Orbis tertius

I bagoli da fuori, degni di nota, tra tanti…

non ti posso seguire, non mi posso fermare

“21

Se ami indugiare e temi

affrontare fatiche per l’ignoto

sentendoti arrivata,

se rinunci a procedere scegliendo

di chiuderti nel sicuro,

non ti posso seguire, non mi posso

fermare –

 

non è tua la vita,

e non è mia”.

Danilo Dolci

poesia tratta da: Danilo Dolci, Il Dio delle zecche, Mondadori, 1976. Pag. 32

 

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Attraversare il vuoto

-Quindi è così la casa di una eremita? – le chiesi a bruciapelo.

Sorrise e, dopo aver preso respiro, rispose: – Sinceramente non lo so. Non amo definirmi tale. Non mi piacciono le etichette. Sembrano fatte apposta per omologare le persone, come se tutto dovesse rientrare in canoni prestabiliti. Sono una donna che a un certo punto della vita ha scoperto il silenzio. È stato un richiamo irresistibile. È successo più di trent’anni fa. Vedi, il problema non è trovare una connotazione, bensì denudarsi, spogliarsi da ogni identificazione. Attraversare il vuoto. È tutta un’altra cosa. Desidero il nascondimento. Mi sento come un canale vuoto in cui scorre la luce, ma anche la tenebra. Sono una semplice battezzata, tutt’al più una custode del silenzio.

Antonella Lumini – Paolo Rodari, La custode del silenzio. Einaudi, Torino 2016. Pag. 17.

foto: Carlo Bevilacqua

AMA – la donna che danza nel mare

Un caro amico mi sta facendo conoscere l’affascinante mondo dell’apnea. Julie Gautier in questa performance artistica e atletica raggiunge, a mio parere, uno degli apici della prestazione umana, sia essa fisica, mentale e spirituale. L’armonia raggiunta tra danzatrice e natura, immersa nell’acqua, è commovente e stupefacente. Buona visione. FM.

Link youtube:

AMA – a short film by Julie Gautier

Julie Gautier è una filmmaker, ma anche un’esperta di immersioni. In questo cortometraggio, girato nella piscina termale più profonda al mondo che si trova a Montegrotto Terme, in provincia di Padova, la vediamo esibirsi in una poetica coreografia subacquea che dura diversi minuti. La Gautier trattiene il respiro per tutta la durata della danza, per poi rilasciare il fiato in superficie, dando vita a una gigantesca nuvola di bolle.
Il titolo del video, AMA, è una parola di origine giapponese che significa “donna del mare”, ed è un nome usato anche per le famose raccoglitrici di conchiglie. Il filmato, che si avvale dell’apporto emotivo di una colonna sonora firmata dal pianista italiano Ezio Bosso, vuole essere un ode all’apertura verso il prossimo: “Per me il video è un modo di dire: non siamo soli”, commenta l’autrice, “apriaimoci agli altri, parliamo con loro della nostra sofferenza e delle nostre gioie”.
Julie Gautier da anni lavora con il compagno, il campione del mondo d’apnea Guillaume Néry, sullo sviluppo di video artistici subacquei. Utilizzando la tecnica dell’apnea, insieme hanno realizzato cortometraggi come Océan Gravity, Free Fall, il videoclip Runnin’ di Beyonce ed Y40 Jump, il video sulla vertiginosa caduta libera di Néry nella piscina da Guinness di Montegrotto.

fonte: http://www.artribune.com/television/2018/05/video-julie-gautier-ama-danza-subacquea/

SPORCHE GUERRE NON DICHIARATE

Questa mattina, mentre guidavo verso il lavoro ascoltando la radio, il giornalista che conduce questa settimana il programma di Radio Tre Rai “Prima Pagina”, Marcello Sorgi, ha letto e commentato un articolo di Vittorio Zucconi. Dopo la lettura mi sono fermato qualche minuto a bordo strada, in parte per prendermi nota dell’articolo, in parte per dare un minimo di “spazio interiore” alle parole del giornalista di Repubblica. Riprendo e condivido proprio dal sito di “Prima Pagina” del 9 aprile 2018 l’articolo, amaro ma incisivo, per essere consapevoli ancor più di queste “sporche” guerre “non dichiarate”, per denunciare in qualche modo quella che Zucconi (riferendosi alla Siria) definisce “soltanto l’apoteosi più sporca del sudiciume bellico sgorgato dalla fogna della Guerra Fredda”, per non restare indifferenti al dolore e sofferenza che una parte di umanità subisce. F.M.

