Da dentro

Il Baskin: una boccata d’ossigeno

Ogni volta che mi ritrovo a descrivere il Baskin, sia con gli amici, sia quando cerco di scriverne per farlo conoscere, ripeto sempre che è difficile farlo a parole: “E’ più facile capirlo e amarlo vedendo praticamente come si svolge, assistendo agli allenamenti e alle partite”. Mi sbagliavo.

Il Giornale di Vicenza – Lettera del giorno | venerdì 23 marzo 2018 |

Dopo la partita cui ho giocato anch’io con la squadra “Concordia Rossi Schio” domenica scorsa a Nove (VI), una mamma ha scritto e inviato a “Il Giornale di Vicenza”  la lettera che condivido qui sotto. Non saprei trovare parole migliori per descrivere questa disciplina che tanto mi sta appassionando ed entusiasmando. Ringrazio Elena per averla scritta e per averla voluta condividere.


UNA BOCCATA D’OSSIGENO”

Mi piace chiamare così questa lettera che vorrei fosse pubblicata nello spazio riservato a noi lettori. Chiarisco subito: sono mamma di un ragazzo tredicenne meravigliosamente disabile, sì proprio così, che da qualche tempo si è avvicinato al mondo del Baskin. Per chi non lo conoscesse si tratta di uno sport inclusivo che si ispira al basket e che consente a tutti, ma proprio a tutti, di giocare e dare il proprio contributo alla squadra di appartenenza. Ragazzi normodotati e ragazzi diversamente abili, con le forme più varie di handicap, anche gravi, giocano assieme, condividono impegno, aspettative, ansie, gioie, sudore, vittorie e sconfitte….no! sconfitte proprio no!, perché si vince sempre su tutti i fronti. Scrivo queste righe perché domenica io e mio marito abbiamo portato nostro figlio a Nove, a vedere una partita di campionato (giocavano i suoi amici, la squadra in cui si allena) ed è stato come prendere una grande boccata d’ ossigeno, come respirare aria buona, come vedere, toccare con mano il lato buono, il lato bello di una generazione giovanile che spesso fa notizia per comportamenti direi socialmente poco accettabili. Quando assisti ad una partita di Baskin accade questa specie di miracolo, potente, vero: all’inizio entrando in palestra, guardandoti in giro, li vedi tutti gli atleti disabili presenti, più o meno in difficoltà, ti appare chiara la fatica, lo sforzo,la sofferenza che c’è dietro a loro e questa fotografia che i tuoi occhi ti rimandano, ti penetra dritta nello stomaco, forte, come una fitta, ma poi ecco, inizia il gioco, tutti i ragazzi hanno un ruolo, non c’è assistenzialismo, né pietismo, non si fanno sconti a nessuno, tutti giocano e danno il massimo di ciò che possono dare, per se stessi, per la squadra; i ragazzi normodotati, i bulli dei telegiornali, gli adolescenti con la testa tra le nuvole, sono lì, presenti, tenaci, amorevoli, aiutano e si prendono cura del compagno, dell’amico disabile, vanno a canestro insieme e allora basta poco e non vedi più nulla, tutto scompare, le diversità si annullano i ragazzi con handicap non ci sono più e ti godi lo spettacolo, un gioco meraviglioso, avvincente, di cuore, di vero sport, dove tutti i valori più veri, quelli in cui vale la pena credere si toccano con mano. Sconfitta? Mai, a dispetto di quanto lampeggia nel tabellone, si porta a casa tutti, sempre, una vittoria che ha tanti nomi:….inclusione, condivisione, cura, uguaglianza, valori, crescita e potrei continuare. Andrò spesso a vedere, a vivere questo gioco perché è un antidoto al bullismo, un antidoto alla violenza, un antidoto al brutto che ci circonda e che arriva nelle nostre case dalla TV, è davvero UNA BOCCATA D’OSSIGENO!!

Una mamma, Elena.

Le squadre “6 cesti Nove” e “Concordia Schio” che hanno partecipato al “Baskin Day” il 18 marzo 2018.

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Consegnare la Costituzione

Questa mattina, alla seconda ora di lezione, ha bussato alla porta della classe una collega del personale ATA con in mano una pila di opuscoli. «È la Costituzione da consegnare agli studenti, firmi qui per ricevuta» mi ha sbrigativamente spiegato.

Mi sono trovato sulla cattedra questi libriccini e mi è mancato il fiato. “Non può essere”, mi sono detto, “non posso distribuirla come fosse un qualsiasi avviso e rischiare che i ragazzi la buttino nella carta al prossimo cambio di ora”.

In pochi istanti ho deciso che avrei “sprecato” quell’ora per consegnare loro la Costituzione.

fonte: skuola.net

Mentre questa decisione veniva messa a fuoco le idee sembravano arrivare come un fiume in piena.

Ho iniziato dicendo ai ragazzi che la lezione di “religione” quel giorno sarebbe stata speciale.

«Ragazzi oggi succede una cosa importante, e tocca a me farlo con voi. Oggi vi consegno la Costituzione». Risate, battute di perplessità, sconcerto.

Era una classe di quarta Ipsia indirizzo manutenzione dei mezzi di trasporto. I loro interessi principali, forse ancor più di alcune parti del corpo femminile, sono legati alle moto e ai loro componenti: cilindri, pistoni, marmitte, telai, etc etc.

No – mi sono detto – qui ci vuole solennità e tutta la mia retorica”.

Per prima cosa ho preso l’elenco nel registro e ho scritto sulla copertina il loro nome e cognome, uno per uno.

«Sono onorato oggi di essere il tramite del Presidente della Repubblica e della Ministra che hanno pensato a questa iniziativa. Ci tengo a consegnarvela personalmente, col vostro nome, perché spero che la conserviate e ne abbiate cura. Tenetela nello zaino, non buttatela, non seppellitela tra le cose sparse in camera vostra. E non abbiate paura di leggerla, di capirla e di viverla».

Ho poi proseguito dicendo loro tante altre cose: ho fatto scrivere alla lavagna l’elenco dei paesi di origine straniera degli alunni o dei genitori della classe: in quella classe erano Serbia, Cina, Tunisia. Nella classe successiva: Bosnia, Serbia (un serbo e un bosniaco nella stessa classe!!!), Etiopia, Romania, Tunisia, Albania. Nella classe dell’ultima ora: Egitto, Senegal, Ghana, Nigeria, Kosovo, Vietnam, Marocco, Macedonia, Bangladesh, India.

Ho detto loro che era un gesto di una importanza storica ed ero fiero di far parte di un paese che dopo aveva dato opportunità a loro e alle loro famiglie di costruirsi una vita diversa rispetto a quella dei paese che avevano lasciato. «E questo paese ora vi dona, vi consegna il suo cuore civico, lo strumento della nostra convivenza e socialità, quella che è definita da molti la più bella Costituzione del mondo».

