Da dentro

Diari dalla Fortezza Bastiani #2

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Stiamo vivendo in una Fortezza Bastiani meno repressiva e angusta di quella dei mesi scorsi, ma l’invisibilità del nemico, la sua incomprensibile e minacciosa presenza, restano uguali. Ho iniziato a fare attività per me vitali, come l’andare in bici, incontrare gli amici, allenare i ragazzi del BMX. Il nuovo progetto “mediatico” è in attesa, sto continuando a provare, ma alcune lacune tecniche mi stanno rallentando. Devo solo trovare quella spinta, che potrebbe anche essere esterna, che mi fa buttare e poi forse tutto verrà in modo consequenziale.

Sono giorni sempre densi di accadimenti, ‘sbandamenti’ li chiamavo due estati fa, condizioni esistenziali in cui è necessario continuamente ritrovare equilibrio e riposizionamento (soprattutto interiore). La BMX su questo è veramente maestra.

Concludo questo breve post con la foto dei libri recentemente acquistati. Il libro di Rumiz l’ho terminato questa mattina e non posso che consigliarne vivamente la lettura.

Scrive Rumiz nelle pagine conclusive del suo “Il veliero sul tetto” (p. 118):

“Questo diario, partito da notazioni marginali sul quotidiano, si sta allargando a temi sempre più ampi: la dignità dell’individuo, il fallimento del consumismo, la visione di un’Europa insonne e piena di nemici, l’urgenza di una rifondazione civica del Paese, il bisogno di una nuova Resistenza contro chi rapina il mondo e vorrebbe toglierci la libertà stabilizzando i decreti emergenziali a proprio favore. Col passare dei giorni ho visto la paura del virus ridimensionare quella dell’immigrazione, ossessivamente gonfiata dai sovranisti, ma anche depistare noi tutti dalla percezione del Diluvio prossimo venturo. Abbiamo discusso troppo poco di clima, di povertà del mondo e di questa economia pronta a controllare la nostrà intimità anche con governi illiberali e dittature. Non si sono visti politici capaci di grandi visioni, e oggi rischiamo che la lezione non serva a nulla.”

Quando una “fortezza” non reprime creatività, capacità di riflettere e “guardare” il mondo, ci si può ritrovare capaci di una visione e narrazione nuove, che anche io sto faticosamente cercando di esprimere.

Francesco Maule

4 luglio 2020

Accadimenti

Autoscatto pochi minuti prima della brutta avventura…

In questi giorni si sono intrecciate e sovrapposte alcune vicende che mi hanno profondamente sconvolto emotivamente. Non di tutte vorrò e riuscirò a scrivere, ma per capire la particolarità di ciò che è accaduto, e che in qualche modo ha ridefinito tutte gli altri eventi che mi stanno “frastornando”, scrivo del momento più brutto.

In questi giorni sto facendo delle stupende uscite in bicicletta MTB Enduro con l’amico Rudy. Spesso usciamo di buon mattino. Con lui ho iniziato a parlare di un’idea che sto elaborando e che presto (spero) inizierò a condividere anche qui nel blog. A fine giro lui ha ripreso l’auto per tornare a casa. Io ho preferito continuare la pedalata tornando a casa in bici. In quei minuti, rimasto solo, ho girato un video in cui ho parlato degli “accadimenti”. Un giorno dovrò trovare il coraggio di condividerlo.

Pochi minuti dopo, nella provinciale che unisce Valle di Castelgomberto a Sovizzo, ho visto la morte in faccia. Davanti a me, nella corsia opposta, viaggiava un grosso trattore seguito da una fila di automobili. All’improvviso, e con una velocità pazzesca, la prima auto della fila ha iniziato il sorpasso, invadendo completamente la corsia opposta, quella in cui io stavo procedendo. Millesimi di secondo, un film che non mi si toglie dagli occhi. Mi sono tuffato sulla destra dove il fosso finiva grazie a un passaggio carrabile che dava all’ingresso di un’abitazione. Non sono caduto, sono riuscito a rimanere in piedi, ad alzare un braccio stizzito e poi resomi conto che avrei potuto esser stato disintegrato, il crollo, emotivo.

Ho raggiunto la casa dell’amico Dario, poco lontana, ed entrato nella sua cucina la diga emotiva è tracimata. Mai ho provato una paura simile, mai ho visto la morte da così vicino. Rabbia, paura, spavento, incredulità, mille pensieri che si rincorrevano, il tentativo di cercare di capire cos’era accaduto (non mi aveva visto? non gli o le interessava uccidermi pur di concludere il sorpasso?), una sensazione di aver scampato un pericolo enorme, incomprensione, pensiero e compassione per tutte le vittime (ciclistiche in particolare) della strada, un flusso continuo che in parte è ancora qui che mi scorre dentro…

Oggi va meglio, inizio a parlarne e a scriverne perché a questo si sono collegati altri “accadimenti” che in parte ho provocato, in parte mi sono arrivati inaspettati. Sarà necessaria altra rielaborazione. Ma non mi fermo, in questo viaggio pericoloso e drammatico che è la vita, fragile, stupenda, incomprensibile.