Douma (Siria) | fonte: http://www.raiplayradio.it

Da Sarejevo a Douma quelle sporche guerre sporche

“Ci sarà – cinguetta al mattino di sabato il presidente americano Trump su Twitter rivolgendosi a Putin, ad Assad, all’Iran – un grande prezzo da pagare” per l’ennesima strage di innocenti gassati in Siria, ma nessuno, neppure Trump, dice o sa “che cosa” possa essere questo prezzo. Sappiamo invece, con assoluta certezza, “chi” lo pagherà: le stesse donne, gli stessi uomini, gli stessi bambini che da decenni e a decine di milioni hanno pagato, con la loro vita, le “sporche guerre” che insanguinano in mondo.
La Siria, dove dipanare il gomitolo dei “buoni e cattivi”, fra mercenari, droni, potenze straniere, sette, alleanze di oggi che diventano le ostilità di domani è impossibile, è soltanto l’ultima e la più visibile evoluzione della guerra nell’età nucleare.
Dall’agosto 1945, quando la prima bomba A polverizzò Hiroshima e poi dal 1949, quando Stalin esplose il suo primo ordigno nucleare, sigillando l’equilibrio del reciproco annientamento, nessuna grande potenza ha più dichiarato guerra a nessun’altra nazione. Le guerre, legalmente parlando, non ci sono più, ma sotto la copertura dell’ombrello atomico, le “dirty wars”, sono cresciute e si sono diffuse come funghi velenosi. Potenze maggiori e minori, grandi interessi economici, despoti e odii regionali o religiosi hanno continuato a combattersi in guerre delle “a bassa intensità”, “asimmetriche”, o “proxy war”, guerre combattute per procura da terzi per conto dei principali. E la Siria, dove sono stati risucchiati Russia, USA, Iran, Turchia, Arabia Saudita e Israele, è soltanto l’apoteosi più sporca del sudiciume bellico sgorgato dalla fogna della Guerra Fredda.
Quanto siano state le vittime di queste piccole guerre micidiali è un conto che nessuno può fare, perché ai bambini asfissiati dalle bombe di Assad o alle donne disintegrate nelle bombe esplose nei mercati di Baghdad andrebbero aggiunti i morti dell’indotto delle guerre: profughi, malnutriti, malati, migranti della disperazione annegati o stroncati dalla diaspora della fame. Qualche ricercatore parla almeno di 30 milioni di caduti, un totale da conflitto mondiale, quale di fatto questa collana di “sporche guerre” rappresenta. E se fare un censimento di questo cimitero globale è impossibile, è invece possibile fare l’appello di tutte le nazioni dove sono state o sono ancora, combattute. Occorre pazienza a leggere tutta la lista, ma va letta, per capire l’enormità di questa piccola grande guerra mondiale che si trascina, si arresta e si riproduce dalla fine del secondo Conflitto. Partiamo: Afghanistan, Angola, Argentina, Bolivia, Cambogia, Chad, Cile, Colombia, Congo (Zaire), Corea, Cuba, Congo, Repubblica Dominicana, El Salvador, Timor est, Etiopia, Filippine, Georgia, Grenada, Grecia, Guatemala, Haiti, Honduras, Indonesia, Iran, Iraq, Israele/Palestinesi, Libia, Laos, Nepal, Nicaragua, Pakistan, Panama, Siria, Sierra Leone, Somalia, Sudan, Ucraina, Ungheria, Vietnam, Yemen, Ex Jugoslavia.
Sono almeno 40, un quinto del totale rappresentato all’ONU, le nazioni ad essere state travolte da guerre che definiamo per ipocrisia “sporche”, che devono la loro definizione alla sanguinosa opacità delle ragioni e delle intenzioni […]

La Storia delle sporche guerre accese o manipolate da forze esterne non lascia spazio ad alcun ottimismo o speranza. Dal prototipo della sudicia guerra civile nella Grecia fra il 1946 e il 1949 pilotata da Stalin e Truman al mattatoio siriano di oggi, le piccole guerre calde sono il tributo di sangue che il resto del mondo ha pagato per evitare una nuova grande guerra, alimentando quel complesso militar-industriale che deve trovare clienti.
Se il resto del mondo non fa niente per fermarle, è perché conviene ai potenti: a Douma, sotto le bombe di Assad si muore anche per noi.

Vittorio Zucconi la Repubblica

fonte: Rai Radio Tre – Prima Pagina del 9 aprile 2018

Il Baskin: una boccata d’ossigeno

Ogni volta che mi ritrovo a descrivere il Baskin, sia con gli amici, sia quando cerco di scriverne per farlo conoscere, ripeto sempre che è difficile farlo a parole: “E’ più facile capirlo e amarlo vedendo praticamente come si svolge, assistendo agli allenamenti e alle partite”. Mi sbagliavo.

Il Giornale di Vicenza – Lettera del giorno | venerdì 23 marzo 2018 |

Dopo la partita cui ho giocato anch’io con la squadra “Concordia Rossi Schio” domenica scorsa a Nove (VI), una mamma ha scritto e inviato a “Il Giornale di Vicenza”  la lettera che condivido qui sotto. Non saprei trovare parole migliori per descrivere questa disciplina che tanto mi sta appassionando ed entusiasmando. Ringrazio Elena per averla scritta e per averla voluta condividere.


UNA BOCCATA D’OSSIGENO”

Mi piace chiamare così questa lettera che vorrei fosse pubblicata nello spazio riservato a noi lettori. Chiarisco subito: sono mamma di un ragazzo tredicenne meravigliosamente disabile, sì proprio così, che da qualche tempo si è avvicinato al mondo del Baskin. Per chi non lo conoscesse si tratta di uno sport inclusivo che si ispira al basket e che consente a tutti, ma proprio a tutti, di giocare e dare il proprio contributo alla squadra di appartenenza. Ragazzi normodotati e ragazzi diversamente abili, con le forme più varie di handicap, anche gravi, giocano assieme, condividono impegno, aspettative, ansie, gioie, sudore, vittorie e sconfitte….no! sconfitte proprio no!, perché si vince sempre su tutti i fronti. Scrivo queste righe perché domenica io e mio marito abbiamo portato nostro figlio a Nove, a vedere una partita di campionato (giocavano i suoi amici, la squadra in cui si allena) ed è stato come prendere una grande boccata d’ ossigeno, come respirare aria buona, come vedere, toccare con mano il lato buono, il lato bello di una generazione giovanile che spesso fa notizia per comportamenti direi socialmente poco accettabili. Quando assisti ad una partita di Baskin accade questa specie di miracolo, potente, vero: all’inizio entrando in palestra, guardandoti in giro, li vedi tutti gli atleti disabili presenti, più o meno in difficoltà, ti appare chiara la fatica, lo sforzo,la sofferenza che c’è dietro a loro e questa fotografia che i tuoi occhi ti rimandano, ti penetra dritta nello stomaco, forte, come una fitta, ma poi ecco, inizia il gioco, tutti i ragazzi hanno un ruolo, non c’è assistenzialismo, né pietismo, non si fanno sconti a nessuno, tutti giocano e danno il massimo di ciò che possono dare, per se stessi, per la squadra; i ragazzi normodotati, i bulli dei telegiornali, gli adolescenti con la testa tra le nuvole, sono lì, presenti, tenaci, amorevoli, aiutano e si prendono cura del compagno, dell’amico disabile, vanno a canestro insieme e allora basta poco e non vedi più nulla, tutto scompare, le diversità si annullano i ragazzi con handicap non ci sono più e ti godi lo spettacolo, un gioco meraviglioso, avvincente, di cuore, di vero sport, dove tutti i valori più veri, quelli in cui vale la pena credere si toccano con mano. Sconfitta? Mai, a dispetto di quanto lampeggia nel tabellone, si porta a casa tutti, sempre, una vittoria che ha tanti nomi:….inclusione, condivisione, cura, uguaglianza, valori, crescita e potrei continuare. Andrò spesso a vedere, a vivere questo gioco perché è un antidoto al bullismo, un antidoto alla violenza, un antidoto al brutto che ci circonda e che arriva nelle nostre case dalla TV, è davvero UNA BOCCATA D’OSSIGENO!!