Ho ribadito loro che sono un’ottimista, che a vedere il bicchiere mezzo vuoto e continuare a ribadire le cose che non vanno, è spesso la cosa più facile. Non è facile accorgersi e rendersi conto delle opportunità, delle libertà, dei diritti e della qualità di vita e relazioni sociali che il nostro paese permette e promuove. Questo non vuol dire essere degli ingenui idealisti: i problemi ci sono, così come le disuguaglianze, le ingiustizie, il tradimento continuo dei principi costituzionali.

Ma quello che viviamo oggi, tutta la qualità e l’evoluzione del paese, sono stati possibili perché la Costituzione, questo meraviglioso strumento di convivenza, di costruzione sociale, la mappa della nostra società e politica italiana, in questi 70 anni l’ha permesso e promosso.

Ho spiegato loro ancora che se fossi dipendente di un dittatore o di una falsa democrazia in cui il potere è esercitato in modo violento e repressivo, che condiziona la vita dei cittadini, se io insegnassi loro, come faccio abitualmente nelle mie “lezioni”, a pensare con la propria testa, ad affrontare la complessità delle convivenza delle differenze, a crescere in umanità in modo integrale, ossia nella conoscenza, ma anche nella dimensione corporea e spirituale, facilmente sarei: o senza lavoro, o incarcerato, o torturato, o ucciso. Loro potrebbero ascoltare e imparare solo l’ideologia del regime. Dovrebbero poi allinearsi al pensiero del potente, o farebbero la stessa fine.

Invece sono liberi di ascoltarmi o meno, sono liberi di impegnarsi o meno, sono liberi di buttare nella carta quel libretto che gli permette di essere uno splendido laboratorio di socialità, dove la fatica delle differenze non è banalizzata o nascosta, ma vissuta con franchezza, talvolta con ruvidità, ma spesso con effetti che portano alla crescita di tutti, di loro studenti e di noi insegnanti.

Abbiamo poi iniziato a leggerla (bella l’idea del poster interno con i primi, immensi, dodici articoli).

In particolare all’articolo 3, con quasi le lacrime agli occhi, abbiamo condiviso la bellezza di quanto affermato e quanto oggi sia talvolta dimenticato.

«Per questo è importante questa consegna, per questo non dovete dimenticarla, per questo dovete conoscerla e amarla. Ve la consegno, è vostra!»

Francesco Maule

 Consegnare la Costituzione_20180224

“Vorrei tanto poter trasmettere ai tempi futuri tutta l’umanità che conservo in me stessa”

ETTY HILLESUM

* testi scelti *

a cura di Maule Francesco

 

Di nuovo mi inginocchio sul ruvido tappeto di cocco, con le mani che coprono il viso, e prego: Signore, fammi vivere di un unico, grande sentimento – fa che io compia amorevolmente le mille piccole azioni di ogni giorno, e insieme riconduci tutte queste piccole azioni a un unico centro, a un profondo sentimento di disponibilità e di amore. Allora quel che farò, o il luogo in cui mi troverò, non avrà più molta importanza.

Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 1985. pag. 82

 

Venerdì sera, le sette e mezzo. Oggi pomeriggio ho guardato alcune stampe giapponesi con Glassner. Mi sono resa conto che è così che voglio scrivere: con altrettanto spazio intorno a poche parole. Troppe parole mi danno fastidio. Vorrei scrivere parole che siano organicamente inserite in un gran silenzio, e non parole che esistono solo per coprirlo e disperderlo: dovrebbero accentuarlo, piuttosto. Come in quell’illustrazione con un ramo fiorito nell’angolo in basso: poche, tenere pennellate – ma che resa nei minimi dettagli – e il grande spazio tutt’intorno, non un vuoto, ma uno spazio che si potrebbe piuttosto definire ricco d’anima. Io detesto gli accumuli di parole. In fondo, ce ne vogliono così poche per dir quelle quattro cose che veramente contano nella vita. Se mai scriverò – e chissà poi cosa? – mi piacerebbe dipinger poche parole su uno sfondo muto.

Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 1985. pag. 116

 

Sabato sera, mezzanotte e mezzo. […]

Trovo bella la vita, e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me  come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è difficile, ma non è grave. Dobbiamo cominciare a prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà allora da sé: e «lavorare a se stessi» non è proprio una forma d’individualismo malaticcio. Una pace futura potrà esser veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso – se ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore, se non è chiedere troppo. È l’unica soluzione possibile. E così potrei continuare per pagine e pagine. Quel pezzetto d’eternità che ci portiamo dentro può esser espresso in una parola come in dieci volumoni. Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio, nell’anno del Signore 1942, l’ennesimo anno di guerra.

Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 1985. pag. 127

 

Preghiera della domenica mattina. Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte per la prima volta ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini su immagini di dolore umano. Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di non appesantire l’oggi con i pesi delle mie preoccupazioni per il domani – ma anche questo richiede una certa esperienza. Ogni giorno ha già la sua parte. Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. Si, mio Dio, sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi.

Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 1985. pag. 169

 

 

Quando prego, non prego mai per me stessa, prego sempre per gli altri, oppure dialogo in modo pazzo, infantile o serissimo con la parte più profonda di me, che per comodità io chiamo «Dio». Non so, trovo così infantile che si preghi per ottenere qualcosa per sé. […] Mi sembra infantile anche pregare perché un altro stia bene: per un altro si può solo pregare che riesca a sopportare le difficoltà della vita. E se si prega per qualcuno, gli si manda un po’ della propria forza.

Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 1985. pag. 176

 

Mio Dio, è un periodo troppo duro per persone fragili come me. So che seguirà un periodo diverso, un periodo di umanesimo. Vorrei tanto poter trasmettere ai tempi futuri tutta l’umanità che conservo in me stessa, malgrado le mie esperienze quotidiane. L’unico modo che abbiamo di preparare questi tempi nuovi è di prepararli fin d’ora in noi stessi. In qualche modo mi sento leggera, senz’alcuna amarezza  e con tanta forza e amore. Vorrei tanto vivere per aiutare a preparare questi tempi nuovi: verranno di certo, non sento forse che stanno crescendo in me ogni giorno? Stamattina ho pregato pressapoco così. M’è venuto spontaneo d’inginocchiarmi su quella dura stuoia di cocco del bagno e le lacrime mi scorrevano sul volto.

Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 1985. pag. 179.

***

Nel mese di gennaio, che si è concluso con la giornata della memoria, la trasmissione di Radio Due “Ad alta voce” ha proposto la lettura del Diario di Etty Hillesum. E’ un’attrice di grande intensità e bravura, come Sandra Toffolatti a dar voce alle sue fondamentali riflessioni, ispirate a un’estrema compassione e ad un altruismo radicale.

E’ ancora possibile riscoltarlo ai link qui sotto descritti.

Ascolta Diario 1941 – 1943 di Etty Hilesum >>

http://www.raiplayradio.it/programmi/adaltavoce/archivio/puntate/Etty-Hillesum-43325b79-4219-4186-a1a7-64c81d22a387

Connessioni mistiche_2.0

Un post che si presenta quasi come una pagina di appunti piuttosto che un articolo strutturato.

