fate durare il piacere, fermatevi per ripartire meglio;
  • Non cercate di eseguire le “trentasei posizioni”, non state realizzando un’impresa sportiva, vi state amando;
  • Non abbiate paura di guidarvi l’un l’altro nella ricerca del piacere comune;
  • Non dimenticate che la qualità è sempre prioritaria sulla quantità.

foto F. Maule

In un bel poema, Patrice de la Tour du Pin esprime così la gioia del rapporto amoroso:

Quando vengo verso di te con tutta la mia carne,

ripercorrendo i meravigliosi lineamenti del tuo corpo di donna

con le labbra e le mani, la luminosa

cattura del tuo corpo vergine nel mio,

non vi è altro mare per il fiume che io sono

altro cielo per il grido di felicità che io sono,

altro campo per il germoglio d’amore che io sono,

e io sigillo il corpo che noi due facciamo insieme.

 

E posso infine straripare dal mio essere

verso il tuo ventre e la tua gola, estuari di vita,

e riprendiamo fiato l’uno nell’altra, al vento

che proviene dalle più profonde valli sensuali,

e noi siamo del ritmo eterno ritrovato.

 

Perché con un bacio tu cambi tutto un mondo,

e io risveglio le grandi e pure forze della tua carne,

che, sepolte, non avevano trovato la loro pienezza,

e attraverso l’istante nuziale, io so entrare

nell’immensa corrente che unisce le solitudini

degli uomini da sempre, e la solitudine divina

alla loro, e accanto ad essa, questa nostra solitudine

e quella della vita che facciamo fiorire.

 

E al di là del mio amore, ma proprio in esso,

io ripercorro i meravigliosi tratti della tua anima

così com’è stata dinanzi al sorriso di Dio, con i sensi

dell’anima erranti su di essa come le mie mani

sul tuo corpo, per ritrovare colui che mi ha fatto nascere,

al di là di questo indefinito generare del padre

fino al figlio che ci somiglierà[2].

 

Concludo questo post – che è molto diaristico con un’ulteriore poesia che dice il fascino e la fatica, l’ambiguità e dolcezza del silenzio e della solitudine, di cui ora, qui, rendo profondamente grazie.

poesia 3 | estate 2018

Dei passi di un cammino

che credevo semplice

le impronte hanno dettato

sul sentiero sassoso

molti dubbi e alcune

fastidiose incertezze.

Il resto l’ha fatto la signora strana

chiamata mente

imbizzarrita scontrosa

selvaggia immaginatrice

che invece di farsi

posata e moderata

si è scatenata e mi imbarazza.

Ora chi mi aiuta

ad accogliermi e riposarmi

in questo letto nuovo

sul quale volevo coricarmi

da un tempo immemore?

 

Francesco Maule

 

[1] Alberto Mello, Elia o la voce del silenzio, in La solitudine del credente, EDB, Bologna 2010. Pag. 80.

[2] Patrice de la Tour du Pin, “Noces”, livre VIII, in Le Monde de l’amour, Gallimard, Paris 1946.