Autore: francescomaule

giornata contro la violenza sulle donne

Non sono un grande fan delle “giornate”, ma non evito le opportunità di discussione o di risonanza mediatica che talvolta queste favoriscono e fanno emergere. Per la giornata odierna, contro la violenza sulle donne, recupero e rilancio questa riflessione quanto mai necessaria che lessi alcuni anni fa e che ora ripropongo riassunta e adattata da me. Nella seconda parte riporto alcuni contruibuti e link per una ulteriore analisi e approfondimento della questione. F.M.

“La violenza contro le donne riguarda innanzitutto gli uomini” di S.Ciccone

di Maschile Plurale · 12/10/2006

La violenza contro le donne non è riducibile alla devianza di maniaci o marginali contro i quali alimentare risposte emergenziali che, paradossalmente, alimentino politiche securitarie. Non c’è un nemico oscuro nascosto nelle nostre strade da espellere: il male è nelle nostre case, nelle nostre famiglie, nelle relazioni e nell’immaginario sessuale che abbiamo costruito. La violenza contro le donne, inoltre, è solo marginalmente rinviabile ad arretratezza culturale né è retaggio di un passato premoderno: riguarda tutte le latitudini del nostro paese, la provincia come le grandi città, tutte le classi sociali e i livelli di istruzione. Interroga direttamente la nostra “normalità” e il nostro presente.
E’ anche fuorviante interpretare questa violenza come frutto di un “disordine”.

Le violenze maschili contro le donne dicono molte cose sulla nostra società e le relazioni che viviamo.

La violenza è questione che riguarda innanzitutto gli uomini. Già perché sono uomini quelli che stuprano, picchiano, umiliano, fino a volte ad uccidere. Uomini come noi, simili a me.
Ed è necessario che nel maschile si apra una riflessione, ma anche un conflitto.

Non dobbiamo misurarci tanto con una debolezza femminile a cui fornire (paternalisticamente) tutele (tutele delle donne dalla violenza, tutela della loro presenza nello spazio pubblico tramite quote di garanzia) quanto con un universo maschile generatore di questa violenza. 

Ciò su cui dobbiamo riflettere, e produrre pratiche capaci di cambiare comportamenti, modi di pensare se stessi e il mondo, è la costruzione della nostra identità di uomini. Guardare dentro questo universo e dentro di noi ci porta a indagare quali siano i fili sotterranei che legano le storie, i desideri, le fantasie, i bisogni di ognuno di noi, nella nostra “normalità” con questa tensione alla violenza. La violenza estrema dell’uccisione rischia di farci dimenticare le tante facce di quell’universo che ha a che fare con lo stupro, con il consumo del corpo femminile, con la sessualità ridotta a sfogo separato dalle relazioni, con l’imposizione del corpo maschile e con le categorie misere della potenza, della prestazione e della virilità incapaci di riconoscere la soggettività femminile. Quante violenze, quanti abusi nascono dalla rimozione del desiderio e del piacere femminili schiacciati in una presunta complementarietà con le forme che il maschile ha assunto?

Cosa dice tutto questo? Non parla soltanto di una violenza insensata ma racconta di un universo più complesso, un deserto nelle relazioni, una rappresentazione del corpo e del desiderio maschile schiacciati nella categoria dei bassi istinti da imporre con la violenza o con il denaro, di una sessualità maschile ridotta alla sua rappresentazione rattrappita della virilità e scissa dalle relazioni. Svelare questa miseria non vuole proporre un vittimismo ma individuare una chiave di lettura della violenza e una prospettiva che faccia della reinvenzione della sessualità maschile la leva per sradicarla e al tempo stesso per aprire nuove opportunità di vita per noi uomini. […]
I gruppi di uomini che hanno avviato una critica politica, educativa ed esistenziale della maschilità scelgono questa rottura con il patriarcato non solo o non tanto per un obbligo etico, quanto come opportunità di liberazione.
Se infatti la tensione del maschile ad affermare il proprio controllo fisico, tecnologico, normativo, sul corpo della donna deriva anche da un conflitto ingaggiato per contrastare il primato femminile nella procreazione, e dalla necessità di costruire un nesso visibile del maschile con la genealogia (fino a fondarla sul nome del padre) il riconoscimento di questo limite può essere l’occasione per fare un’esperienza dell’essere uomini nuova, che fondi nella relazione la costruzione del proprio posto nel mondo.
Il rapporto apparentemente necessario col potere nell’essere uomini non è solo all’origine della violenza contro le donne ma anche della desertificazione delle relazioni tra uomini, della loro fondazione sul silenzio, sulla tacita condivisione di un obiettivo esterno (o di un nemico esterno) che supplisca a quell’impossibile intimità tra corpi potenzialmente invasivi e anestetizzati nella loro capacità di sentire e tra soggetti costretti a misurare nella competizione per il potere la propria identità.
La ricerca delle radici della violenza ci ha portati a indagare la costruzione della maschilità, le domande che hanno attraversato la nostra storia, le costrizioni che hanno limitato le nostre vite.