La spiritualità non è qualcosa di disincarnato e di lontano dal mondo e dalla vita. Non è mistica intesa come evasione, un dimenticare una realtà per entrarne in un’altra (quella del divino o del sacro). Spiritualità è per me questione di consapevolezza, prima di tutto di se stessi e del nostro rapporto con la realtà (tutta), sia interiore che esterna. Ha a che fare quindi con il mondo, con il futuro, con l’accettazione e consapevolezza di come interpretiamo lo scorrere e divenire del tempo, è accorgersi di ciò che accade e porre attenzione a ciò che rende bella, e degna di essere vissuta, la vita. Nella spiritualità c’è certamente poi la dimensione dell’accogliere e favorire l’azione dello Spirito (Santo, nella tradizione cristiana), ma non è questa l’occasione per parlarne.

Le analisi sull’incertezza e precarietà del tempo presente si sprecano, ma si moltiplicano anche i pensatori acuti o coloro che sondano letture della realtà, del presente e del futuro, inedite e profonde. Non sono autori strettamente spirituali ma penso lo sforzo per tentare di analizzare oggi il presente e fornirne letture o narrazioni proiettate al futuro siano utili a quel processo di consapevolezza che ritengo, come dicevo prima, fondamento di un contemporaneo alimento della vita spirituale.

Mi sto imbattendo in molte letture che, anche se magari esercito in modo parziale e frammentario, talvolta disegnano intrecci e giochi di rimando piuttosto interessanti e curiosi.

Tutto sembra porsi sul filo conduttore della nuova dimensione epocale della connessione, accentuata da due aspetti: la rete del web e la globalizzazione. Due aspetti sicuramente interconnessi e interdipendenti.

Indico quindi alcuni di questi “fari” attorno ai quali sto faticosamente ma appassionatamente navigando in questo periodo. Sembra una rassegna bibliografica ma per oggi va così.

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1) Il primo personaggio che cito è Parag Khanna.

https://www.paragkhanna.com/

“Dalla sua città di residenza, Singapore, il famoso stratega geopolitico indiano Parag Khanna si è spostato verso le mete più disparate, dall’Ucraina all’Iran, dalle miniere della Mongolia a Nairobi, dalle coste atlantiche al circolo polare artico. Grazie ai suoi viaggi ha avuto modo di osservare i mutamenti epocali che stanno investendo il mondo. Migrazioni, megalopoli, Zone Economiche Speciali, comunicazioni e cambiamenti climatici stanno ridisegnando la geografia planetaria: gli Stati non sono più definiti dai loro confini, bensì dai flussi di persone e di legami finanziari, commerciali ed energetici che quotidianamente li attraversano. In questo scenario anche lo scontro fra potenze assume nuove forme, trasformandosi in un forsennato tiro alla fune: gli eserciti vengono usati tanto per difendere i territori quanto le risorse e le infrastrutture che vi sono custodite. Sono i prodromi della definitiva scomparsa delle guerre? Connectography, che chiude la trilogia di cui I tre imperi e Come si governa il mondo sono i primi due volumi, è una mappa dettagliatissima che non solo ci offre una lucida analisi del presente, ma ci propone una visione molto ottimistica del futuro che ci attende: un mondo in cui le linee che lo connettono sono molte di più di quelle che lo separano”. Fonte: https://fazieditore.it/catalogo-libri/connectography/

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2) Il secondo testo sembra fuori dal coro e molto centrato sulla realtà italiana, ma la sua lettura della realtà politica, delle sue ambizioni e possibilità di produrre (o meno) cambiamento, mi sembra interessante e da approfondire.

Stefano Feltri, La politica non serve a niente, Editore: Rizzoli, Milano 2015.

“In questo contesto produttivo in così rapida trasformazione, l’autarchia non è neppure immaginabile: nessun sistema economico, nazionale ma anche continentale, può fare da solo e mettersi al riparo dai flussi globali. Soprattutto se vuole provare a trarre qualche beneficio dalla parte più alta della catena del valore, cioè da quei settori e da quelle attività – entrambi globali – in cui si concentra la produzione di ricchezza. Le élite nazionali e i politici sono quindi costretti ad affidare le proprie speranze e carriere a un sistema economico e finanziario globale che non controllano più. Soltanto se torna la crescita i politici di ogni colore e schieramento possono sperare di essere rieletti. Soprattutto in Europa.

Ma se questo succederà, sarà grazie a canali e processi che i governi non riescono più a controllare. In entrambi i casi, sia che la situazione resti stagnante sia che migliori, sia nei Paesi dei vincitori sia in quelli dei vinti, chi governa farà sempre più fatica a nascondere agli elettori la propria inutilità”. Fonte: lettera43.it

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3) Il terzo personaggio è forse quello più ambiguo e che devo studiare ancora con maggiore dedizione, però ad una prima valutazione questo suo Homo Deus mi pare da considerare con attenzione.

Yuval Noah Harari, Homo Deus, Bompiani, Firenze – Milano 2017.

http://www.ynharari.com/it/

Mentre Da animali a dèi. Breve storia dell’umanità analizzava il modo in cui gli uomini hanno conquistato il mondo grazie alla loro capacità di credere in miti collettivi sugli dèi, il denaro, l’uguaglianza e la libertà, Homo Deus: breve storia del futuro esamina cosa potrebbe succedere nel momento in cui questi vecchi miti si combineranno con nuove tecnologie quasi divine come l’intelligenza artificiale e l’ingegneria genetica.

Cosa accadrà alla democrazia quando Google e Facebook conosceranno i nostri gusti e le nostre preferenze politiche meglio di noi stessi? Cosa accadrà allo stato sociale quando i computer spingeranno gli uomini fuori dal mercato del lavoro creando una nuova e imponente “classe inutile”? Come si porrà l’Islam nei confronti dell’ingegneria genetica? E la Silicon Valley finirà per produrre anche nuove religioni oltre che nuovi gadget?

Mentre l’Homo sapiens diventa Homo deus, quali nuovi destini ci stiamo costruendo? In quanto divinità autoproclamate del pianeta terra, quali progetti dovremo perseguire, e come proteggeremo il nostro fragile pianeta e l’umanità stessa dai nostri poteri distruttivi? Il libro Homo Deus ci fornisce un sentore dei sogni e degli incubi che daranno forma al XXI secolo.

PER APPROFONDIRE http://www.ynharari.com/it/book/homo-deus/

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4) La quarta indicazione riguarda un testo multiforme, spiralico, che mi accompagna da quasi un anno.

Theodore Zeldin, Ventotto domande per affrontare il futuro. Un nuovo modo per ricordare il passato e immaginare l’avvenire

Traduzione dall’inglese di Roberto Serrai, Editore Sellerio, Palermo 2015.

Titolo originale: The Hidden Pleasures of Life. A New Way of Remembering the Past and Imagining the Future.