Una mamma, Elena.

Le squadre “6 cesti Nove” e “Concordia Schio” che hanno partecipato al “Baskin Day” il 18 marzo 2018.

Giornata di preghiera e digiuno per la pace

I Francescani del Sacro Convento di San Francesco d’Assisi insieme alla Tavola
della pace, Articolo 21 e alla Rete della pace e con la partecipazione del FAI
invitano tutti i cittadini, le associazioni e le istituzioni ad aderire alla

Giornata di preghiera e digiuno per la pace

indetta da Papa Francesco che si svolgerà
venerdì 23 febbraio 2018

Leggi l’appello di Papa Francesco
“Dinanzi al tragico protrarsi di situazioni di conflitto in diverse parti del mondo, invito tutti i fedeli ad una speciale Giornata di preghiera e digiuno per la pace il 23 febbraio prossimo, venerdì della Prima Settimana di Quaresima.
La offriremo in particolare per le popolazioni della Repubblica Democratica del Congo e del Sud Sudan.
Come in altre occasioni simili, invito anche i fratelli e le sorelle non cattolici e non cristiani ad associarsi a questa iniziativa nelle modalità che riterranno più opportune, ma tutti insieme.
Il nostro Padre celeste ascolta sempre i suoi figli che gridano a Lui nel dolore e nell’angoscia, «risana i cuori affranti e fascia le loro ferite» (Sal 147,3).
Rivolgo un accorato appello perché anche noi ascoltiamo questo grido e, ciascuno nella propria coscienza, davanti a Dio, ci domandiamo: “Che cosa posso fare io per la pace?”.
Sicuramente possiamo pregare; ma non solo: ognuno può dire concretamente “no” alla violenza per quanto dipende da lui o da lei. Perché le vittorie ottenute con la violenza sono false vittorie; mentre lavorare per la pace fa bene a tutti!
* * *
Non sono tanti quelli che lottano per la vita in un mondo dove ogni giorno si costruiscono più armi, ogni giorno si fanno più leggi contro la vita, ogni giorno va avanti questa cultura dello scarto, di scartare quello che non serve, quello
che dà fastidio. Per favore preghiamo perché il nostro popolo sia più cosciente della difesa della
vita in questo momento di distruzione e di scarto dell’umanità.”
PAPA FRANCESCO

23 febbraio_GiornataPace

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La corsa della Cina ai minerali dell’Africa_Ilsole24ore_Barlaam

(altro…)

“Vorrei tanto poter trasmettere ai tempi futuri tutta l’umanità che conservo in me stessa”

ETTY HILLESUM

* testi scelti *

a cura di Maule Francesco

 

Di nuovo mi inginocchio sul ruvido tappeto di cocco, con le mani che coprono il viso, e prego: Signore, fammi vivere di un unico, grande sentimento – fa che io compia amorevolmente le mille piccole azioni di ogni giorno, e insieme riconduci tutte queste piccole azioni a un unico centro, a un profondo sentimento di disponibilità e di amore. Allora quel che farò, o il luogo in cui mi troverò, non avrà più molta importanza.

Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 1985. pag. 82

 

Venerdì sera, le sette e mezzo. Oggi pomeriggio ho guardato alcune stampe giapponesi con Glassner. Mi sono resa conto che è così che voglio scrivere: con altrettanto spazio intorno a poche parole. Troppe parole mi danno fastidio. Vorrei scrivere parole che siano organicamente inserite in un gran silenzio, e non parole che esistono solo per coprirlo e disperderlo: dovrebbero accentuarlo, piuttosto. Come in quell’illustrazione con un ramo fiorito nell’angolo in basso: poche, tenere pennellate – ma che resa nei minimi dettagli – e il grande spazio tutt’intorno, non un vuoto, ma uno spazio che si potrebbe piuttosto definire ricco d’anima. Io detesto gli accumuli di parole. In fondo, ce ne vogliono così poche per dir quelle quattro cose che veramente contano nella vita. Se mai scriverò – e chissà poi cosa? – mi piacerebbe dipinger poche parole su uno sfondo muto.

Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 1985. pag. 116

 

Sabato sera, mezzanotte e mezzo. […]

Trovo bella la vita, e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me  come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è difficile, ma non è grave. Dobbiamo cominciare a prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà allora da sé: e «lavorare a se stessi» non è proprio una forma d’individualismo malaticcio. Una pace futura potrà esser veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso – se ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore, se non è chiedere troppo. È l’unica soluzione possibile. E così potrei continuare per pagine e pagine. Quel pezzetto d’eternità che ci portiamo dentro può esser espresso in una parola come in dieci volumoni. Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio, nell’anno del Signore 1942, l’ennesimo anno di guerra.

Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 1985. pag. 127

 

Preghiera della domenica mattina. Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte per la prima volta ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini su immagini di dolore umano. Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di non appesantire l’oggi con i pesi delle mie preoccupazioni per il domani – ma anche questo richiede una certa esperienza. Ogni giorno ha già la sua parte. Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. Si, mio Dio, sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi.

Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 1985. pag. 169

 

 

Quando prego, non prego mai per me stessa, prego sempre per gli altri, oppure dialogo in modo pazzo, infantile o serissimo con la parte più profonda di me, che per comodità io chiamo «Dio». Non so, trovo così infantile che si preghi per ottenere qualcosa per sé. […] Mi sembra infantile anche pregare perché un altro stia bene: per un altro si può solo pregare che riesca a sopportare le difficoltà della vita. E se si prega per qualcuno, gli si manda un po’ della propria forza.

Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 1985. pag. 176

 

Mio Dio, è un periodo troppo duro per persone fragili come me. So che seguirà un periodo diverso, un periodo di umanesimo. Vorrei tanto poter trasmettere ai tempi futuri tutta l’umanità che conservo in me stessa, malgrado le mie esperienze quotidiane. L’unico modo che abbiamo di preparare questi tempi nuovi è di prepararli fin d’ora in noi stessi. In qualche modo mi sento leggera, senz’alcuna amarezza  e con tanta forza e amore. Vorrei tanto vivere per aiutare a preparare questi tempi nuovi: verranno di certo, non sento forse che stanno crescendo in me ogni giorno? Stamattina ho pregato pressapoco così. M’è venuto spontaneo d’inginocchiarmi su quella dura stuoia di cocco del bagno e le lacrime mi scorrevano sul volto.

Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 1985. pag. 179.

***

Nel mese di gennaio, che si è concluso con la giornata della memoria, la trasmissione di Radio Due “Ad alta voce” ha proposto la lettura del Diario di Etty Hillesum. E’ un’attrice di grande intensità e bravura, come Sandra Toffolatti a dar voce alle sue fondamentali riflessioni, ispirate a un’estrema compassione e ad un altruismo radicale.

E’ ancora possibile riscoltarlo ai link qui sotto descritti.

Ascolta Diario 1941 – 1943 di Etty Hilesum >>

http://www.raiplayradio.it/programmi/adaltavoce/archivio/puntate/Etty-Hillesum-43325b79-4219-4186-a1a7-64c81d22a387

È questo il nostro Natale di pace?

5 dicembre 2017 – di Alex Zanotelli

Alex Zanotelli. Fonte: https://stop-ttip-italia.net

Sono indignato davanti a quest’Italia che si sta sempre più militarizzando.

Lo vedo proprio a partire dal Sud, il territorio economicamente più disastrato d’Europa, eppure sempre più militarizzato. Nel 2015 è stata inaugurata a Lago Patria (la parte della città metropolitana di Napoli) una delle più importanti basi NATO d’Europa, che il 5 settembre scorso è stata trasformata nell’Hub contro il terrorismo (centro di spionaggio per il Mediterraneo e l’Africa). Sempre a Napoli, la famosa caserma della Nunziatella è stata venduta dal Comune di Napoli per diventare la Scuola Europea di guerra, come vuole la Ministra della Difesa F. Pinotti.

Ad Amendola (Foggia), è arrivato lo scorso anno il primo cacciabombardiere F-35 armabile con le nuove bombe atomiche B 61-12. In Sicilia, la base militare di Sigonella (Catania) diventerà nel 2018 la capitale mondiale dei droni. E sempre in Sicilia, a Niscemi (Trapani) è stato installato il quarto polo mondiale delle comunicazioni militari, il cosidetto MUOS.

Mentre il Sud sprofonda a livello economico, cresce la militarizzazione del territorio (forse, non è per caso che così tanti giovani del Sud trovino poi rifugio nell’Esercito italiano per poter lavorare!).

Ma anche a livello nazionale vedo un’analoga tendenza: sempre più spese in armi e sempre meno per l’istruzione, sanità e welfare. Basta vedere il Fondo di investimenti del governo italiano per i prossimi anni per rendersene conto. Su 46 miliardi previsti, ben 10 miliardi sono destinati al ministero della Difesa: 5.3 miliardi per modernizzare le nostre armi e 2.6 per costruire il Pentagono italiano ossia un’unica struttura per i vertici di tutte le nostre forze armate, con sede a Centocelle (Roma).

L’Italia, infatti, sta investendo sempre più in campo militare sia a livello nazionale, europeo e internazionale. L’Italia sta oggi spendendo una barca di soldi per gli F-35, si tratta  di 14 miliardi di euro!

Questo, nonostante che la Corte dei Conti abbia fatto notare che ogni aereo ci costerà almeno 130 milioni di euro contro i 69 milioni previsti nel 2007. Quest’anno il governo italiano spenderà 24 miliardi di euro in Difesa, pari a 64 milioni di euro al giorno. Per il 2018 si prevede un miliardo in più.

Ma è ancora più impressionante l’esponenziale produzione bellica nostrana: Finmeccanica (oggi Leonardo) si piazza oggi all’ottavo posto mondiale. Lo scorso anno abbiamo esportato per 14 miliardi di euro, il doppio del 2015!

Grazie alla vendita di 28 Eurofighter al Kuwait per otto miliardi di euro, merito della ministra Pinotti, ottima piazzista d’armi. E abbiamo venduto armi a tanti Paesi in guerra, in barba alla legge 185 che ce lo proibisce. Continuiamo a vendere bombe, prodotte dall’azienda RMW Italia a Domusnovas (Sardegna), all’Arabia Saudita che le usa per bombardare lo Yemen, dov’è in atto la più grave crisi umanitaria mondiale secondo l’ONU (tutto questo nonostante le quattro mozioni del Parlamento Europeo!) L’Italia ha venduto armi al Qatar e agli Emirati Arabi con cui quei Paesi armano i gruppi jihadisti in Medio Oriente e in Africa (noi che ci gloriamo di fare la guerra al terrorismo!). Siamo diventati talmente competitivi in questo settore che abbiamo vinto una commessa per costruire quattro corvette e due pattugliatori per un valore di 40 miliardi per il Kuwait.