E abbiamo scoperto la libertà femminile e questa ha trasformato il mondo e noi stessi. Le relazioni tra i sessi e il conflitto che segna questa irriducibile differenza sono oggi un terreno su cui si misura la capacità della politica di essere luogo di trasformazione e liberazione e non complice di nuove forme di dominio e gerarchia. […]
E’ possibile dunque costruire una politica di trasformazione che non si misuri con una critica dei modelli di mascolinità?
La necessità di aprire una riflessione critica sul maschile e di agire un conflitto esplicito nel maschile sono insomma questione centrale per l’educazione e la cultura.

Chiedere che questo conflitto che cerchiamo di agire con il maschile diventi politica non è fuga dalla fatica individuale di scavare nelle nostre contraddizioni individuali ma rifiuto di relegarla a questione privata. E’ anche desiderio che, divenendo pubblica e socialmente visibile possa rompere la solitudine con cui molti uomini vivono la propria difficoltà a condividere con altri il proprio singolare differire rispetto a un modello di mascolinità oppressivo.

Riduzione a adattamento a cura di: Francesco Maule (25 novembre 2019)

 

Dizionario della violenza

Piccola introduzione
Nessuna violenza trova giustificazione. La nostra cultura ci ha a abituato a riconoscere e condannare alcuni tipi di violenza, mentre tendiamo a perdonare altri tipi di sopraffazione, che pur mettono la donna in un grave e, a volte, continuato stato di malessere la donna che li subisce. Per imparare a difendersi è importante capire DA COSA ci stiamo difendendo.

Violenza psicologica
La violenza psicologica si manifesta in forma indiretta, ad esempio mediante comportamenti, come non ascoltare, fraintendere volutamente, minacciare lesioni o vendetta, disprezzare la partner, trattarla come una domestica, intimorirla, colpevolizzarla, offenderla, controllarla e/o isolarla.

Comportamento persecutorio (stalking)
Comportamento persecutorio messo spesso in atto quando la donna cerca di allontanarsi da una relazione violenta. Il maltrattatore perseguita l’ex-partner seguendola negli spostamenti, aspettandola sotto casa, al lavoro, telefonandole continuamente a casa, in ufficio, sul telefonino. Gli effetti possono essere devastanti: viene minato il senso dell’autonomia e dell’indipendenza della donna facendola sentire “in trappola”; molte donne riportano anche disturbi del sonno, difficoltà a concentrarsi fino ad arrivare, nei casi più estremi, a depressioni.

Violenza economica
La violenza economica è caratterizzata dal legame o dalla dipendenza economica dalla persona che la esercita; per esempio vietando alla donna di svolgere un lavoro o un percorso formativo, sfruttando la donna come forza lavoro, ricoprendola di debiti, limitando o privando la donna del denaro per le spese domestiche, se non lavora, non rendendola partecipe al reddito familiare, o non corrispondendo gli alimenti dopo la separazione.

Violenza fisica
La violenza fisica si esprime in un’aggressione diretta contro una persona, ad esempio mediante spintoni, tirate di capelli, schiaffi, pugni, ferite con un coltello, fino all’uccisione in casi estremi.

Violenza sessuale
La violenza sessuale definisce ogni atto sessuale attivo o passivo, imposto alla vittima mediante violenza fisica, minacce o abuso di autorità.

