Speranza che va, speranza che viene

Il tema migranti e richiedenti asilo desta sempre ampio dibattito se non scontro e aggressività, espresse in particolar modo nei social media. Anche nel mio paese (Creazzo -VI-, 11mila abitanti circa) la questione suscita polemiche e divergenze.

fonte: lettera43.it

fonte: lettera43.it

La parrocchia ha scelto, circa due anni fa, dopo una lunga riflessione e confronto con altre esperienze, di attivare una forma di accoglienza per un numero ristretto di richiedenti asilo: un nucleo di circa 4 persone. Per un anno e mezzo ha cercato invano la disponibilità di un appartamento da affittare per tale necessità. Nel momento in cui si è liberato un appartamento della parrocchia, a causa del completo trasferimento della piccola comunità di suore dorotee, ubicato nei pressi della chiesa di San Nicola sopra la scuola materna, la comunità parrocchiale ha deciso di utilizzarlo per questa funzione di accoglienza. Apriti cielo! (O meglio apriti facebook).

Anche il Sindaco, di certo mai favorevole al sistema di accoglienza diffuso e integrato, nell’ultimo numero del giornalino dell’amministrazione comunale, ha espresso rammarico dicendosi non a conoscenza di quanto la parrocchia stava portando avanti da tempo. La parrocchia aveva invece sempre agito con trasparenza, organizzando anche degli incontri pubblici. Non sopporto più la retorica leghista della scala di bisogni e del “prima i nostri”. Come se l’aiutare i richiedenti asilo volesse dire non dare altrettanta attenzione e cura ai problemi e alle esigenze della comunità. Questa è sciatteria politica! I bisogni e i diritti vanno tutelati a tutti e sempre! Ma perché invece il sindaco non critica quanto è successo nel suo comune proprio a causa della sua ottusa chiusura? La prefettura infatti ha imposto una presenza, in un grande appartamento di privati, la presenza di ben 22 donne richiedenti asilo, gestito da una di quelle cooperative che praticano l’accoglienza dei grandi numeri, quando invece la parrocchia e il sistema di accoglienza diffuso tende a valorizzare le cooperative che si sono attrezzate e operano per numeri ridotti garantendo qualità dei servizi, attenzione alle persone, limitando quindi le tensioni sociali e favorendo la reale e progressiva integrazione.

Il mio caro amico Mauro Marzegan ha proposto una lettera sulla questione sul foglio di comunicazione “Il Punto di Creazzo” del 20.01.2017. La riporto perché la sua intuizione sulla speranza è meravigliosa, e i toni che utilizza spero invitino alla riflessione.  F.M.


SPERANZA CHE VA, SPERANZA CHE VIENE

di Mauro Marzegan

Negli ultimi tempi, sembra che il problema stranieri e “profughi” a Creazzo abbia generato divisioni, commenti aggressivi nei social network, assensi nei “mi piace” nel sostenere le tesi più disparate, articoli pubblicati dove, purtroppo, le certezze del pensiero comune si allineano su supposizioni qualunquiste e attinte a fonti discutibili: “ho sentito dire”, “i miei informatori dicono”, “porteli in Vaticano”, “varda tuto quel che i ga e i voe anca l’acqua calda” come volessimo fare cambio con la loro vita. Tali prolusioni dei “tuttologi” sembrano accettabili quanto una tesi copiata da Wikipedia ma, nello stesso tempo, hanno ferito quanti, ogni giorno, operano la carità senza distinzioni nelle nostre parrocchie e non solo. Personalmente preferisco la scuola di don Milani basata sui numeri, sull’informazione pluralista, su fonti certe, su esperienze che coinvolgono come protagonisti e sulla ricerca giustificata prima di pronunciarsi.

Ma anche informarsi é divenuto ambito dei buonisti o dei “basabanchi”: è nata la necessità di distinguere ironicamente ed escludere socialmente quanti cercano di articolare un pensiero che si discosti.

