Orbis tertius

I bagoli da fuori, degni di nota, tra tanti…

un papà liquido

Propongo oggi una tenera favola scritta dall’amico pedagogista Marco Tuggia che è un inno ad una nuova paternità e all’elemento cosmico dell’acqua. Un bel regalo! Dedicata a tutti i papà che cercano di cambiare (o si ritrovano diversi…) per essere acqua vitale per i propri figli. F.M.


fonte: https://www.marcotuggia.it

Un papà liquido

Papà Franco una mattina si svegliò di soprassalto. Si rese subito conto che c’era qualcosa che non andava. Con le mani si toccò il viso e poi via via tutte le parti del corpo. Ma il suo corpo non c’era più. O meglio, era diventato liquido. Un papà “liquido”.

Fu preso dalla disperazione: cosa gli era accaduto? Come avrebbe fatto a vivere adesso? Cosa avrebbero pensato la sua famiglia e gli altri di lui?

Eh no, si disse, cerchiamo di reagire. Per prima cosa provò a vestirsi, ma i vestiti gli scivolarono a terra. Pensò di entrare in qualche recipiente, ma erano troppo piccoli o troppo grandi. In più, lì dentro, non avrebbe più potuto muoversi.

Era spacciato. Non sarebbe più stato come prima: tutto d’un pezzo e ben definito, come era stato e gli aveva insegnato suo padre.

Ad un certo punto un pensiero gli attraversò la testa: se era diventato liquido voleva dire che era fatto di acqua. Egli era acqua. Questa idea gli passò allora dalla testa al cuore: se egli era acqua, avrebbe potuto esserlo anche per il mondo.

Poteva essere acqua per il mondo, acqua fonte di vita. Come?

foto: Alessandro Colombara

Ad esempio, acqua da bere per i suoi figli: fresca, pulita, dolce, energetica, dissetante, purificante, ma da non sprecare; acqua di mare, dove i bambini potevano giocare e nuotare; dove le barche, tutte le barche, potevano essere trasportate verso porti sicuri; dove i pesci potevano vivere senza mangiare plastica; acqua dal cielo per irrigare i campi e alimentare le piante, pulire l’aria, dar da bere agli animali, rinfrescare gli uomini; acqua di fiume, ben incanalata, per generare energia e lavoro, per riempire gli occhi dei pittori di immagini meravigliose.

Inoltre, se si fosse alzata la tempesta e tutti accanto a lui fossero stati presi dalla paura, egli sarebbe stato calmo e avrebbe detto, non vi spaventate, è la vita.

Così, Franco, da quel giorno accettò di essere acqua e quindi un papà liquido. Qualche volta la nostalgia del suo corpo forte, ben definito, lo prendeva. Ma presto gli passava perché c’erano tante cose da fare nel mondo.

Un giorno, era il 19 marzo, la festa del papà. Ma cosa si può regalare ad un papà liquido? I suoi figli si scambiarono varie idee. Fino a che arrivò quella giusta. Così quella mattina, entrarono nella camera dove il papà stava ancora dormendo e lo svegliarono facendogli dei chiassosi auguri. Poi gli consegnarono il misterioso regalo.

Il papà liquido, mezzo addormentato, ma con il cuore che gli scoppiava dalla gioia per il fatto che i suoi figli si ricordassero che era la festa del papà, scartò il piccolo pacchetto. Si ritrovò tra le mani un foglietto in cui erano incise le parole del Salmo 23:

Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce.

Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome.

Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza.

Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo. Il mio calice trabocca.

Felicità e grazia mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, e abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni».

A papà liquido non restava che piangere lacrime di gioia. Sempre acqua era!

foto: Alessandro Colombara

 

Marco Tuggia

quando i poeti ci curano

In questi giorni di sovraccarichi informativi (e informatici, dato che anche alcune funzioni dei registri elettronici delle scuole non funzionano…) ho raccolto alcuni testi di poeti e scrittori che amo (Franco Arminio e Mariangela Gualtieri) e che ho conosciuto in questi giorni proprio per ciò che hanno scritto (Gio Evan).

“Quando i poeti ci curano” vuole essere un tributo e una segnalazione di quanto la poesia possa esprimere adesioni alla realtà particolarmente acute e vitali. E’ in qualche modo l’espressione in parole della cura necessaria che ricerchiamo e che dobbiamo trovare in “territori” (interiori) nuovi e forse ancora per lo più inesplorati. Buon viaggio, buona lettura! Prof. Maule

Franco Arminio – DECALOGO CONTRO LA PAURA.

fonte: https://casadellapaesologia.org

1. Le passioni, quelle intime e quelle civili, aumentano le difese immunitarie. Essere entusiasti per qualcuno o per qualcosa ci difende da molte malattie.

2. Leggere un libro piuttosto che andare al centro commerciale.

3. Fare l’amore piuttosto che andare in pizzeria.

4. Camminare in campagna o in paesi quasi vuoti.

5. Capire che noi siamo immersi nell’universo e che non potremmo vivere senza le piante mentre le piante resterebbero al mondo anche senza di noi. Stare un poco di tempo lontani dai luoghi affollati può essere un’occasione per ritrovare un rapporto con la natura, a partire da quella che è in noi.

6. Viaggiare nei dintorni. Il turismo è una peste molto più grande del coronavirus. È assurdo inquinare il pianeta coi voli aerei solo per il fatto che non sappiamo più stare fermi.

7. Sapere che la vita commerciale non è l’unica vita possibile, esiste anche la vita lirica. La crisi economica è grave, ma assai meno della crisi teologica: perdere un’azienda è meno grave che perdere il senso del sacro.

8. La vita è pericolosa, sarà sempre pericolosa, ognuno di noi può morire per un motivo qualsiasi nei prossimi dieci minuti, non esiste nessuna possibilità di non morire.

9. Lavarsi le mani molto spesso, informarsi ma senza esagerare. Sapere che abbiamo anche una brama di paura e subito si trova qualcuno che ce la vende. La nostra vocazione al consumo ora ci rende consumatori di paura. C’è il rischio che il panico diventi una forma di intrattenimento.

10. Stare zitti ogni tanto, guardare più che parlare. Sapere che la cura prima che dalla medicina viene dalla forma che diamo alla nostra vita. Per sfuggire ala dittatura dell’epoca e ai suoi mali bisogna essere attenti, rapidi e leggeri, esatti e plurali.