In questo singolare e modernissimo trattato Theodore Zeldin prende l’avvio da una constatazione in apparenza molto semplice: qual è il meglio che la vita può offrirci nel nostro mondo attuale, così iniquo, violento, inquinato e corrotto? E cosa possiamo fare come individui, coppie, collettività per immaginare una nuova arte del vivere?
Tale ricerca ha a che fare con il piacere, con i piaceri smarriti a causa della vita abitudinaria, della pigrizia intellettuale, della mancanza di desideri. Per riscoprirli Zeldin non possiede una ricetta infallibile, ma propone un metodo, un orientamento, che ha nella curiosità, nella sorpresa, nella capacità di aprirsi al dialogo e alle idee la sua ragion d’essere.

sellerio.it

“La storia non è solo la testimonianza di ciò che è successo e del perché è successo ma è, soprattutto, una maniera di provocare l’immaginazione”. (p. 12)

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5) Edgar Morin, I sette saperi necessari all’educazione del futuro, Raffaello Cortina Editore, Milano 2001.

“E’ necessario che tutti coloro che hanno il compito di insegnare si portino negli avamposti dell’incertezza del nostro tempo” (p.14)

“La conoscenza dei problemi cruciali del mondo, per quanto aleatoria e difficile, deve essere perseguita pena l’infermità cognitiva. L’era planetaria necessita di situare ogni cosa nel contesto e nel complesso planetario. La conoscenza del mondo in quanto mondo diviene una necessità nel contempo intellettuale e vitale. E’ il problema universale per ogni cittadino del nuovo millennio: come acquisire l’accesso alle informazioni sul mondo e come acquisire la possibilità di articolarle e di organizzarle? Come percepire e concepire il Contesto, il Globale (la relazione tutto/parti), il multidimensionale, il complesso? Al fine di articolare e organizzare le conoscenze e, per questa via, riconoscere e connettere i problemi del mondo, serve una riforma di pensiero”. (p. 35)

“L’educazione dovrebbe comprendere un insegnamento primario e universale che verta sulla condizione umana. Siamo nell’era planetaria; un’avventura comune travolge gli umani, ovunque essi siano: devono riconoscersi nella loro comune umanità, e nello stesso tempo devono riconoscere la loro diversità, individuale e culturale”. (p. 47)

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6) Questa citazione riguarda il lavoro di un amico, Massimo Folador, che propone da anni riflessioni e percorsi formativi che mettono insieme la spiritualità ed etica del lavoro benedettina con la realtà delle imprese di oggi (http://www.askesis.eu/). Questo suo nuovo libro racconta di esperienze dove un’impresa illuminata, solida, che si misura con la contemporaneità (con i mercati, si direbbe) ma senza calpestare o abbandonare l’umanità e le relazioni esiste e funziona.

Folador Massimo, Storie di ordinaria economia. L’organizzazione (quasi) perfetta nel racconto dei protagonisti, Edizione: Guerini Next 2017.

«Noi non viviamo in un’epoca di cambiamento ma in un cambio di epoca», scrive Jan Rotmans dando voce a una sensazione che avvertiamo quasi ogni giorno. Eppure la storia ci dice che l’uomo e le organizzazioni sociali ed economiche cui egli dà vita si sono già trovati più volte di fronte a questi momenti di cambiamento e che spesso alcune «minoranze creative» proprio in queste occasioni hanno generato paradigmi, riflessioni e modelli innovativi.
È quello che è accaduto silenziosamente in questi anni anche in Italia. Mentre i mass media ci inondavano di messaggi contrastanti, alcune persone, non poche, e le loro imprese stavano già percorrendo con competenza e passione nuove strade per raggiungere altri risultati. Molto prima che anche il mondo della cultura e le prime ricerche finalmente si accorgessero di loro. È a 24 di queste imprese e ai loro protagonisti che è dedicato questo libro, nella certezza che soprattutto ascoltando le loro storie sia possibile recuperare alcune chiavi di lettura e soluzioni che questo cambiamento epocale ci esorta a sviluppare. Un omaggio a chi ogni giorno, tra i consueti alti e bassi, cerca di dare un senso e una direzione al proprio lavoro, coltivando per sé e per altri un futuro migliore.

http://www.bottegadelmonastero.it/storie-ordinaria-economia-massimo-folador

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7) Kate Raworth, L’economia della ciambella. Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo, Edizioni Ambiente, Milano 2017.

“Il modello economico oggi prevalente ha aiutato miliardi di persone a migliorare le proprie condizioni di vita. Tuttavia, questi risultati sono stati ottenuti imponendo un prezzo altissimo ai sistemi naturali prima e a quelli sociali dopo. Da un lato, inquinamento, cambiamenti climatici e distruzione della biodiversità; dall’altro, livelli di diseguaglianza che non hanno probabilmente uguali nella storia dell’umanità e che, assieme alle crisi innescate dal sistema finanziario, contribuiscono a dare forza ai movimenti populisti che incendiano gran parte dei paesi dell’Occidente.

È chiaro che qualcosa non funziona, e che l’economia deve essere aggiornata alle realtà del XXI secolo. Per farlo, Kate Raworth ricostruisce la storia delle teorie che stanno alla base dell’attuale paradigma economico, ne evidenzia i presupposti nascosti e con grande sagacia li smonta pezzo per pezzo.

Dopo aver fatto piazza pulita di teorie che, pur risalendo all’Ottocento continuano a essere insegnate ancora oggi, Raworth presenta l’economia della ciambella, che attinge alle ultime acquisizioni dell’economia comportamentale, ecologica e femminista, e a quelle delle scienze del sistema Terra. Indica sette passaggi chiave per liberarci dalla nostra dipendenza dalla crescita, riprogettare il denaro, la finanza e il mondo degli affari e per metterli al servizio delle persone. In questo modo, si può arrivare a un’economia circolare capace di rigenerare i sistemi naturali e di redistribuire le risorse, consentendo a tutti di vivere una vita dignitosa in uno spazio sicuro ed equo.

Ricco di storie e prospettive sorprendenti, attento alle realtà profonde degli esseri umani, L’economia della ciambella è una straordinaria opportunità per imparare a pensare come economisti del XXI secolo”.

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8) Giraud Gaël, Transizione ecologica. La finanza a servizio della nuova frontiera dell’economia

Prefazione di: Magatti Mauro – Editrice Emi, Bologna 2015.

Questo libro è un saggio di economia, ma si legge come un thriller. Come in un giallo l’autore indaga partendo dagli indizi (subprime, cartolarizzazioni, Collateralized Debt Obligations, …), identifica le prove (le scommesse fraudolente delle banche sulla pelle dei correntisti), cerca il colpevole (la crisi è morale), rintraccia il movente («la legge del più forte»).
Ma Gaël Giraud, che prima di esser gesuita è stato banchiere e conosce di persona il mondo degli hedge fund e delle Banche centrali, si spinge oltre. E traccia la strada per cercare un futuro di vita alla nostra società, rattrappita dentro lo schema del «paradigma tecnocratico» (papa Francesco) che mira a ottenere di più (risorse, prodotti, benessere) con meno (sforzi, investimenti, partecipazione).