Incontrare l’altro, nella diversità, non riguarda solo lo straniero ma tutti, anche la propria moglie e il proprio marito, perché significa tradurre la teoria in pratica e i pensieri in opera: non è mai facile ma è sempre una decisione che investe e una tensione diretta all’altro per dirsi amanti e generare, così, vita. Solo così l’altro diviene benedizione!

L’intercultura, per me, è incontro dialogico con tutte ma proprio tutte le persone che abitano la nostra vita: non ci possono essere, infatti, persone di Creazzo e persone straniere ma solo l’umanità che incrociamo ogni giorno e che decidiamo di vivere per uscire dalla “gabbia” degli stereotipi e tendere, così, all’amore pensoso, universale, agapico.

In questo senso, vorrei davvero imparare ad accogliere e l’accoglienza, quando è presente, non è selettiva ma disinteressata! L’accoglienza fa sentire la nostra abitazione accogliente per quanti ne varcano la soglia.

Ricordo con commozione i racconti dei miei nonni paterni che, agricoltori in quel di Biron, prima di andare al lavoro nei campi, lasciavano la porta aperta, un bicchiere di vino, qualcosa da mangiare e un riparo per la notte per i più sfortunati che avevano perso tutto nel dopoguerra. Non si sono mai chiesti chi fossero e da dove venissero e, di certo, non li hanno mai invidiati per il poco che avevano, non li hanno mai cacciati, non si sono mai lamentati delle fatiche, ma davano quello che avevano nella gratuità. A sua volta mio nonno materno ha avuto accoglienza, conforto e rifugio come migrante in paesi dove l’italiano, lo straniero, non era certo ben visto.

D’altra parte non è possibile amare nemmeno il proprio partner in modo parziale: o lo si ama tutto o non lo si ama; essere insieme non è un contratto che realizza la persona perché la rende uguale, risolta e cambiabile ma è il desiderio di “svelamento” che la unisce, la rende indefinita, unica, irripetibile e perciò imperdibile.

E’ questo desiderio di imparare ad amare l’altro che rende consapevoli che, in realtà, stiamo amando il mondo.

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fonte: lettera 43.it

A volte mi sembra quasi di percepire che la rabbia insensata contro gli stranieri abbia origine dal fatto che loro hanno ciò di cui avremmo bisogno: la speranza! E sono disposti a perdere la loro vita per essa. Noi abbiamo tutto e, nell’illusione di una maggiore sicurezza, abbiamo perduto la speranza e lo stupore di fronte alla bellezza della vita rinunciandovi in un deserto imperscrutabile: quello di tutte le relazioni; quelle vicine, parenti, amici, vicini, compaesani e quelle lontane costituite da quanti stanno al di là dei confini di Creazzo, dello stato (o di uno stato ideale) o, meglio, dei confini che noi stessi costruiamo per tenere le persone, anche quelle fisicamente vicine, il più possibile lontane perché non ne vogliamo proprio sapere.

E’ paura?

Confini e paura… sì: se allontaniamo l’altro, allontaniamo proprio tutti, anche noi stessi! E un motivo c’è sempre… dentro di noi.

Oggi, nessuno ha più una patria ma solo confini; i confini sono muri del cuore, la patria è libertà di tutti; i confini sono dei conflitti, la patria li ripudia; i confini sono delle paure, la patria appartiene all’umanità; la patria è ciò che vogliamo essere: ecco dove mi riconosco italiano.

Quello che ci sta sfuggendo é che siamo noi gli unici responsabili della morte della nostra cultura e delle tradizioni e, invece di trovare risposte, nuovi stimoli, un’identità chiara e vitalità in quanti vengono da “fuori Creazzo”, cerchiamo la divisione nell’individualismo che si ripercuoterà inevitabilmente.

In tempi di separazione, prima di tutto nelle famiglie, rispondersi significa “avvicinare” per unire e rendere davvero speciale il volto dell’alterità dove si riflette il nostro.

Quando arriva l’ospite, nella nostra cultura, si tira fuori il “servizio buono”, quello della dote!

