Autore: francescomaule

non sarà notte

poesia 4 | estate 2018

*

La differenza di un fiato sulle celebrazioni del mondo

natura esplosa nei millenni di roccia che hai fatto dolomiti

al sentiero al camminare o alle ruote della bicicletta

noi esserne avvolti e lambire con tutto

i ruscelli gli alberi le rocce la terra.

foto: Alessandro Colombara

La distanza circolare che abbiamo inventato

i ricordi tenuti dentro e imbrigliati

le lacrime il sonno e un grato riconoscimento del bene

eravamo arrivati

siamo ripartiti

non ci stancheremo mai.

 

poesia 5 | estate 2018

*

                                                      (a E. e S.)

Non sarà notte

a lenire disturbate fantasie

che raschiano

riducono

i lembi fragili del respiro.

 

Erano i figli le lucciole del tempo

quando al controllo

scesero, caddero sulla vita

e agli incroci le auto frenarono tutte.

 

foto: Alessandro Colombara

È notte quando vedi immobile

un contratto, una serratura

ma senza chiavi dove andrai?

 

Nel confine immutata strada verso il cedimento

le vendette che non si sono mai realizzate

il concreto è hesed, vapore, impalpabile

azione di attesa.

 

Non sarà notte

ad arrivare quando giungerete nel groviglio

Non sarà notte ad abbagliarvi

Non sarà notte a spezzarvi.

 

Sarà pelle satura di carezze

sarà affettuosa risposta

sarà sguardo intenso vivo

dipanato sul giaciglio del cielo

e sarà gioia senza alcuna imperfezione.

 

Francesco Maule

foto: Alessandro Colombara

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gioia e preghiera

Condivido questo bellissimo testo di Barbara Pozzo, ricavato da ampi stralci del primo capitolo del suo libro “La vita che sei” – Bur Rizzoli, 2014.

[…]  Quando arrivi alla consapevolezza della gioia, dell’essenza della vita, quando comprendi nelle tue fibre più profonde che sei vivo, allora cresci, ti espandi. Quando vedi la gioia, anche nei momenti bui e dolorosi, hai l’acuta visione dell’Anima. Quando vivi esperienze di dolore, quando la vita sembra chiederti troppo, quando sei in difficoltà e sembra impossibile trovare una via d’uscita, quando non vedi la fine né la soluzione a ciò che ti fa stare male… tutto quel dolore ti porta in fondo al tuo essere. E che cosa c’è da trovare, lì? La semplice gioia di essere vivi. Così cosmicamente basilare, così sorprendente. La gioia di essere qui, uniti, anime che respirano, benedetti, aperti, vulnerabili, tenaci, qui per avere ciò che c’è, ciò che resta o ciò che sta arrivando. La gioia solo di essere parte di questa vita. Sei vivo, non darlo per scontato. Sei vivo, partecipe dell’Universo, il tuo cuore batte, il tuo respiro ti accompagna. Sei completamente, assolutamente e preziosamente vivo. Che gioia poterlo essere, ogni santo giorno che ci è dato.

La gioia, la danza dell’anima (che si può anche tradurre in espressione corporea) è una strada diretta verso la verità. Non a una verità assoluta, ma a quella verità personale e profonda che ti permette di vedere ed essere consapevole di cosa succede dentro di te. Ti consente di trovare il tuo ritmo, il tuo passo, di comprendere chi sei dentro te stesso e nel mondo. Ti consente di trovare il tuo silenzio interiore.

La gioia è preghiera.

Non è necessario appartenere a una fede religiosa per pregare la vera preghiera alla vita, dedicata all’Universo. Quando fai qualcosa con tutto il tuo cuore, quando fai qualcosa che esprime tutto il tuo Essere, allora stai pregando. E l’Universo ti sente. Pregare per essere grati, non per chiedere. Pregare è lasciare andare ogni cosa che impedisce il silenzio dentro di te. Pregare è lasciare uscire la voce dell’anima. Pregare non è ripetere meccanicamente parole di richiesta per sperare che succeda quello che vogliamo, tantomeno implorare. Pregare è onorare la vita, e questo lo si fa con la gioia nel cuore.