Francesco Maule

26 giugno 2020

capitolo (DAD) chiuso

Chiudere un capitolo

Gli impegni scolastici di questo strano anno sono quasi finiti. Sento il bisogno di chiudere il capitolo, anche se in modo non esaustivo e definitivo, con la cosiddetta Didattica a Distanza (DAD).

Qualcuno l’ha chiamata didattica di prossimità, altri didattica divergente, altri didattica digitale…

È successa questa cosa terribile della pandemia, le istituzioni hanno reagito, bene o male difficile da valutare dal mio punto di vista, con le restrizioni e limitazioni di cui tutti sappiamo e che abbiamo vissuto per tre mesi. Gli insegnanti e la scuola hanno risposto in modi diversi, con una prontezza diversa, con stili diversi, ma una risposta c’è stata. Ed è stata questa famosa DAD. Ora il ragionamento deve partire da qui, senza scivolare nei due estremi:

– la DAD è stata un fallimento, è inutile e dannosa, è la fine delle relazioni educative e formative.

– La DAD è la nuova via, dobbiamo continuare con questa modalità, occorre digitalizzare il più possibile la formazione.

Tra questi due estremi gli insegnanti hanno vissuto quest’esperienza, hanno provato strumenti, strategie, metodi inediti, si sono messi in gioco. Si è trattato di una situazione che ha richiesto fatiche, adattamenti, nuovi orizzonti di apprendimento (per chi li ha voluti scoprire) anche per studenti e famiglie.

Ora, con un certo ritardo a mio parere, ma in modo opportuno per una giusta distanza secondo altri, si stanno rielaborando vissuti, esperienze, testimonianze e ragionamenti su quanto vissuto in questi mesi di scuola. Io la vedo come un’opportunità per rileggere e interpretare quest’esperienza che in alcuni momenti mi ha visto particolarmente frustrato e perplesso, in altri motivato e propositivo.

Con alcuni amici colleghi e un piccolo gruppo di insegnanti abbiamo anche contribuito a creare uno spazio di riflessione e confronto che abbiamo chiamato “camomilla digitale”.

Ora desidero chiudere questo capitolo con un elenco di materiali che in qualche modo mostrano anche la sovrabbondanza di contenuti emersi in questo periodo, che possono aprire davvero nuovi scenari di ripensamento per una scuola inclusiva, innovativa e incisiva (queste tre “i” mi sono venute ora e potrebbero essere uno slogan per qualche campagna elettorale…).

Inizio con un video, che vuole strappare un sorriso, di Davide Stefanato, attore e prof. che ringrazia sarcasticamente i suoi alunni e aspetta il giorno in cui potrà riguardagli negli occhi…

In generale per trovare materiali da leggere e per rivedere due webinar sul tema invito a seguire blog e pagina fb di scuolavicentina.

Segnalo inoltre un incontro che personalmente ho trovato molto arricchente e rigenerante dopo mesi di fatiche e solitudini. È stato organizzato da forum di Limena ed è possibile rivederlo qui: https://www.facebook.com/forumlimena/live. È lungo ma ne vale la pena.

Condivido inoltre le tracce degli interventi mio e di Mauro Marzegan alla serata di “Camomilla digitale”. Sono privi di tutta la parte si spiegazione e narrazione che li possono in qualche misura rendere comprensibili, ma desidero condividerli almeno come suggestioni del lavoro iniziato.

La mia introduzione è una presentazione su canva.com:

 

Edit Mauro Marzegan

Quella di Mauro invece è su prezi qui.

https://prezi.com/view/Qf6Afqx9x98ArTtSbnXQ/

Infine desidero concludere con la segnalazione di un libro letto nelle scorse settimane, Il preside di Marco Lodoli. Mi è sembrato interessante Lodoli abbia trovato in questa figura la chiusura della sua serie di narrazione sui naufraghi della contemporaneità, come li chiamo io. Segnalo il link per una delle recensioni più pertinenti ma invito a leggere il libro questa estate.

“Chiudo” questo capitolo, lasciando spazi e desideri per una futura riapertura della tematica, con questa citazione di Michele Visentin, tratto dal suo intervento sopracitato per il Forum di Limena.

Francesco Maule

Nei mesi prossimi gli attori della scuola devono intercettare quel vissuto comune, quando molti studenti, docenti e genitori sono entrati in contatto in modo diverso con la scuola. È necessario progettare momenti di condivisione e riflessività perché emerga tutto il potenziale innovativo che in questi mesi abbiamo intravisto

[Michele Visentin] 

diari dalla Fortezza Bastiani #1

Mi ero impegnato a scrivere e pubblicare delle riflessioni, una sorta di diario, di questo periodo, condividendo quest’idea anche con alcuni amici e amiche. L’invasione di altre proposte di questo tipo mi ha in parte demotivato nella condivisione, ma non nella faticosa ricerca di appuntare e fermare con le parole alcuni pensieri ed intuizioni emerse in queste settimane, che oramai sono diventati mesi.

Oggi è un giorno particolare, chi mi è vicino e mi conosce bene sa il perché. Trovo quindi il giusto stimolo e adeguata ispirazione per iniziare a condividere qualcuno dei frammenti di questi diari dalla Fortezza Bastiani. Alcuni scritti sono frutto di una sedimentazione o, come si direbbe in linguaggio monastico, di una ruminazione di pensieri e parole, altri sono poco più che piccoli satori, piccole illuminazioni o intuizioni ancora da rifinire.