GIO EVAN

Fonte: gioevanofficial/

[…]

Questo virus non ci sta uccidendo,
ci sta insegnando che non dobbiamo lasciarci soli,
che se togli il tocco
resta lo sguardo
che se togli l’approccio
resta il pensiero,
che non c’è matematica al mondo
che possa vivere di sola sottrazione,
per quanto la vita a volte usi espressioni difficili
noi, possiamo sommare meraviglia
e moltiplicarla per chi
continuamente divide

finirà presto, come finiscono
tutte le cose senza cuore
come fanno i tornadi
le onde arrabbiate dei mari giganti
i terremoti, le tempeste,
vengono devastano e se ne vanno,
e non c’è da inaridirsi
né da annaffiarci di collera spietata,
è la loro natura, venire distruggere e andare
è la loro natura,
la nostra natura invece
è quella di restare
e a chi resta
resta il compito di costruire

e come abbiamo costruito un’Arca
per salvare la vita ai tempi delle immense piogge
oggi siamo chiamati a difendere le nostre piogge interiori
a non lasciarci affogare dall’indifferenza
dall’odio, il razzismo, la paura
a costruire la nostra Arca dentro
per mettere in salvo la generosità,
l’accoglienza, il senso di pace, il servizio, l’umiltà

questo virus non ci sta uccidendo,
ci sta ricordando che siamo fragili
che non dobbiamo dare per scontato questo corpo
che non si scherza con la terra
che non si prende in giro il cielo
e che c’è sempre un’occasione
per restare amorevoli

non posso toccarti, dicono,
ma senti,
senti come ti abbracciano forte
i miei occhi.

MARIANGELA GUALTIERI

fonte: https://www.doppiozero.com

Nove marzo duemilaventi

Questo ti voglio dire
ci dovevamo fermare.
Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti
ch’era troppo furioso
il nostro fare. Stare dentro le cose.
Tutti fuori di noi.
Agitare ogni ora – farla fruttare.

Ci dovevamo fermare
e non ci riuscivamo.
Andava fatto insieme.
Rallentare la corsa.
Ma non ci riuscivamo.
Non c’era sforzo umano
che ci potesse bloccare.

E poiché questo
era desiderio tacito comune
come un inconscio volere –
forse la specie nostra ha ubbidito
slacciato le catene che tengono blindato
il nostro seme. Aperto
le fessure più segrete
e fatto entrare.
Forse per questo dopo c’è stato un salto
di specie – dal pipistrello a noi.
Qualcosa in noi ha voluto spalancare.
Forse, non so.

Adesso siamo a casa.

È portentoso quello che succede.
E c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano.
Forse ci sono doni.
Pepite d’oro per noi. Se ci aiutiamo.
C’è un molto forte richiamo
della specie ora e come specie adesso
deve pensarsi ognuno. Un comune destino
ci tiene qui. Lo sapevamo. Ma non troppo bene.
O tutti quanti o nessuno.

È potente la terra. Viva per davvero.
Io la sento pensante d’un pensiero
che noi non conosciamo.
E quello che succede? Consideriamo
se non sia lei che muove.
Se la legge che tiene ben guidato
l’universo intero, se quanto accade mi chiedo
non sia piena espressione di quella legge
che governa anche noi – proprio come
ogni stella – ogni particella di cosmo.

Se la materia oscura fosse questo
tenersi insieme di tutto in un ardore
di vita, con la spazzina morte che viene
a equilibrare ogni specie.
Tenerla dentro la misura sua, al posto suo,
guidata. Non siamo noi
che abbiamo fatto il cielo.

Una voce imponente, senza parola
ci dice ora di stare a casa, come bambini
che l’hanno fatta grossa, senza sapere cosa,
e non avranno baci, non saranno abbracciati.
Ognuno dentro una frenata
che ci riporta indietro, forse nelle lentezze
delle antiche antenate, delle madri.

Guardare di più il cielo,
tingere d’ocra un morto. Fare per la prima volta
il pane. Guardare bene una faccia. Cantare
piano piano perché un bambino dorma. Per la prima volta
stringere con la mano un’altra mano
sentire forte l’intesa. Che siamo insieme.
Un organismo solo. Tutta la specie
la portiamo in noi. Dentro noi la salviamo.

A quella stretta
di un palmo col palmo di qualcuno
a quel semplice atto che ci è interdetto ora –
noi torneremo con una comprensione dilatata.
Saremo qui, più attenti credo. Più delicata
la nostra mano starà dentro il fare della vita.
Adesso lo sappiamo quanto è triste
stare lontani un metro.

10 marzo 2020

ETICA E INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Paolo Benanti è un frate francescano, con formazione anche in ingegneria, teologo morale che da anni approfondisce, studia e fa divulgazione sulle tematiche del postumanesimo, sulle implicazioni della tecnologia nella vita delle persone.

Il tema dell’ A.I. (acronimo per l’area anglofona. In Italia: Intelligenza artificiale, I.A.) viene seguito da Benanti nelle sue delicate e in qualche modo poco attenzionate implicazioni etiche.

Con il seguente articolo ci informa di questa importante Rome Call for an Ai Ethics, segno che qualcuno, come una sentinella, sta abitando il mondo dello sviluppo e della ricerca tecnologica e digitale, soprattutto nell’ambito dell’A.I., e ne sta in qualche modo definendo opportunità e rischi, cercando di arginarli. Oltre a leggere l’articolo seguente, invito a seguirlo nel suo sito o nella sua newsletter e a leggere i suoi libri. (www.paolobenanti.com)

F.M.


Un linguaggio etico per l’AI

Riproponiamo qui un articolo uscito su L’Osservatore Romano il 1 marzo 2020

Su di un palco dominato dalla scritta «renAissance» — un gioco di parole tra rinascimento e intelligenza artificiale (Ai) — è stata firmata la Rome Call for an Ai Ethics. Una chiamata aperta partita dalla Pontifica accademia per la Vita (Pav) e che, coinvolgendo industrie, società civile e istituzioni politiche, mira a sostenere un approccio etico e umanistico all’Intelligenza artificiale. L’idea di questa “chiamata” a tutelare la dignità della persona umana e la casa comune nasce dai dialoghi avuti negli ultimi due anni tra l’Accademia e alcuni suoi membri e parte del mondo tecnologico e industriale. L’idea di non redigere un testo unilaterale né un testo direttamente normativo è legata al desiderio profondo di promuovere tra organizzazioni, governi e istituzioni un senso di responsabilità condivisa con l’obiettivo di garantire un futuro in cui l’innovazione digitale e il progresso tecnologico siano al servizio del genio e della creatività umana e non la loro graduale sostituzione.

Venerdì 28 febbraio il documento ha avuto tra i primi firmatari le seguenti istituzioni: la Pav, con l’arcivescovo presidente Vincenzo Paglia; Microsoft, con il presidente Brad Smit; Ibm, con il vice presidente John E. Kelly iii; la Fao, con il direttore generale Qu Dongyu; e il Governo italiano, nella persona del ministro per l’Innovazione tecnologica e la digitalizzazione, Paola Pisano.

All’appuntamento della mattina ha partecipato anche Davide Sassoli, presidente del Parlamento europeo, che ha portato il suo saluto e ha lodato l’idea dell’iniziativa, sottolineando l’urgenza di tale confronto anche nell’istituzione comunitaria a Bruxelles, aprendo così piste di cammino futuro per la call.

Il testo della call è suddiviso in tre parti: etica, educazione e diritti ed è disponibile in internet sul sito http://www.academyforlife.va.