(altro…)

non ti posso seguire, non mi posso fermare

“21

Se ami indugiare e temi

affrontare fatiche per l’ignoto

sentendoti arrivata,

se rinunci a procedere scegliendo

di chiuderti nel sicuro,

non ti posso seguire, non mi posso

fermare –

 

non è tua la vita,

e non è mia”.

Danilo Dolci

poesia tratta da: Danilo Dolci, Il Dio delle zecche, Mondadori, 1976. Pag. 32

 

voce di un sottile silenzio

SBANDAMENTI UMBRI | PARTE 2

Assisi (PG). Fraternità di “San Masseo” della Comunità monastica di Bose. 20 luglio 2018.

Il viaggio prosegue stando fermi, il viaggio continua rallentando, il viaggio si ferma attonito sul canto dei monaci. Il viaggio si evolve ascoltando emozioni, cercando il sonno senza il respiro della sposa che rassicura, il viaggio si abbandona al silenzio e all’unicità di un luogo e di una città, al confine tra la profanazione e la santità.

Chiesa di San Masseo (Assisi) – foto F. Maule

Oggi qui festeggiano S. Elia: che la sua forza profetica, quel suo percepire Dio nella “brezza leggera” (o in un  “silenzio sottile”) ci sia di esempio e sostegno. Si dice che gli U2, nel dare il titolo a “Rattle and Hum” quel magnifico ed epico album fatto in parte di canzoni live, in parte di canzoni in studio, registrato durate la tournee negli USA, abbiano fatto riferimento proprio ai versetti del libro dei Re (1Re 19, 9-13a) in cui Dio si rivela ad Elia come silenzio sottile, brezza leggera, sussurro lieve…

Nel viaggio che si lascia trasportare dalla brezza leggera dello spirito emergono voci ed emozioni, sia interiori che fisiche. Vicende della vita, episodi, persone, amici si stagliano in una compassione che non è solo emotiva, è sincera, viscerale.

“[…] in quella che possiamo considerare l’ultima tappa dell’itinerario spirituale [emerge] la voce sottile, quasi trattenuta, percepibile soltanto nel silenzio. Quando, finalmente, si raggiunge una certa maturità spirituale, quando si arriva a dominare i propri impulsi volontaristici, le proprie agitazioni, le proprie passioni, allora si è in grado di sintonizzarsi sull’onda silenziosa della voce divina che ci parla [come ad Elia] nel segreto.

È difficile sintonizzarsi su questa lunghezza d’onda, finché siamo preda delle nostre emozioni. Ma una volta che siamo arrivati a percepire il «silenzio sottile» della voce di Dio, allora è in tutto il nostro essere che si stabilisce la pace: anche nella nostra volontà, nella nostra sensibilità, nei nostri affetti. È attraverso tutto ciò che noi siamo, tutte le nostre esperienze che Dio ci istruisce, e tutto viene riassunto nel silenzio[1]”.

Scrivevo ieri questa poesia:

poesia 2 | estate 2018

Aprirsi al silenzio

Con moderazione e rispetto,

riscoprire e gestire la solitudine

con calma e prudenza.

Accogliere questo luogo

Sconosciuto e lontano

Con coraggio e attenzione.

Stare qui.

 

Sto svuotando e riempendo questo “stare qui” oltre che con l’ascolto e la preghiera, anche di parole da leggere e parole da scrivere, che può sembrare un controsenso rispetto alla ricerca del silenzio.

Sto leggendo vari libri ma in particolare cito “La solitudine del credente” (EDB) di Alberto Mello | “Elogio dell’amore imperfetto” (Cittadella editrice) di Lidia Maggi | “Le età della vita spirituale” di Pavel Evdokimov | e stralci di altri libri che ho trovato qui a San Masseo.