# rendere grazie

C’è il riconoscimento di un privilegio, di una pienezza, una soddisfazione che emerge e si è affermata in questa situazione, per me stesso e per le relazioni che mi costruiscono e mi costituiscono.

Per la mia famiglia, per le cose che scrivo e dico (sempre poco umile, lo so, ma non è riconoscimento di una bravura, piuttosto il riconoscimento della possibilità di trovare nelle parole e nella scrittura parti di me stesso che gradisco e riconosco). Grazie.

Grazie per questo amore che mi abita e di cui sento di non avere alcun merito. È felicità? È passione? È esser sceso a patti, un compromesso esistenziale, con la comprensione di un senso della vita?

Rendo grazie a Dio, benedico e dico grazie a voi tutti che mi sopportate, rendo grazie alla Vita, al pensiero, al corpo, a tutto ciò che non viene mai nominato né con i pensieri, né con le parole, né con la poesia. Cresco.

# scrivere

Elisabetta mi invita sempre a non rischiare di scrivere citando altri autori o condividere troppo il pensiero di altri, di essere più personale, diretto, forse meno intellettuale e più “sapiente”. Non credo di riuscirci sempre. Credevo di trovare maggiormente il tempo e le condizioni per una scrittura più composta, fluida, di ampio respiro, con un andamento meno sincopato e didascalico. Anche oggi non sarà così, solo hastag con qualche frase, più o meno insulsa, sotto.

# principio monastico

Clausura, reclusione, deserto, preghiera, meditazione, consapevolezza. Sono solo alcuni termini che sentiamo ripetuti in questo periodo, anche in ambiti e contesti non religiosi, riesumati improvvisamente dalla tradizione monastica ed eremitica.

Il “principio monastico” o “monachesimo interiore” che tanto mi appartiene, così comune a tutte le culture e tradizioni spirituali, e che il secolarismo sembra denigrare o dimenticare, talvolta, in tempi difficili, riemerge e prospetta all’umanità le sue fonti sapienziali.

# quali narrazioni? Dove siamo?

Non è facile riposizionarsi, soprattutto quando il ritrovarsi è obbligato e innaturale. Ma è semplice e complicato ugualmente. Restare a casa, nella propria casa, nel luogo in cui dormiamo, nel luogo che spesso desideriamo, alcova felice e serena, dove gli affetti e la cura è dominante. Oppure la casa è il luogo che per qualcuno è solitudine e isolamento, per altri è incubo, è groviglio insano di dinamiche opprimenti.

Come si sta modificando la mente? Come stiamo ricalibrandoci nella ridefinizione di tempi e possibilità?

Io credo sia necessario affidarci alle narrazioni, lunghe e che si sviluppano in modo progressivo e coinvolgente. Ma non tutte le narrazioni che abbiamo ascoltato o che ci hanno invaso in questo tempo sono state utili. Ci voleva lucidità e pazienza per setacciare e riconoscere. Occorreva stare, occorreva allontanarsi.

Ora è qui che siamo, è qui che dobbiamo capire di essere.

E dobbiamo fare incetta di energie e carica emotiva per affrontare la ripartenza che sarà affannosa e indescrivibile. Ma siamo solo all’inizio del guado, servono energie per superarlo, per questo restare che ci affanna e ci inquieta, e serve una riserva di sapienza e consapevolezza da costruire e preservare per il tempo della nuova uscita, rinascita sociale o chiamiamola semplicemente col suo nome: libertà.

# diari dalla fortezza Bastiani

Il riferimento è al libro “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati che ho riletto la scorsa estate. Da allora mi accompagnava quest’idea del rileggermi alla luce della vicenda dell’ufficiale Giovanni Drogo. All’inizio di questa fase più serrata di distanziamento sociale ho voluto immaginarci tutti dei Giovanni Drogo rinchiusi forzatamente in una fortezza Bastiani collettiva. Da lì si sarebbero sviluppati dei diari che narravano l’attesa, lo scrutare un orizzonte in cui nulla accadeva, il non poter scegliere un cambiamento o l’adattarsi ad un’inerzia quotidiana passiva e deprimente, rivedersi e vivere specularmente la vicenda del protagonista del romanzo di Buzzati. I diari sarebbero stati molteplici, la fortezza è una sola. L’idea è questa. Chi vuole cerchi una divisa da ufficiale, e affondi in quest’attesa con me.

# figli

Ogni volta che dobbiamo affrontare una cosa nuova ci sentiamo sempre inadeguati. Questa sensazione o convinzione, l’idea che in qualche modo non siamo pronti ad affrontare una cosa nuova, ci può bloccare e non far cambiare mai. Ho pensato che la cosa più “incosciente”, “alternativa”, “rischiosa”, “imbarazzante”, che abbia fatto in vita mia sia stato “fare” dei figli (ne ho due, di 12 e 16 anni).

