Orbis tertius

I bagoli da fuori, degni di nota, tra tanti…

tu la meriti di più

Segnalo e condivido questo articolo/narrazione della ex collega Ester Zocche che ha partecipato ad una manifestazione podistica spingendo la carrozzina con Luca, un ragazzo studente della scuola di Schio in cui abbiamo lavorato assieme. Ester non è nuova a queste esperienze di “spingitrice” e ha un cuore grande. Anche dopo aver cambiato scuola e materia d’insegnamento ha continuato a seguire Luca nel Baskin Concordia Schio. Solo avendo conosciuto Luca e la sua famiglia mi è stato possibile capire l’importanza per loro di simili esperienze. Grazie Ester! F.M.

foto: runnerinviaggio.it

La mia Santa Run 2017

5 min. di lettura

Corro con un amico raro.

È il 6 Luglio, sono in fibrillazione come un’adolescente al primo appuntamento.

Di fatto lo è, mi sono iscritta ad una prima “gara” di 10km: è qualche mese che corro e ho già iniziato a fantasticare. Non sarò sola, infatti, attendo il mio principe: Luca.

Nel trascorso anno scolastico è stato il mio alunno prediletto. Arriva accompagnato dai genitori, anche loro in ansia per questa nuova trovata della prof.ssa Zocche. Dopo il Baskin, su mia insistenza, ho concordato di spingere la sua carrozzina dalla partenza fino al traguardo di questi 10km alla Santa Run “Corri per un amico raro” (più raro di Luca è impossibile, ho pensato!).

L’organizzatore di questa manifestazione è Giovanni Toniolo che, supportato da un foltissimo numero di volontari della Parrocchia di S. Croce di Schio, anche attraverso questa corsa podistica, vuole far conoscere la Sindrome di San Filippo, una malattia rara di cui è affetta sua figlia. Inoltre durante tutta la manifestazione viene effettuata una raccolta fondi da destinare alla ricerca sulle malattie rare. Nei giorni precedenti lo avevo contattato spiegandogli la mia idea, che ha accolto con molto entusiasmo, quasi incredulo.

Luca, dalla nascita, non parla, non comunica se non con grandi sorrisi e gridolini, ha una difficoltà di deambulazione che non gli permette di essere completamente autosufficiente.

Luca è il mio angelo: quando ti guarda, tenendoti la mano e tu capisci che ti ha riconosciuta, quando te la stringe forte trascinandoti a spasso per la scuola. Quando, se non stai attenta, infila tutte le braccia dentro ad una fontana durante la gita con la classe; quando si prende il pallone da basket dal cestone e cerca di fare canestro o palleggiare: beh, non puoi resistergli.

Quel suo modo silenzioso, ma pieno zeppo di parole ed emozioni, quel silenzio che ti riporta ad una dimensione reale, dove le difficoltà si superano e dove non ci sono scuse, dove l’impossibile diventa possibile.

Tutti in griglia, i top runner sono lì davanti attenti al cronometro, io mi metto nelle retrovie, attendiamo lo start, godendoci la Minirun a cui partecipa anche mio figlio più piccolo Thomas. Tutti questi piccoli runners che corrono sono uno spettacolo!

Ester alla Santa Run 2017

“3 2 1 Partiti!”

Con l’aiuto di un amico della famiglia conosciuto quella sera, un magico Dino Cavedon, iniziamo questa avventura, ma abbiamo subito difficoltà con la carrozzina che non ci permette di tenere un’andatura sostenuta: le ruote davanti “ballano”.

A pochi metri dalla partenza incontriamo l’altro disabile in gara, Federico Rossi, che ci aiuta e ci dà qualche dritta. Un ragazzo fantastico! Sono quelle alchimie, quelle sinergie che scattano così senza necessità di alcuna presentazione, senza necessità di parole ricercate, né discorsi di circostanza né tanto meno preparati.

Tra anime speciali ci si intende e Federico si è sintonizzato subito con Luca; io mi sono accodata e il cuore qualche colpo lo ha perso.