Violenza assistita
E’ quella violenza fisica, psicologica, sessuale, economica compiuta sulle figure di riferimento di un/una minore e/o su altre figure significative – adulte o minori. Di questa violenza il/la minore può fare esperienza direttamente (quando viene vista e sentita) o indirettamente (quando è a conoscenza della violenza) e/o percependone gli effetti. Vivere in continua situazione di stress, tensione ed ansia, assistere regolarmente alla violenza esercitata da uno dei due genitori contro l’altro, produce conseguenze negative di varia natura. Per un bambino essere testimone della violenza subita dalla madre è un’esperienza devastante. I minori che assistono alla violenza sono bambini traumatizzati, che spesso manifestano il proprio disagio con reazioni e comportamenti difficili da comprendere per chi vive loro accanto (parenti, amici, insegnanti, ecc.). Questi bambini corrono il rischio di diventare adulti in difficoltà a trovare un proprio equilibrio ed a costruire relazioni sane.

Altri link utili:

https://nonunadimeno.wordpress.com/

Donne e teologia: consiglio l’ascolto in podcast delle puntate della trasmissione radio “Uomini e profeti”:

Uomini e Profeti_1 “Donne e teologia. La sfida del femminismo”

Uomini e Profeti_2 “Donne e teologia. La sfida del femminimo”

Pregiudizi: sempre su “Uomini e Profeti” le 4 puntate curate da Davide Assael “Il ritorno del pregiudizio”.

 

la didattica dell’inquisitore

*

Nel segnale della mano sul volto

eri alle vele nella nostalgia

quando demolivo i ricordi.

Il giorno del pugnale sul foglio

mentre l’albero dava lezione al nulla

continuano a costruire

cementi che chiamo asfalti

asfalti per gomme fossili.

 

Sento ripetere

che così non si può

così non va bene

magro asciutto e gelido

torquemada del terzo millennio

che vede tutto pericoli

paura alata senza nido né méta.

 

Didattica: la verità

il bene e il male

la fine e l’inizio, la morte

ciò che verrà, ciò che saremo.

 

Sapere tutto

senza debolezze

respirare

desistere alle tensioni muscolari

giudice senza difesa

pietoso

lento all’ira

grande nell’amore

avviso di un abbraccio insolubile.

 

Francesco Maule

LOGOS 2.0

LOGOS

*

Oggi

Parola ti sei posta

nei depositi del declino

e hai rubato il cristallo

che definisce la verità.

Ai cantori hai chiesto

il mutismo,

ai silenzi hai implorato

i suoni e le urla.

Alla verità hai imposto

la denudazione,

la vergogna,

l’imbarazzo.

“Verità – le hai sussurrato

all’orecchio – fuggi via con me,

scappa, nasconditi”.

Oggi

Parola ti sei posta

negli altari che

credevamo eterni

e li hai sciolti:

hai detto tutto.

 

Francesco Maule

Febbraio 2019

Il mondo che viene

Ci manca infinitamente la vita, ci scappa via da tutte le parti,

non possiamo bloccarla, ma nella sua ricerca

sta tutto il senso che ce la può rendere preziosa.

Lucilio Santoni

Lucilio Santoni, Il mondo che viene. Partitura libera per cristiani e anarchici. More Nocturne Books, http://www.morenocturne.com/ Roseto degli Abruzzi (TE), 2019.

Ho già scritto di Lucilio Santoni qualche mese fa. (Il link del precedente post è qui). Un mese fa Carmelo Neri, libraio ed editore di Roseto degli Abruzzi, ha voluto donarmi “Il mondo che viene” di Lucilio Santoni, ultima sua fatica editoriale. È un libro che riprende, rimodula e ripresenta, in modo forse più asciutto e altrettanto poetico le tematiche del già descritto “Cristiani e anarchici”, ma con nuovi inserti e scritti inediti di questo intenso pensatore marchigiano. Santoni sottolinea ancora in modo spregiudicato e tensivo come “le uniche culture vive della nostra scena sociale siano quella cristiana evangelica e quella anarchica”.

Di questo nuovo testo sono molte le suggestioni che mi hanno emozionato e riportato in quella dimensione di riflessione contemplativa ma strettamente socio-politica che già Santoni mi aveva mostrato nel suo precedente lavoro.