L’essere genitori è la cosa che ti fa sentire più inadeguato, ignorante, limitato che esista, ma allo stesso tempo vedendoli crescere ti accorgi di quanto quel tuo poco sia immensamente generatore di vita (oltre a mille altre cose, ovviamente…). Una cosa che mi faceva commuovere mentre erano nel grembo di mia moglie era questa: questo essere un giorno penserà, farà le sue scelte, amerà a modo suo… Pazzesco. Da togliere il fiato. Poi ti ritrovi all’improvviso in casa un “giovane coglione” 16 enne, come lo siamo stati tutti e lo sono tutti i sedicenni, e qualche imprecazione ti scappa, ma così è questa sfida dell’esser genitori. Averli avuti entrambi in casa e averci trascorso così tanto tempo insieme è stato per me, per noi, una gran bella opportunità di cui rendo grazie.

# resilienza trasformativa

Ho ascoltato in una live di qualche settimana fa il prof. Giovannini (ex ministro del lavoro nel governo Letta e cooptato nella task force del Governo per la ripartenza) – in un confronto molto interessante e fruttuoso con Castegnaro (Forum di Limena) –  che parlava di resilienze trasformative, in merito alla necessità di cambiamento e ricostruzione dopo aver “resistito” all’urto di questa epidemia.

In fondo pensavo come forse ogni vita sia di fatto un processo di resilienza trasformativa. Penso in particolare alle capacità che tante persone dimostrano di resistere ai traumi, agli infortuni, alla malattia, ai lutti, ai cambiamenti che la vita a volta ti sbatte addosso, alle insoddisfazioni, piccole o grandi, che a volte ci attanagliano. E ci trasformiamo, non per alienarci da noi stessi, ma per avvicinarci sempre più a un “io” che ci piaccia e ci faccia star bene (forse esser felice…ma qui si apre un altro enorme scenario…). Ci vuole coraggio, determinazione, e molti che conosco ne hanno a tonnellate. A tutti i resilienti trasformativi: grazie.

Francesco Maule

7 maggio 2020

CONNESSIONI (A)TEE 2.0.2.0.

Il rendere conto della propria fede in Dio è quanto mai complicato e riguarda un aspetto intimo e personale che non è mia abitudine esternare in modo disinvolto e apologetico. In questo periodo ho pensato di rintracciare alcuni “pilastri” su cui potrebbe fondarsi un eventuale percorso di riflessione sul tema della fede, del credere, del religioso. Ho redatto quindi una delle mie solite “mappe” che ho intitolato “Connessioni (a)tee 2.0.2.0.” dove ho fissato alcuni dei testi e degli autori che mi hanno provocato, educato e/o formato in ambito teologico e spirituale. Non tutti questi libri gli ho letti interamente (la maggior parte sì), ma questi autori sono una selezione che ho individuato se dovessi rispondere alla domanda: «se io volessi confrontarmi con “sapienti”, scrittori e teologi che mi aprano orizzonti di pensiero e riflessione potenti e stimolanti, chi mi indicheresti?»

Di ogni testo o autore potrei scrivere o parlare a lungo (per Etty Hillesum, Raimon Panikkar, Jacques Dupuis nel blog si trova qualcosa), ma preferisco lasciare anche alla curiosità vostra l’eventuale accesso a qualcuna di queste opere. Ovviamente ogni credente o “pensante” ha una sua biblioteca-bibliografia-mappa su questo tema, questa è la mia.

Mappa Connessioni Atee 2020

«L’ho visto! È risuscitato»

«L’ho visto! È risuscitato»

Eravamo sul punto di separarci quando Caifa mi strinse familiarmente un braccio per segnalarmi un assembramento che si stava formando all’angolo della piazza.
Montata su un asino, avanzava una donna, una donna matura, molto bella. […] Il suo sguardo sereno sembrava vedere cose che gli altri ignorano.
Caifa sussurò il suo nome: «Maria di Magdala».

Lo scoprivo non senza meraviglia. C’era qualcosa di nobile nell’eleganza di una pettinatura semplicissima: i folti capelli neri erano semplicemente portati in avanti e spiovevano sulla spalla sinistra. Eretta sul suo asino, incarnava la maestà sovrana.

Caifa interferì nella mia contemplazione. Mi spiegò che era solo una prostituta dei quartieri settentrionali.

Le donne le correvano incontro come attratte dalla forza che emanava.

«L’ho visto! L’ho visto! È risuscitato».

La donna bruna pronunciava queste parole con voce calda e profonda, segnata dalla stessa sensualità dei suoi occhi bistrati e delle sue lunghe ciglia cariche di stupore. Scese dall’asino, abbracciò le compagne.

«Rallegratevi. È risuscitato. Dov’è sua madre? Voglio dirglielo».

Tra la gente attorno a lei si aprì un varco.

Da una casupola di argilla e sassi, uscì una contadina. Il suo volto invecchiato denunciava le angustie di una vita di lavoro, le fatiche di un’esistenza difficile e il gonfiore impresso da un recente tormento. Allargò tuttavia le braccia e porse le sue mani sciupate e nodose a Maria di Magdala. Quella vecchia madre che aveva appena perso uno dei suoi figli in un supplizio umiliante trovava ancora la forza di spalancare le braccia a chi veniva in visita da lei.

Ma la prostituta si gettò ai suoi piedi.