Ci sono alcune spine conficcate chissà dove, se nel cervello, nel cuore, nel corpo, qui, in me:

  • Frediano (ex collega, tra i fondatori della cooperativa Insieme) e la sua morte;
  • Il silenzio come aspettativa troppo idealizzata ed estrema che me lo fa pensare inesistente (ne ho scritto in alcune poesie che pubblicherò prossimamente e ne parlerò in futuri articoli prendendo anche alcuni stralci da “Lettere a un amico sulla vita spirituale” di Enzo Bianchi che ho trovato qui e che trovo significative);
  • La delusione, l’amarezza, il rimpianto che persistono in qualche misura, come un grumo difficile da sciogliere, per un evento personale, sportivo, che può sembrare relativo e banalizzabile ma che ha comunque segnato queste ultime settimane. È uno sfregio che resta superficiale ma è appariscente.
  • L’amicizia: l’altra sera in una bella telefonata con Mauro condividevo come fosse impressionante il sentire la loro presenza qui ad Assisi, come ciò che abbiamo vissuto in questi luoghi più di vent’anni fa, emerge ancora oggi, sfuocato ma potente. Ma mi resta anche il desiderio e la nostalgia per tempi più lunghi di frequentazione con gli amici, di maggiori occasioni di condivisione, avventura, convivialità, anche con le nostre, molto differenti, famiglie e/o solitudini.
  • Elisabetta, il sesso, i corpi. La bellezza del nostro legame riconosciuto in una libertà che ci sostiene.  Ad Elisabetta scrivevo ieri che occorre avere un po’ meno pudore e maggiore libertà per parlare di sessualità. Ad esempio condividendo questo brano che le ho inviato copiato da: Bernardette e Bernard Chovelon, L’avventura del matrimonio, Qiqajon, Comunità di Bose, 2004. Pag. 137 – 139

L’AVVENTURA DEL MATRIMONIO

Qualche consiglio per la costruzione di un’armonia sessuale

Per lui:

  • Crea un clima di tenerezza;
  • Dedica del tempo alle carezze, alle parole affettuose. Non dimenticare che la qualità dei preliminari condiziona la qualità del rapporto sessuale;
  • Rispetta la partner, non farne la schiava delle tue fantasticherie;
  • Presta attenzione al suo piacere, questo accrescerà anche il tuo;
  • Dopo, dedica del tempo alle confidenze, all’abbandono dell’uno all’altra.

Per lei:

  • Non trasformare tuo marito in un eterno mendicante, impara a prendere qualche iniziativa;
  • Lascia il tuo pudore nell’anticamera;
  • Non dimenticare che tuo marito ama anche le carezze;
  • Tuo marito ti ama ancor di più quando sei inventiva e piena di fantasia;
  • Non esitare di mostrargli e a raccontargli il piacere che provi.

Per tutti e due:

  • Sappiate accettare i possibili insuccessi, i limiti dell’altro, la sua fatica, le reazioni diverse dalle vostre;
  • Prendetevi il tempo di cui avete bisogno, non bruciate le tappe;
  • Fate durare il piacere, fermatevi per ripartire meglio;
  • Non cercate di eseguire le “trentasei posizioni”, non state realizzando un’impresa sportiva, vi state amando;
  • Non abbiate paura di guidarvi l’un l’altro nella ricerca del piacere comune;
  • Non dimenticate che la qualità è sempre prioritaria sulla quantità.

foto F. Maule

In un bel poema, Patrice de la Tour du Pin esprime così la gioia del rapporto amoroso:

Quando vengo verso di te con tutta la mia carne,

ripercorrendo i meravigliosi lineamenti del tuo corpo di donna

con le labbra e le mani, la luminosa

cattura del tuo corpo vergine nel mio,

non vi è altro mare per il fiume che io sono

altro cielo per il grido di felicità che io sono,

altro campo per il germoglio d’amore che io sono,

e io sigillo il corpo che noi due facciamo insieme.

 

E posso infine straripare dal mio essere

verso il tuo ventre e la tua gola, estuari di vita,

e riprendiamo fiato l’uno nell’altra, al vento

che proviene dalle più profonde valli sensuali,

e noi siamo del ritmo eterno ritrovato.