In particolare aggiungo il tema della “lingua della propria ferita” proposto dalle “comunità senza residenza né carte d’identità”. Scrive Santoni: “Nella comunità delle umanità diverse ci si scortica a vicenda l’anima per trovare una pelle autentica. […] Dispersione, spaccatura, nudità, ben si sposano con l’intimità calda di un amore; essere senza luogo e senza riposo apre alla vertigine delle lontananze: solo tale condizione può partorire una vita consacrata, cioè parlante la lingua della propria ferita. Una vita nella quale fioriscono i contrasti dell’esistenza: bontà e fermezza, serietà e gioia infantile, grandezza e umiltà, teologia e politica, redenzione e emancipazione”. (pag. 22)

Come ho già avuto modo di esprimere, direttamente anche a Carmelo, la mia sintonia con la posizione politico-culturale di Lucilio Santoni è sempre più intensa e forte.

A pagina 37 Santoni scrive: “Io perseguo spazi antagonisti, vite resistenti, materiali incandescenti perché sono affascinato dallo scarto, dal fallimento. […] Chi sono io che perseguo forme di vita devianti eppure tenacemente coraggiose? Qual è il mio sapere nell’età della tecnologia spinta, delle città fagocitanti, dei non luoghi a procedere?”

Libertà, felicità, mancanza, ferita sono alcune delle parole chiave delle sue riflessioni che vanno meditate e assorbite con pazienza e fiducia. Questo breve testo della More Nocturne Books è un ottimo strumento per avvicinarsi a questo autore e per coglierne la delicatezza umana.

L’apice o apoteosi, di cui non è possibile fare nessuna “recensione”, è data dal capitolo “Prima di andare: la carne, l’altrove infinito” (pagg. 55 – 58), capitolo durissimo e sconcertante, dove Santoni partendo da un breve filmato, riesce a posare parole di estrema compassione verso una vicenda di violenza, violazione e aberrante disumanità con una maestria e sensibilità davvero toccanti e commoventi.

È da li, da quella disumanità, che parte la sua ricerca dell’umanità e dell’amore, di quel “mondo che viene” che è anche il nostro.

Francesco Maule

Rispetto ad un altro autore che ci aiuta ad interpretare “il mondo che viene” segnalo e invito a vedere l’intervista dei giorni scorsi su Sky News 24 a Yuval Noah Harari, autore che non mi stanco di invitare a leggere ed ascoltare e che ho già segnalato in miei post precedenti: > connessioni-laiche-2-0/ & connessioni-mistiche_2-0/ <

In quest’intervista (qui il link al sito per eventuale lettura: https://tg24.sky.it/mondo/2019/07/19/yuval-noah-harari-intervista.html) emerge tutta la sua lucidità e presenta in modo sintetico le tematiche che ampiamente approfondisce nel suo ottimo “21 lezioni per il XXI secolo”.

L’intervista integrale di Giuseppe De Bellis a Yuval Harari è visibile qui:

https://video.sky.it/news/mondo/lintervista-integrale-di-giuseppe-de-bellis-a-yuval-harari/v525541.vid

Francesco Maule

Overshoot Day. Quando il Pianeta ha esaurito le risorse

Ogni anno si utilizza questa giornata per riflettere e denunciare sui nostri stili di consumo e utilizzo delle risorse del pianeta terra. Già la parola “consumo” dovrebbe farci riflettere, se non rabbrividire.

Earth Overshoot Day, ovvero il giorno in cui l’umanità ha completamente esaurito le risorse a disposizione per l’intero anno. Per il 2019 è il 29 luglio, tre giorni prima rispetto al 2018, segnando quindi un nuovo record, e quasi due mesi e mezzo dopo rispetto alla sola Italia, che dal 15 maggio ha già consumato tutto.

A dirlo è il Global Footprint Network, un’organizzazione di ricerca internazionale che monitora l’impronta ecologica dell’uomo, segnalando la data in cui il consumo delle risorse che offre la natura eccede ciò che gli ecosistemi della Terra sono in grado di riprodurre per quell’anno. Da questo giorno, gli uomini cominciano a consumare più di quello che il pianeta in grado di riformare, bruciando le risorse per il futuro.