Per quanto riguarda l’etica la call prende il via dalla considerazione che «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza», come riporta l’articolo 1 della Dichiarazione universale dei diritti umani. A partire da questo caposaldo, che oggi si può considerare come una sorta di grammatica universale, un elemento soglia, in una comunità globale e plurale, nascono le prime condizioni fondamentali di cui deve godere la persona, libertà e dignità, che devono essere protette e garantite nella produzione e nell’uso dei sistemi di intelligenza artificiale.

I sistemi di Ai devono quindi essere concepiti, progettati e implementati per servire e proteggere gli esseri umani e l’ambiente in cui vivono. Questo elemento serve a permettere che il progresso tecnologico possa essere uno strumento di sviluppo della famiglia umana consentendo contemporaneamente il rispetto del pianeta, cioè della casa comune. Perché questo accada, seguendo la call, devono essere soddisfatti tre requisiti, l’Ai: deve includere ogni essere umano, non discriminando nessuno; deve avere al centro il bene dell’umanità e il bene di ogni essere umano; deve essere sviluppata in maniera consapevole della complessa realtà del nostro ecosistema ed essere caratterizzata dal modo in cui si prende cura e protegge il pianeta con un approccio altamente sostenibile, che include anche l’uso dell’intelligenza artificiale per garantire sistemi alimentari sostenibili in futuro.

 

Per quanto riguarda invece l’esperienza che l’utente ha nel relazionarsi alla macchina la call mette al centro il primato dell’umano: ogni persona deve essere consapevole che interagisce con una macchina e non può essere ingannata da interfacce che dissimulino il macchinico dandogli apparenze umane. La tecnologia basata sull’intelligenza artificiale non deve mai essere utilizzata per sfruttare le persone in alcun modo, soprattutto quelle più vulnerabili (soprattutto bambini e anziani). Deve invece essere usata per aiutare le persone a sviluppare le loro capacità e per sostenere il nostro pianeta.

Le sfide etiche divengono quindi sfide educative. Trasformare il mondo attraverso l’innovazione dell’Ai significa impegnarsi a costruire un futuro per e con le giovani generazioni. Questo impegno deve tradursi in un impegno per l’istruzione, sviluppando programmi di studio specifici che approfondiscano le diverse discipline dalle umanistiche, alle scientifiche a quelle tecnologiche, di educare le generazioni più giovani.

L’educazione delle giovani generazioni ha quindi bisogno di un rinnovato impegno e di sempre maggiore qualità: deve essere impartita con metodi accessibili a tutti, che non discriminano e che possono offrire pari opportunità e trattamento. L’accesso all’apprendimento deve essere inoltre garantito anche agli anziani, ai quali deve essere offerta la possibilità di accedere ai servizi innovativi in maniera compatibile con la stagione della loro vita.

Partendo da queste considerazioni, la call rileva che queste tecnologie possono rivelarsi enormemente utili per aiutare le persone con disabilità ad apprendere e a diventare più indipendenti, offrendo aiuto e opportunità di partecipazione sociale (ad esempio, lavoro a distanza per chi ha una mobilità limitata, supporto tecnologico per chi ha disabilità cognitive ecc.).

Perché le istanze etiche e l’urgenza educativa non rimanga una mera voce la call delinea alcuni elementi che vorrebbero generare una nuova stagione del diritto.

Per lo sviluppo dell’Ai al servizio dell’umanità e del pianeta sono necessari regolamenti e principi che proteggano le persone — in particolare i deboli e i meno fortunati — e gli ambienti naturali. La protezione dei diritti umani nell’era digitale deve essere posta al centro del dibattito pubblico, affinché l’Ai possa agire come strumento per il bene dell’umanità e del pianeta.

Sarà inoltre essenziale considerare un metodo per rendere comprensibili non solo i criteri decisionali degli agenti algoritmici basati sull’Ai, ma anche il loro scopo e i loro obiettivi. Ciò aumenterà la trasparenza, la tracciabilità e la responsabilità, rendendo più valido il processo decisionale assistito dal computer.

Progettare e pianificare sistemi di intelligenza artificiale di cui ci si possa fidare implica promuovere l’implementazione di modalità etiche che sappiano arrivare fin nel cuore degli algoritmi, il motore di questi sistemi digitali. Per far ciò la Call parla di “algor-etica”, ovvero di principi, una sorta di guard-rail etico, che espressi da chi sviluppa questi sistemi diventino operativi nell’esecuzione dei software. Nella Call vengono così elencati i primi principi algor-etici che si riconoscono come fondamentali per un corretto sviluppo di Ai.

L’uso dell’intelligenza artificiale deve quindi seguire i seguenti principi:

  • trasparenza — in linea di principio i sistemi di Ai devono essere comprensibili;

  • inclusione — devono essere prese in considerazione le esigenze di tutti gli esseri umani in modo che tutti possano beneficiare e che a tutti gli individui possano essere offerte le migliori condizioni possibili per esprimersi e svilupparsi;

  • responsabilità — coloro che progettano e implementano soluzioni di Ai devono procedere con responsabilità e trasparenza;

  • imparzialità — non creare o agire secondo il pregiudizio, salvaguardando così l’equità e la dignità umana;

  • affidabilità — i sistemi di Ai devono essere in grado di funzionare in modo affidabile;

  • sicurezza e privacy — i sistemi di Ai devono funzionare in modo sicuro e rispettare la privacy degli utenti.

Ludwig Wittgenstein, nel Tractatus Logico-Philosophicus, scriveva: «I confini del mio linguaggio sono i confini del mio mondo». Parafrasando il filosofo del secolo scorso allora, possiamo dire che per non rimanere esclusi dal mondo delle macchine, perché non si realizzi un mondo algoritmico privo di significati umani, dobbiamo espandere il nostro linguaggio etico perché contamini e determini il funzionamento di questi sistemi detti “intelligenti”. L’innovazione mai come oggi ha bisogno di una ricca comprensione antropologica per trasformarsi in autentica sorgente di sviluppo umano.

di Paolo Benanti

giornata contro la violenza sulle donne

Non sono un grande fan delle “giornate”, ma non evito le opportunità di discussione o di risonanza mediatica che talvolta queste favoriscono e fanno emergere. Per la giornata odierna, contro la violenza sulle donne, recupero e rilancio questa riflessione quanto mai necessaria che lessi alcuni anni fa e che ora ripropongo riassunta e adattata da me. Nella seconda parte riporto alcuni contruibuti e link per una ulteriore analisi e approfondimento della questione. F.M.

“La violenza contro le donne riguarda innanzitutto gli uomini” di S.Ciccone

di Maschile Plurale · 12/10/2006

La violenza contro le donne non è riducibile alla devianza di maniaci o marginali contro i quali alimentare risposte emergenziali che, paradossalmente, alimentino politiche securitarie. Non c’è un nemico oscuro nascosto nelle nostre strade da espellere: il male è nelle nostre case, nelle nostre famiglie, nelle relazioni e nell’immaginario sessuale che abbiamo costruito. La violenza contro le donne, inoltre, è solo marginalmente rinviabile ad arretratezza culturale né è retaggio di un passato premoderno: riguarda tutte le latitudini del nostro paese, la provincia come le grandi città, tutte le classi sociali e i livelli di istruzione. Interroga direttamente la nostra “normalità” e il nostro presente.
E’ anche fuorviante interpretare questa violenza come frutto di un “disordine”.