 

Perché con un bacio tu cambi tutto un mondo,

e io risveglio le grandi e pure forze della tua carne,

che, sepolte, non avevano trovato la loro pienezza,

e attraverso l’istante nuziale, io so entrare

nell’immensa corrente che unisce le solitudini

degli uomini da sempre, e la solitudine divina

alla loro, e accanto ad essa, questa nostra solitudine

e quella della vita che facciamo fiorire.

 

E al di là del mio amore, ma proprio in esso,

io ripercorro i meravigliosi tratti della tua anima

così com’è stata dinanzi al sorriso di Dio, con i sensi

dell’anima erranti su di essa come le mie mani

sul tuo corpo, per ritrovare colui che mi ha fatto nascere,

al di là di questo indefinito generare del padre

fino al figlio che ci somiglierà[2].

 

Concludo questo post – che è molto diaristico con un’ulteriore poesia che dice il fascino e la fatica, l’ambiguità e dolcezza del silenzio e della solitudine, di cui ora, qui, rendo profondamente grazie.

poesia 3 | estate 2018

Dei passi di un cammino

che credevo semplice

le impronte hanno dettato

sul sentiero sassoso

molti dubbi e alcune

fastidiose incertezze.

Il resto l’ha fatto la signora strana

chiamata mente

imbizzarrita scontrosa

selvaggia immaginatrice

che invece di farsi

posata e moderata

si è scatenata e mi imbarazza.

Ora chi mi aiuta

ad accogliermi e riposarmi

in questo letto nuovo

sul quale volevo coricarmi

da un tempo immemore?

 

Francesco Maule

 

[1] Alberto Mello, Elia o la voce del silenzio, in La solitudine del credente, EDB, Bologna 2010. Pag. 80.

[2] Patrice de la Tour du Pin, “Noces”, livre VIII, in Le Monde de l’amour, Gallimard, Paris 1946.

 

sbandamenti umbri | 1

Ferentillo (Terni), 15 luglio 2018.

È facile parlare della bellezza dell’ignoto e delle cose impensate che nascono dall’aprirsi all’inedito, al nuovo, al non conosciuto. Spesso viene consigliato alle persone di uscire dall’ordinario per scoprire cose nuove e diverse della vita. Ma poi quanto ti capita veramente… quanto baratro, quanto impaurisce la terra (delle sicurezze) che manca da sotto i piedi. Basta poco: un imprevisto, un’indicazione stradale errata in un territorio che non si conosce, un piccolo incidente o guasto, vedere un paese semi deserto con i muri delle case crepati dal terremoto.

Basta poco per farci superare dei confini, delle piccole isole di sicurezza, dei limiti mentali che però ci rassicuravano e ci davano serenità.

Dicono che sia questo il valore del viaggio, sia questo il senso della conoscenza e della curiosità. Qualcuno la chiama avventura, altri scoperta, altri ricerca.

Io pensavo di essere abbastanza pronto, di avere oramai una maturità pellegrina, errabonda e viaggiatrice (beatnik), invece oggi mi sono scoperto corazzato, limitato, lievemente a disagio. Rompere l’armatura non è stato facile, emotivamente è faticoso, ma quando poi ti ritrovi a scrivere, anche solo poche righe, come volevi fare da tempo, mettendoti lì, davanti alle parole e allo schermo, nella tua propria realtà, dà a questo viaggio un bel capitolo d’inizio.

Francesco Maule

foto: Dario Dalla Costa

Attraversare il vuoto

-Quindi è così la casa di una eremita? – le chiesi a bruciapelo.

Sorrise e, dopo aver preso respiro, rispose: – Sinceramente non lo so. Non amo definirmi tale. Non mi piacciono le etichette. Sembrano fatte apposta per omologare le persone, come se tutto dovesse rientrare in canoni prestabiliti. Sono una donna che a un certo punto della vita ha scoperto il silenzio. È stato un richiamo irresistibile. È successo più di trent’anni fa. Vedi, il problema non è trovare una connotazione, bensì denudarsi, spogliarsi da ogni identificazione. Attraversare il vuoto. È tutta un’altra cosa. Desidero il nascondimento. Mi sento come un canale vuoto in cui scorre la luce, ma anche la tenebra. Sono una semplice battezzata, tutt’al più una custode del silenzio.