In qualche modo riusciamo a percorrere questi primi chilometri, con difficoltà, ma andiamo avanti. Sul percorso, ad un certo punto, incontriamo Lucio e Manuela che ci stanno seguendo con l’auto; spiego loro la difficoltà con la carrozzina e proviamo un cambio mezzo.

La situazione sembra decisamente migliorata, si riesce ad avanzare più agevolmente, anche se, devo dire, il mio contributo nello spingere è in alternata con Dino che è veramente un bolide: lui corre, io mi diletto facendomi trascinare dall’entusiasmo perché il fiato e le gambe son rimasti chissà dove.

Tra una salitella e l’altra andiamo avanti; Federico oramai è avanti anni luce, un vero professionista, un’atleta di razza!

Luca, quando è Dino a spingere, mi tiene la mano, mi guarda, sorride. Sembra apprezzare la velocità di crociera sostenuta a differenza di quando lo spingo io. Continuo a parlargli, so che mi capisce e anche non ricevendo risposta, mi sono sufficienti le sue grida di gioia, i sorrisi, la sua mano che a volte stringe più forte la mia e la risata che parte spontanea quando Dino accelera e va più forte. Proseguiamo raggiungendo anche la sorella di Luca e un’amica, anch’esse sul percorso: ora viaggiamo tutti insieme e siamo la coda del gruppo.

Al nostro passaggio tutti i volontari ci incitano, ci applaudono; li salutiamo tutti, io lo faccio sempre, perché sono lì per noi che corriamo. Noi ci divertiamo e loro sono lì per permetterci tutto questo.

Inizia a piovigginare, mancano circa due chilometri all’arrivo, troviamo di nuovo i genitori: li ho già avvisati al telefono che stiamo arrivando. Abbiamo già messo la giacca impermeabile a Luca.

Ci fermiamo, Lucio sta per caricare il mio eroe in auto, io sono dispiaciuta, ma non posso forzare questa decisione. Ma Manuela mi fa un cenno, mi dice “Vai, portalo all’arrivo, che vuoi che siano due gocce!”

Il mio cuore scoppia, la bacio, la ringrazio, la abbraccio, sono al centesimo cielo, aspettavo solo quello: portarlo all’arrivo.

Portarlo alla finish line per dare un segnale, per far capire che la disabilità ha varie forme, che nonostante tutto si può, che abbiamo, però, moltissima strada da fare.

Gli ultimi chilometri sono corsi tutti d’un fiato, sono i più commoventi; anche Dino intuisce quanto siano importanti per me e mi lascia il comando, e io mi lascio trascinare dalle emozioni.

foto: runnerinviaggio.it

Arriviamo che è l’imbrunire, troviamo ancora i cronometristi ad attenderci e gli amici di Luca.
E, ovviamente, la mamma coraggio che ora un po’ commossa lo è.

Anche Thomas mi ha aspettato.

Luca è stanco, gli occhi cercano la mamma, forse è anche felice.

Lo siamo tutti per aver dato uno schiaffo a chi pensa e crede che la disabilità sia un “problema” e non una “risorsa”.

Sono felice per la mia prima 10km fatta al servizio di un amico raro.

Sono felice perché, come sempre, Luca dà molto più a me di quel che io do a lui, con questo scambio silenzioso che è il nostro modo.

Sono felice perché Luca è lì in classifica con gli “abili”.

Sono felice anche per il gesto che Thomas ha fatto al nostro arrivo: mette al collo di Luca la sua medaglia-ricordo dicendogli “tu la meriti di più”. Mi commuove e capisco che i bambini sono un “sacco” più avanti.

Sono felice.

Ester Zocche

“Auguro abilità nel cuore per disabilitare i pregiudizi.”

