Andrea Riccardi

La conoscenza strumento di pace

 Per una nuova cittadinanza globale. La conoscenza strumento di pace

Fonte: Corriere.it

Un brano tratto dal saggio di Andrea Riccardi, «La forza disarmata della pace», sulla forza delle idee contro la guerra, uscito per Jaca Book il 16 marzo

Andrea Riccardi è uno storico, accademico, attivista e politico italiano, fondatore nel 1968 della Comunità di Sant’Egidio. Dal 16 novembre 2011 al 27 aprile 2013, Riccardi è stato chiamato a ricoprire l’incarico di Ministro per la Cooperazione internazionale e l’Integrazione nel governo tecnico del prof. Mario Monti.

Le guerre non sempre e non facilmente s’isolano in una determinata regione del mondo. C’è un contagio transnazionale dell’instabilità. La costruzione della pace in altri Paesi non è solo un impegno morale, ma alla fine è anche pensare in qualche modo alla propria sicurezza. Del resto l’impegno per la pace di un Paese e le missioni di pace danno dignità a uno Stato anche di fronte ai suoi cittadini.

Andrea Riccardi, «La forza disarmata della pace. Movimento, pensiero, cultura» (Jaca Book, pp. 72, euro 10, in libreria dal 16 marzo)

Andrea Riccardi, «La forza disarmata della pace. Movimento, pensiero, cultura» (Jaca Book, pp. 72, euro 10, in libreria dal 16 marzo)

Come agire di fronte a conflitti complessi, di fronte a ragioni e torti tanto interconnessi, a intrichi d’interessi, a storie contorte? E poi a che serve? Sono domande concrete, cui bisogna rispondere. In fondo, il movimento per la pace si è scoraggiato, non solo per le sue sconfitte di fronte alle decisioni di guerra, ma anche per la complicazione politica dei conflitti con cui si è misurato. Al tempo della Guerra fredda, si sapeva con chi stare, a seconda della propria collocazione politico-ideologica. Occorre riflettere sullo spaesamento del cittadino del mondo globale, che porta a un disinteresse dalle problematiche della pace. Come superare queste difficoltà?

Lo storico Andrea Riccardi (Roma, 1950)

Lo storico Andrea Riccardi (Roma, 1950)

Oggi, per vivere responsabilmente nel nostro mondo, dobbiamo saperne di più. Le semplificazioni ideologiche sono tramontate. La cultura, l’informazione e la politica a livello internazionale sono una necessità per abitare la globalizzazione. Ciò non significa divenire accademici o esperti, ma seguire il mondo nei suoi percorsi attuali, anche se un po’ complicati, non impossibili da comprendere, però, per la gente comune. La politica internazionale e la geopolitica devono rientrare nella cultura e nell’informazione quotidiana. Oggi, una cultura geopolitica è necessaria — come un po’ d’inglese quando si viaggia —, perché ci aiuta a interpretare le tante notizie che ci raggiungono ogni giorno, a essere meno disorientati, a prendere parte facendoci un’opinione.

Sapere, conoscere, discutere ha un grande valore e, alla fine, influenza anche le politiche di pace. Nel mondo globale, pochi (si pensi ai terroristi) possono creare gravi danni o conflitti, ma tutti — è una mia ferma convinzione — possono aiutare a fare la pace. Vi sono alcune esperienze in cui pochi, appassionati alla pace, sono diventati «pacificatori»: questo è avvenuto nel conflitto in Mozambico nel 1992. Non si tratta però di casi isolati. Non siamo condannati all’impotenza di fronte a un gioco più grande e più forte. È doveroso far sentire e far pesare le proprie opinioni sui destini di pace e di guerra.

Una società più attenta alle vicende del mondo è una garanzia contro le passioni nazionalistiche e le avventure bellicistiche, molto più di quel che si crede. È anche una garanzia nei confronti di decisioni prese da pochi per interessi non dichiarati, che però finiscono per coinvolgere popoli interi. Insomma, bisogna vigilare, anche se spesso — a fronte dei consessi internazionali o delle decisioni dei leader — si ha la sensazione di non contare o che il proprio Paese conti poco.

Una cultura di pace deve riprendere forza e, con essa, un movimento che sperimenti percorsi nuovi per una partecipazione più attiva ai grandi temi internazionali. Il mondo globale, con le sue smisurate dimensioni e le sue radicate connessioni, ha bisogno di persone dalla coscienza globale. La cultura della pace deve diventare una passione condivisa e un appuntamento rilevante nell’educazione delle giovani generazioni. Tutto questo, però, può maturare se cittadini consapevoli riprendono a parlare della pace in tutte le sedi. Donne e uomini consapevoli riprendono a seguire con interesse il mondo più vasto, al di là dei confini del proprio Paese.

Infatti, interessarsi della pace non è un fatto puntuale o emergenziale. Un tempo ci sono state grandi passioni ideologico-politiche, come l’europeismo, il terzomondismo, la solidarietà per i Paesi occidentali o quelli dell’Est, la decolonizzazione e via dicendo. Deve risorgere una passione civile per il mondo globale nei suoi vari aspetti. Perché questo mondo non è piatto o tutto uguale né privo di interesse: è anzi un insieme di storie e vicende, oggi più che mai annodate tra di loro, che costituiscono una storia comune. Il mondo globale non è solo un grande mercato, dominato da forze economiche che non si controllano, né uno scenario dove contano solo pochi poteri. Siamo parte di questa storia globale, che ha tanti attori, piccoli e grandi. E speriamo che questa storia si sviluppi in una prospettiva di pace, che è la migliore condizione possibile per l’umanità.