Antonella Lumini – Paolo Rodari, La custode del silenzio. Einaudi, Torino 2016. Pag. 17.

foto: Carlo Bevilacqua

Non saprò mai

poesia 1 | estate 2018

 

*

Non saprò mai

a chi chiedere

di svelare le sottili

appuntite attese

dei cercanti

degli esploratori di senso.

 

Mi hanno chiesto

di stare qui

a guardare

con i calli sui palmi delle mani

e gli occhi che bruciano

per tanta bellezza.

 

Non saprò mai

chi arriverà,

ho solo pochi, visionari, indizi.

Dalle loro spalle,

dalle loro schiene,

capirò il futuro.

foto: Dario Dalla Costa

AMA – la donna che danza nel mare

Un caro amico mi sta facendo conoscere l’affascinante mondo dell’apnea. Julie Gautier in questa performance artistica e atletica raggiunge, a mio parere, uno degli apici della prestazione umana, sia essa fisica, mentale e spirituale. L’armonia raggiunta tra danzatrice e natura, immersa nell’acqua, è commovente e stupefacente. Buona visione. FM.

Link youtube:

AMA – a short film by Julie Gautier

Julie Gautier è una filmmaker, ma anche un’esperta di immersioni. In questo cortometraggio, girato nella piscina termale più profonda al mondo che si trova a Montegrotto Terme, in provincia di Padova, la vediamo esibirsi in una poetica coreografia subacquea che dura diversi minuti. La Gautier trattiene il respiro per tutta la durata della danza, per poi rilasciare il fiato in superficie, dando vita a una gigantesca nuvola di bolle.
Il titolo del video, AMA, è una parola di origine giapponese che significa “donna del mare”, ed è un nome usato anche per le famose raccoglitrici di conchiglie. Il filmato, che si avvale dell’apporto emotivo di una colonna sonora firmata dal pianista italiano Ezio Bosso, vuole essere un ode all’apertura verso il prossimo: “Per me il video è un modo di dire: non siamo soli”, commenta l’autrice, “apriaimoci agli altri, parliamo con loro della nostra sofferenza e delle nostre gioie”.
Julie Gautier da anni lavora con il compagno, il campione del mondo d’apnea Guillaume Néry, sullo sviluppo di video artistici subacquei. Utilizzando la tecnica dell’apnea, insieme hanno realizzato cortometraggi come Océan Gravity, Free Fall, il videoclip Runnin’ di Beyonce ed Y40 Jump, il video sulla vertiginosa caduta libera di Néry nella piscina da Guinness di Montegrotto.

fonte: http://www.artribune.com/television/2018/05/video-julie-gautier-ama-danza-subacquea/

SPORCHE GUERRE NON DICHIARATE

Questa mattina, mentre guidavo verso il lavoro ascoltando la radio, il giornalista che conduce questa settimana il programma di Radio Tre Rai “Prima Pagina”, Marcello Sorgi, ha letto e commentato un articolo di Vittorio Zucconi. Dopo la lettura mi sono fermato qualche minuto a bordo strada, in parte per prendermi nota dell’articolo, in parte per dare un minimo di “spazio interiore” alle parole del giornalista di Repubblica. Riprendo e condivido proprio dal sito di “Prima Pagina” del 9 aprile 2018 l’articolo, amaro ma incisivo, per essere consapevoli ancor più di queste “sporche” guerre “non dichiarate”, per denunciare in qualche modo quella che Zucconi (riferendosi alla Siria) definisce “soltanto l’apoteosi più sporca del sudiciume bellico sgorgato dalla fogna della Guerra Fredda”, per non restare indifferenti al dolore e sofferenza che una parte di umanità subisce. F.M.