«Maria, tuo figlio vive! Non l’ho riconosciuto subito. La voce, gli occhi mi erano familiari. Ma aveva un cappuccio. Tutto ciò che lo sconosciuto andava dicendomi mi colpiva dritto al cuore, e così mi sono avvicinata. Allora l’ho riconosciuto. Mi ha abbracciata e mi ha detto: “Và, annuncia la buona notizia al mondo intero. Jeshua è morto per tutti voi, e per tutti voi è risuscitato”. Tuo figlio vive, Maria! È vivo!».

La donna anziana non si muoveva più. Ascoltava in silenzio le parole della Maddalena. Invece di sentirsene consolata, sembrava abbattuta, gravata di qualche nuovo peso. Pensai che stesse per cadere.

Poi due lacrime, lentamente, presero forma sotto le sue palpebre arrossate. Alla fine, era il dolore che scattava, che doveva trovare sfogo. Ma i singhiozzi non si fecero sentire. La luce che aveva negli occhi cambiò, ritornò alla vita, e adesso, su quella vecchia maschera di pelle raggrinzita, brillava il suo magnifico, luminoso, il suo grande e limpido amore per il figlio, radioso come un’alba sul mare.

Éric-Emmanuel Schmitt, Il vangelo secondo Pilato, San Paolo Editore, Milano 2002. Pagg. 170 – 172.

***

Una lettura laica della Pasqua potrebbe essere questa: la forza della vita che supera i nostri limiti, le nostre fragilità, la nostra tristezza e ogni disperazione (mancanza di speranza).

Una gioia che irrompe, una conoscenza che cambia la luce negli occhi.

Che ognuno trovi la sua Pasqua, la sua risurrezione. Auguri! Francesco

Incontro del Risorto con Maria di Magdala | Rupnik |
centroaletti.com

Il Buco

IL BUCO

>>spoiler alert<<

Tollero sempre meno le rappresentazioni. O mi annoiano o mi innervosiscono. Quelle più retoriche, didascaliche e/o pseudo-filosofiche/morali ancor più.

Uno studente mi ha consigliato di vedere il film “Il Buco” (El Hoyo – The platform) uscito da pochi giorni su una nota piattaforma di distribuzione di film in streaming.

Eccola lì la macchina perfetta, il meccanismo costruito e rodato impeccabilmente, il matrimonio di convenienza più stabile della storia, il legame tra consumismo e industria dell’intrattenimento a dirci che facciamo schifo, siamo egoisti e ci estingueremo per la rapacità reciproca.

Il massimo del dileggio culturale e personale (che comunque in non poche fasi il regista si permette, talvolta in modo gratuito e brutale, di rivolgere allo spettatore) potrebbe prevedere le seguenti fasi: andare a vedere questo film in uno dei soliti multisala di prima periferia, dopo averlo visto andare a mangiare (eh si, cosa non scatena la fame e cosa non rappresenta il cibo…) in uno dei soliti fast-food per poi concludere il pomeriggio o la giornata passeggiando per le “gallerie” del solito mega centro commerciale che è li di fronte, guardando vetrine di negozi, ripetendoci che si, facciamo schifo, siamo egoisti, che se chi si trova nell’abbondanza non si accaparrasse di più dei propri bisogni ce ne sarebbe per tutti.

Come se non fosse questo matrimonio il più rapace e affamato sistema di fagocitazione sociale… ma non è mia intenzione soffermarmi sulla dimensione politica ed economica che il film tenta di criticare o rappresentare.

Ma andiamo con un po’ di ordine, anche se queste riflessioni non vogliono essere una sistematica recensione, quanto piuttosto un flusso di considerazioni nate dalla visione del film.

Genere: distopico. Rappresentazione di una realtà possibile (futura?) in un contesto e in un tempo non identificabile, dove alcuni elementi della realtà si evolvono in una dimensione spesso degenerata dell’umanità e della società.

Non disdegno questo genere, spesso lo utilizzo per riflettere su ciò che siamo e che potremmo diventare.

Ne “Il Buco” siamo in un “centro di solidarietà verticale autogestita”, non sappiamo se sia un carcere o struttura di rieducazione o luogo di un esperimento sociale più o meno volontariamente ricercato (una specie di reality show poco più osceno e sanguinario di quelli già in voga nelle nostre TV?).

In ogni piano due persone e una piattaforma con del cibo che parte dai piani alti e scende fino alle camere più in basso… Non dico altro, sul film, per ora.

Dico però questo: non lasciamoci prendere per il culo da questi prodotti di intrattenimento.

Non è così, non siamo così!

E allora mi e vi chiedo: a cosa servono queste rappresentazioni?

Se venisse rappresenta quella moltitudine di umanità che ha scelto, accetta e coltiva la sua “razione”, per il bene di un altro o altra o della società intera, interesserebbe a qualcuno? Tra l’altro riflettevo sul termine razione in assonanza con ragione/ razionale che ne “Il buco” sembra sfumare e degradare nell’animale o nell’emotivo – cfr. l’unico libro presente che è il Don Chiscotte.

Sul tema della solidarietà autogestita pensate a quanto in fondo sia già attuata e concretamente attiva. Quanto limitata e ininfluente è oggi la politica e quanto colmi le sue lacune la cosiddetta società civile, una solidarietà pervasiva e spesso autogestita e informale.

La si trova soprattutto nelle periferie, nei quartieri, nei palazzi, nelle associazioni, spesso anche nelle scuole.