Non meno preoccupante è la nostra produzione di armi leggere: siamo al secondo posto dopo gli USA! Sono queste le armi che uccidono di più! E di questo commercio si sa pochissimo.

Quest’economia di guerra sospinge il governo italiano ad appoggiare la militarizzazione dell’UE. È stato inaugurato a Bruxelles il Centro di pianificazione e comando per tutte le missioni di addestramento, vero e proprio quartier generale unico. Inoltre, la Commissione Europea ha lanciato un Fondo per la Difesa che, a regime, svilupperà 5,5 miliardi d’investimento l’anno per la ricerca e lo sviluppo industriale nel settore militare.

Questo fondo, lanciato il 22 giugno, rappresenta una massiccia iniezione di denaro pubblico nell’industria bellica europea. Sta per nascere la “PESCO-Cooperazione strutturata permanente” dell’UE nel settore militare (la Shengen della Difesa!).

“Rafforzare l’Europa della Difesa – afferma la Mogherini, Alto Rappresentante della UE, per gli Affari Esteri- rafforza anche la NATO”.

La NATO, di cui l’UE è prigioniera, è diventata un mostro che spende 1000 miliardi di dollari in armi all’anno. Trump chiede ora ai 28 Paesi membri della NATO di destinare il 2% del Pil alla Difesa. L’Italia ne destina 1,2 %. Gentiloni e la Pinotti hanno già detto di Sì al diktat di Trump. Così l’Italia arriverà a spendere100 milioni al giorno in armi. E la NATO trionfa, mentre è in forse il futuro della UE. Infatti, è la NATO che ha forzato la UE a creare la nuova frontiera all’Est contro il nuovo nemico, la Russia, con un imponente dispiegamento di forze militari in Ucraina, Polonia, Romania, Bulgaria, in Estonia, Lettonia e con la partecipazione anche dell’Italia.

La NATO ha stanziato 17 miliardi di dollari per lo “Scudo anti-missili”. E gli USA hanno l’intenzione di installare in Europa missili nucleari simili ai Pershing 2 e ai Cruise (come quelli di Comiso). E la Russia sta rispondendo con un altrettanto potente arsenale balistico.

Fa parte di questo piano anche l’ammodernamento delle oltre duecento bombe atomiche B-61, piazzate in Europa e sostituite con le nuove B 61-12. Il ministero della Difesa ha pubblicato in questi giorni sulla Gazzetta Ufficiale il bando di costruzione a Ghedi (Brescia) di nuove infrastrutture che ospiteranno una trentina di F-35 capaci di portare cadauno due bombe atomiche B61-12. Quindi, solo a Ghedi potremo avere sessantina di B61-12, il triplo delle attuali! Sarà così anche ad Aviano? Se fosse così, rischiamo di avere in Italia una forza atomica pari a 300 bombe atomiche di Hiroshima! Nel silenzio più totale!

Mai come oggi, ci dicono gli esperti, siamo vicini al “baratro atomico”. Ecco perché è stato provvidenziale il Trattato dell’ONU, votato il 7 luglio scorso, che mette al bando le armi nucleari. Eppure l’Italia non l’ha votato e non ha intenzione di votarlo. È una vergogna nazionale.

Siamo grati a papa Francesco per aver convocato un incontro, lo scorso novembre, in Vaticano sul nucleare, proprio in questo grave momento in cui il rischio di una guerra nucleare è alto e per il suo invito a mettere al bando le armi nucleari.

Quello che non riesco a capire è l’incapacità del movimento della pace a mettersi insieme e scendere in piazza a urlare contro un’Italia e Unione Europea che si stanno armando sempre di più, davanti a guerre senza numero, davanti a un mondo che rischia l’olocausto nucleare. Eppure in Italia c’è una straordinaria ricchezza di gruppi, comitati, associazioni, reti che operano per la pace. Ma purtroppo ognuno fa la sua strada.

E come mai tanto silenzio da parte dei vescovi italiani? E che dire delle parrocchie, delle comunità cristiane che si apprestano a celebrare la nascita del “Principe della Pace?”

“Siamo vicini al Natale – ci ammonisce papa Francesco – ci saranno luci, ci saranno feste, alberi luminosi, anche presepi… tutto truccato: il mondo continua a fare guerra!”.

Oggi più che mai c’è bisogno di un movimento popolare che contesti radicalmente questa economia di guerra.

Alex Zanotelli

Napoli, 5 dicembre 2017 

fonte: https://www.mosaicodipace.it/mosaico/a/44875.html

Connessioni mistiche_2.0

Un post che si presenta quasi come una pagina di appunti piuttosto che un articolo strutturato.

La spiritualità non è qualcosa di disincarnato e di lontano dal mondo e dalla vita. Non è mistica intesa come evasione, un dimenticare una realtà per entrarne in un’altra (quella del divino o del sacro). Spiritualità è per me questione di consapevolezza, prima di tutto di se stessi e del nostro rapporto con la realtà (tutta), sia interiore che esterna. Ha a che fare quindi con il mondo, con il futuro, con l’accettazione e consapevolezza di come interpretiamo lo scorrere e divenire del tempo, è accorgersi di ciò che accade e porre attenzione a ciò che rende bella, e degna di essere vissuta, la vita. Nella spiritualità c’è certamente poi la dimensione dell’accogliere e favorire l’azione dello Spirito (Santo, nella tradizione cristiana), ma non è questa l’occasione per parlarne.

Le analisi sull’incertezza e precarietà del tempo presente si sprecano, ma si moltiplicano anche i pensatori acuti o coloro che sondano letture della realtà, del presente e del futuro, inedite e profonde. Non sono autori strettamente spirituali ma penso lo sforzo per tentare di analizzare oggi il presente e fornirne letture o narrazioni proiettate al futuro siano utili a quel processo di consapevolezza che ritengo, come dicevo prima, fondamento di un contemporaneo alimento della vita spirituale.

