Mese: maggio 2016

la strada è una nuda verità

Bell’articolo di Domenico Quirico su lastampa.it di oggi. Biciclette, vite, suggestioni letterarie. F.M.

Immortale perché umano. Il ciclismo risorge sempre

Il Campione non è l’inquietante Superuomo, ma uno di noi. Fatica, solitudine, sudore: la strada è una nuda verità
foto: LAPRESSE – L’affollato passaggio dei ciclisti sul circuito finale di Torino, dove ieri si è concluso il 99° Giro d’Italia

di Domenico Quirico

TORINO

Il ciclismo non è uno sport, è un genere; per questo è immortale. Come la tragedia, il melodramma, il western. Potete diluirlo nel business miliardario o comprometterlo con una biologia da Frankenstein, affliggerlo della genetica dell’Epo. Lasciate pure che sull’altare del piccolo schermo il popolo dei devoti, per anni, adori idoli bugiardi, come Armstrong, arrogante Cagliostro del pedale.

Ebbene, state certi: risorgerà, continuerà a affollare i tornanti delle montagne per le sue danze di spettri, i prodighi rettilinei delle volate. Il ciclismo prende la misura del mondo nei suoi estremi. Esige dismisura ai suoi protagonisti, è un luogo impietoso di massimalismo. Ma il Campione, il vincitore non è l’inquietante Superuomo. È uno di noi, ci parla, sempre, di cose inaggirabili: la fatica, la solitudine, il silenzio, il sudore. Leggi ancora cartelli dedicati a Pantani: non perché ha vinto molto. Perché era un uomo fragile, sconfitto dalla vita.

LE DIFFERENZE CON IL CALCIO

I calciatori sembrano usciti dal post-proletariato del consumismo, inebetiti da una sosta troppo lunga in centri commerciali. Il ciclista è un proletario puro, alla Vasco Pratolini, ha la faccia di Scarponi, il gregario, che sulle rampe verticali tira su il suo capitano fino a quando il respiro lo regge, la vittoria per lui è la vittoria dell’altro, del baciato dal dio del talento: il suo quotidiano è la catena di montaggio, la fatica del mulo.

TRA MITO E LEGGENDA

Tutto nel ciclismo è sempre leggendario: uno sport che è basato sulla matematica, il cronometro, le distanze, i rapporti, in realtà si impolpa di epicedi ottocenteschi, sfugge alla distinzione banale tra vero e falso. Bahamontes, scalatore spagnolo, raccontano, al Tour del ’57, stremato, decise di ritirarsi, gettò la bici, si sdraiò a lato della strada. Il suo direttore sportivo lo scongiurò di ripartire, per la madre, la famiglia, Dio. Alla fine gridò: «Fallo per il generalissimo Franco…». E allora lui, l’aquila di Toledo, per esser certo di non ripensarci, si tolse le scarpe e le gettò dalla montagna. Vero? falso? Chissà. Il mito che non gira mai a vuoto, che ingrana sempre, la cui memoria non fallisce. A dispetto dell’irrompere di petrolieri kazaki e arabi dove un tempo i «dané» a fine mese li metteva l’autoctono fabbricante di prosciutti o di cucine, il ciclismo resta proletario, e umilmente rivoluzionario. La mamma di Binda, quando gli chiedevano del figlio impegnato in qualche corsa in giro per il mondo, rispondeva placida: «Mio figlio è andato a lavorare».

I TIFOSI SANNO ASPETTARE

Vestiteli di seta, date loro biciclette con il cambio a motore e pedivelle in titanio come astronavi per risparmiare cinque grammi. La classifica autentica arriverà forse dopo un mese, nascosta per ora in qualche provetta. Non importa! I tifosi – in Italia, in Francia, nelle Fiandre – saranno lì ad aspettare il «peloton» con apoteosi di notevole invadenza: perché la strada del Giro o della Grande Boucle è luogo di una verità nuda.