Vorrei potermi guardare indietro un giorno e non aver mai chiuso la porta nella speranza di essere io stesso l’accolto da una comunità che, ormai, non sa più né orientarsi, né accogliere, giustificando azioni dettate dalla xenofobia, giudicando senza perdono e le é sufficiente un “mi piace” per avere la magra sensazione di appartenere ad essa.

Mauro Marzegan

17.01.2017

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tutti pazzi

Ci sono vari modi per esternare sconcerto, dissidenza, disapprovazione, disagio. Alesenzapelle, amico artista che da anni persegue percorsi creativi che abbracciano varie discipline, presenta ora una rivisitazione elettropunkpostmodernwave di una mitica canzone punk italiana del gruppo “Negazione”: Tutti pazzi. Lo fa con un video che rappresenta un potente gesto artistico di repulsione per quanto noi, in particolare vicentini, abbiamo subito e stiamo subendo in questi anni: la base militare USA ex Dal Molin oggi Del Din, lo scandalo urbanistico di Borgo Berga, la strada pedemontana SPV (che io ribattezzerei Scempio Padano Veneto), la grande truffa della Banca Popolare Vicenza. La canzone+video di Alesenzapelle vale quanto ogni altra forma di denuncia, di protesta, con la forza in più però di esprimere quella rabbia che anche io talvolta reprimo vergognosamente. F.M.

AleSenzaPelle “Tutti Pazzi” cover Negazione

 

Spese militari in calo o aumento?

“MIL€X-Osservatorio sulle spese militari italiane, intende fornire all’opinione pubblica e agli addetti ai lavori un quadro preciso e dettagliato — scevro da qualsiasi influenza e pregiudiziale ideologica — di quelle che sono tutte le spese militari del nostro Paese. Attenendosi ai princìpi di obiettività scientifica e neutralità politica, MIL€X sta conducendo un’approfondita e rigorosa analisi documentale e contabile, elaborando un innovativo metodo di calcolo della spesa militare italiana in grado di rappresentare nel modo più corretto ed esaustivo possibile il complesso groviglio della spesa pubblica destinata annualmente al settore militare”. http://milex.org/

MIL€X ha presentato i primi risultati parziali di questo lavoro, anticipando alcune delle analisi e dei contenuti che verranno pubblicate a gennaio 2017 nel “Primo rapporto annuale MIL€X sulle spese militari italiane” (scaricabile qui: anticipazione-milex2017). La pubblicazione, presentata a fine novembre, contiene anticipazioni dell’analisi del quadro generale delle spese militari italiane, aggiornate con i dati previsionali per il 2017, e di notizie inedite riguardanti i principali programmi di acquisizione di armamenti.

Personalmente valuto di particolare valore il lavoro svolto per la redazione del rapporto e ritengo importante evidenziare le particolarità metodologiche che mi hanno portato ad una sorprendente conoscenza che nel 2017 l’86,2% dei finanziamenti del ministero dello Sviluppo Economico alle imprese è destinato alle spese militari. Scrivono i referenti di MIL€X Vignarca e Piovesana: “La terza scelta metodologica – la più rilevante dal punto di vista non solo economico ma anche politico – riguarda l’inclusione nel ricalcolo delle spese militari dei sempre più massicci contributi finanziari del Ministero dello Sviluppo Economico ai più onerosi programmi di acquisizione e ammodernamento di armamenti della Difesa (programma F-35 escluso). Cifre che, tra stanziamenti diretti e contributi pluriennali, superano ormai i 3 miliardi l’anno, cioè gran parte dell’intero budget annuo del MISE destinato alla principale missione del ministero, ovvero gli investimenti a sostegno della “Competitività e sviluppo delle imprese italiane” (tabella 4 e figura 1).