Le violenze maschili contro le donne dicono molte cose sulla nostra società e le relazioni che viviamo.

La violenza è questione che riguarda innanzitutto gli uomini. Già perché sono uomini quelli che stuprano, picchiano, umiliano, fino a volte ad uccidere. Uomini come noi, simili a me.
Ed è necessario che nel maschile si apra una riflessione, ma anche un conflitto.

Non dobbiamo misurarci tanto con una debolezza femminile a cui fornire (paternalisticamente) tutele (tutele delle donne dalla violenza, tutela della loro presenza nello spazio pubblico tramite quote di garanzia) quanto con un universo maschile generatore di questa violenza. 

Ciò su cui dobbiamo riflettere, e produrre pratiche capaci di cambiare comportamenti, modi di pensare se stessi e il mondo, è la costruzione della nostra identità di uomini. Guardare dentro questo universo e dentro di noi ci porta a indagare quali siano i fili sotterranei che legano le storie, i desideri, le fantasie, i bisogni di ognuno di noi, nella nostra “normalità” con questa tensione alla violenza. La violenza estrema dell’uccisione rischia di farci dimenticare le tante facce di quell’universo che ha a che fare con lo stupro, con il consumo del corpo femminile, con la sessualità ridotta a sfogo separato dalle relazioni, con l’imposizione del corpo maschile e con le categorie misere della potenza, della prestazione e della virilità incapaci di riconoscere la soggettività femminile. Quante violenze, quanti abusi nascono dalla rimozione del desiderio e del piacere femminili schiacciati in una presunta complementarietà con le forme che il maschile ha assunto?

Cosa dice tutto questo? Non parla soltanto di una violenza insensata ma racconta di un universo più complesso, un deserto nelle relazioni, una rappresentazione del corpo e del desiderio maschile schiacciati nella categoria dei bassi istinti da imporre con la violenza o con il denaro, di una sessualità maschile ridotta alla sua rappresentazione rattrappita della virilità e scissa dalle relazioni. Svelare questa miseria non vuole proporre un vittimismo ma individuare una chiave di lettura della violenza e una prospettiva che faccia della reinvenzione della sessualità maschile la leva per sradicarla e al tempo stesso per aprire nuove opportunità di vita per noi uomini. […]
I gruppi di uomini che hanno avviato una critica politica, educativa ed esistenziale della maschilità scelgono questa rottura con il patriarcato non solo o non tanto per un obbligo etico, quanto come opportunità di liberazione.
Se infatti la tensione del maschile ad affermare il proprio controllo fisico, tecnologico, normativo, sul corpo della donna deriva anche da un conflitto ingaggiato per contrastare il primato femminile nella procreazione, e dalla necessità di costruire un nesso visibile del maschile con la genealogia (fino a fondarla sul nome del padre) il riconoscimento di questo limite può essere l’occasione per fare un’esperienza dell’essere uomini nuova, che fondi nella relazione la costruzione del proprio posto nel mondo.
Il rapporto apparentemente necessario col potere nell’essere uomini non è solo all’origine della violenza contro le donne ma anche della desertificazione delle relazioni tra uomini, della loro fondazione sul silenzio, sulla tacita condivisione di un obiettivo esterno (o di un nemico esterno) che supplisca a quell’impossibile intimità tra corpi potenzialmente invasivi e anestetizzati nella loro capacità di sentire e tra soggetti costretti a misurare nella competizione per il potere la propria identità.
La ricerca delle radici della violenza ci ha portati a indagare la costruzione della maschilità, le domande che hanno attraversato la nostra storia, le costrizioni che hanno limitato le nostre vite.

E abbiamo scoperto la libertà femminile e questa ha trasformato il mondo e noi stessi. Le relazioni tra i sessi e il conflitto che segna questa irriducibile differenza sono oggi un terreno su cui si misura la capacità della politica di essere luogo di trasformazione e liberazione e non complice di nuove forme di dominio e gerarchia. […]
E’ possibile dunque costruire una politica di trasformazione che non si misuri con una critica dei modelli di mascolinità?
La necessità di aprire una riflessione critica sul maschile e di agire un conflitto esplicito nel maschile sono insomma questione centrale per l’educazione e la cultura.

Chiedere che questo conflitto che cerchiamo di agire con il maschile diventi politica non è fuga dalla fatica individuale di scavare nelle nostre contraddizioni individuali ma rifiuto di relegarla a questione privata. E’ anche desiderio che, divenendo pubblica e socialmente visibile possa rompere la solitudine con cui molti uomini vivono la propria difficoltà a condividere con altri il proprio singolare differire rispetto a un modello di mascolinità oppressivo.

Riduzione a adattamento a cura di: Francesco Maule (25 novembre 2019)

 

Dizionario della violenza

Piccola introduzione
Nessuna violenza trova giustificazione. La nostra cultura ci ha a abituato a riconoscere e condannare alcuni tipi di violenza, mentre tendiamo a perdonare altri tipi di sopraffazione, che pur mettono la donna in un grave e, a volte, continuato stato di malessere la donna che li subisce. Per imparare a difendersi è importante capire DA COSA ci stiamo difendendo.

Violenza psicologica
La violenza psicologica si manifesta in forma indiretta, ad esempio mediante comportamenti, come non ascoltare, fraintendere volutamente, minacciare lesioni o vendetta, disprezzare la partner, trattarla come una domestica, intimorirla, colpevolizzarla, offenderla, controllarla e/o isolarla.

Comportamento persecutorio (stalking)
Comportamento persecutorio messo spesso in atto quando la donna cerca di allontanarsi da una relazione violenta. Il maltrattatore perseguita l’ex-partner seguendola negli spostamenti, aspettandola sotto casa, al lavoro, telefonandole continuamente a casa, in ufficio, sul telefonino. Gli effetti possono essere devastanti: viene minato il senso dell’autonomia e dell’indipendenza della donna facendola sentire “in trappola”; molte donne riportano anche disturbi del sonno, difficoltà a concentrarsi fino ad arrivare, nei casi più estremi, a depressioni.

Violenza economica
La violenza economica è caratterizzata dal legame o dalla dipendenza economica dalla persona che la esercita; per esempio vietando alla donna di svolgere un lavoro o un percorso formativo, sfruttando la donna come forza lavoro, ricoprendola di debiti, limitando o privando la donna del denaro per le spese domestiche, se non lavora, non rendendola partecipe al reddito familiare, o non corrispondendo gli alimenti dopo la separazione.