Insomma una riflessione sulla natura (?!?) umana ci può stare, una rappresentazione del suo cinismo pure, il tentativo di salvare almeno un messaggio positivo (la panna cotta/la bambina) nel marasma di aberrazione tenta una sua eloquenza, la forza dell’ambientazione minimale che ne fa quasi un’opera teatrale, il tema del sopra e del sotto che in questi tempi si sta riproponendo spesso (cfr. Parasite, Stranger Things, Arietty) anche.

Non mi soffermo sulla marea di citazioni simboliche di cui è intriso il film:

-cibo/carne => Gesù/eucarestia (cfr. la citazione dalla preghiera eucaristica di Gesù dal Vangelo di Giovanni da parte della “martire” ex collaborazionista inconsapevole…);

-333 livelli => mezzo inferno? (666/2);

-Don Chiscotte => l’unico che porta un libro salva tutti: è la lettura/letteratura la immaginazione/fantasia che ci salveranno?

-Il tema della fede. “Credi in Dio? Questo mese no!”

-Complicità. Coscienza. Colpa. Il fatto di sapere o meno cosa avveniva dentro al centro verticale da parte della reclutatrice dell’amministrazione => cfr “La Banalità del male” (Hannah Arendt1) dei collaborazionisti…

-Il tema del sacrificio redentore del finale…

In fondo però “Il buco” è un film sulla fiducia (o mancanza di questa).

Il protagonista crede che esista davvero il figlio della donna assassina che sale e scende sulla piattaforma. E questo lo spinge a cercare un’uscita e una “salvezza”.

I due protagonisti della parte finale, ai limiti della o nella follia, intraprendono una scelta di fiducia reciproca. Il “saggio” che spiega l’importanza del messaggio (la panna cotta) dà ai due “redentori” una lettura del loro percorso, e loro vi credono. Il protagonista ha iniziato il suo percorso verso l’abisso e l’aberrazione perché non ha avuto fiducia nel suo primo compagno di stanza che gli aveva prospettato un’alternativa che, per quanto terribile e disgustosa, era non meno drammatica e ripugnante di quanto poi lui si sia trovato costretto a praticare.

Film duro, che lascia il segno, e questo fiume di parole e riflessioni ne sono l’emblema.

Ma non occorre guardarlo, anzi, fatene a meno, soprattutto in questi giorni.

Non siamo così, non abbiamo bisogno di nessuno che ci dica solo la violenza, la sopraffazione, l’ingordigia di cui siamo capaci e che talvolta ci rende schifezza.

Siamo chiusi in casa, per il bene di tutti. È già tanto. Siamo bravi, siamo solidali2, accettiamo le regole, i decreti, per lo più pazientemente e correttamente.

Rappresentanti, rappresentatori dell’immaginario umano, se siete davvero bravi, rappresentate la realtà.

Francesco Maule

3 aprile 2020

Per approfondire o leggere/ascoltare altre voci e riflessioni (tra le molte che si trovano in rete) segnalo:

https://www.cinematographe.it/rubriche-cinema/focus/il-buco-film-spiegazione-finale/

“Il Buco”, il cinema tra Disuguaglianza, Cooperazione e Animalità – DuFer e Boldrin:

https://www.youtube.com/watch?v=1deSClwz2l4

http://www.cineforum.it/recensione/Il-buco

1 Nel suo resoconto del processo ad Eichmann per il New Yorker (che divenne poi il libro La banalità del male – Eichmann a Gerusalemme, 1963) Arendt ha sollevato la questione che il male possa non essere radicale: anzi è proprio l’assenza di radici, di memoria, del non ritornare sui propri pensieri e sulle proprie azioni mediante un dialogo con se stessi (dialogo che Arendt definisce due in uno e da cui secondo lei scaturisce e si giustifica l’azione morale) che personaggi spesso banali si trasformino in autentici agenti del male. È questa stessa banalità a rendere, com’è accaduto nella Germania nazista, un popolo acquiescente quando non complice con i più terribili misfatti della storia ed a far sentire l’individuo non responsabile dei propri crimini, senza il benché minimo senso critico. Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Hannah_Arendt

Per approfondire: https://thevision.com/cultura/hannah-arendt-banalita-male/

quando i poeti ci curano

In questi giorni di sovraccarichi informativi (e informatici, dato che anche alcune funzioni dei registri elettronici delle scuole non funzionano…) ho raccolto alcuni testi di poeti e scrittori che amo (Franco Arminio e Mariangela Gualtieri) e che ho conosciuto in questi giorni proprio per ciò che hanno scritto (Gio Evan).

“Quando i poeti ci curano” vuole essere un tributo e una segnalazione di quanto la poesia possa esprimere adesioni alla realtà particolarmente acute e vitali. E’ in qualche modo l’espressione in parole della cura necessaria che ricerchiamo e che dobbiamo trovare in “territori” (interiori) nuovi e forse ancora per lo più inesplorati. Buon viaggio, buona lettura! Prof. Maule

Franco Arminio – DECALOGO CONTRO LA PAURA.

fonte: https://casadellapaesologia.org

1. Le passioni, quelle intime e quelle civili, aumentano le difese immunitarie. Essere entusiasti per qualcuno o per qualcosa ci difende da molte malattie.