Mi sto imbattendo in molte letture che, anche se magari esercito in modo parziale e frammentario, talvolta disegnano intrecci e giochi di rimando piuttosto interessanti e curiosi.

Tutto sembra porsi sul filo conduttore della nuova dimensione epocale della connessione, accentuata da due aspetti: la rete del web e la globalizzazione. Due aspetti sicuramente interconnessi e interdipendenti.

Indico quindi alcuni di questi “fari” attorno ai quali sto faticosamente ma appassionatamente navigando in questo periodo. Sembra una rassegna bibliografica ma per oggi va così.

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1) Il primo personaggio che cito è Parag Khanna.

https://www.paragkhanna.com/

“Dalla sua città di residenza, Singapore, il famoso stratega geopolitico indiano Parag Khanna si è spostato verso le mete più disparate, dall’Ucraina all’Iran, dalle miniere della Mongolia a Nairobi, dalle coste atlantiche al circolo polare artico. Grazie ai suoi viaggi ha avuto modo di osservare i mutamenti epocali che stanno investendo il mondo. Migrazioni, megalopoli, Zone Economiche Speciali, comunicazioni e cambiamenti climatici stanno ridisegnando la geografia planetaria: gli Stati non sono più definiti dai loro confini, bensì dai flussi di persone e di legami finanziari, commerciali ed energetici che quotidianamente li attraversano. In questo scenario anche lo scontro fra potenze assume nuove forme, trasformandosi in un forsennato tiro alla fune: gli eserciti vengono usati tanto per difendere i territori quanto le risorse e le infrastrutture che vi sono custodite. Sono i prodromi della definitiva scomparsa delle guerre? Connectography, che chiude la trilogia di cui I tre imperi e Come si governa il mondo sono i primi due volumi, è una mappa dettagliatissima che non solo ci offre una lucida analisi del presente, ma ci propone una visione molto ottimistica del futuro che ci attende: un mondo in cui le linee che lo connettono sono molte di più di quelle che lo separano”. Fonte: https://fazieditore.it/catalogo-libri/connectography/

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2) Il secondo testo sembra fuori dal coro e molto centrato sulla realtà italiana, ma la sua lettura della realtà politica, delle sue ambizioni e possibilità di produrre (o meno) cambiamento, mi sembra interessante e da approfondire.

Stefano Feltri, La politica non serve a niente, Editore: Rizzoli, Milano 2015.

“In questo contesto produttivo in così rapida trasformazione, l’autarchia non è neppure immaginabile: nessun sistema economico, nazionale ma anche continentale, può fare da solo e mettersi al riparo dai flussi globali. Soprattutto se vuole provare a trarre qualche beneficio dalla parte più alta della catena del valore, cioè da quei settori e da quelle attività – entrambi globali – in cui si concentra la produzione di ricchezza. Le élite nazionali e i politici sono quindi costretti ad affidare le proprie speranze e carriere a un sistema economico e finanziario globale che non controllano più. Soltanto se torna la crescita i politici di ogni colore e schieramento possono sperare di essere rieletti. Soprattutto in Europa.

Ma se questo succederà, sarà grazie a canali e processi che i governi non riescono più a controllare. In entrambi i casi, sia che la situazione resti stagnante sia che migliori, sia nei Paesi dei vincitori sia in quelli dei vinti, chi governa farà sempre più fatica a nascondere agli elettori la propria inutilità”. Fonte: lettera43.it

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3) Il terzo personaggio è forse quello più ambiguo e che devo studiare ancora con maggiore dedizione, però ad una prima valutazione questo suo Homo Deus mi pare da considerare con attenzione.

Yuval Noah Harari, Homo Deus, Bompiani, Firenze – Milano 2017.

http://www.ynharari.com/it/

Mentre Da animali a dèi. Breve storia dell’umanità analizzava il modo in cui gli uomini hanno conquistato il mondo grazie alla loro capacità di credere in miti collettivi sugli dèi, il denaro, l’uguaglianza e la libertà, Homo Deus: breve storia del futuro esamina cosa potrebbe succedere nel momento in cui questi vecchi miti si combineranno con nuove tecnologie quasi divine come l’intelligenza artificiale e l’ingegneria genetica.

Cosa accadrà alla democrazia quando Google e Facebook conosceranno i nostri gusti e le nostre preferenze politiche meglio di noi stessi? Cosa accadrà allo stato sociale quando i computer spingeranno gli uomini fuori dal mercato del lavoro creando una nuova e imponente “classe inutile”? Come si porrà l’Islam nei confronti dell’ingegneria genetica? E la Silicon Valley finirà per produrre anche nuove religioni oltre che nuovi gadget?

Mentre l’Homo sapiens diventa Homo deus, quali nuovi destini ci stiamo costruendo? In quanto divinità autoproclamate del pianeta terra, quali progetti dovremo perseguire, e come proteggeremo il nostro fragile pianeta e l’umanità stessa dai nostri poteri distruttivi? Il libro Homo Deus ci fornisce un sentore dei sogni e degli incubi che daranno forma al XXI secolo.

PER APPROFONDIRE http://www.ynharari.com/it/book/homo-deus/

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4) La quarta indicazione riguarda un testo multiforme, spiralico, che mi accompagna da quasi un anno.

Theodore Zeldin, Ventotto domande per affrontare il futuro. Un nuovo modo per ricordare il passato e immaginare l’avvenire

Traduzione dall’inglese di Roberto Serrai, Editore Sellerio, Palermo 2015.

Titolo originale: The Hidden Pleasures of Life. A New Way of Remembering the Past and Imagining the Future.