 

fonte: https://www.runnerinviaggio.it/runner-spingitore/la-mia-santa-run-2017/

 

 

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San Francesco d’Assisi: Siamo madri di Cristo

San Francesco d’Assisi: Siamo madri di Cristo #BriciolediSapienza

di Robert Cheaib

Spesso ciò che viene esaltato di Francesco d’Assisi è un volto spinto di ecologismo che rasenta il panteismo (ben estraneo a lui). C’è un altro volto di Francesco, è quello mistico. Questo volto non lo viveva soltanto nella “vita nascosta in Cristo”, ma invitava il popolo a viverlo. Così, nella cosiddetta “Lettera al popolo”, fa un’esortazione molto audace. Ascoltiamola insieme in questo nuovo video di #BriciolediSapienza. Il testo è tratto da questa raccolta di testi di Francesco (in varie edizioni): https://amzn.to/2RgunlA Ringrazio in modo speciale la generosità di Maria Marzolla che ha dedicato il suo tempo per preparare questo video. Avendolo fatto da me, so quanto tempo ci si mette per fare un breve video così (circa un’ora e mezza per ogni minuto di video). Per cui, vi chiedo una preghiera per lei e per la sua bellissima famiglia. Maria è anche autrice di vari testi, tra cui l’ultimo sull’esperienza della maternità, dal titolo già molto eloquente: “Due occhi in più”. Lo trovate qui: https://amzn.to/2Rm4kcH

Robert Cheaib

gioia e preghiera

Condivido questo bellissimo testo di Barbara Pozzo, ricavato da ampi stralci del primo capitolo del suo libro “La vita che sei” – Bur Rizzoli, 2014.

[…]  Quando arrivi alla consapevolezza della gioia, dell’essenza della vita, quando comprendi nelle tue fibre più profonde che sei vivo, allora cresci, ti espandi. Quando vedi la gioia, anche nei momenti bui e dolorosi, hai l’acuta visione dell’Anima. Quando vivi esperienze di dolore, quando la vita sembra chiederti troppo, quando sei in difficoltà e sembra impossibile trovare una via d’uscita, quando non vedi la fine né la soluzione a ciò che ti fa stare male… tutto quel dolore ti porta in fondo al tuo essere. E che cosa c’è da trovare, lì? La semplice gioia di essere vivi. Così cosmicamente basilare, così sorprendente. La gioia di essere qui, uniti, anime che respirano, benedetti, aperti, vulnerabili, tenaci, qui per avere ciò che c’è, ciò che resta o ciò che sta arrivando. La gioia solo di essere parte di questa vita. Sei vivo, non darlo per scontato. Sei vivo, partecipe dell’Universo, il tuo cuore batte, il tuo respiro ti accompagna. Sei completamente, assolutamente e preziosamente vivo. Che gioia poterlo essere, ogni santo giorno che ci è dato.

La gioia, la danza dell’anima (che si può anche tradurre in espressione corporea) è una strada diretta verso la verità. Non a una verità assoluta, ma a quella verità personale e profonda che ti permette di vedere ed essere consapevole di cosa succede dentro di te. Ti consente di trovare il tuo ritmo, il tuo passo, di comprendere chi sei dentro te stesso e nel mondo. Ti consente di trovare il tuo silenzio interiore.

La gioia è preghiera.

Non è necessario appartenere a una fede religiosa per pregare la vera preghiera alla vita, dedicata all’Universo. Quando fai qualcosa con tutto il tuo cuore, quando fai qualcosa che esprime tutto il tuo Essere, allora stai pregando. E l’Universo ti sente. Pregare per essere grati, non per chiedere. Pregare è lasciare andare ogni cosa che impedisce il silenzio dentro di te. Pregare è lasciare uscire la voce dell’anima. Pregare non è ripetere meccanicamente parole di richiesta per sperare che succeda quello che vogliamo, tantomeno implorare. Pregare è onorare la vita, e questo lo si fa con la gioia nel cuore.