Douma (Siria) | fonte: http://www.raiplayradio.it

Da Sarejevo a Douma quelle sporche guerre sporche

“Ci sarà – cinguetta al mattino di sabato il presidente americano Trump su Twitter rivolgendosi a Putin, ad Assad, all’Iran – un grande prezzo da pagare” per l’ennesima strage di innocenti gassati in Siria, ma nessuno, neppure Trump, dice o sa “che cosa” possa essere questo prezzo. Sappiamo invece, con assoluta certezza, “chi” lo pagherà: le stesse donne, gli stessi uomini, gli stessi bambini che da decenni e a decine di milioni hanno pagato, con la loro vita, le “sporche guerre” che insanguinano in mondo.
La Siria, dove dipanare il gomitolo dei “buoni e cattivi”, fra mercenari, droni, potenze straniere, sette, alleanze di oggi che diventano le ostilità di domani è impossibile, è soltanto l’ultima e la più visibile evoluzione della guerra nell’età nucleare.
Dall’agosto 1945, quando la prima bomba A polverizzò Hiroshima e poi dal 1949, quando Stalin esplose il suo primo ordigno nucleare, sigillando l’equilibrio del reciproco annientamento, nessuna grande potenza ha più dichiarato guerra a nessun’altra nazione. Le guerre, legalmente parlando, non ci sono più, ma sotto la copertura dell’ombrello atomico, le “dirty wars”, sono cresciute e si sono diffuse come funghi velenosi. Potenze maggiori e minori, grandi interessi economici, despoti e odii regionali o religiosi hanno continuato a combattersi in guerre delle “a bassa intensità”, “asimmetriche”, o “proxy war”, guerre combattute per procura da terzi per conto dei principali. E la Siria, dove sono stati risucchiati Russia, USA, Iran, Turchia, Arabia Saudita e Israele, è soltanto l’apoteosi più sporca del sudiciume bellico sgorgato dalla fogna della Guerra Fredda.
Quanto siano state le vittime di queste piccole guerre micidiali è un conto che nessuno può fare, perché ai bambini asfissiati dalle bombe di Assad o alle donne disintegrate nelle bombe esplose nei mercati di Baghdad andrebbero aggiunti i morti dell’indotto delle guerre: profughi, malnutriti, malati, migranti della disperazione annegati o stroncati dalla diaspora della fame. Qualche ricercatore parla almeno di 30 milioni di caduti, un totale da conflitto mondiale, quale di fatto questa collana di “sporche guerre” rappresenta. E se fare un censimento di questo cimitero globale è impossibile, è invece possibile fare l’appello di tutte le nazioni dove sono state o sono ancora, combattute. Occorre pazienza a leggere tutta la lista, ma va letta, per capire l’enormità di questa piccola grande guerra mondiale che si trascina, si arresta e si riproduce dalla fine del secondo Conflitto. Partiamo: Afghanistan, Angola, Argentina, Bolivia, Cambogia, Chad, Cile, Colombia, Congo (Zaire), Corea, Cuba, Congo, Repubblica Dominicana, El Salvador, Timor est, Etiopia, Filippine, Georgia, Grenada, Grecia, Guatemala, Haiti, Honduras, Indonesia, Iran, Iraq, Israele/Palestinesi, Libia, Laos, Nepal, Nicaragua, Pakistan, Panama, Siria, Sierra Leone, Somalia, Sudan, Ucraina, Ungheria, Vietnam, Yemen, Ex Jugoslavia.
Sono almeno 40, un quinto del totale rappresentato all’ONU, le nazioni ad essere state travolte da guerre che definiamo per ipocrisia “sporche”, che devono la loro definizione alla sanguinosa opacità delle ragioni e delle intenzioni […]

La Storia delle sporche guerre accese o manipolate da forze esterne non lascia spazio ad alcun ottimismo o speranza. Dal prototipo della sudicia guerra civile nella Grecia fra il 1946 e il 1949 pilotata da Stalin e Truman al mattatoio siriano di oggi, le piccole guerre calde sono il tributo di sangue che il resto del mondo ha pagato per evitare una nuova grande guerra, alimentando quel complesso militar-industriale che deve trovare clienti.
Se il resto del mondo non fa niente per fermarle, è perché conviene ai potenti: a Douma, sotto le bombe di Assad si muore anche per noi.

