Mese: settembre 2017

Il jihadismo ci costringe a riflettere sui nostri modelli di vita

Dinanzi al terrorismo rinasce dalle ceneri la rivendicazione di una “forma di vita” europea. Ma esiste davvero?

Gabriel Richi Alberti | giovedì 24 agosto 2017
Candele e fiori per le vittime degli attentati sulla Rambla a BarcellonaCandele e fiori per le vittime degli attentati sulla Rambla a Barcellona
“Non riusciranno a cambiare la nostra forma di vita”. È una delle espressioni più ripetute dopo i terribili attentati di Barcellona e Cambrils. L’abbiamo ascoltata in bocca a politici, giornalisti e a molte persone di buona volontà che hanno manifestato pubblicamente il loro rifiuto di questi crimini irrazionali. “Non riusciranno a cambiare la nostra forma di vita”. Ne siamo sicuri? Di fatto, che ci piaccia o meno, alcune cose cambiano: aumentano le misure di sicurezza – sempre più necessarie – e sorgono germogli non solo d’intolleranza, ma anche di odio verso l’Islam e i musulmani che vivono tra noi, germogli che possono condurre alla violenza; e, soprattutto, si diffonde una sfiducia generalizzata nei confronti del diverso.

Di fronte a questa espressione si rende presente una sfilza di domande sempre più radicali: come mai ci mettiamo a parlare ora della “nostra forma di vita”? Che significa questo “nostra”? È possibile identificare un nucleo di beni e valori comuni a tutti, per i quali siamo disposti a lavorare insieme? Che fare allora del primato dell’individualismo che governa la nostra vita sociale? Di colpo, dinanzi all’ostilità assassina del jihadismo, rinasce dalle ceneri la rivendicazione di una “forma di vita” – quella occidentale – che ha caratterizzato l’Europa durante la cosiddetta modernità e che, quasi solennemente, si era già data per defunta. Le morti seminate dagli attentati sembrano avere la virtù di risuscitare l’ideale illuminista di una società libera e razionale, come se fosse socialmente condiviso e da tutti desiderato. Ma è davvero così? La frammentazione a tutti i livelli che impera nella vita personale e sociale pare negarlo. Quanto meno, l’individualismo galoppante della nostra società, che ci rende sempre più incapaci di comunicare tra noi, non ci permette di riferirci in modo pacifico e ingenuo a una supposta “forma di vita” comune. Basta pensare alle logiche di esclusione che reggono economia e politica e, pertanto, le relazioni sociali. La frammentazione vi domina al punto che risulta difficile affermare con verità che esiste questa “nostra forma di vita”. In effetti, «l’individualismo postmoderno e globalizzato favorisce uno stile di vita che indebolisce lo sviluppo e la stabilità dei legami tra le persone» (Francesco, Evangelii gaudium 67). Certamente la situazione è più complessa. Non mancano tra noi, infatti, espressioni di solidarietà e lavoro comune – le abbiamo viste in atto durante gli anni più duri della crisi – che segnalano una certa persistenza dell’idea di bene comune. E tuttavia queste espressioni – vere e generatrici di vita buona nella società – non sembrano avere la forza di modificare la mentalità individualista dominante.
E allora?

Di fronte a questi attentati – a cui occorre reagire con tutte le misure opportune assicurate dallo Stato di diritto e a tutti i livelli, anche e fondamentalmente a quello educativo – ciascuno di noi si trova di fronte a un’alternativa radicale. Può esserne più o meno cosciente, ma il modo in cui “ricomincerà” la sua esistenza quotidiana dopo la notizia degli attentati mostrerà qual è la sua scelta.

Possiamo, da un lato, continuare ad affermare narcisisticamente quella che consideriamo “la nostra forma di vita”, sbarrando la strada a qualsiasi tipo di domanda o obiezione, a qualsiasi crepa per la quale si affacci un minimo di riflessione critica; possiamo scegliere di compiacerci nella contemplazione di noi stessi, fuggendo ogni vincolo o relazione, in un circolo di autoreferenzialità assoluta, lasciando predominare l’illusione e l’apparenza, fino a morire esangui come Narciso al bordo della sorgente. Oppure possiamo lasciarci colpire fino in fondo dall’irrazionalità violenta di questi fatti, permettere alla ferita di sanguinare e suppurare tutto il male che ci lascia con il cuore oppresso, in modo che la domanda sul significato del vivere e del morire si faccia presente come espressione privilegiata della magna quaestio che è l’uomo.

Ogni “forma di vita” è espressione pratica della risposta che ciascuno di noi dà alle questioni essenziali che lo caratterizzano come uomo. Abbiamo l’occasione d’incontrarci e narrarci le domande e le risposte che ci fanno vivere. Superando barriere ideologiche anacronistiche, cercando quella luce che illumina ogni uomo. Ne vale la pena.

Articolo tradotto dallo spagnolo

Fonte: oasiscenter.eu

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