Segnalo due articoli sull’Overshoot Day che si presenta puntuale come campanello d’allarme ogni anno in questo periodo, e sempre prima…

https://www.greenme.it/informarsi/ambiente/earth-overshoot-day-2019-29-luglio/

1 agosto Overshoot Day. Il Pianeta ha esaurito le risorse

Manifestare la realtà #3 -> #6

Manifestare la realtà #3

Epifanizzare il silenzio

renderlo registro acuto del presente

calibrarne dimensioni

allevarlo.

Manifestare quelle regie remote

laddove si siedono i meditanti

con la capricciosa presunzione

che da quell’immobilità

si possa salvare sé stessi.

Manifestare i nascondimenti, le reclusioni, le uscite laterali, le vie di fuga,

gli eremiti, i boati di solitudine

dove si infilano i sensibili.

Ogni attesa sia fisica,

ogni volo un abbraccio.

Qui mi hanno ritrovato, qui starò.

 

Manifestare la realtà #4

Epifanizzare gli errori, i limiti,

ciò che non so

nella sua organica ampiezza

senza fastidio e timore per ciò che so e non sapevo.

Non sapevo nascondermi

non sapevo illudermi

chiedevo solo le informazioni sbagliate.

Compravo cose inutili

spendevo soldi senza criterio,

investivo in bot, accumulavo debiti.

Scioglievo medicine effervescenti

in acqua satura di pfas.

Dormivo, pagavo, cucivo.

Non sapevo mi avresti aspettato

cambiato e diverso

dopo aver attraversato

due di due possibili percorsi

che non pensavo di ritrovare.

Immagino ora che da queste parole inutili e simboliche

possa emergere un personaggio dell’inconscio

che mi riveli un segreto.

 

Manifestare l’attesa #1

(frammenti del “Diario dalla Fortezza Bastiani”)

Non sapevo mi avresti aspettato

così lontani nelle nostre

Fortezze Bastiani

a perderci

a pregare.

Non sapevo avresti aspettato le mie parole, il mio sguardo,

le mie smorfie, la mia presunzione.

Non sapevo avresti aspettato

proprio me.

 

Manifestare l’attesa #2

(frammenti del “Diario dalla Fortezza Bastiani”)

Attendere, per arrivare vicino.

Lì fermarsi, inghiottire tutta l’insoddisfazione, il rimpianto, la nostalgia.

Riconoscere il limite, il confine, la finitudine.

Cucirsela addosso, tatuarsela.

A quei margini, a quelle strutture urlare, opporre il proprio inchiostro, pensare, capire.

Esprimere la mancanza. Offrire.

 

Manifestare la realtà #5

Elenco dei gesti che mi lasciano senza forze:

il lavaggio delle capienze in cui si depositano sporcizie,

che vanno poi asciugate, riposizionate, fissate.

Il riempimento dei serbatoi, delle cisterne, delle bottiglie, delle pentole.

Il disporre l’accesso alla luce, l’accensione delle calorizzazioni, le nutrizioni e le incombenze relative.

L’accesso a quei luoghi in cui la civiltà (o in-ci-viltà) ha riposto tutto il superfluo

rendendolo necessario.

La guida.

Le riunioni, i meeting, i briefing, le associazioni.

La messaggistica istantanea.

Gli aggiornamenti.

I ragionamenti.

Il tenere sollevate le palpebre.

Firmare.

Pagare.

 

Manifestare la realtà #6

(Alcuni spunti per questa epifanizzazione derivano dalla lettura dell’articolo “L’effetto Rashomon” di Natalie Wolchover – Internazionale 1311 – 14/06/2019 pag. 62)

Epifanizzare i movimenti, le variazioni, i cambiamenti.

Ammirare le mutazioni, le evoluzioni, le trasformazioni, eventi piccoli e infinitesimali (piccole molecole di materia) fino alle grandi vicende cosmiche (onde gravitazionali che si riescono ad ascoltare in lunghi corridoi di particelle o le masse risucchiate – chissà dove e chissà quando – dai buchi neri).

Epifanizzare l’inspiegabilità di fenomeni che solo nei numeri – equazioni da cui discende tutto –

rendono apofatica

ogni tensione poetica.

Manifestare il torpore dettato dal calore

la capacità di distanziarsi

pur appassionandosi di ogni creatura e della sua paura.