Violenza fisica
La violenza fisica si esprime in un’aggressione diretta contro una persona, ad esempio mediante spintoni, tirate di capelli, schiaffi, pugni, ferite con un coltello, fino all’uccisione in casi estremi.

Violenza sessuale
La violenza sessuale definisce ogni atto sessuale attivo o passivo, imposto alla vittima mediante violenza fisica, minacce o abuso di autorità.

Violenza assistita
E’ quella violenza fisica, psicologica, sessuale, economica compiuta sulle figure di riferimento di un/una minore e/o su altre figure significative – adulte o minori. Di questa violenza il/la minore può fare esperienza direttamente (quando viene vista e sentita) o indirettamente (quando è a conoscenza della violenza) e/o percependone gli effetti. Vivere in continua situazione di stress, tensione ed ansia, assistere regolarmente alla violenza esercitata da uno dei due genitori contro l’altro, produce conseguenze negative di varia natura. Per un bambino essere testimone della violenza subita dalla madre è un’esperienza devastante. I minori che assistono alla violenza sono bambini traumatizzati, che spesso manifestano il proprio disagio con reazioni e comportamenti difficili da comprendere per chi vive loro accanto (parenti, amici, insegnanti, ecc.). Questi bambini corrono il rischio di diventare adulti in difficoltà a trovare un proprio equilibrio ed a costruire relazioni sane.

Altri link utili:

https://nonunadimeno.wordpress.com/

Donne e teologia: consiglio l’ascolto in podcast delle puntate della trasmissione radio “Uomini e profeti”:

Uomini e Profeti_1 “Donne e teologia. La sfida del femminismo”

Uomini e Profeti_2 “Donne e teologia. La sfida del femminimo”

Pregiudizi: sempre su “Uomini e Profeti” le 4 puntate curate da Davide Assael “Il ritorno del pregiudizio”.

 

Il mondo che viene

Ci manca infinitamente la vita, ci scappa via da tutte le parti,

non possiamo bloccarla, ma nella sua ricerca

sta tutto il senso che ce la può rendere preziosa.

Lucilio Santoni

Lucilio Santoni, Il mondo che viene. Partitura libera per cristiani e anarchici. More Nocturne Books, http://www.morenocturne.com/ Roseto degli Abruzzi (TE), 2019.

Ho già scritto di Lucilio Santoni qualche mese fa. (Il link del precedente post è qui). Un mese fa Carmelo Neri, libraio ed editore di Roseto degli Abruzzi, ha voluto donarmi “Il mondo che viene” di Lucilio Santoni, ultima sua fatica editoriale. È un libro che riprende, rimodula e ripresenta, in modo forse più asciutto e altrettanto poetico le tematiche del già descritto “Cristiani e anarchici”, ma con nuovi inserti e scritti inediti di questo intenso pensatore marchigiano. Santoni sottolinea ancora in modo spregiudicato e tensivo come “le uniche culture vive della nostra scena sociale siano quella cristiana evangelica e quella anarchica”.

Di questo nuovo testo sono molte le suggestioni che mi hanno emozionato e riportato in quella dimensione di riflessione contemplativa ma strettamente socio-politica che già Santoni mi aveva mostrato nel suo precedente lavoro.

In particolare aggiungo il tema della “lingua della propria ferita” proposto dalle “comunità senza residenza né carte d’identità”. Scrive Santoni: “Nella comunità delle umanità diverse ci si scortica a vicenda l’anima per trovare una pelle autentica. […] Dispersione, spaccatura, nudità, ben si sposano con l’intimità calda di un amore; essere senza luogo e senza riposo apre alla vertigine delle lontananze: solo tale condizione può partorire una vita consacrata, cioè parlante la lingua della propria ferita. Una vita nella quale fioriscono i contrasti dell’esistenza: bontà e fermezza, serietà e gioia infantile, grandezza e umiltà, teologia e politica, redenzione e emancipazione”. (pag. 22)

Come ho già avuto modo di esprimere, direttamente anche a Carmelo, la mia sintonia con la posizione politico-culturale di Lucilio Santoni è sempre più intensa e forte.

A pagina 37 Santoni scrive: “Io perseguo spazi antagonisti, vite resistenti, materiali incandescenti perché sono affascinato dallo scarto, dal fallimento. […] Chi sono io che perseguo forme di vita devianti eppure tenacemente coraggiose? Qual è il mio sapere nell’età della tecnologia spinta, delle città fagocitanti, dei non luoghi a procedere?”

Libertà, felicità, mancanza, ferita sono alcune delle parole chiave delle sue riflessioni che vanno meditate e assorbite con pazienza e fiducia. Questo breve testo della More Nocturne Books è un ottimo strumento per avvicinarsi a questo autore e per coglierne la delicatezza umana.

L’apice o apoteosi, di cui non è possibile fare nessuna “recensione”, è data dal capitolo “Prima di andare: la carne, l’altrove infinito” (pagg. 55 – 58), capitolo durissimo e sconcertante, dove Santoni partendo da un breve filmato, riesce a posare parole di estrema compassione verso una vicenda di violenza, violazione e aberrante disumanità con una maestria e sensibilità davvero toccanti e commoventi.

È da li, da quella disumanità, che parte la sua ricerca dell’umanità e dell’amore, di quel “mondo che viene” che è anche il nostro.

Francesco Maule

Rispetto ad un altro autore che ci aiuta ad interpretare “il mondo che viene” segnalo e invito a vedere l’intervista dei giorni scorsi su Sky News 24 a Yuval Noah Harari, autore che non mi stanco di invitare a leggere ed ascoltare e che ho già segnalato in miei post precedenti: > connessioni-laiche-2-0/ & connessioni-mistiche_2-0/ <

In quest’intervista (qui il link al sito per eventuale lettura: https://tg24.sky.it/mondo/2019/07/19/yuval-noah-harari-intervista.html) emerge tutta la sua lucidità e presenta in modo sintetico le tematiche che ampiamente approfondisce nel suo ottimo “21 lezioni per il XXI secolo”.

L’intervista integrale di Giuseppe De Bellis a Yuval Harari è visibile qui:

https://video.sky.it/news/mondo/lintervista-integrale-di-giuseppe-de-bellis-a-yuval-harari/v525541.vid

Francesco Maule

Overshoot Day. Quando il Pianeta ha esaurito le risorse

Ogni anno si utilizza questa giornata per riflettere e denunciare sui nostri stili di consumo e utilizzo delle risorse del pianeta terra. Già la parola “consumo” dovrebbe farci riflettere, se non rabbrividire.

Earth Overshoot Day, ovvero il giorno in cui l’umanità ha completamente esaurito le risorse a disposizione per l’intero anno. Per il 2019 è il 29 luglio, tre giorni prima rispetto al 2018, segnando quindi un nuovo record, e quasi due mesi e mezzo dopo rispetto alla sola Italia, che dal 15 maggio ha già consumato tutto.