Transizione ecologica significa una società di beni comuni in cui il credito sia considerato mezzo e non fine per realizzare riforme a vantaggio di tutti e benefiche per l’ambiente: rinnovamento termico degli edifici, cambi di prassi nella mobilità, tasse più alte per chi inquina, in pratica «un’economia sempre meno energivora e inquinante». «La transizione ecologica sta ai prossimi decenni come l’invenzione della stampa sta al XV secolo o la rivoluzione industriale al secolo XIX – spiega Giraud -. O si riesce a innescare questa transizione e se ne parlerà nei libri di storia; o non si riesce, e forse se ne parlerà fra due generazioni, ma in termini ben diversi!».

«Se noi crediamo che l’Homo sapiens europeo vale più dell’Homo oeconomicus dei mercati finanziari, allora vale la pena impegnarsi nel cammino della transizione ecologica» Gaël Giraud

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9) Per concludere questa maratona di citazioni, anche se non è mia abitudine fare riferimento a documenti magisteriali ecclesiali, credo che l’enclica “Laudato sì” di papa Francesco, sia un ottimo compendio di analisi, riflessioni e prospettive di questa tematica “cosmoteandrica” (ossia che riguarda la connessione tra Dio – umanità – cosmo) e sguardo di speranza che si apre al futuro.

Francesco Maule – 29 novembre 2017

 

lettera sul futuro

Lettera sul futuro

ai miei figli, ai miei studenti e alle mie studentesse

Cari ragazzi care ragazze,

in questo periodo sto cercando di decolonizzare il mio immaginario sulle paure e sulla sfiducia dei giovani rispetto al futuro, ascoltandovi il più possibile e raccogliendo le vostre impressioni.

Come mi accade ogni volta che affronto un argomento con voi il mio sentire, le mie idee, cambiano, mutano, si evolvono, vengono messi in discussione.

Io ho paura del futuro? E cosa sto facendo con la mia vita per generare futuro?

Basta aver messo al mondo due figli per chiudere la partita col futuro?

Forse si, se pensiamo alla vita come a un compitino base, con domande facili facili da copiare o risolvere senza aver studiato.

Desidero dirvi che si, anche io ho paura del futuro, che nessuno saprà ciò che accadrà veramente (copio questa lettera su Pc la mattina dell’elezione di Donald Trump a nuovo presidente degli USA… stendo l’ultima redazione e stampo la mattina in Donald Trump e gli USA decidono al G7 di Taormina di non rispettare gli accordi sui mutamenti climatici siglati a Parigi…), ma guardando alla storia è evidente che l’essere umano è capace, è portatore, è generatore delle più grandi bellezze, imprese, compassioni, come delle più assurde bruttezze, egoismi, violenze.

Ma come dice Quattro a Tris in Divergent “la paura o ti paralizza o ti accende”. Anche per me la paura è stimolo, mi “accende”, mi impone di guardare in modo più accurato e attento per intercettare le fosforescenze della realtà e della storia che non impediscono il futuro. La paura mi stimola a vedere, assorbire, custodire e far riflettere gli aspetti più positivi dell’evoluzione umana, in particolare quella spirituale.

Vi dico quindi quello che credo.

Credo che l’umanità sia in grado, lentamente e progressivamente, di costruire una convivenza, nelle diversità, con i conflitti, ma senza che questi tracimino nella violenza o nella guerra, nella scontro militare e armato, se non peggio nucleare.

Credo che l’umanità, dopo una dolorosa indigestione, saprà trovare la giusta misura con l’utilizzo, le potenzialità e i servizi che la tecnologia, soprattutto quella digitale, possono offrire.

Credo che l’umanità, dopo che la biosfera, il cosmo, la natura – chiamatela come volete – ci restituirà lo schiaffo di questi secoli di antropocentrismo industriale, reagendo alla nostra continua sopraffazione, credo che l’umanità riuscirà a trovare un equilibrio con la terra. Credo che il futuro sarà definito da un legame fortissimo e reciproco (ecosofico) tra esseri umani, animali, vegetali, basato sulla sobrietà, sulla sussistenza, sul rispetto e sulla sostenibilità. Ovviamente crollerà l’impero materialista, capitalista, liberista, ma questo è un altro capitolo.

Credo ancora che l’umanità disseterà la propria sete interiore, le proprie aspirazioni alla pienezza e e consapevolezza attraverso percorsi spirituali potenti e svincolati dalle “stampelle” offerte e garantite dalle istituzioni religiose.

In sintesi, care ragazze e cari ragazzi, credo, sono certo e vedo che l’umanità sta imparando ad amare, ad amarsi, a lasciarsi amare, sempre di più e sempre meglio. Come anche io, grazie a voi.

Francesco Maule

04/10/2016 San Francesco d’ Assisi.

Alcuni spunti bibliografici sul tema:

Byung-Chul Han, Psicopolitica, Nottetempo, Roma 2016.

Isabella Maria, Un altro presente è possibile. Percorsi di resistenza creativa, EDT, Torino 2016.

Theodore Zeldin, Ventotto domande per affrontare il futuro, Sellerio, Palermo 2015.

Ken Robinson, Fuori di testa. Perché la scuola uccide la creatività, Erickson, Trento 2015.

Daniel Goleman, Peter Senge, A scuola di futuro. Manifesto per una nuova educazione, Rizzoli, Milano 2016.

Vito Mancuso, Il coraggio di essere liberi, Garzanti, Milano 2016.

Papa Francesco, Laudato sì. Lettera enciclica sulla cura della casa comune, Libreria editrice vaticana, Città del Vaticano 2015.

Il futuro può essere questo: avere un presente che potenzialmente si può ancora dischiudere, aprire, come un fiore.

Imparare l’amore, da chi ti ama, chiederne i colori, le luci.

Per la versione in .Pdf per eventuale stampa clicca qui.

Millennials, grunge, sessanttotini tutti alla prova dei social media

Dopo ripetute visioni, da solo o con i ragazzi a scuola, e dopo un po’ di giorni di monastica “ruminazione” è arrivato il tempo per scrivere alcune considerazioni in merito all’interessante video (nelle scorse settimane definito “virale”) di Simon Sinek sui Millenials e i social media.

La mia prima considerazione concerne però la valutazione degli ipotetici destinatari della riflessione proposta da Sinek (da qui il mio bizzarro titolo dell’articolo). La pagina Fb che ha proposto la versione con i sottotitoli in italiano, curata da Andrea Giuliodori titolare dell’agenzia di crescita personale EfficaceMente, scrive:

“Una buona parte dei lettori di EfficaceMente appartiene alla cosiddetta generazione dei #Millennials (i nati tra gli inizi degli anni ’80 e la seconda metà degli anni ’90). Se fai parte di questa generazione, ascolta con mooolta attenzione questa intervista di Simon Sinek. L’ho fatta sottotitolare in italiano. Saranno 18′ ben investiti…”

Io penso che debbano vederlo anche i genitori, tutti gli insegnanti, gli educatori che hanno prodotto quelle che sono definite, Senek dice non solo da lui, “strategie fallimentari di educazione familiare”.

Troppo permissivi? troppo protettivi? troppo amici? troppo impegnati? troppo affettivi? troppo emotivi? troppo anafettivi? ancora analfabeti emotivi? incapaci di insegnare i limiti? ancora troppo autoritari? etc etc…tutte domande definizioni applicabili ai modelli educativi e genitoriali degli scorsi anni e dei nostri giorni. Ecco perché dedico e titolo questo articolo a tutti gli idealisti (non pazzi) dagli anni sessanta in poi.