Vittorio Zucconi la Repubblica

fonte: Rai Radio Tre – Prima Pagina del 9 aprile 2018

Il Baskin: una boccata d’ossigeno

Ogni volta che mi ritrovo a descrivere il Baskin, sia con gli amici, sia quando cerco di scriverne per farlo conoscere, ripeto sempre che è difficile farlo a parole: “E’ più facile capirlo e amarlo vedendo praticamente come si svolge, assistendo agli allenamenti e alle partite”. Mi sbagliavo.

Il Giornale di Vicenza – Lettera del giorno | venerdì 23 marzo 2018 |

Dopo la partita cui ho giocato anch’io con la squadra “Concordia Rossi Schio” domenica scorsa a Nove (VI), una mamma ha scritto e inviato a “Il Giornale di Vicenza”  la lettera che condivido qui sotto. Non saprei trovare parole migliori per descrivere questa disciplina che tanto mi sta appassionando ed entusiasmando. Ringrazio Elena per averla scritta e per averla voluta condividere.


UNA BOCCATA D’OSSIGENO”

Mi piace chiamare così questa lettera che vorrei fosse pubblicata nello spazio riservato a noi lettori. Chiarisco subito: sono mamma di un ragazzo tredicenne meravigliosamente disabile, sì proprio così, che da qualche tempo si è avvicinato al mondo del Baskin. Per chi non lo conoscesse si tratta di uno sport inclusivo che si ispira al basket e che consente a tutti, ma proprio a tutti, di giocare e dare il proprio contributo alla squadra di appartenenza. Ragazzi normodotati e ragazzi diversamente abili, con le forme più varie di handicap, anche gravi, giocano assieme, condividono impegno, aspettative, ansie, gioie, sudore, vittorie e sconfitte….no! sconfitte proprio no!, perché si vince sempre su tutti i fronti. Scrivo queste righe perché domenica io e mio marito abbiamo portato nostro figlio a Nove, a vedere una partita di campionato (giocavano i suoi amici, la squadra in cui si allena) ed è stato come prendere una grande boccata d’ ossigeno, come respirare aria buona, come vedere, toccare con mano il lato buono, il lato bello di una generazione giovanile che spesso fa notizia per comportamenti direi socialmente poco accettabili. Quando assisti ad una partita di Baskin accade questa specie di miracolo, potente, vero: all’inizio entrando in palestra, guardandoti in giro, li vedi tutti gli atleti disabili presenti, più o meno in difficoltà, ti appare chiara la fatica, lo sforzo,la sofferenza che c’è dietro a loro e questa fotografia che i tuoi occhi ti rimandano, ti penetra dritta nello stomaco, forte, come una fitta, ma poi ecco, inizia il gioco, tutti i ragazzi hanno un ruolo, non c’è assistenzialismo, né pietismo, non si fanno sconti a nessuno, tutti giocano e danno il massimo di ciò che possono dare, per se stessi, per la squadra; i ragazzi normodotati, i bulli dei telegiornali, gli adolescenti con la testa tra le nuvole, sono lì, presenti, tenaci, amorevoli, aiutano e si prendono cura del compagno, dell’amico disabile, vanno a canestro insieme e allora basta poco e non vedi più nulla, tutto scompare, le diversità si annullano i ragazzi con handicap non ci sono più e ti godi lo spettacolo, un gioco meraviglioso, avvincente, di cuore, di vero sport, dove tutti i valori più veri, quelli in cui vale la pena credere si toccano con mano. Sconfitta? Mai, a dispetto di quanto lampeggia nel tabellone, si porta a casa tutti, sempre, una vittoria che ha tanti nomi:….inclusione, condivisione, cura, uguaglianza, valori, crescita e potrei continuare. Andrò spesso a vedere, a vivere questo gioco perché è un antidoto al bullismo, un antidoto alla violenza, un antidoto al brutto che ci circonda e che arriva nelle nostre case dalla TV, è davvero UNA BOCCATA D’OSSIGENO!!

Una mamma, Elena.

Le squadre “6 cesti Nove” e “Concordia Schio” che hanno partecipato al “Baskin Day” il 18 marzo 2018.