A dirlo è il Global Footprint Network, un’organizzazione di ricerca internazionale che monitora l’impronta ecologica dell’uomo, segnalando la data in cui il consumo delle risorse che offre la natura eccede ciò che gli ecosistemi della Terra sono in grado di riprodurre per quell’anno. Da questo giorno, gli uomini cominciano a consumare più di quello che il pianeta in grado di riformare, bruciando le risorse per il futuro.

Segnalo due articoli sull’Overshoot Day che si presenta puntuale come campanello d’allarme ogni anno in questo periodo, e sempre prima…

https://www.greenme.it/informarsi/ambiente/earth-overshoot-day-2019-29-luglio/

1 agosto Overshoot Day. Il Pianeta ha esaurito le risorse

Il futuro che vogliamo – forum di Limena

Ho sottoscritto e ora propongo una mia sintesi del documento del Forum di Limena. Rimando al loro sito per approfondimenti e per la lettura del documento integrale su cui consiglio di soffermarsi per una valutazione dell’attuale scenario socio-politico. F.M.

Il documento di Limena

Il futuro che vogliamo

È terribilmente facile ritornare barbari (Paul Ricoeur)

Le cattive idee hanno spesso un potere tremendo (Amartya Sen)

Un punto di svolta

Vi sono stati periodi nella storia recente in cui un mondo migliore è sembrato possibile. Oggi guardiamo al domani con diffidenza e paura. Per riprendere in mano il nostro futuro vorremmo porre inizialmente cinque questioni fondamentali. La prima riguardante il futuro della democrazia, perché non siamo più certi di poter escludere rischi di involuzione autoritaria. Il secondo tema tocca il diffondersi di un orientamento preoccupante, che ci vede giorno dopo giorno impegnati a costruire muri piuttosto che a gettare ponti. Vi è poi l’affermarsi di identità che si chiudono, riproducendo quel nazionalismo che l’Europa ha conosciuto fin troppo bene nella prima metà del Novecento. Non siamo più così sicuri che quel passato non possa ritornare. I regimi autoritari spesso nascono e si irrobustiscono attraverso l’individuazione di un nemico, facendo credere ai cittadini che i loro problemi dipendano da un colpevole esterno; se questo non c’è lo si inventa. Ma quello che, come cristiani, più ci colpisce e ci amareggia è la progressiva perdita del sentimento di compassione, quell’identificazione nel dolore dell’altro che è alla radice della nostra umanità e senza il quale non possiamo veramente vivere.

Una Chiesa capace di imparare dalla storia

Di queste cose, come cristiani e come cittadini, vorremmo parlare, perché sentiamo profondamente le responsabilità imposte dal momento in cui ci troviamo. Siamo colpiti dal fatto che nelle comunità cristiane si parli troppo poco dei segni che accompagnano questi tempi. […] C’è bisogno allora di dar vita a spazi in cui educarci reciprocamente a pensare il nostro tempo alla luce del Vangelo.

Risposte pericolose a una inquietudine giustificata

La radicalizzazione del conflitto politico e sociale attualmente in atto non è senza ragioni. Gli aspetti negativi della globalizzazione sono stati sottovalutati. La gente ha subito le conseguenze di processi oscuri, come la finanziarizzazione dell’economia e la crescita incontrollata di poteri economici sovranazionali, su cui non esercita alcun controllo. Non si accetta la fatica di costruire un sistema di rappresentanza adeguato a una società complessa, ma si afferma l’idea che sia possibile saltare ogni mediazione, appellandosi direttamente e personalmente al popolo, svilendo parlamenti, autorità di garanzia, e organismi di rappresentanza. […] A nostro avviso la politica deve ridiventare invece il modo normale con cui una società tenta di dare responsabilmente forma al proprio futuro e il potere va ricondotto al servizio del bene comune.

Una visione del futuro

Ciò premesso, riteniamo importante essere instancabili nel proporre e sostenere interventi e azioni che partano da una visione del futuro diversa da quella oggi prevalente. Per questo intendiamo sottolineare alcuni temi rispetto ai quali sentiamo urgente indicare una prospettiva.

  • Ambiente e salvaguardia del creato. Va perseguita la logica di uno sviluppo realmente sostenibile.

  • Eguaglianza. Va favorita una più equa distribuzione del reddito.

  • Contrasto alla povertà, agendo sul complesso delle cause e coinvolgendo le istituzioni e le comunità locali.

  • Trasformazioni demografiche. La bassa natalità va contrastata, con un fisco e servizi a misura delle nuove generazioni e dunque delle famiglie con figli.

  • Rapporti tra le generazioni. Le politiche dovrebbero impegnarsi a non trasferire sulle generazioni future i problemi dell’oggi.

  • Educazione. Si deve invertire la prolungata tendenza a trascurare la scuola nell’ordine delle priorità pubbliche, prendendo sul serio il compito di trasformare i ragazzi in cittadini.

  • Economia e finanza: vanno sostenute e irrobustite imprese in grado di creare posti di lavoro qualificati e i mercati finanziari devono essere regolamentati diversamente.

  • Emigrazioni. Per contrastare l’emorragia di giovani verso l’estero, va creato lavoro all’altezza delle aspettative delle nuove generazioni.

  • Immigrazioni. Quelle provenienti dai paesi poveri derivano anche da una richiesta di manodopera per lavori non specializzati di cui ci sarà inevitabilmente bisogno anche nei prossimi decenni. Andrebbe perciò posto fine ai meccanismi prevalenti di ingresso irregolare in Italia, riaprendo i canali di immigrazione regolare per lavoro.

  • Richiedenti asilo. Per gli attuali richiedenti la questione andrebbe risolta al più presto e in modo realistico, per il bene degli italiani e dei richiedenti stessi. Quelli rimasti nel Nord Est andrebbero stabilizzati. Per il futuro la riapertura di una via d’accesso regolare per lavoro renderebbe possibile riservare la via dell’asilo a chi davvero soffre la discriminazione e la guerra

  • Integrazione. Specialmente per le seconde generazioni – i figli degli immigrati – vanno migliorati i percorsi di integrazione/inclusione, attraverso la scuola, le associazioni della società civile e il riconoscimento della cittadinanza.

  • Cooperazione internazionale. Appare necessario pensare ai Paesi “poveri” non come oggetto di sfruttamento e mercato per le armi, ma come partner effettivi in uno sviluppo sostenibile.

