Mese: marzo 2019

Cristiani e anarchici. L’ostinazione indistruttibile di un desiderio

La libertà si nasconde nell’istinto. La Storia, prima o poi, trova il modo di far incontrare coloro che parlano una lingua comune, che hanno l’ostinazione indistruttibile di un desiderio”.

Lucilio Santoni

Cristiani e anarchici: Viaggio millenario nella Storia tradita verso un futuro possibile

“Cristiani e anarchici: Viaggio millenario nella Storia tradita verso un futuro possibile (iSaggi)” di Lucilio Santoni, Infinito edizioni srl, Formigine (Mo) 2014.
Con introduzioni di Filippo La Porta, Vito Mancuso, Maurizio Pallante, Davide Rondoni.

Lucilio Santoni me l’ha fatto scoprire un libraio abruzzese. Quando ha nominato il titolo “Cristiani e anarchici” è come se avesse messo in azione quel processo di saldatura tre due realtà che fino a prima avevo sempre visto in tensione o comunque non conciliabili.

La lettura del libro di Santoni, nei mesi successivi, è stata lenta, riflessiva, attenta, espressa da mille evidenziazioni ed estrapolazione di citazioni.

La novità di prospettiva e riflessione che mi ha aperto questo testo, di cui è impegnantivo aggiungere considerzioni, date le quattro notevoli introduzioni di quattro figure considerevoli nel panorama culturale italiano, sono legate ad una espressione dell’anarchia completamente diversa da come l’avessi mai valutata.

Anarchia vicinissima a quel “nel mondo ma non del mondo” di cristiana matrice.

Anarchia che ti pone quindi “in politica ma non della politica” o “nella società ma non della società”. Sfumature, dettagli, ma importanti.

“Il segreto per la vita buona è stare in un qualunque posto, con quel che c’è, che comunque è tanto. Senza curarsi di ciò che chiamano benessere: l’obiettivo creato da coloro che non sperano più nella felicità; senza entrare nella frenesia del fare: la condizione di coloro che non osano più sapere che esiste il dolore. E allora tendere l’orecchio a un grido d’aiuto, andare avanti grazie a un atto di cortesia, a una parola dolce o uno sguardo scrupoloso. E poi stare lì, in silenzio, scrutare quanto c’è di fallito nella nostra vita, con tenerezza, ascoltare il canto al risveglio della primavera o nel sonnolento autunno. Vacillare, salutare chi ha nelle ossa il brivido della febbre e, poi, rimanere. Sull’orlo dell’abisso. Domandarsi: che farò senza di voi?” L.S.

Crisitiani e anarchici che si ritrovano a condividere il riconoscimento dell’importanza delle relazioni, degli abbandoni, delle fragilità, delle debolezze. L’espressione poetica, che Santoni declina nella sua prosa riflessiva e narrativa, sembra quindi essere la postura adatta per infrangere le regole del linguaggio e della comunicazione che oggi ci possano indicare vie di umanità e libertà.

foto A. Colombara

“Il vero peccato mortale non è quello di commettere il male e rischiare la punizione, umana o divina. Il vero peccato è non riconoscere il bene: non riconoscere il valore delle donne e degli uomini che valgono; non riconoscere, in faccia al mondo, che quella persona è molto più avanti di me sulla strada della vita buona. Bisogna invece riconoscere, per esempio, che è più intelligente, mentre, di solito, riconosciamo solo, con rammarico, che è più furba. È necessario riconoscere che, con la sua vita, tiene a galla la nostra barca che fa acqua da tutte le parti. Peccato è adeguarsi al quieto vivere, affiliarsi al partito della palude stagnante. Accettare il frastuono e credere che sia comunicazione. Fare e assorbire propaganda e credere che sia cultura. Peccato è sì sparare a qualcuno con la pistola, ma peccato più grave è arrivare ad avere tanto potere che qualcuno, di sua spontanea volontà, uccida per farci un favore. “Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri”, diceva Paolo Borsellino. Peccato è l’essere ostili al mondo: la pesante oscurità di un’ombra indifferente alla luce negli occhi degli altri e sulle cose.” L.S.