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L’Italia nel 2017 spenderà quindi per le forze armate almeno 23,4 miliardi di euro (64 milioni al giorno), più di quanto previsto nei documenti programmatici governativi dell’anno scorso. Ancora molto elevati i costi per il personale (per la lentezza con cui procede il riequilibrio interno delle categorie a vantaggio della truppa e a svantaggio di ufficiali previsto dalla riforma Di Paola del 2012). Si registrano forti aumenti per le spese dell’operazione ‘Strade Sicure’ (da 80 a 120 milioni), del trasporto aereo di Stato (per il costo dell’A340 della Presidenza del Consiglio) e soprattutto per l’acquisto di nuovi armamenti (un quarto della spesa militare totale, +10 per cento rispetto al 2016) pagati in maggioranza dal Ministero dello sviluppo economico (che il prossimo anno destinerà al comparto difesa l’86 per cento dei suoi investimenti a sostegno dell’industria italiana). Gli elementi di riflessione che emergono dal rapporto sono comunque molteplici e da conoscere restando aggiornati frequentando il sito http://milex.org/, in attesa del rapporto definitivo a gennaio 2017.

Francesco Maule

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vita morte presente futuro

Noi che abbiamo conosciuto

il cuore di ogni giorno e il cuore senza età,

l’idea che illumina la carne,

la sapienza delle misure

e il lampo, noi ci lasciamo

qui, in due metri di cemento, con un atto

di presenza, un battito

estivo, uno scambio di persona.

Milo De Angelis, Tema dell’addio, Mondadori, Milano 2005, p. 31.

La vita, la morte, la libertà, il futuro, la speranza o la di-sperazione, la paura, il coraggio, la voglia di vivere, un giudice che non se la sente di infrangere il sogno di una ragazzina morente, la fantascienza, le serie TV, futurama, e molto altro ancora. È quanto emerso in questi giorni dalla condivisione con alcuni amici e in classe, a partire dalla mia proposta di riflettere sulla notizia della ragazza inglese che ha chiesto e ottenuto che, dopo la morte, fosse ibernata e poi “conservata” con la criogenesi.

La notizia:

Gran Bretagna | Quattordicenne inglese muore di cancro, sì dei giudici all’ibernazione – di Nicol Degli Innocenti

Questa storia, questa esperienza, mi ha colpito per molti fattori: un po’ per la potenza della scelta in sé (più sotto verranno indicati link di altre riflessioni sul tema) che ci impone di pensare a come si affronta la morte, a quanto ci soddisfa questa vita, a cosa speriamo e attendiamo dal futuro.
L’altro aspetto è dato dal fatto che dalla science fiction, da una narrazione di futuro “esplosa” dalla creatività e dalla più incandescente fantasia, ritrovabile in vari romanzi, film o serie TV, questa notizia ci sbatte in faccia una realtà che si confronta, e in qualche modo sceglie, quel futuro. Mi ha sorpreso quanto questa scelta della ragazzina inglese renda in qualche modo meno finto (fiction) il mondo delle serie TV, secondo alcuni il “luogo” in cui oggi viene rappresentato il disagio, il disastro futuro, lo sconfinamento del pensiero e il crollo delle definizione etiche. Queste riflessioni sono collegate alla visione di serie come Wayward Pines, Black Mirror e Darknet. Ma non vorrei calcare troppo la mano su questa storia delle serie TV.

Anche perché la ragazzina è morta, ha sofferto e soffrono sicuramente i suoi genitori.

Il tema cruciale, che sento di condividere e alimentare, dando ancora spazio a questa questione, è infatti quello della morte. La morte ci espone tutti: alle nostre paure, alla nostra fede o all’assurdità di ogni appiglio fideistico, alla cura e consapevolezza della nostra vita e al futuro che pensiamo spetti a noi e all’umanità. Un tema non facile da affrontare. Ma che, grazie a questa ragazzina, esprime le nostre diversità e ci apre alla compassione e al desiderio del “noi che abbiamo conosciuto il cuore di ogni giorno e il cuore senza età”.

Francesco Maule

 

Immortalità Ibernata di Ferdinando Camon su ‘Il Giornale di Vicenza’

Inghilterra. 14enne ibernata, in cerca del paradiso oltre il gelo  Marina Corradi su ‘Avvenire’

Wayward pines e la realtà: la storia della 14enne ibernata per risvegliarsi in un lontano futuro

di Giuseppe Ino

La ragazzina ibernata e Siddharta

 

 

 

gioia piena

A tutti i coloro che tentano di essere cristiani in questo tempo in cui è così difficile vivere la fede in Gesù Cristo e nella Chiesa;

a tutti coloro che per motivi politici, sociali, etici lo scorso anno hanno seguito, commentato, analizzato, o solo rifiutato il percorso che ha portato alla legge sulle unioni civili;

a tutti coloro che hanno paura e che antepongono il legalismo agli affetti;

vi voglio raccontare la mia gioia.