Un’altra categoria di persone con cui vorrò condividerlo e dai quali mi aspetto una interessante reazione è quello degli imprenditori. Sinek dopo aver accusato il “sistema” educativo di aver reso la vita troppo facile ai non colpevoli Millennials, paradossalmente si scaglia contro il mondo aziendale che per affermare la logica dei numeri, dei risultati a breve termini, della competitività sta distruggendo questa “straordinaria generazione” che entra nel mondo del lavoro, e le impedisce di credere nella necessità di “tener duro”, di aver pazienza, di costruire una robusta stima delle proprie capacità umane e sociali.

Come sempre quando si affrontano queste riflessioni le generalizzazioni sono la trappola più insidiosa in cui si può cadere. Anche l’osservatorio da cui Sinek affronta la sua analisi è probabilmente diverso dal mondo imprenditoriale locale. Ma ogni persona e/o organizzazione che oggi sta coraggiosamente e autenticamente tentando di tenere insieme crescita umana (globale/integrale, quindi anche fisica/corporea e spirituale) con le esigenze del cosiddetto Mercato, spesso spietato, le cui dinamiche assolute sono sconosciute a molti, del quale neanche la politica (e l’etica) non riescono a leggere l’anima (se esiste, per il mercato capitalista/neoliberista) per addomesticarla o curarla, sa quanto sia gravoso e spesso praticamente inconciliabile questo legame, questa simbiosi.

Dobbiamo quindi prendere atto che chi fa impresa e il sistema aziendale attuale e futuro stanno creando quelle fosse comuni in cui andranno, lavorativamente, seppelliti i nostri figli?

Non posso e non voglio crederlo. L’impresa (e ogni organizzazione) è tale solo quando valorizza e fa fiorire la persona, e non quando produce utili e guadagni. Il sistema, anche finanziario, che crea soldi facili alle spalle di oppressioni, ingiustizie, ineguaglianze e negazione dei diritti andrà a sgonfiarsi e a svanire, proprio come quelle bolle che stanno distruggendo il nostro tessuto economico e sociale. E la generazione che sta crescendo ha il compito di costruire questa dimensione economica e ambientale nuova. Ho fiducia nella mia e nella loro generazione.

Finita (forse) la pars destruens del filmato passo alla pars construens.

Penso che l’analisi di Simon Sinek sia fondamentalmente centrata e acuta, e offra una serie di spunti di riflessioni utili e fondamentali. Qual è la qualità delle nostre relazioni? Come costruiamo la nostra felicità e realizzazione personale?

L’analisi iniziale sulla mancanza di autostima, sulla difficoltà a gestire lo stress e sull’abitudine alla soddisfazione immediata la trovo tutto sommato interessante e corretta. Più tirato mi sembra il binomio social media-addiction (dipendenza). Se compariamo i social media alle sostanze e comportamenti che creano dipendenza (come alcol, droghe e scommesse) per il processo di rilascio di dopamina, possiamo dedurre che, secondo la prospettiva di Sinek, il fatto che noi genitori installiamo in casa una rete con wi-fi, i mezzi di trasporto pubblici con wi-fi, le biblioteche, addirittura alcune scuole siamo come degli “spacciatori” che favoriscono questa dipendenza. Certo apprezzo il ragionamento di Sinek che non vuole demonizzare i social, internet, etc. ma parla di balance, di equilibrio da trovare tra l’utilità dei social e il non trovarsi dipendenti e fagocitati dalle loro pericolose spire.

Apprezzo ancora il suo ragionamento sulla pazienza, sulla fatica e dedizione che i rapporti di fiducia e fedeltà richiedono.

Ancora trovo intrigante il suo discorso sulle intuizioni e innovazioni che nascono dalla mente quando divaga, la forza e creatività di quella che viene definita l’intelligenza divergente.

È strano infine che per confrontarsi, per parlare o riflettere su queste tematiche sia oggi necessario utilizzare i social media. Io ne scrivo sul mio blog, a mio figlio ho chiesto il telefono, ho cercato il video e gli ho chiesto di guardarlo ma ne ho faticosamente parlato direttamente con lui. Solo con qualche persona (in particolare con una collega – Milva – che ringrazio per la disponibilità al confronto) sono riuscito a dire: “Ehi, hai visto il video di Sinek sui Millennials che ha mandato il collega Pennetta, cosa ne pensi tu, mi aiuti a ragionarci prima di parlarne in classe?”

Dilato quindi questa stranezza e, cosa rara, utilizzerò anche altri social (in particolare wa) per condividere questo video e queste riflessioni con altri genitori, educatori, amici.

Io credo ancora intensamente nella forza delle relazioni vere, profonde e vitali. Io credo che siamo tutti genitori, insegnanti, allenatori, educatori, impegnati a non farci trascinare via i figli e le figlie, gli studenti, gli atleti, da niente e nessuno, tanto meno da un merdoso dispositivo rettangolare, che anche se lo tengono sempre in mano, non li potrà mai contenere.

Francesco Maule

Speranza che va, speranza che viene

Il tema migranti e richiedenti asilo desta sempre ampio dibattito se non scontro e aggressività, espresse in particolar modo nei social media. Anche nel mio paese (Creazzo -VI-, 11mila abitanti circa) la questione suscita polemiche e divergenze.

fonte: lettera43.it

fonte: lettera43.it

La parrocchia ha scelto, circa due anni fa, dopo una lunga riflessione e confronto con altre esperienze, di attivare una forma di accoglienza per un numero ristretto di richiedenti asilo: un nucleo di circa 4 persone. Per un anno e mezzo ha cercato invano la disponibilità di un appartamento da affittare per tale necessità. Nel momento in cui si è liberato un appartamento della parrocchia, a causa del completo trasferimento della piccola comunità di suore dorotee, ubicato nei pressi della chiesa di San Nicola sopra la scuola materna, la comunità parrocchiale ha deciso di utilizzarlo per questa funzione di accoglienza. Apriti cielo! (O meglio apriti facebook).

Anche il Sindaco, di certo mai favorevole al sistema di accoglienza diffuso e integrato, nell’ultimo numero del giornalino dell’amministrazione comunale, ha espresso rammarico dicendosi non a conoscenza di quanto la parrocchia stava portando avanti da tempo. La parrocchia aveva invece sempre agito con trasparenza, organizzando anche degli incontri pubblici. Non sopporto più la retorica leghista della scala di bisogni e del “prima i nostri”. Come se l’aiutare i richiedenti asilo volesse dire non dare altrettanta attenzione e cura ai problemi e alle esigenze della comunità. Questa è sciatteria politica! I bisogni e i diritti vanno tutelati a tutti e sempre! Ma perché invece il sindaco non critica quanto è successo nel suo comune proprio a causa della sua ottusa chiusura? La prefettura infatti ha imposto una presenza, in un grande appartamento di privati, la presenza di ben 22 donne richiedenti asilo, gestito da una di quelle cooperative che praticano l’accoglienza dei grandi numeri, quando invece la parrocchia e il sistema di accoglienza diffuso tende a valorizzare le cooperative che si sono attrezzate e operano per numeri ridotti garantendo qualità dei servizi, attenzione alle persone, limitando quindi le tensioni sociali e favorendo la reale e progressiva integrazione.