2. Leggere un libro piuttosto che andare al centro commerciale.

3. Fare l’amore piuttosto che andare in pizzeria.

4. Camminare in campagna o in paesi quasi vuoti.

5. Capire che noi siamo immersi nell’universo e che non potremmo vivere senza le piante mentre le piante resterebbero al mondo anche senza di noi. Stare un poco di tempo lontani dai luoghi affollati può essere un’occasione per ritrovare un rapporto con la natura, a partire da quella che è in noi.

6. Viaggiare nei dintorni. Il turismo è una peste molto più grande del coronavirus. È assurdo inquinare il pianeta coi voli aerei solo per il fatto che non sappiamo più stare fermi.

7. Sapere che la vita commerciale non è l’unica vita possibile, esiste anche la vita lirica. La crisi economica è grave, ma assai meno della crisi teologica: perdere un’azienda è meno grave che perdere il senso del sacro.

8. La vita è pericolosa, sarà sempre pericolosa, ognuno di noi può morire per un motivo qualsiasi nei prossimi dieci minuti, non esiste nessuna possibilità di non morire.

9. Lavarsi le mani molto spesso, informarsi ma senza esagerare. Sapere che abbiamo anche una brama di paura e subito si trova qualcuno che ce la vende. La nostra vocazione al consumo ora ci rende consumatori di paura. C’è il rischio che il panico diventi una forma di intrattenimento.

10. Stare zitti ogni tanto, guardare più che parlare. Sapere che la cura prima che dalla medicina viene dalla forma che diamo alla nostra vita. Per sfuggire ala dittatura dell’epoca e ai suoi mali bisogna essere attenti, rapidi e leggeri, esatti e plurali.

GIO EVAN

Fonte: gioevanofficial/

[…]

Questo virus non ci sta uccidendo,
ci sta insegnando che non dobbiamo lasciarci soli,
che se togli il tocco
resta lo sguardo
che se togli l’approccio
resta il pensiero,
che non c’è matematica al mondo
che possa vivere di sola sottrazione,
per quanto la vita a volte usi espressioni difficili
noi, possiamo sommare meraviglia
e moltiplicarla per chi
continuamente divide

finirà presto, come finiscono
tutte le cose senza cuore
come fanno i tornadi
le onde arrabbiate dei mari giganti
i terremoti, le tempeste,
vengono devastano e se ne vanno,
e non c’è da inaridirsi
né da annaffiarci di collera spietata,
è la loro natura, venire distruggere e andare
è la loro natura,
la nostra natura invece
è quella di restare
e a chi resta
resta il compito di costruire

e come abbiamo costruito un’Arca
per salvare la vita ai tempi delle immense piogge
oggi siamo chiamati a difendere le nostre piogge interiori
a non lasciarci affogare dall’indifferenza
dall’odio, il razzismo, la paura
a costruire la nostra Arca dentro
per mettere in salvo la generosità,
l’accoglienza, il senso di pace, il servizio, l’umiltà

questo virus non ci sta uccidendo,
ci sta ricordando che siamo fragili
che non dobbiamo dare per scontato questo corpo
che non si scherza con la terra
che non si prende in giro il cielo
e che c’è sempre un’occasione
per restare amorevoli

non posso toccarti, dicono,
ma senti,
senti come ti abbracciano forte
i miei occhi.

MARIANGELA GUALTIERI

fonte: https://www.doppiozero.com

Nove marzo duemilaventi

Questo ti voglio dire
ci dovevamo fermare.
Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti
ch’era troppo furioso
il nostro fare. Stare dentro le cose.
Tutti fuori di noi.
Agitare ogni ora – farla fruttare.

Ci dovevamo fermare
e non ci riuscivamo.
Andava fatto insieme.
Rallentare la corsa.
Ma non ci riuscivamo.
Non c’era sforzo umano
che ci potesse bloccare.

E poiché questo
era desiderio tacito comune
come un inconscio volere –
forse la specie nostra ha ubbidito
slacciato le catene che tengono blindato
il nostro seme. Aperto
le fessure più segrete
e fatto entrare.
Forse per questo dopo c’è stato un salto
di specie – dal pipistrello a noi.
Qualcosa in noi ha voluto spalancare.
Forse, non so.

Adesso siamo a casa.

È portentoso quello che succede.
E c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano.
Forse ci sono doni.
Pepite d’oro per noi. Se ci aiutiamo.
C’è un molto forte richiamo
della specie ora e come specie adesso
deve pensarsi ognuno. Un comune destino
ci tiene qui. Lo sapevamo. Ma non troppo bene.
O tutti quanti o nessuno.

È potente la terra. Viva per davvero.
Io la sento pensante d’un pensiero
che noi non conosciamo.
E quello che succede? Consideriamo
se non sia lei che muove.
Se la legge che tiene ben guidato
l’universo intero, se quanto accade mi chiedo
non sia piena espressione di quella legge
che governa anche noi – proprio come
ogni stella – ogni particella di cosmo.

Se la materia oscura fosse questo
tenersi insieme di tutto in un ardore
di vita, con la spazzina morte che viene
a equilibrare ogni specie.
Tenerla dentro la misura sua, al posto suo,
guidata. Non siamo noi
che abbiamo fatto il cielo.