Manifestare il privilegio

o la benedizione

del riconoscere una realtà che straripa vicende, eventi, situazioni, accadimenti.

Per qualcuno miracoli – per altri leggi fisiche ancora da codificare con algoritmi appropriati.

Manifestare la gioia

nel vedere una mappa

– talvolta frammentaria e stilizzata

che dice elementi di vita nascosta, in penombra,

in cui rintracciare un percorso o delle indicazioni

su cui ritornare e che, dopo una sedimentazione

prendono forma e concretezza

anche se artistica o poetica.

Indicazioni di amanti

sulla loro pelle sudata.

Non ogni attesa è sensata, non tutti aspettano.

La realtà che incanta.

 

Francesco Maule

                                                    Febbraio – luglio 2019

solidarietà ad Asmae Dachan

Ho avuto l’onore e il privilegio di conoscere Asmae Dachan lo scorso anno grazie alla sua partecipazione ad un incontro con un’associazione con cui collaboro.

E’ stata nostra ospite a cena e ho potuto ascoltarla più volte in vari incontri. Ho letto il suo magnifico e doloroso libro “Il silenzio del mare” dove lei si esprime al meglio sia come scrittrice, dimostrando una  conoscenza e utilizzo della lingua italiana sopraffini e letterariamente notevoli, sia come attivista e conoscitrice delle fatiche umane e sociali sia del paese d’origine della sua famiglia, la Siria, che dell’Italia, dove è cresciuta.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha deciso di conferirle un’oreficienza (Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica) il 2 giugno scorsi. Una leader politica ha pretestuosamente criticato questa scelta e questo riconoscimento.

Desidero esprimere tutta la mia solidarietà ad Asmae, in nome dell’amicizia che ci lega e della fiducia nel suo rigoroso e infaticabile lavoro di tessitrice del dialogo e della conoscenza, della denuncia di tragedie umanitarie cui tendiamo sempre più a sottrarci, della sua capacità poetica e intrisa di umanità di raccontare ed esprimere la vita.

Francesco Maule

Articolo Avvenire.it

Il futuro che vogliamo – forum di Limena

Ho sottoscritto e ora propongo una mia sintesi del documento del Forum di Limena. Rimando al loro sito per approfondimenti e per la lettura del documento integrale su cui consiglio di soffermarsi per una valutazione dell’attuale scenario socio-politico. F.M.

Il documento di Limena

Il futuro che vogliamo

È terribilmente facile ritornare barbari (Paul Ricoeur)

Le cattive idee hanno spesso un potere tremendo (Amartya Sen)

Un punto di svolta

Vi sono stati periodi nella storia recente in cui un mondo migliore è sembrato possibile. Oggi guardiamo al domani con diffidenza e paura. Per riprendere in mano il nostro futuro vorremmo porre inizialmente cinque questioni fondamentali. La prima riguardante il futuro della democrazia, perché non siamo più certi di poter escludere rischi di involuzione autoritaria. Il secondo tema tocca il diffondersi di un orientamento preoccupante, che ci vede giorno dopo giorno impegnati a costruire muri piuttosto che a gettare ponti. Vi è poi l’affermarsi di identità che si chiudono, riproducendo quel nazionalismo che l’Europa ha conosciuto fin troppo bene nella prima metà del Novecento. Non siamo più così sicuri che quel passato non possa ritornare. I regimi autoritari spesso nascono e si irrobustiscono attraverso l’individuazione di un nemico, facendo credere ai cittadini che i loro problemi dipendano da un colpevole esterno; se questo non c’è lo si inventa. Ma quello che, come cristiani, più ci colpisce e ci amareggia è la progressiva perdita del sentimento di compassione, quell’identificazione nel dolore dell’altro che è alla radice della nostra umanità e senza il quale non possiamo veramente vivere.

Una Chiesa capace di imparare dalla storia

Di queste cose, come cristiani e come cittadini, vorremmo parlare, perché sentiamo profondamente le responsabilità imposte dal momento in cui ci troviamo. Siamo colpiti dal fatto che nelle comunità cristiane si parli troppo poco dei segni che accompagnano questi tempi. […] C’è bisogno allora di dar vita a spazi in cui educarci reciprocamente a pensare il nostro tempo alla luce del Vangelo.