Il mio caro amico Mauro Marzegan ha proposto una lettera sulla questione sul foglio di comunicazione “Il Punto di Creazzo” del 20.01.2017. La riporto perché la sua intuizione sulla speranza è meravigliosa, e i toni che utilizza spero invitino alla riflessione.  F.M.


SPERANZA CHE VA, SPERANZA CHE VIENE

di Mauro Marzegan

Negli ultimi tempi, sembra che il problema stranieri e “profughi” a Creazzo abbia generato divisioni, commenti aggressivi nei social network, assensi nei “mi piace” nel sostenere le tesi più disparate, articoli pubblicati dove, purtroppo, le certezze del pensiero comune si allineano su supposizioni qualunquiste e attinte a fonti discutibili: “ho sentito dire”, “i miei informatori dicono”, “porteli in Vaticano”, “varda tuto quel che i ga e i voe anca l’acqua calda” come volessimo fare cambio con la loro vita. Tali prolusioni dei “tuttologi” sembrano accettabili quanto una tesi copiata da Wikipedia ma, nello stesso tempo, hanno ferito quanti, ogni giorno, operano la carità senza distinzioni nelle nostre parrocchie e non solo. Personalmente preferisco la scuola di don Milani basata sui numeri, sull’informazione pluralista, su fonti certe, su esperienze che coinvolgono come protagonisti e sulla ricerca giustificata prima di pronunciarsi.

Ma anche informarsi é divenuto ambito dei buonisti o dei “basabanchi”: è nata la necessità di distinguere ironicamente ed escludere socialmente quanti cercano di articolare un pensiero che si discosti.

Incontrare l’altro, nella diversità, non riguarda solo lo straniero ma tutti, anche la propria moglie e il proprio marito, perché significa tradurre la teoria in pratica e i pensieri in opera: non è mai facile ma è sempre una decisione che investe e una tensione diretta all’altro per dirsi amanti e generare, così, vita. Solo così l’altro diviene benedizione!

L’intercultura, per me, è incontro dialogico con tutte ma proprio tutte le persone che abitano la nostra vita: non ci possono essere, infatti, persone di Creazzo e persone straniere ma solo l’umanità che incrociamo ogni giorno e che decidiamo di vivere per uscire dalla “gabbia” degli stereotipi e tendere, così, all’amore pensoso, universale, agapico.

In questo senso, vorrei davvero imparare ad accogliere e l’accoglienza, quando è presente, non è selettiva ma disinteressata! L’accoglienza fa sentire la nostra abitazione accogliente per quanti ne varcano la soglia.

Ricordo con commozione i racconti dei miei nonni paterni che, agricoltori in quel di Biron, prima di andare al lavoro nei campi, lasciavano la porta aperta, un bicchiere di vino, qualcosa da mangiare e un riparo per la notte per i più sfortunati che avevano perso tutto nel dopoguerra. Non si sono mai chiesti chi fossero e da dove venissero e, di certo, non li hanno mai invidiati per il poco che avevano, non li hanno mai cacciati, non si sono mai lamentati delle fatiche, ma davano quello che avevano nella gratuità. A sua volta mio nonno materno ha avuto accoglienza, conforto e rifugio come migrante in paesi dove l’italiano, lo straniero, non era certo ben visto.

D’altra parte non è possibile amare nemmeno il proprio partner in modo parziale: o lo si ama tutto o non lo si ama; essere insieme non è un contratto che realizza la persona perché la rende uguale, risolta e cambiabile ma è il desiderio di “svelamento” che la unisce, la rende indefinita, unica, irripetibile e perciò imperdibile.

E’ questo desiderio di imparare ad amare l’altro che rende consapevoli che, in realtà, stiamo amando il mondo.

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fonte: lettera 43.it

A volte mi sembra quasi di percepire che la rabbia insensata contro gli stranieri abbia origine dal fatto che loro hanno ciò di cui avremmo bisogno: la speranza! E sono disposti a perdere la loro vita per essa. Noi abbiamo tutto e, nell’illusione di una maggiore sicurezza, abbiamo perduto la speranza e lo stupore di fronte alla bellezza della vita rinunciandovi in un deserto imperscrutabile: quello di tutte le relazioni; quelle vicine, parenti, amici, vicini, compaesani e quelle lontane costituite da quanti stanno al di là dei confini di Creazzo, dello stato (o di uno stato ideale) o, meglio, dei confini che noi stessi costruiamo per tenere le persone, anche quelle fisicamente vicine, il più possibile lontane perché non ne vogliamo proprio sapere.

E’ paura?

Confini e paura… sì: se allontaniamo l’altro, allontaniamo proprio tutti, anche noi stessi! E un motivo c’è sempre… dentro di noi.

Oggi, nessuno ha più una patria ma solo confini; i confini sono muri del cuore, la patria è libertà di tutti; i confini sono dei conflitti, la patria li ripudia; i confini sono delle paure, la patria appartiene all’umanità; la patria è ciò che vogliamo essere: ecco dove mi riconosco italiano.

Quello che ci sta sfuggendo é che siamo noi gli unici responsabili della morte della nostra cultura e delle tradizioni e, invece di trovare risposte, nuovi stimoli, un’identità chiara e vitalità in quanti vengono da “fuori Creazzo”, cerchiamo la divisione nell’individualismo che si ripercuoterà inevitabilmente.

In tempi di separazione, prima di tutto nelle famiglie, rispondersi significa “avvicinare” per unire e rendere davvero speciale il volto dell’alterità dove si riflette il nostro.

Quando arriva l’ospite, nella nostra cultura, si tira fuori il “servizio buono”, quello della dote!

Vorrei potermi guardare indietro un giorno e non aver mai chiuso la porta nella speranza di essere io stesso l’accolto da una comunità che, ormai, non sa più né orientarsi, né accogliere, giustificando azioni dettate dalla xenofobia, giudicando senza perdono e le é sufficiente un “mi piace” per avere la magra sensazione di appartenere ad essa.

Mauro Marzegan

17.01.2017

tutti pazzi

Ci sono vari modi per esternare sconcerto, dissidenza, disapprovazione, disagio. Alesenzapelle, amico artista che da anni persegue percorsi creativi che abbracciano varie discipline, presenta ora una rivisitazione elettropunkpostmodernwave di una mitica canzone punk italiana del gruppo “Negazione”: Tutti pazzi. Lo fa con un video che rappresenta un potente gesto artistico di repulsione per quanto noi, in particolare vicentini, abbiamo subito e stiamo subendo in questi anni: la base militare USA ex Dal Molin oggi Del Din, lo scandalo urbanistico di Borgo Berga, la strada pedemontana SPV (che io ribattezzerei Scempio Padano Veneto), la grande truffa della Banca Popolare Vicenza. La canzone+video di Alesenzapelle vale quanto ogni altra forma di denuncia, di protesta, con la forza in più però di esprimere quella rabbia che anche io talvolta reprimo vergognosamente. F.M.