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parlare con gli occhi

foto Leonardo Tommasin

foto Leonardo Tommasin

Parlare con gli occhi

di Piergiorgio Piccoli

“Non c’è nulla come lo sguardo che possa svelare un essere umano, non a caso molte persone si sentono costrette ad abbassare gli occhi o a guardare altrove quando sono davanti agli altri, per paura di essere fraintese o di raccontarsi troppo. Questo modo di comunicare rivela verità profonde, e risolve velocemente spiacevoli malintesi nel reciproco palesarsi. Parlare con gli occhi è un dono, e la magia di un silenzio sincero può essere fonte di verità. […] Il buon uso delle parole è emozionante, ma l’universo nascosto negli occhi è davvero sublime.”

 

tratto da «La Voce dei Berici» – domenica 15 maggio 2016.

1986 – 2016 | la bmx

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foto A. Zampese

Nel 1986, all’età di 11 anni, a Marcon, in provincia di Venezia, in una pista di bmx che era poco più di un campo tracciato con della terra messa a caso per salti e curve, vinsi il titolo regionale della mia categoria. Trent’anni dopo, domenica scorsa 1 maggio 2016, a Creazzo (VI), dopo alcuni anni che non gareggiavo, ho vinto nuovamente il titolo regionale bmx, della mia categoria: “cruiser 40+”. E’ difficile descrivere la gioia provata domenica, condivisa in modo intenso con la società del BMX Creazzo, i compagni “master/vecchietti” con cui mi alleno, la famiglia, gli amici di vita. Un sogno, se ci penso ancora. Ci sono tante cose in questo evento ma anche la semplicità di un gioco che a quarant’anni mi tiene ancora grintoso e appassionato.

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foto A. Zampese

Il mio amico Mauro ha descritto le emozioni della giornata con la sua solita scrittura intensa e creativa, penetrando nelle mie stesse emozioni e facendole esplodere. Lascio alle sue parole tutte le altre suggestioni.

“Qualche dubbio pervade questa giornata: è come il vento che sembra stare sotto al grigio del cielo e non vuole lasciare nessuno spazio a ciò che è luce.

Noooo cazzo!

Devi arrivare uno è una questione di testa! Due non esiste.

Beh, più che la presenza di qualche amico che guarda spettatore una gara di Bmx, sembrava tifo per l’amicizia: che energia per le gambe!

La pioggia smette ma il terriccio bagnato affonda il copertone; l’unica strategia sembra stare sui pedali e sfiorare il suolo, passarci sopra e lasciare che il vento passi sotto eludendo ogni attrito.

… Maule Francesco… BMX Creazzo!

Ovazione e folla in delirio; almeno da Dario a Enrico con me nel mezzo.

La partenza è di quelle che non ti aspetti: sembrano attimi che passano dal momento in cui il cancelletto implode; il pensiero, infatti, fa un salto all’indietro e ricostruisce il dramma dell’incidente ma non solo. Trasale l’adrenalina delle gare vere in cui c’è qualcosa che ti spinge da dietro nel fare quello che nessun altro ha mai fatto prima: qualcuno lo chiama agonismo ma non si può dare un nome a un detonatore che sta nella testa e che esplode nelle gambe e nelle braccia.

Che bella sensazione.

E, dopo un breve silenzio irreale, il cancelletto si abbassa.

Ogni cosa diventa armonia disegnata dalla pennellata di una ruota che si mette davanti e vuole restarci sempre.

Ed è così, fra le urla degli spalti che diventano 80.000 grida in toni diversi perché la bici resti sollevata di quel tanto che nessuno mai possa trattenerla e picchiarla per farla restare dietro.

Il traguardo ormai è tagliato come trent’anni prima.

Ahhh, ecco perché mi è scappata qualche lacrima: oggi abbiamo vinto proprio tutti.”

Mauro Marzegan
1 maggio 2016.
foto S. Fochesato

foto S. Fochesato