Risposte pericolose a una inquietudine giustificata

La radicalizzazione del conflitto politico e sociale attualmente in atto non è senza ragioni. Gli aspetti negativi della globalizzazione sono stati sottovalutati. La gente ha subito le conseguenze di processi oscuri, come la finanziarizzazione dell’economia e la crescita incontrollata di poteri economici sovranazionali, su cui non esercita alcun controllo. Non si accetta la fatica di costruire un sistema di rappresentanza adeguato a una società complessa, ma si afferma l’idea che sia possibile saltare ogni mediazione, appellandosi direttamente e personalmente al popolo, svilendo parlamenti, autorità di garanzia, e organismi di rappresentanza. […] A nostro avviso la politica deve ridiventare invece il modo normale con cui una società tenta di dare responsabilmente forma al proprio futuro e il potere va ricondotto al servizio del bene comune.

Una visione del futuro

Ciò premesso, riteniamo importante essere instancabili nel proporre e sostenere interventi e azioni che partano da una visione del futuro diversa da quella oggi prevalente. Per questo intendiamo sottolineare alcuni temi rispetto ai quali sentiamo urgente indicare una prospettiva.

  • Ambiente e salvaguardia del creato. Va perseguita la logica di uno sviluppo realmente sostenibile.

  • Eguaglianza. Va favorita una più equa distribuzione del reddito.

  • Contrasto alla povertà, agendo sul complesso delle cause e coinvolgendo le istituzioni e le comunità locali.

  • Trasformazioni demografiche. La bassa natalità va contrastata, con un fisco e servizi a misura delle nuove generazioni e dunque delle famiglie con figli.

  • Rapporti tra le generazioni. Le politiche dovrebbero impegnarsi a non trasferire sulle generazioni future i problemi dell’oggi.

  • Educazione. Si deve invertire la prolungata tendenza a trascurare la scuola nell’ordine delle priorità pubbliche, prendendo sul serio il compito di trasformare i ragazzi in cittadini.

  • Economia e finanza: vanno sostenute e irrobustite imprese in grado di creare posti di lavoro qualificati e i mercati finanziari devono essere regolamentati diversamente.

  • Emigrazioni. Per contrastare l’emorragia di giovani verso l’estero, va creato lavoro all’altezza delle aspettative delle nuove generazioni.

  • Immigrazioni. Quelle provenienti dai paesi poveri derivano anche da una richiesta di manodopera per lavori non specializzati di cui ci sarà inevitabilmente bisogno anche nei prossimi decenni. Andrebbe perciò posto fine ai meccanismi prevalenti di ingresso irregolare in Italia, riaprendo i canali di immigrazione regolare per lavoro.

  • Richiedenti asilo. Per gli attuali richiedenti la questione andrebbe risolta al più presto e in modo realistico, per il bene degli italiani e dei richiedenti stessi. Quelli rimasti nel Nord Est andrebbero stabilizzati. Per il futuro la riapertura di una via d’accesso regolare per lavoro renderebbe possibile riservare la via dell’asilo a chi davvero soffre la discriminazione e la guerra

  • Integrazione. Specialmente per le seconde generazioni – i figli degli immigrati – vanno migliorati i percorsi di integrazione/inclusione, attraverso la scuola, le associazioni della società civile e il riconoscimento della cittadinanza.

  • Cooperazione internazionale. Appare necessario pensare ai Paesi “poveri” non come oggetto di sfruttamento e mercato per le armi, ma come partner effettivi in uno sviluppo sostenibile.

Il futuro dell’Europa a un passaggio decisivo

Prima che l’Europa divenisse un miraggio tecnocratico e si riducesse ad essere “quella dell’euro”, essa è stata innanzitutto un progetto di pace e di unità politica. Sarebbe difficile e pericoloso rinunciare a questa speranza. I cristiani più di altri non possono dimenticare che c’è stato sempre un rapporto speciale tra Europa e cristianesimo, un arricchimento reciproco anche quando la relazione è stata conflittuale. Tutti i grandi problemi della nostra epoca non possono essere affrontati se non in una dimensione sovranazionale. In questi anni di crisi, tuttavia, i cittadini hanno percepito l’Europa lontana, incapace di entrare nelle loro vite come una presenza che aiuta. A ciò bisognerà trovare dei rimedi, ma questi non possono che essere un rilancio del progetto europeo e una sua democratizzazione, non la sua disgregazione. […]