Due amiche che conosco da anni, oggi, sabato 29 ottobre 2016, formalizzeranno il loro legame con una cerimonia di unione civile e una grande festa, cui sono stato invitato. Io ne sono profondamente felice e sento una gioia che non sono più disposto a vivere in modo intimo e riservato.

Sono due donne, due ragazze, che stimo per molti motivi. Con V. ho condiviso una fetta importante di quasi vent’anni della mia vita, sul piano lavorativo, ma in realtà anche molto di più, in ordine alla visione del mondo, al cammino nonviolento e ambientalista di reazione alle ingiustizie e disuguaglianze locali e globali e a molte altre piccole grandi cose quotidiane che ci hanno legato in questi anni. V. è una persona seria, rigorosa, di uno spessore umano e civile notevole e solido. Io ho avuto il piacere e il privilegio di conoscere il legame di V. con E., un rapporto che prosegue ormai da qualche anno, il loro impegno sociale, la serietà del loro percorso affettivo e la bellezza del loro vivere insieme nel condividere fragilità reciproche e conforto.

Ma non è la storia di ogni coppia?

Durante lo scorso anno, quando il dibattito sul tema delle unioni civili, in particolare tra persone dello stesso sesso, era acceso e, a volte, violento, anche all’interno della Chiesa, mi sono domandato: ma questi vescovi, questi laici cattolici, non hanno qualche coppia di amici omosessuali o lesbiche a cui sbattere in faccia le loro opinioni, le loro visioni di matrimonio, di coppia, di relazione d’amore? Sarebbero ancora così ottusi nell’interpretazione del dato teologico-morale di fronte all’evidenza di una realtà concreta del tutto avulsa dalle loro preoccupazioni?

Ora V. e E. possono veder garantiti almeno alcuni diritti nel potersi unire civilmente, grazie a questa legge che ha colmato un vuoto che non era più accettabile, non solo per le coppie omosessuali.

Ma è questo che sta sgretolando il matrimonio, la famiglia?

Non nel mio caso. Ogni volta che vedo una coppia che si ama, che si sostiene, che decide di formalizzare, anche civilmente, il proprio legame io trovo alimento e stimoli positivi anche per il mio percorso di coppia con mia moglie e per l’idea di famiglia che voglio trasmettere ai miei figli.

Sono altre le cose che sgretolano il matrimonio, la famiglia. Non ultima la cappa moralista e totalmente al di fuori dalle esigenze etiche, sociali, antropologiche e anche pastorali che il tempo presente richiede.

Gesù mi ha insegnato che quando c’è da festeggiare si festeggia, che quando uno sente la gioia deve viverla in pienezza e oggi per me sarà una gran bella festa.

Francesco Maule

Musica e spiritualità

Miles Cooper Seaton

Il rapporto tra musica e spiritualità può aprire immensi orizzonti e insolite prospettive. La storia e le varie tradizioni spirituali hanno sperimentato molteplici percorsi: sempre la musica è stata strumento di espressione spirituale o la vita spirituale ha avuto modo di esprimersi anche in musica. Ma oggi come si declina questo rapporto? Anche qui ci sono varie e diversificate esperienze, proposte, opzioni. Ultimamente, ancora grazie alla rivista “Mucchio Selvaggio”, che più volte mi ha dato modo di allargare conoscenze sia in campo musicale, ma più in generale nei campi artistici e sociali, ho avuto modo di conoscere e ascoltare Miles Cooper Seaton.