Non proseguo oltre con le mie considerazioni, se non invitando ad ampliare la conoscenza con la lettura integrale dei libri di questo nascosto intellettuale italiano che però dimostra come la vita culturale e civile italiana contemporanea non è così deprimente e insulsa come una certa superficiale immagine tenderebbero a far credere. Di seguito propongo una serie di citazioni (con titoli in corsivo a mia cura) che non commento, che anche se estrapolate dal flusso del ragionare e poetare di Santoni, ci permettono di gustarne l’intelligenza (nel senso etimologico del termine) e la ispirata capacità di utilizzo della parola per una espressività culturale singolare e periferica, ma non per questo meno penetrante, sia socialmente e culturalmente, che, soprattutto, interiormente e spiritualmente. F.M.

Se rimanesse pure una geografia del desiderio, sarebbe solo un tesoro senza mappa

Anarchia, la forma politica dell’amore

“Ai confini dell’essere, l’insenatura fra le labbra sembra un infinito. Sarà mattina. La natura cullata fra cielo e terra. All’estremità della ragione, penserà che non v’è più nulla. Solo vorrebbe un bacio, un deliziato suggere di abissi. E gli verranno in mente tutte le trasparenze della vita, le solarità, i naufragi. Un portento di strade che conducono oltremare. Ma i sogni s’inaridiscono quando il vuoto è troppo spinto per rientrare in porto. Domina la solitudine, la burrasca e il rancore. Se rimanesse pure una geografia del desiderio, sarebbe solo un tesoro senza mappa. Per caso un volto, l’anarchia dai capelli neri, ossia la forma politica dell’amore. Quel corpo apparirà eterno e necessario come la passione che aspettavamo da sempre. (altro…)

manifestare la realtà #2

Epifanizzare l’universo, con occhi limpidi e intonsi.

Circondare le galassie di stupita ammirazione e riconoscere umilmente la nostra irrisorietà.

Non temere questa grandezza, gestire adulti la sconfinatezza, rimanere convinti e consapevoli della potenza di ogni gesto d’affetto, di ogni parola pensata, di tutta l’espressività della nostra contemplazione.

Riconoscere che le rappresentazioni più significative le propone il cosmo, con il sole che sorge dal mare, col suono delle onde, con le montagne innevate e la loro magnificenza gloriosa, con i paesaggi, con le stupefacenti acrobazie di colore dei fiori, le piante, gli animali esseri compagni o a volte nostre vittime. Sono esempi, sono parziali riconoscimenti, sono breve elenco della varietà e redenzione concreta che si compie, c’è.

Riconoscere che le rappresentazioni più appassionate ed eloquenti le esprimiamo talvolta anche noi, sapiens, sapienti, umani, parole a cui ogni volta occorrerebbe posporre il punto interrogativo, strana specie che sola sa contemplare e descrivere o raccontare tanta bellezza e armonia, o tragica nefandezza, ma allo stesso tempo ne sa stare indifferente, o sprecarla, deturparla, consumarla, sfinirla.

Epifanizzare la terra e le nostre modificazioni, più o meno rispettose. Nutrire ammirazione anche per le strutture manufatte: i ponti, le strade, le case, le chiese, le città, i capannoni, i motori, i congegni, i chip, i fili elettrici, le connessioni, la tecnica, tecnologica, tecnocratica, tecnogenesi e tecnonecrosi.

Esercitare le architetture, santificare gli osservatori delle piccolezze al microscopio. Ubbidire al riflesso della luce sull’acqua, seguire la luna, nascondersi nelle caverne, ognuno sia hacker.

Benedire tutto ciò che che ci fa meglio guardare, osservare, vedere, sentire, toccare, assaporare, capire, amare. È qui, davati a noi, come questo sole che illumina, e si fa corpo di riflesso con gli scogli come braccia. Steso.

Francesco Maule