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non ti posso seguire, non mi posso fermare

“21

Se ami indugiare e temi

affrontare fatiche per l’ignoto

sentendoti arrivata,

se rinunci a procedere scegliendo

di chiuderti nel sicuro,

non ti posso seguire, non mi posso

fermare –

 

non è tua la vita,

e non è mia”.

Danilo Dolci

poesia tratta da: Danilo Dolci, Il Dio delle zecche, Mondadori, 1976. Pag. 32

 

Attraversare il vuoto

-Quindi è così la casa di una eremita? – le chiesi a bruciapelo.

Sorrise e, dopo aver preso respiro, rispose: – Sinceramente non lo so. Non amo definirmi tale. Non mi piacciono le etichette. Sembrano fatte apposta per omologare le persone, come se tutto dovesse rientrare in canoni prestabiliti. Sono una donna che a un certo punto della vita ha scoperto il silenzio. È stato un richiamo irresistibile. È successo più di trent’anni fa. Vedi, il problema non è trovare una connotazione, bensì denudarsi, spogliarsi da ogni identificazione. Attraversare il vuoto. È tutta un’altra cosa. Desidero il nascondimento. Mi sento come un canale vuoto in cui scorre la luce, ma anche la tenebra. Sono una semplice battezzata, tutt’al più una custode del silenzio.

Antonella Lumini – Paolo Rodari, La custode del silenzio. Einaudi, Torino 2016. Pag. 17.

foto: Carlo Bevilacqua

AMA – la donna che danza nel mare

Un caro amico mi sta facendo conoscere l’affascinante mondo dell’apnea. Julie Gautier in questa performance artistica e atletica raggiunge, a mio parere, uno degli apici della prestazione umana, sia essa fisica, mentale e spirituale. L’armonia raggiunta tra danzatrice e natura, immersa nell’acqua, è commovente e stupefacente. Buona visione. FM.

Link youtube:

AMA – a short film by Julie Gautier

Julie Gautier è una filmmaker, ma anche un’esperta di immersioni. In questo cortometraggio, girato nella piscina termale più profonda al mondo che si trova a Montegrotto Terme, in provincia di Padova, la vediamo esibirsi in una poetica coreografia subacquea che dura diversi minuti. La Gautier trattiene il respiro per tutta la durata della danza, per poi rilasciare il fiato in superficie, dando vita a una gigantesca nuvola di bolle.
Il titolo del video, AMA, è una parola di origine giapponese che significa “donna del mare”, ed è un nome usato anche per le famose raccoglitrici di conchiglie. Il filmato, che si avvale dell’apporto emotivo di una colonna sonora firmata dal pianista italiano Ezio Bosso, vuole essere un ode all’apertura verso il prossimo: “Per me il video è un modo di dire: non siamo soli”, commenta l’autrice, “apriaimoci agli altri, parliamo con loro della nostra sofferenza e delle nostre gioie”.
Julie Gautier da anni lavora con il compagno, il campione del mondo d’apnea Guillaume Néry, sullo sviluppo di video artistici subacquei. Utilizzando la tecnica dell’apnea, insieme hanno realizzato cortometraggi come Océan Gravity, Free Fall, il videoclip Runnin’ di Beyonce ed Y40 Jump, il video sulla vertiginosa caduta libera di Néry nella piscina da Guinness di Montegrotto.

fonte: http://www.artribune.com/television/2018/05/video-julie-gautier-ama-danza-subacquea/

SPORCHE GUERRE NON DICHIARATE

Questa mattina, mentre guidavo verso il lavoro ascoltando la radio, il giornalista che conduce questa settimana il programma di Radio Tre Rai “Prima Pagina”, Marcello Sorgi, ha letto e commentato un articolo di Vittorio Zucconi. Dopo la lettura mi sono fermato qualche minuto a bordo strada, in parte per prendermi nota dell’articolo, in parte per dare un minimo di “spazio interiore” alle parole del giornalista di Repubblica. Riprendo e condivido proprio dal sito di “Prima Pagina” del 9 aprile 2018 l’articolo, amaro ma incisivo, per essere consapevoli ancor più di queste “sporche” guerre “non dichiarate”, per denunciare in qualche modo quella che Zucconi (riferendosi alla Siria) definisce “soltanto l’apoteosi più sporca del sudiciume bellico sgorgato dalla fogna della Guerra Fredda”, per non restare indifferenti al dolore e sofferenza che una parte di umanità subisce. F.M.