In questo singolare e modernissimo trattato Theodore Zeldin prende l’avvio da una constatazione in apparenza molto semplice: qual è il meglio che la vita può offrirci nel nostro mondo attuale, così iniquo, violento, inquinato e corrotto? E cosa possiamo fare come individui, coppie, collettività per immaginare una nuova arte del vivere?
Tale ricerca ha a che fare con il piacere, con i piaceri smarriti a causa della vita abitudinaria, della pigrizia intellettuale, della mancanza di desideri. Per riscoprirli Zeldin non possiede una ricetta infallibile, ma propone un metodo, un orientamento, che ha nella curiosità, nella sorpresa, nella capacità di aprirsi al dialogo e alle idee la sua ragion d’essere.

sellerio.it

“La storia non è solo la testimonianza di ciò che è successo e del perché è successo ma è, soprattutto, una maniera di provocare l’immaginazione”. (p. 12)

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5) Edgar Morin, I sette saperi necessari all’educazione del futuro, Raffaello Cortina Editore, Milano 2001.

“E’ necessario che tutti coloro che hanno il compito di insegnare si portino negli avamposti dell’incertezza del nostro tempo” (p.14)

“La conoscenza dei problemi cruciali del mondo, per quanto aleatoria e difficile, deve essere perseguita pena l’infermità cognitiva. L’era planetaria necessita di situare ogni cosa nel contesto e nel complesso planetario. La conoscenza del mondo in quanto mondo diviene una necessità nel contempo intellettuale e vitale. E’ il problema universale per ogni cittadino del nuovo millennio: come acquisire l’accesso alle informazioni sul mondo e come acquisire la possibilità di articolarle e di organizzarle? Come percepire e concepire il Contesto, il Globale (la relazione tutto/parti), il multidimensionale, il complesso? Al fine di articolare e organizzare le conoscenze e, per questa via, riconoscere e connettere i problemi del mondo, serve una riforma di pensiero”. (p. 35)

“L’educazione dovrebbe comprendere un insegnamento primario e universale che verta sulla condizione umana. Siamo nell’era planetaria; un’avventura comune travolge gli umani, ovunque essi siano: devono riconoscersi nella loro comune umanità, e nello stesso tempo devono riconoscere la loro diversità, individuale e culturale”. (p. 47)

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6) Questa citazione riguarda il lavoro di un amico, Massimo Folador, che propone da anni riflessioni e percorsi formativi che mettono insieme la spiritualità ed etica del lavoro benedettina con la realtà delle imprese di oggi (http://www.askesis.eu/). Questo suo nuovo libro racconta di esperienze dove un’impresa illuminata, solida, che si misura con la contemporaneità (con i mercati, si direbbe) ma senza calpestare o abbandonare l’umanità e le relazioni esiste e funziona.

Folador Massimo, Storie di ordinaria economia. L’organizzazione (quasi) perfetta nel racconto dei protagonisti, Edizione: Guerini Next 2017.

«Noi non viviamo in un’epoca di cambiamento ma in un cambio di epoca», scrive Jan Rotmans dando voce a una sensazione che avvertiamo quasi ogni giorno. Eppure la storia ci dice che l’uomo e le organizzazioni sociali ed economiche cui egli dà vita si sono già trovati più volte di fronte a questi momenti di cambiamento e che spesso alcune «minoranze creative» proprio in queste occasioni hanno generato paradigmi, riflessioni e modelli innovativi.
È quello che è accaduto silenziosamente in questi anni anche in Italia. Mentre i mass media ci inondavano di messaggi contrastanti, alcune persone, non poche, e le loro imprese stavano già percorrendo con competenza e passione nuove strade per raggiungere altri risultati. Molto prima che anche il mondo della cultura e le prime ricerche finalmente si accorgessero di loro. È a 24 di queste imprese e ai loro protagonisti che è dedicato questo libro, nella certezza che soprattutto ascoltando le loro storie sia possibile recuperare alcune chiavi di lettura e soluzioni che questo cambiamento epocale ci esorta a sviluppare. Un omaggio a chi ogni giorno, tra i consueti alti e bassi, cerca di dare un senso e una direzione al proprio lavoro, coltivando per sé e per altri un futuro migliore.

http://www.bottegadelmonastero.it/storie-ordinaria-economia-massimo-folador

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7) Kate Raworth, L’economia della ciambella. Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo, Edizioni Ambiente, Milano 2017.

“Il modello economico oggi prevalente ha aiutato miliardi di persone a migliorare le proprie condizioni di vita. Tuttavia, questi risultati sono stati ottenuti imponendo un prezzo altissimo ai sistemi naturali prima e a quelli sociali dopo. Da un lato, inquinamento, cambiamenti climatici e distruzione della biodiversità; dall’altro, livelli di diseguaglianza che non hanno probabilmente uguali nella storia dell’umanità e che, assieme alle crisi innescate dal sistema finanziario, contribuiscono a dare forza ai movimenti populisti che incendiano gran parte dei paesi dell’Occidente.

È chiaro che qualcosa non funziona, e che l’economia deve essere aggiornata alle realtà del XXI secolo. Per farlo, Kate Raworth ricostruisce la storia delle teorie che stanno alla base dell’attuale paradigma economico, ne evidenzia i presupposti nascosti e con grande sagacia li smonta pezzo per pezzo.

Dopo aver fatto piazza pulita di teorie che, pur risalendo all’Ottocento continuano a essere insegnate ancora oggi, Raworth presenta l’economia della ciambella, che attinge alle ultime acquisizioni dell’economia comportamentale, ecologica e femminista, e a quelle delle scienze del sistema Terra. Indica sette passaggi chiave per liberarci dalla nostra dipendenza dalla crescita, riprogettare il denaro, la finanza e il mondo degli affari e per metterli al servizio delle persone. In questo modo, si può arrivare a un’economia circolare capace di rigenerare i sistemi naturali e di redistribuire le risorse, consentendo a tutti di vivere una vita dignitosa in uno spazio sicuro ed equo.

Ricco di storie e prospettive sorprendenti, attento alle realtà profonde degli esseri umani, L’economia della ciambella è una straordinaria opportunità per imparare a pensare come economisti del XXI secolo”.

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8) Giraud Gaël, Transizione ecologica. La finanza a servizio della nuova frontiera dell’economia

Prefazione di: Magatti Mauro – Editrice Emi, Bologna 2015.