È una strada, la sua, tra le migliaia oggi esistenti. È un artista che ricerca la propria ispirazione nel silenzio, che cerca di esprimere il suono del silenzio, esprimere una forma di poesia musicale contemporanea, oserei definirla “preghiera sonica”. La sua voce esprime un mondo interiore e la sua chitarra disegna i paesaggi sonori che sono quelli che ispirano Miles Cooper Seaton: non ultimo il deserto, in particolare quello del deserto del Mojave. Nell’intervista su il Mucchio (n. 744/745 – p. 030) racconta:

«Credo che tante persone della mia generazione e di quelle successive stiano perdendo il contatto con la morte e la solitudine, impegnati come siamo a curare la nostra figura riflessa nei dispositivi che usiamo».

La possibilità di capire quello che desidero trasmettere può venire dall’artista stesso. Occorre però dedicarci un po’ di ascolto raccolto, meglio con le cuffie, in un momento in cui si possa prestare qualche attenzione, sia alla propria voce interiore che alla musica.

Ecco quindi una serie di video sulle perfomance di Miles Cooper Seaton.

Il primo quanto di più vicino al rapporto tra musica e preghiera io oggi possa trovare originalmente espresso:

Per comprendere maggiormente le sue capacità sonore, sia vocali che chitarristiche, in un contesto più scarno e “mondano” (il magazzino di una etichetta discografica!):

La solita canzone, Pact with Beasts, in un’altra versione live con il supporto di effetti visuali sullo sfondo:

Ancora live con frammenti di un’intervista in cui emerge la sensibilità di Miles:

Quando la voce e il canto possono squarciare l’anima:

C’è anche una lunga e bella intervista sulla rivista “Rumore” che si può leggere qui.

Chiudo con queste parole di Miles, tratte da una narrazione lunga, coraggiosa, esaustiva sul processo creativo del nuovo album “Phase In Exile”, che si può leggere tutta qui.

«Quando ho cominciato a progettare Phases in Exile, la vita e il lavoro negli Stati Uniti mi stavano dissanguando. Per me, la musica e l’arte sono forse il punto  d’incontro più vicino con l’energia divina che possiamo provare nelle nostre brevi vite. Queste due cose sono un ponte verso la comprensione di cosa voglia dire essere davvero umani. Sono (cose) sacre. Il ruolo di chi si dedica alle arti performative è di grande importanza. L’artista è simile allo sciamano, che sfida il baratro e ci si pone innanzi  come ad uno specchio, che riflette quel valore che ci è innato e ci ricordar della nobiltà della nostra scelta di vivere nonostante le sofferenze e l’incombere della morte».

Buon ascolto, buona visione, buon viaggio, con la musica e con il silenzio…

La spiritualità salverà il mondo

Intervista al teologo Matthew Fox

Sto lentamente ma progressivamente entrando in contatto col pensiero di Fox e questa intervista, pubblicata su Adista, riporta molti dei punti che affronta in modo più esteso nei suoi libri. F.M.


di

38632 ROMA-ADISTA. Il teologo statunitense Matthew Fox è molto noto in Italia per il suo libro In principio era la gioia (Fazi, 2011), dal cui successo editoriale è scaturita anche un’associazione culturale che si dedica a diffonderne il pensiero (www.spiritualitadelcreato.it). Dopo altri volumi pubblicati sempre presso Fazi, nel corso degli ultimi anni l’Associazione Spiritualità del Creato ha sponsorizzato la pubblicazione di diverse traduzioni delle sue opere che, tralasciando gli aspetti già noti del suo pensiero, presentassero la ricchezza della sua proposta spirituale a partire dalla sua prima opera (Preghiera: una risposta radicale all’esistenza, Gabrielli 2014). Dopo Compassione: spiritualità e giustizia sociale (Claudiana, 2014) è stata la volta dell’autobiografia, pubblicata l’anno scorso presso Garzanti. A settembre apparirà un nuovo libro, molto breve e sintetico, ma di grande profondità, dal titolo La spiritualità del Creato: manuale di mistica ribelle (Gabrielli Editori). Vi anticipiamo l’intervista che Fox ha concesso a Gianluigi Gugliermetto, pastore anglicano e fondatore dell’Associazione Spiritualità del Creato, e che costituirà la postfazione del volume.