Douma (Siria) | fonte: http://www.raiplayradio.it

Da Sarejevo a Douma quelle sporche guerre sporche

“Ci sarà – cinguetta al mattino di sabato il presidente americano Trump su Twitter rivolgendosi a Putin, ad Assad, all’Iran – un grande prezzo da pagare” per l’ennesima strage di innocenti gassati in Siria, ma nessuno, neppure Trump, dice o sa “che cosa” possa essere questo prezzo. Sappiamo invece, con assoluta certezza, “chi” lo pagherà: le stesse donne, gli stessi uomini, gli stessi bambini che da decenni e a decine di milioni hanno pagato, con la loro vita, le “sporche guerre” che insanguinano in mondo.
La Siria, dove dipanare il gomitolo dei “buoni e cattivi”, fra mercenari, droni, potenze straniere, sette, alleanze di oggi che diventano le ostilità di domani è impossibile, è soltanto l’ultima e la più visibile evoluzione della guerra nell’età nucleare.
Dall’agosto 1945, quando la prima bomba A polverizzò Hiroshima e poi dal 1949, quando Stalin esplose il suo primo ordigno nucleare, sigillando l’equilibrio del reciproco annientamento, nessuna grande potenza ha più dichiarato guerra a nessun’altra nazione. Le guerre, legalmente parlando, non ci sono più, ma sotto la copertura dell’ombrello atomico, le “dirty wars”, sono cresciute e si sono diffuse come funghi velenosi. Potenze maggiori e minori, grandi interessi economici, despoti e odii regionali o religiosi hanno continuato a combattersi in guerre delle “a bassa intensità”, “asimmetriche”, o “proxy war”, guerre combattute per procura da terzi per conto dei principali. E la Siria, dove sono stati risucchiati Russia, USA, Iran, Turchia, Arabia Saudita e Israele, è soltanto l’apoteosi più sporca del sudiciume bellico sgorgato dalla fogna della Guerra Fredda.
Quanto siano state le vittime di queste piccole guerre micidiali è un conto che nessuno può fare, perché ai bambini asfissiati dalle bombe di Assad o alle donne disintegrate nelle bombe esplose nei mercati di Baghdad andrebbero aggiunti i morti dell’indotto delle guerre: profughi, malnutriti, malati, migranti della disperazione annegati o stroncati dalla diaspora della fame. Qualche ricercatore parla almeno di 30 milioni di caduti, un totale da conflitto mondiale, quale di fatto questa collana di “sporche guerre” rappresenta. E se fare un censimento di questo cimitero globale è impossibile, è invece possibile fare l’appello di tutte le nazioni dove sono state o sono ancora, combattute. Occorre pazienza a leggere tutta la lista, ma va letta, per capire l’enormità di questa piccola grande guerra mondiale che si trascina, si arresta e si riproduce dalla fine del secondo Conflitto. Partiamo: Afghanistan, Angola, Argentina, Bolivia, Cambogia, Chad, Cile, Colombia, Congo (Zaire), Corea, Cuba, Congo, Repubblica Dominicana, El Salvador, Timor est, Etiopia, Filippine, Georgia, Grenada, Grecia, Guatemala, Haiti, Honduras, Indonesia, Iran, Iraq, Israele/Palestinesi, Libia, Laos, Nepal, Nicaragua, Pakistan, Panama, Siria, Sierra Leone, Somalia, Sudan, Ucraina, Ungheria, Vietnam, Yemen, Ex Jugoslavia.
Sono almeno 40, un quinto del totale rappresentato all’ONU, le nazioni ad essere state travolte da guerre che definiamo per ipocrisia “sporche”, che devono la loro definizione alla sanguinosa opacità delle ragioni e delle intenzioni […]