Fraternità, sussidiarietà, sicurezza

C’è un fondamentale senso di fiducia che occorre recuperare: fiducia in noi stessi e nella possibilità di influenzare le scelte politiche; fiducia nelle istituzioni, per migliorarle, non per distruggerle; fiducia nelle scienze e nelle competenze, senza alcuna delega, ma con molto dialogo; fiducia nell’altro e nella possibilità di relazionarci con culture diverse, riconoscendo la comune umanità e le specifiche ricchezze. Oggi più che mai è necessario comprendere che il paese non è formato solo da singoli cittadini e dallo stato, ma anche da libere organizzazioni dei cittadini stessi. Esse rappresentano i luoghi di esercizio della fraternità nelle sue forme più immediate. Perciò non possono essere considerate come un corpo estraneo alla società. È quando queste libere organizzazioni sono vitali, ben integrate tra di loro e nello stato che il cittadino sviluppa senso di appartenenza e si sente sicuro. Intendiamo esprimere e rendere pubbliche queste idee perché pensiamo che uno dei nostri compiti come comunità cristiane sia di farci carico della realtà e della speranza: vedere i segni dei tempi, individuare nella storia i motivi di speranza che ci richiamano alle nostre responsabilità e agire con fiducia.

Limena (Padova), 2 febbraio 2019

https://forumdilimena.files.wordpress.com/2019/04/documento_limena_versione_completa_firmatari-1.pdf

https://forumdilimena.files.wordpress.com/2019/04/documento_limena_versione_sintetica.pdf

 

Il razzismo spiegato dai miei figli

Razzista.

Davide: persona che odia persona con colore diverso della pelle.

Mosé: Una persona che non riesce a convivere con persone secondo lui diverse.

Razzismo.

Davide: Odio fra persone diverse. Per me non ha senso.

Mosé: Insufficenza mentale ahah

Oggi 25 aprile, festa della liberazione e giornata di impegno contro il fascismo e la xenofobia, ho compiuto un piccolo gesto di resistenza culturale rileggendo “Il razzismo spiegato a mia figlia” di Tahar Ben Jelloun (io ho l’edizione Bompiani del 1998) e ho chiesto ai miei figli una loro definizione di razzismo e razzista.

Scrive Ben Jelloun: “Il razzismo esiste ovunque vivano gli uomini. Non c’è nessun paese che possa pretendere che non ci sia razzismo in casa sua. Il razzismo è nell’uomo. E’ meglio saperlo e imparare a respingerlo, a rifiutarlo. Bisogna controllare la nostra natura e dirsi: «Se ho paura dello straniero, anche lui avrà paura di me». Si è sempre lo straniero di qualcuno. Imparare a vivere insieme, è questo il modo di lottare contro il razzismo”. Pag. 54

 

Il povero Cristo è sceso dalla Croce

Vinicio Capossela è un artista poliedrico, visionario, cantautore talvolta raffinato e poetico, talvolta inquieto, scomposto, ebbro. Con questa canzone offre, a mio parere, la più concreta, profonda, vitale, urticante meditazione del Venerdì Santo su cui oggi mi sia ritrovato a riflettere.

Buon ascolto, buon Triduo Pasquale, buona Pasqua! Cristo è Risorto! F.M.

Vinicio Capossela – Il povero Cristo

 

P.S.

Il giorno in cui ho scritto e pubblicato questo post è uscito il video ufficiale della canzone, video evocativo e surreale che, a mio parere, non aggiunge nulla alla grandezza della canzone, anzi forse ne trattiene alcune fluorescenze. E’ comunque un’opera artistica molto significativa, con la regia di Daniele Ciprì che con il bianco e nero dipinge un immaginario poetico e laterale. Di valore anche la tensione sociale, visto che il video è dedicato “a Riace, a chi lotta per mettere in pratica la buona novella”). Video molto intenso che accampagna una canzone che è già nella storia della musica. F.M. 24/04/2019

VINICIO CAPOSSELA – IL POVERO CRISTO (video ufficiale)