Quando scrisse questo libro, La spiritualità del Creato, il mohttps://elbagolo.files.wordpress.com/2016/07/a25a9-5.jpg?w=388&h=388ndo si trovava forse in una situazione di maggiore speranza. La guerra fredda era terminata, la guerra del Golfo non era ancora iniziata. Anche se lei venne ridotto al silenzio per un anno, e scrisse il libro alla fine di quel periodo, il tono generale del volume è molto ottimistico. È d’accordo? Scriverebbe lo stesso libro oggi? O, meglio: la sintesi della spiritualità del Creato che lei ha proposto in questo libro del 1991 è valida ancora oggi?

È vero, ovviamente, che la storia e la cultura si sono evolute da quando ho scritto questo libro. Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, ad esempio, all’epoca alcuni teologi (tra cui Leonardo Boff e io stesso) eravamo posti sotto silenzio per periodi limitati, ma non eravamo ancora stati espulsi come invece accadde alcuni anni dopo. Successivamente, un totale di 106 teologi e teologhe (la lista si trova nel mio libro La Guerra del papa, Fazi, 2012) sono stati messi a tacere, espulsi e posti in condizioni tali di stress da provocar loro attacchi cardiaci ed esaurimenti nervosi. Il Vaticano dell’era Giovanni Paolo II e Benedetto XVI era impegnato a screditare la Teologia della Liberazione e le Comunità di Base, in combutta con il presidente Reagan e la CIA (un fatto che documento nel mio libro), ma non era ancora detto che ci sarebbero riusciti e che avrebbero sostituito dei leader cristiani autentici e davvero eroici, come mons. Romero, il vescovo Casaldáliga, il cardinale Arns, con persone estremamente obbedienti e appartenenti alla destra estrema, membri dell’Opus Dei, della Legione di Cristo, e altri ancora. Il marcio dei preti pedofili e la sua copertura da parte della gerarchia, a partire dal card. Law fino al card. Ratzinger, non era ancora visibile al pubblico. Quando il libro venne pubblicato c’era, quindi, più speranza riguardo alla Chiesa cattolica, a causa di una certa ingenuità. Dal punto di vista culturale, il libro venne ben prima dei drammatici eventi dell’11 settembre e la risposta cieca, guidata dal loro cervello rettiliano, data dall’amministrazione Bush-Cheney, con l’invasione dell’Iraq con ragioni false e con il pandemonio che ne seguì, con il Medio Oriente che continua a bruciare, dalla Siria all’Iraq, alla Libia e in altri luoghi ancora. E la successiva “primavera araba” come sappiamo ha ottenuto risultati ambivalenti. Riguardo la tesi fondamentale del libro, tuttavia, ritengo che stia ancora in piedi. Dopo tutto, io non sono un giornalista.

Come teologo spirituale cerco di dare un nome alla correnti profonde della vicenda umana, sia quelle individuali sia quelle comunitarie, correnti che sono presenti in ogni caso, indipendentemente dagli avvenimenti internazionali. Ciò che dico in La spiritualità del Creato è ancora vero, secondo me: abbiamo bisogno ora più che mai di un risveglio interculturale che nasca da una passione profonda per la giustizia e la compassione, per un nuovo sistema economico che funzioni per tutti, per il rinnovo delle forme educative e di una filosofia dell’apprendimento che sottolinei la creatività invece dell’obbedienza, che ritenga l’eco-giustizia essenziale per la nostra sopravvivenza come specie (ovviamente anche delle altre specie) e che si impegni a raccogliere insieme le tradizioni sapienziali di tutta la Terra (inclusa la scienza di oggi) invece di continuare le guerre di religione e le divisioni ideologiche. Queste io le chiamo le “quattro E”: l’educazione, l’ecologia, l’economia e l’ecumenismo. È ovvio che la spiritualità del Creato, che pone il Creato come strada maestra dell’esperienza del divino e del senso del sacro, è al cuore del rinascimento che tutti stiamo cercando. (altro…)