Una voce imponente, senza parola
ci dice ora di stare a casa, come bambini
che l’hanno fatta grossa, senza sapere cosa,
e non avranno baci, non saranno abbracciati.
Ognuno dentro una frenata
che ci riporta indietro, forse nelle lentezze
delle antiche antenate, delle madri.

Guardare di più il cielo,
tingere d’ocra un morto. Fare per la prima volta
il pane. Guardare bene una faccia. Cantare
piano piano perché un bambino dorma. Per la prima volta
stringere con la mano un’altra mano
sentire forte l’intesa. Che siamo insieme.
Un organismo solo. Tutta la specie
la portiamo in noi. Dentro noi la salviamo.

A quella stretta
di un palmo col palmo di qualcuno
a quel semplice atto che ci è interdetto ora –
noi torneremo con una comprensione dilatata.
Saremo qui, più attenti credo. Più delicata
la nostra mano starà dentro il fare della vita.
Adesso lo sappiamo quanto è triste
stare lontani un metro.

10 marzo 2020

Dell’aggiornare un blog, del comunicare, del vagare, del vivere…

Dell’avere un blog, del come essere presenti nel web e nei social media, di come aggiornare i propri contenuti, delle cose che si hanno da dire e di cosa si vuole condividere.

Sono domande che prima o poi emergono e si pone colui, come il sottoscritto, in modo più o meno consapevole, ha iniziato qualche tipo di attività legata all’informazione o alla cultura o all’arte nel web. Nel mio caso il blog “elbagolo”.

Soprattutto quando passano le settimane, a volte anche i mesi, e non si riesce a trovare nulla di significativo da dire o da condividere. Nel mio caso in questi due mesi ho scritto molto, letto molto, ascoltato molte cose interessanti, riflettuto e studiato su varie tematiche, ma nulla ha trovato quella declinazione che mi avesse fatto desiderare di pubblicarla e condividerla. Anche se il mio blog ha un numero molto molto ristretto di “followers” che, cosa che non ho mai fatto, ringrazio per la fiducia e fedeltà, è necessario tenere conto che ogni cosa messa in rete ha un potenziale ipoteticamente infinito e indefinito. Io poi, poco umilmente, ho tentato di puntare più sulla qualità (oseri dire sulla significatività) che sulla quantità, ma oggi siamo letteralemente invasi e, lo riconosco, anche di contributi di alta qualità. A volte diventa quindi difficile “postare”, e oggi voglio ammetterlo. Io continuo per la mia strada, una strada secondaria, poco frequentata, silenziosa, che muta spesso contesto, senza una connotazione definita e definitiva, che induca alla riflessione e contemplazione più che alla soluzione e definizione. Questo blog è una parte di me, certamente parziale, che non rinnego, che a volte trascuro e su cui a volte invece ho investito parecchie energie. Mi piace, ne sono fiero e oggi mi ritrovo a riconoscere che quello che posso dire è solo questo.

Forse è arrivato il tempo anche di cambiare qualcosa (in fondo “elbagolo” nel 2020 compie i suoi dignitosi e onesti 10 anni) e qualche idea mi sta frullando in testa, per cui non aggiungo altro, oggi va così, grazie a chi mi legge e segue,

stay tuned!

Francesco Maule

febbraio 2020

Natale, oggi…

Desidero comporre questo post natalizio di alcuni dei tanti contributi che mi sono giunti in questi giorni. Il filo è il valore della vita che il Natale dovrebbe esprimere sempre.

Una mia studentessa ha espresso bene questo pensiero con un suo scritto che condivido.

La vita, un dono.

A detta da molti la vita è un dono, un dono speciale, quello che molti non sanno però è il suo valore.

Ognuno è libero di scegliere se mettere il proprio regalo in uno dei tanti scaffali a prender la polvere o decidere di prenderlo in mano e portarlo non sé scoprendolo e arricchendolo con le proprie esperienze giorno per giorno senza pentirsene in futuro. Non c’è una linea guida su come utilizzare ciò, non c’è giusto o sbagliato, so solo che, quel piccolo grande dono, se portato con sé, alla fine del proprio percorso, quando lo si andrà a mettere in uno dei tanti scaffali, non apparirà un oggetto insignificante, ma pieno di valore; potrà aver preso botte, essersi rotto in mille pezzi e aggiustato altrettante volte, ma apparire comunque enorme.

Ci sono 7 miliardi di doni nel mondo, o poco più, ma solo uno tra tanti darà un piccolo frammento del proprio essere ad un suo simile. Questa è per me la felicità: qualcuno in grado di entrare a far parte della vita di una persona, cambiandone la forma e rendendola migliore.

Quel dono alla fine troverà spazio su quello scaffale, accanto all’altra figura che ha reso la sua vita divertente, bella e unica grazie al suo frammento.

Giorgia

Aggiungo ancora una riflessione di Adriano Sella (Natale: il Dio con noi con il volto di madre terra) incorniciata da due canzoni, una di Enrico Galiano (E se Gesù nascesse oggi), provocatoria e severa verso un Natale troppo mieloso e consumista che rischia di dimenticare la figura di Gesù, l’altra una classica “Astro del ciel” arrangiata del collega Biagio cantata dalla voce della moglie Anna. Buon Natale del cuore a tutti e buona vita! F. M.

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