Il futuro dell’Europa a un passaggio decisivo

Prima che l’Europa divenisse un miraggio tecnocratico e si riducesse ad essere “quella dell’euro”, essa è stata innanzitutto un progetto di pace e di unità politica. Sarebbe difficile e pericoloso rinunciare a questa speranza. I cristiani più di altri non possono dimenticare che c’è stato sempre un rapporto speciale tra Europa e cristianesimo, un arricchimento reciproco anche quando la relazione è stata conflittuale. Tutti i grandi problemi della nostra epoca non possono essere affrontati se non in una dimensione sovranazionale. In questi anni di crisi, tuttavia, i cittadini hanno percepito l’Europa lontana, incapace di entrare nelle loro vite come una presenza che aiuta. A ciò bisognerà trovare dei rimedi, ma questi non possono che essere un rilancio del progetto europeo e una sua democratizzazione, non la sua disgregazione. […]

Fraternità, sussidiarietà, sicurezza

C’è un fondamentale senso di fiducia che occorre recuperare: fiducia in noi stessi e nella possibilità di influenzare le scelte politiche; fiducia nelle istituzioni, per migliorarle, non per distruggerle; fiducia nelle scienze e nelle competenze, senza alcuna delega, ma con molto dialogo; fiducia nell’altro e nella possibilità di relazionarci con culture diverse, riconoscendo la comune umanità e le specifiche ricchezze. Oggi più che mai è necessario comprendere che il paese non è formato solo da singoli cittadini e dallo stato, ma anche da libere organizzazioni dei cittadini stessi. Esse rappresentano i luoghi di esercizio della fraternità nelle sue forme più immediate. Perciò non possono essere considerate come un corpo estraneo alla società. È quando queste libere organizzazioni sono vitali, ben integrate tra di loro e nello stato che il cittadino sviluppa senso di appartenenza e si sente sicuro. Intendiamo esprimere e rendere pubbliche queste idee perché pensiamo che uno dei nostri compiti come comunità cristiane sia di farci carico della realtà e della speranza: vedere i segni dei tempi, individuare nella storia i motivi di speranza che ci richiamano alle nostre responsabilità e agire con fiducia.

Limena (Padova), 2 febbraio 2019

https://forumdilimena.files.wordpress.com/2019/04/documento_limena_versione_completa_firmatari-1.pdf

https://forumdilimena.files.wordpress.com/2019/04/documento_limena_versione_sintetica.pdf

 

Il povero Cristo è sceso dalla Croce

Vinicio Capossela è un artista poliedrico, visionario, cantautore talvolta raffinato e poetico, talvolta inquieto, scomposto, ebbro. Con questa canzone offre, a mio parere, la più concreta, profonda, vitale, urticante meditazione del Venerdì Santo su cui oggi mi sia ritrovato a riflettere.

Buon ascolto, buon Triduo Pasquale, buona Pasqua! Cristo è Risorto! F.M.

Vinicio Capossela – Il povero Cristo

 

P.S.

Il giorno in cui ho scritto e pubblicato questo post è uscito il video ufficiale della canzone, video evocativo e surreale che, a mio parere, non aggiunge nulla alla grandezza della canzone, anzi forse ne trattiene alcune fluorescenze. E’ comunque un’opera artistica molto significativa, con la regia di Daniele Ciprì che con il bianco e nero dipinge un immaginario poetico e laterale. Di valore anche la tensione sociale, visto che il video è dedicato “a Riace, a chi lotta per mettere in pratica la buona novella”). Video molto intenso che accampagna una canzone che è già nella storia della musica. F.M. 24/04/2019

VINICIO CAPOSSELA – IL POVERO CRISTO (video ufficiale)

Cristiani e anarchici. L’ostinazione indistruttibile di un desiderio

La libertà si nasconde nell’istinto. La Storia, prima o poi, trova il modo di far incontrare coloro che parlano una lingua comune, che hanno l’ostinazione indistruttibile di un desiderio”.

Lucilio Santoni

Cristiani e anarchici: Viaggio millenario nella Storia tradita verso un futuro possibile

“Cristiani e anarchici: Viaggio millenario nella Storia tradita verso un futuro possibile (iSaggi)” di Lucilio Santoni, Infinito edizioni srl, Formigine (Mo) 2014.
Con introduzioni di Filippo La Porta, Vito Mancuso, Maurizio Pallante, Davide Rondoni.

Lucilio Santoni me l’ha fatto scoprire un libraio abruzzese. Quando ha nominato il titolo “Cristiani e anarchici” è come se avesse messo in azione quel processo di saldatura tre due realtà che fino a prima avevo sempre visto in tensione o comunque non conciliabili.

La lettura del libro di Santoni, nei mesi successivi, è stata lenta, riflessiva, attenta, espressa da mille evidenziazioni ed estrapolazione di citazioni.

La novità di prospettiva e riflessione che mi ha aperto questo testo, di cui è impegnantivo aggiungere considerzioni, date le quattro notevoli introduzioni di quattro figure considerevoli nel panorama culturale italiano, sono legate ad una espressione dell’anarchia completamente diversa da come l’avessi mai valutata.

Anarchia vicinissima a quel “nel mondo ma non del mondo” di cristiana matrice.

Anarchia che ti pone quindi “in politica ma non della politica” o “nella società ma non della società”. Sfumature, dettagli, ma importanti.

“Il segreto per la vita buona è stare in un qualunque posto, con quel che c’è, che comunque è tanto. Senza curarsi di ciò che chiamano benessere: l’obiettivo creato da coloro che non sperano più nella felicità; senza entrare nella frenesia del fare: la condizione di coloro che non osano più sapere che esiste il dolore. E allora tendere l’orecchio a un grido d’aiuto, andare avanti grazie a un atto di cortesia, a una parola dolce o uno sguardo scrupoloso. E poi stare lì, in silenzio, scrutare quanto c’è di fallito nella nostra vita, con tenerezza, ascoltare il canto al risveglio della primavera o nel sonnolento autunno. Vacillare, salutare chi ha nelle ossa il brivido della febbre e, poi, rimanere. Sull’orlo dell’abisso. Domandarsi: che farò senza di voi?” L.S.

Crisitiani e anarchici che si ritrovano a condividere il riconoscimento dell’importanza delle relazioni, degli abbandoni, delle fragilità, delle debolezze. L’espressione poetica, che Santoni declina nella sua prosa riflessiva e narrativa, sembra quindi essere la postura adatta per infrangere le regole del linguaggio e della comunicazione che oggi ci possano indicare vie di umanità e libertà.

foto A. Colombara

“Il vero peccato mortale non è quello di commettere il male e rischiare la punizione, umana o divina. Il vero peccato è non riconoscere il bene: non riconoscere il valore delle donne e degli uomini che valgono; non riconoscere, in faccia al mondo, che quella persona è molto più avanti di me sulla strada della vita buona. Bisogna invece riconoscere, per esempio, che è più intelligente, mentre, di solito, riconosciamo solo, con rammarico, che è più furba. È necessario riconoscere che, con la sua vita, tiene a galla la nostra barca che fa acqua da tutte le parti. Peccato è adeguarsi al quieto vivere, affiliarsi al partito della palude stagnante. Accettare il frastuono e credere che sia comunicazione. Fare e assorbire propaganda e credere che sia cultura. Peccato è sì sparare a qualcuno con la pistola, ma peccato più grave è arrivare ad avere tanto potere che qualcuno, di sua spontanea volontà, uccida per farci un favore. “Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri”, diceva Paolo Borsellino. Peccato è l’essere ostili al mondo: la pesante oscurità di un’ombra indifferente alla luce negli occhi degli altri e sulle cose.” L.S.