La Storia delle sporche guerre accese o manipolate da forze esterne non lascia spazio ad alcun ottimismo o speranza. Dal prototipo della sudicia guerra civile nella Grecia fra il 1946 e il 1949 pilotata da Stalin e Truman al mattatoio siriano di oggi, le piccole guerre calde sono il tributo di sangue che il resto del mondo ha pagato per evitare una nuova grande guerra, alimentando quel complesso militar-industriale che deve trovare clienti.
Se il resto del mondo non fa niente per fermarle, è perché conviene ai potenti: a Douma, sotto le bombe di Assad si muore anche per noi.

Vittorio Zucconi la Repubblica

fonte: Rai Radio Tre – Prima Pagina del 9 aprile 2018

Il Baskin: una boccata d’ossigeno

Ogni volta che mi ritrovo a descrivere il Baskin, sia con gli amici, sia quando cerco di scriverne per farlo conoscere, ripeto sempre che è difficile farlo a parole: “E’ più facile capirlo e amarlo vedendo praticamente come si svolge, assistendo agli allenamenti e alle partite”. Mi sbagliavo.

Il Giornale di Vicenza – Lettera del giorno | venerdì 23 marzo 2018 |

Dopo la partita cui ho giocato anch’io con la squadra “Concordia Rossi Schio” domenica scorsa a Nove (VI), una mamma ha scritto e inviato a “Il Giornale di Vicenza”  la lettera che condivido qui sotto. Non saprei trovare parole migliori per descrivere questa disciplina che tanto mi sta appassionando ed entusiasmando. Ringrazio Elena per averla scritta e per averla voluta condividere.


UNA BOCCATA D’OSSIGENO”

Mi piace chiamare così questa lettera che vorrei fosse pubblicata nello spazio riservato a noi lettori. Chiarisco subito: sono mamma di un ragazzo tredicenne meravigliosamente disabile, sì proprio così, che da qualche tempo si è avvicinato al mondo del Baskin. Per chi non lo conoscesse si tratta di uno sport inclusivo che si ispira al basket e che consente a tutti, ma proprio a tutti, di giocare e dare il proprio contributo alla squadra di appartenenza. Ragazzi normodotati e ragazzi diversamente abili, con le forme più varie di handicap, anche gravi, giocano assieme, condividono impegno, aspettative, ansie, gioie, sudore, vittorie e sconfitte….no! sconfitte proprio no!, perché si vince sempre su tutti i fronti. Scrivo queste righe perché domenica io e mio marito abbiamo portato nostro figlio a Nove, a vedere una partita di campionato (giocavano i suoi amici, la squadra in cui si allena) ed è stato come prendere una grande boccata d’ ossigeno, come respirare aria buona, come vedere, toccare con mano il lato buono, il lato bello di una generazione giovanile che spesso fa notizia per comportamenti direi socialmente poco accettabili. Quando assisti ad una partita di Baskin accade questa specie di miracolo, potente, vero: all’inizio entrando in palestra, guardandoti in giro, li vedi tutti gli atleti disabili presenti, più o meno in difficoltà, ti appare chiara la fatica, lo sforzo,la sofferenza che c’è dietro a loro e questa fotografia che i tuoi occhi ti rimandano, ti penetra dritta nello stomaco, forte, come una fitta, ma poi ecco, inizia il gioco, tutti i ragazzi hanno un ruolo, non c’è assistenzialismo, né pietismo, non si fanno sconti a nessuno, tutti giocano e danno il massimo di ciò che possono dare, per se stessi, per la squadra; i ragazzi normodotati, i bulli dei telegiornali, gli adolescenti con la testa tra le nuvole, sono lì, presenti, tenaci, amorevoli, aiutano e si prendono cura del compagno, dell’amico disabile, vanno a canestro insieme e allora basta poco e non vedi più nulla, tutto scompare, le diversità si annullano i ragazzi con handicap non ci sono più e ti godi lo spettacolo, un gioco meraviglioso, avvincente, di cuore, di vero sport, dove tutti i valori più veri, quelli in cui vale la pena credere si toccano con mano. Sconfitta? Mai, a dispetto di quanto lampeggia nel tabellone, si porta a casa tutti, sempre, una vittoria che ha tanti nomi:….inclusione, condivisione, cura, uguaglianza, valori, crescita e potrei continuare. Andrò spesso a vedere, a vivere questo gioco perché è un antidoto al bullismo, un antidoto alla violenza, un antidoto al brutto che ci circonda e che arriva nelle nostre case dalla TV, è davvero UNA BOCCATA D’OSSIGENO!!