AleSenzaPelle “Tutti Pazzi” cover Negazione

 

Spese militari in calo o aumento?

“MIL€X-Osservatorio sulle spese militari italiane, intende fornire all’opinione pubblica e agli addetti ai lavori un quadro preciso e dettagliato — scevro da qualsiasi influenza e pregiudiziale ideologica — di quelle che sono tutte le spese militari del nostro Paese. Attenendosi ai princìpi di obiettività scientifica e neutralità politica, MIL€X sta conducendo un’approfondita e rigorosa analisi documentale e contabile, elaborando un innovativo metodo di calcolo della spesa militare italiana in grado di rappresentare nel modo più corretto ed esaustivo possibile il complesso groviglio della spesa pubblica destinata annualmente al settore militare”. http://milex.org/

MIL€X ha presentato i primi risultati parziali di questo lavoro, anticipando alcune delle analisi e dei contenuti che verranno pubblicate a gennaio 2017 nel “Primo rapporto annuale MIL€X sulle spese militari italiane” (scaricabile qui: anticipazione-milex2017). La pubblicazione, presentata a fine novembre, contiene anticipazioni dell’analisi del quadro generale delle spese militari italiane, aggiornate con i dati previsionali per il 2017, e di notizie inedite riguardanti i principali programmi di acquisizione di armamenti.

Personalmente valuto di particolare valore il lavoro svolto per la redazione del rapporto e ritengo importante evidenziare le particolarità metodologiche che mi hanno portato ad una sorprendente conoscenza che nel 2017 l’86,2% dei finanziamenti del ministero dello Sviluppo Economico alle imprese è destinato alle spese militari. Scrivono i referenti di MIL€X Vignarca e Piovesana: “La terza scelta metodologica – la più rilevante dal punto di vista non solo economico ma anche politico – riguarda l’inclusione nel ricalcolo delle spese militari dei sempre più massicci contributi finanziari del Ministero dello Sviluppo Economico ai più onerosi programmi di acquisizione e ammodernamento di armamenti della Difesa (programma F-35 escluso). Cifre che, tra stanziamenti diretti e contributi pluriennali, superano ormai i 3 miliardi l’anno, cioè gran parte dell’intero budget annuo del MISE destinato alla principale missione del ministero, ovvero gli investimenti a sostegno della “Competitività e sviluppo delle imprese italiane” (tabella 4 e figura 1).

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L’Italia nel 2017 spenderà quindi per le forze armate almeno 23,4 miliardi di euro (64 milioni al giorno), più di quanto previsto nei documenti programmatici governativi dell’anno scorso. Ancora molto elevati i costi per il personale (per la lentezza con cui procede il riequilibrio interno delle categorie a vantaggio della truppa e a svantaggio di ufficiali previsto dalla riforma Di Paola del 2012). Si registrano forti aumenti per le spese dell’operazione ‘Strade Sicure’ (da 80 a 120 milioni), del trasporto aereo di Stato (per il costo dell’A340 della Presidenza del Consiglio) e soprattutto per l’acquisto di nuovi armamenti (un quarto della spesa militare totale, +10 per cento rispetto al 2016) pagati in maggioranza dal Ministero dello sviluppo economico (che il prossimo anno destinerà al comparto difesa l’86 per cento dei suoi investimenti a sostegno dell’industria italiana). Gli elementi di riflessione che emergono dal rapporto sono comunque molteplici e da conoscere restando aggiornati frequentando il sito http://milex.org/, in attesa del rapporto definitivo a gennaio 2017.

Francesco Maule

(altro…)

vita morte presente futuro

Noi che abbiamo conosciuto

il cuore di ogni giorno e il cuore senza età,

l’idea che illumina la carne,

la sapienza delle misure

e il lampo, noi ci lasciamo

qui, in due metri di cemento, con un atto

di presenza, un battito

estivo, uno scambio di persona.

Milo De Angelis, Tema dell’addio, Mondadori, Milano 2005, p. 31.

La vita, la morte, la libertà, il futuro, la speranza o la di-sperazione, la paura, il coraggio, la voglia di vivere, un giudice che non se la sente di infrangere il sogno di una ragazzina morente, la fantascienza, le serie TV, futurama, e molto altro ancora. È quanto emerso in questi giorni dalla condivisione con alcuni amici e in classe, a partire dalla mia proposta di riflettere sulla notizia della ragazza inglese che ha chiesto e ottenuto che, dopo la morte, fosse ibernata e poi “conservata” con la criogenesi.

La notizia:

Gran Bretagna | Quattordicenne inglese muore di cancro, sì dei giudici all’ibernazione – di Nicol Degli Innocenti

Questa storia, questa esperienza, mi ha colpito per molti fattori: un po’ per la potenza della scelta in sé (più sotto verranno indicati link di altre riflessioni sul tema) che ci impone di pensare a come si affronta la morte, a quanto ci soddisfa questa vita, a cosa speriamo e attendiamo dal futuro.
L’altro aspetto è dato dal fatto che dalla science fiction, da una narrazione di futuro “esplosa” dalla creatività e dalla più incandescente fantasia, ritrovabile in vari romanzi, film o serie TV, questa notizia ci sbatte in faccia una realtà che si confronta, e in qualche modo sceglie, quel futuro. Mi ha sorpreso quanto questa scelta della ragazzina inglese renda in qualche modo meno finto (fiction) il mondo delle serie TV, secondo alcuni il “luogo” in cui oggi viene rappresentato il disagio, il disastro futuro, lo sconfinamento del pensiero e il crollo delle definizione etiche. Queste riflessioni sono collegate alla visione di serie come Wayward Pines, Black Mirror e Darknet. Ma non vorrei calcare troppo la mano su questa storia delle serie TV.

Anche perché la ragazzina è morta, ha sofferto e soffrono sicuramente i suoi genitori.

Il tema cruciale, che sento di condividere e alimentare, dando ancora spazio a questa questione, è infatti quello della morte. La morte ci espone tutti: alle nostre paure, alla nostra fede o all’assurdità di ogni appiglio fideistico, alla cura e consapevolezza della nostra vita e al futuro che pensiamo spetti a noi e all’umanità. Un tema non facile da affrontare. Ma che, grazie a questa ragazzina, esprime le nostre diversità e ci apre alla compassione e al desiderio del “noi che abbiamo conosciuto il cuore di ogni giorno e il cuore senza età”.

Francesco Maule

 

Immortalità Ibernata di Ferdinando Camon su ‘Il Giornale di Vicenza’

Inghilterra. 14enne ibernata, in cerca del paradiso oltre il gelo  Marina Corradi su ‘Avvenire’

Wayward pines e la realtà: la storia della 14enne ibernata per risvegliarsi in un lontano futuro

di Giuseppe Ino

La ragazzina ibernata e Siddharta