Non proseguo oltre con le mie considerazioni, se non invitando ad ampliare la conoscenza con la lettura integrale dei libri di questo nascosto intellettuale italiano che però dimostra come la vita culturale e civile italiana contemporanea non è così deprimente e insulsa come una certa superficiale immagine tenderebbero a far credere. Di seguito propongo una serie di citazioni (con titoli in corsivo a mia cura) che non commento, che anche se estrapolate dal flusso del ragionare e poetare di Santoni, ci permettono di gustarne l’intelligenza (nel senso etimologico del termine) e la ispirata capacità di utilizzo della parola per una espressività culturale singolare e periferica, ma non per questo meno penetrante, sia socialmente e culturalmente, che, soprattutto, interiormente e spiritualmente. F.M.

Se rimanesse pure una geografia del desiderio, sarebbe solo un tesoro senza mappa

Anarchia, la forma politica dell’amore

“Ai confini dell’essere, l’insenatura fra le labbra sembra un infinito. Sarà mattina. La natura cullata fra cielo e terra. All’estremità della ragione, penserà che non v’è più nulla. Solo vorrebbe un bacio, un deliziato suggere di abissi. E gli verranno in mente tutte le trasparenze della vita, le solarità, i naufragi. Un portento di strade che conducono oltremare. Ma i sogni s’inaridiscono quando il vuoto è troppo spinto per rientrare in porto. Domina la solitudine, la burrasca e il rancore. Se rimanesse pure una geografia del desiderio, sarebbe solo un tesoro senza mappa. Per caso un volto, l’anarchia dai capelli neri, ossia la forma politica dell’amore. Quel corpo apparirà eterno e necessario come la passione che aspettavamo da sempre. (altro…)

Migrazioni. Non un problema ma un fatto

Segnalo e invito alla lettura di questo articolo pubblicato ieri su Avvenire. Molti dei contenuti espressi rispecchiano alcune mie considerazioni sulla questione che in questi tempi ripeto spesso. Proprio nei giorni scorsi ho avuto modo di ascoltare la tremenda testimonianza di una donna camerounense partita dal suo paese nel 2013  e arrivata in Italia nel 2015 dopo un “viaggio al termine dell’umanità” che fa riflettere e prestare compassione anche a partire dalla sofferenza di una persona. F.M.

Migrazioni. Non sono un problema, ma un fatto


avvenire.it/

Raul Gabriel – mercoledì 13 febbraio 2019

La realtà è complessa e non permette soluzioni lineari. La natura dell’esistenza e della storia non è lineare. In un epoca in cui si è capito che matematica, fisica e le scienze in generale sono campi in cui è praticamente impossibile individuare soluzioni definite per sempre, in cui il punto si rivela come area di probabilità più che un punto, ci si ostina a credere che sia possibile una soluzione lineare, euclidea, a uno degli eventi più complessi e tragici della storia umana: le migrazioni. Si chiude di qua, si apre di là, ci si accorda a tavolino sui numeri, si determina la convenienza e i ritorni oppure i danni presunti per fare una specie di conto della spesa come fosse un 3×2. Si propone una soluzione semplice a un tema complesso.

Contraddizione evidente. Sono convinto anch’io non vi sia una vera soluzione al problema delle migrazioni. Semplicemente perché le migrazioni non sono un problema: sono un fatto. Imprescindibile e impossibile da cancellare. Qualunque cosa si faccia, la migrazione è parte della storia come il sangue è parte dell’uomo. La volontà di negarlo, di tirare una riga oltre la quale non sarà più così è antistorica e antiumana. E anche sostanzialmente inutile. Tutte le volte che nella storia qualcuno ha voluto razionalizzare la complessa e contraddittoria essenza della umanità ha creato distopie mostruose.

Mostruose perché scavalcano l’unico vero dato di fatto: l’uomo. La sua esistenza, la relazione, la preziosità e unicità della sua vita vengono accorpate in un unico conglomerato di danni collaterali, quasi fosse un rifiuto da avviare al compattatore. È evidente che in questo caso per una impressionante quantità di individui quel compattatore di comodo è il mare. Distante, senza necessità di avvio, digerisce tutti quelli che vengono considerati problemi esterni e non graditi, un impiccio alla propria visione con i paraocchi della storia. L’eugenetica è il tentativo di eliminare la realtà costituente l’essere umano.

La diversità, la complessità. In nome di un unico punto di vista che si considera normalità, o a seconda dei casi perfezione. È chiaro quale sia la irrimediabile disumanità di questo approccio. Eppure la tentazione ritorna sotto varie forme. Chiunque elabori una soluzione lineare a un problema umano, tutto ha a cuore tranne che l’uomo stesso.

Non vi è soluzione una volta per tutte e il prezzo della sofferenza di uno non è secondo a quella di cento. Si dirà che allora non c’è soluzione. Infatti non c’è soluzione. Ma c’è una speranza. Che si rinunci a tirare una riga sopra gli esseri umani come se fossero numeri con cui giocare, rifiuti da avviare al compattatore, sia pur naturale, su cui fare esercizi di strategia o esibizioni di cinismo chirurgico, di una chirurgia che uccide perché priva del minimo abbozzo di empatia.

Puoi essere lo Stato, puoi essere un ministro, puoi essere chi ti pare ma non vi è alcun diritto a giocare con le vite degli altri, per nessuno. In Libia, in Turchia, a Siracusa, ovunque. Non vi è alcuna possibilità che la megalomania del potere, qualunque esso sia, ti dia la capacità di piallare la storia che anzi, più si tenta di privare delle asperità, più torna con violenza a chiedere il conto.

L’idea di creare ordine nella storia è alla base di follie come quella dei khmer rossi di Pol Pot. Per una società nuova si fanno fuori tutti gli altri. E così per le migrazioni. Per una società autonominata con un termine grottesco ‘sovrana’ (di cosa?) tentiamo di tagliare fuori il flusso che la storia muove da quando esiste l’umanità, chiamando a complice il mare e lasciando fare a lui. Il prezzo è mostruoso. E non lo si avverte perché lontani del problema, tutti chini sulle tastiere a scrivere idiozie social più o meno aberranti e a elaborare strategie che definire di fantapolitica è un complimento. Nel migliore dei casi a farsi pubblicità da pulpiti la cui credibilità è pari a zero. Si deve accogliere con coscienza.

Certo. Si deve fare guerra (e sarebbe ora!) ai trafficanti di esseri umani. Vero. Si deve evitare di creare altro disagio sociale. Vero. Ma se uno ti chiede aiuto perché se la gioca con una morte orribile, hai il dovere di aiutarlo. Se invece giri la testa e fai della bellezza del Mediterraneo il tuo sicario solerte e implacabile, dichiari ciò che sei e qualunque società invochi è destinata a scomparire nello stesso mare che hai chiamato un giorno a fare il lavoro sporco.

Fonte:

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/le-migrazioni-non-sono-un-problema-ma-un-fatto