Questo libro è un saggio di economia, ma si legge come un thriller. Come in un giallo l’autore indaga partendo dagli indizi (subprime, cartolarizzazioni, Collateralized Debt Obligations, …), identifica le prove (le scommesse fraudolente delle banche sulla pelle dei correntisti), cerca il colpevole (la crisi è morale), rintraccia il movente («la legge del più forte»).
Ma Gaël Giraud, che prima di esser gesuita è stato banchiere e conosce di persona il mondo degli hedge fund e delle Banche centrali, si spinge oltre. E traccia la strada per cercare un futuro di vita alla nostra società, rattrappita dentro lo schema del «paradigma tecnocratico» (papa Francesco) che mira a ottenere di più (risorse, prodotti, benessere) con meno (sforzi, investimenti, partecipazione).

Transizione ecologica significa una società di beni comuni in cui il credito sia considerato mezzo e non fine per realizzare riforme a vantaggio di tutti e benefiche per l’ambiente: rinnovamento termico degli edifici, cambi di prassi nella mobilità, tasse più alte per chi inquina, in pratica «un’economia sempre meno energivora e inquinante». «La transizione ecologica sta ai prossimi decenni come l’invenzione della stampa sta al XV secolo o la rivoluzione industriale al secolo XIX – spiega Giraud -. O si riesce a innescare questa transizione e se ne parlerà nei libri di storia; o non si riesce, e forse se ne parlerà fra due generazioni, ma in termini ben diversi!».

«Se noi crediamo che l’Homo sapiens europeo vale più dell’Homo oeconomicus dei mercati finanziari, allora vale la pena impegnarsi nel cammino della transizione ecologica» Gaël Giraud

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9) Per concludere questa maratona di citazioni, anche se non è mia abitudine fare riferimento a documenti magisteriali ecclesiali, credo che l’enclica “Laudato sì” di papa Francesco, sia un ottimo compendio di analisi, riflessioni e prospettive di questa tematica “cosmoteandrica” (ossia che riguarda la connessione tra Dio – umanità – cosmo) e sguardo di speranza che si apre al futuro.

Francesco Maule – 29 novembre 2017

 

uno studente mi ha chiesto…

Venerdì 3 novembre, alle ore 20.45, Asmae Dachan terrà una conferenza dal titolo “I giovani della rivolta siriana che fine hanno fatto?” e presenterà il suo nuovo libro “Il silenzio del mare” a Sovizzo (VI), presso la Sala conferenze del Municipio.

Presento qui un suo articolo dal suo blog Diario di Siria. (FM)

Di fronte a me ho circa centocinquanta studenti di un istituto superiore. Hanno deciso di dedicare l’assemblea di istituto alla questione siriana e mi hanno invitata a parlarne. L’incontro si articola in una presentazione, con proiezione di foto e video e un dibattito finale. Sono giovani sensibili, preparati, e nonostante sia la quarta ora sono molto partecipi e attenti. Le domande che arrivano sono molte, ruolo della Russia, come è nato l’isis, cosa accade ai profughi, come vivono i bambini, chi sono i ribelli… Tra le tante questioni una, in particolare, mi fa pensare. Un ragazzo mi chiede: “Quando muore un giovane, come funziona da voi?”. Immagino che il “voi” sia riferito ai siriani e cerco di descrivere un funerale in tempi di guerra, con la minaccia dei cecchini che sparano sui cortei funebri, con i cimiteri ormai pieni, con tutte le difficoltà di dare un degno addio alle decine di innocenti, spesso bambini, che perdono la vita ogni giorno. Il ragazzo annuisce, poi aggiunge: “quindi anche a voi dispiace se uno muore”. Rispondo in modo affermativo, che è ogni volta una tragedia, un lutto e credo di aver capito da cosa nasca il suo dubbio. Annuisce ancora, con aria stupita, ma come sollevata.

Terminato l’incontro si avvicina e mi dice, cercando di non farsi sentire dagli altri compagni, che era convinto che “da noi” la morte fosse una festa, perché “da noi” ci sono i kamikaze. Sì, avevo capito bene la ragione della sua perplessità. Il ragazzo è convinto che “da noi”, siriani e/o musulmani, la morte sia un momento da celebrare, visto che spesso si parla di giovani che si fanno saltare in aria con la speranza di far felice chissà quale dio che promette laute compense e perfino il paradiso.

Non lo biasimo, mi sembra onesto e curioso, non sta di certo scherzando, ma il suo dubbio mi lascia una profonda amarezza.  La demagogia dell’altro ha prodotto, nell’immaginario collettivo, dei veri e propri mostri. Il diverso, siriano/musulmano, civile o miliziano non fa differenza, è addirittura percepito come un essere privo della sua umanità, che arriva a gioire di fronte alla morte. E pensare che quella maledetta parola, kamikaze, non è nemmeno araba e che nell’islam il suicidio è considerato peccato. Le mostruosità che hanno commesso e che continuano a commettere i terroristi in ogni zona del mondo vengono sempre più percepite come un atto collettivo, da imputare alla totalità delle persone che provengono da determinati contesti religiosi e sociali. Su questo piano non si può che riconoscere la loro studiata e vincente efficacia comunicativa. Criminali patentati, come si suol dire.

Certo che se “da noi” la morte non provocasse sofferenza e dolore, i civili siriani starebbero tutti bene. Nessuna madre piangerebbe i figli strappati alla vita, nessuna vedova rimpiangerebbe l’amore del marito, nessun anziano si piegherebbe sotto il peso del dolore di sopravvivere ai giovani, ma non è così. Non lo è affatto. I morti di sei anni di genocidio e i superstiti di questo massacro meritano di essere guardati con rispetto e dignità. Va almeno restituito loro un volto umano. Almeno quello.

Asmae Dachan

Fonte: https://diariodisiria.com/2017/04/26/uno-studente-mi-ha-chiesto/#more-5293