Una mamma, Elena.

Le squadre “6 cesti Nove” e “Concordia Schio” che hanno partecipato al “Baskin Day” il 18 marzo 2018.

Giornata di preghiera e digiuno per la pace

I Francescani del Sacro Convento di San Francesco d’Assisi insieme alla Tavola
della pace, Articolo 21 e alla Rete della pace e con la partecipazione del FAI
invitano tutti i cittadini, le associazioni e le istituzioni ad aderire alla

Giornata di preghiera e digiuno per la pace

indetta da Papa Francesco che si svolgerà
venerdì 23 febbraio 2018

Leggi l’appello di Papa Francesco
“Dinanzi al tragico protrarsi di situazioni di conflitto in diverse parti del mondo, invito tutti i fedeli ad una speciale Giornata di preghiera e digiuno per la pace il 23 febbraio prossimo, venerdì della Prima Settimana di Quaresima.
La offriremo in particolare per le popolazioni della Repubblica Democratica del Congo e del Sud Sudan.
Come in altre occasioni simili, invito anche i fratelli e le sorelle non cattolici e non cristiani ad associarsi a questa iniziativa nelle modalità che riterranno più opportune, ma tutti insieme.
Il nostro Padre celeste ascolta sempre i suoi figli che gridano a Lui nel dolore e nell’angoscia, «risana i cuori affranti e fascia le loro ferite» (Sal 147,3).
Rivolgo un accorato appello perché anche noi ascoltiamo questo grido e, ciascuno nella propria coscienza, davanti a Dio, ci domandiamo: “Che cosa posso fare io per la pace?”.
Sicuramente possiamo pregare; ma non solo: ognuno può dire concretamente “no” alla violenza per quanto dipende da lui o da lei. Perché le vittorie ottenute con la violenza sono false vittorie; mentre lavorare per la pace fa bene a tutti!
* * *
Non sono tanti quelli che lottano per la vita in un mondo dove ogni giorno si costruiscono più armi, ogni giorno si fanno più leggi contro la vita, ogni giorno va avanti questa cultura dello scarto, di scartare quello che non serve, quello
che dà fastidio. Per favore preghiamo perché il nostro popolo sia più cosciente della difesa della
vita in questo momento di distruzione e di scarto dell’umanità.”
PAPA FRANCESCO

23 febbraio_GiornataPace

Sched_Paesi_23feb2018

La corsa della Cina ai minerali dell’Africa_Ilsole24ore_Barlaam

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“Vorrei tanto poter trasmettere ai tempi futuri tutta l’umanità che conservo in me stessa”

ETTY HILLESUM

* testi scelti *

a cura di Maule Francesco

 

Di nuovo mi inginocchio sul ruvido tappeto di cocco, con le mani che coprono il viso, e prego: Signore, fammi vivere di un unico, grande sentimento – fa che io compia amorevolmente le mille piccole azioni di ogni giorno, e insieme riconduci tutte queste piccole azioni a un unico centro, a un profondo sentimento di disponibilità e di amore. Allora quel che farò, o il luogo in cui mi troverò, non avrà più molta importanza.

Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 1985. pag. 82

 

Venerdì sera, le sette e mezzo. Oggi pomeriggio ho guardato alcune stampe giapponesi con Glassner. Mi sono resa conto che è così che voglio scrivere: con altrettanto spazio intorno a poche parole. Troppe parole mi danno fastidio. Vorrei scrivere parole che siano organicamente inserite in un gran silenzio, e non parole che esistono solo per coprirlo e disperderlo: dovrebbero accentuarlo, piuttosto. Come in quell’illustrazione con un ramo fiorito nell’angolo in basso: poche, tenere pennellate – ma che resa nei minimi dettagli – e il grande spazio tutt’intorno, non un vuoto, ma uno spazio che si potrebbe piuttosto definire ricco d’anima. Io detesto gli accumuli di parole. In fondo, ce ne vogliono così poche per dir quelle quattro cose che veramente contano nella vita. Se mai scriverò – e chissà poi cosa? – mi piacerebbe dipinger poche parole su uno sfondo muto.

Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 1985. pag. 116

 

Sabato sera, mezzanotte e mezzo. […]

Trovo bella la vita, e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me  come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è difficile, ma non è grave. Dobbiamo cominciare a prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà allora da sé: e «lavorare a se stessi» non è proprio una forma d’individualismo malaticcio. Una pace futura potrà esser veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso – se ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore, se non è chiedere troppo. È l’unica soluzione possibile. E così potrei continuare per pagine e pagine. Quel pezzetto d’eternità che ci portiamo dentro può esser espresso in una parola come in dieci volumoni. Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio, nell’anno del Signore 1942, l’ennesimo anno di guerra.

Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 1985. pag. 127

 

Preghiera della domenica mattina. Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte per la prima volta ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini su immagini di dolore umano. Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di non appesantire l’oggi con i pesi delle mie preoccupazioni per il domani – ma anche questo richiede una certa esperienza. Ogni giorno ha già la sua parte. Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. Si, mio Dio, sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi.

Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 1985. pag. 169

 

 

Quando prego, non prego mai per me stessa, prego sempre per gli altri, oppure dialogo in modo pazzo, infantile o serissimo con la parte più profonda di me, che per comodità io chiamo «Dio». Non so, trovo così infantile che si preghi per ottenere qualcosa per sé. […] Mi sembra infantile anche pregare perché un altro stia bene: per un altro si può solo pregare che riesca a sopportare le difficoltà della vita. E se si prega per qualcuno, gli si manda un po’ della propria forza.

Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 1985. pag. 176

 

Mio Dio, è un periodo troppo duro per persone fragili come me. So che seguirà un periodo diverso, un periodo di umanesimo. Vorrei tanto poter trasmettere ai tempi futuri tutta l’umanità che conservo in me stessa, malgrado le mie esperienze quotidiane. L’unico modo che abbiamo di preparare questi tempi nuovi è di prepararli fin d’ora in noi stessi. In qualche modo mi sento leggera, senz’alcuna amarezza  e con tanta forza e amore. Vorrei tanto vivere per aiutare a preparare questi tempi nuovi: verranno di certo, non sento forse che stanno crescendo in me ogni giorno? Stamattina ho pregato pressapoco così. M’è venuto spontaneo d’inginocchiarmi su quella dura stuoia di cocco del bagno e le lacrime mi scorrevano sul volto.

Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 1985. pag. 179.

***

Nel mese di gennaio, che si è concluso con la giornata della memoria, la trasmissione di Radio Due “Ad alta voce” ha proposto la lettura del Diario di Etty Hillesum. E’ un’attrice di grande intensità e bravura, come Sandra Toffolatti a dar voce alle sue fondamentali riflessioni, ispirate a un’estrema compassione e ad un altruismo radicale.

E’ ancora possibile riscoltarlo ai link qui sotto descritti.

Ascolta Diario 1941 – 1943 di Etty Hilesum >>

http://www.raiplayradio.it/programmi/adaltavoce/archivio/puntate/Etty-Hillesum-43325b79-4219-4186-a1a7-64c81d22a387