Fede e politica

Spesso l’amico Dario scrive riflessioni che a mio parere non vengono diffuse adeguatamente. Non che “elbagolo” offra grandi potenzialità in tal senso, ma almeno porto il mio piccolo contributo per una valorizzazione delle sue sempre profonde, acute, pertinenti azioni politiche attuate con la forza delle parole. E’ questa inoltre l’occasione per ringraziarlo pubblicamente, dell’amicizia in primo luogo e del suo lavoro culturale in seconda battuta. (L’inserimento di foto nel suo testo è redazionale a mia cura). F.M.

Quale rapporto tra fede e storia, tra coscienza e politica

di Dario Dalla Costa

«Chi cerca di sfuggire alla terra non trova Dio, trova solo un altro mondo, il suo mondo, più buono, più bello, più tranquillo, un mondo ai margini, ma non il Regno di Dio, che comincia in questo mondo» (Dietrich Bonhoeffer).

Dietrich Bonhoeffer

Dietrich Bonhoeffer

È questa la frase a cui ho pensato, recentemente, in merito al rapporto tra politica e religione, tra fede e coscienza; tema che tocca i nostri giorni in Italia come in Siria, in India come negli USA. Come mettere assieme istanze concrete, materiali, politiche e istanze religiose? Come accordarle? Come saperle distinguere? Come dare a Cesare quel che è suo e a Dio quel che è di Dio?

Nel tempo, non di rado, la religione è divenuta potere mondano, potere politico, potere temporale, che anziché cercare e offrire il bene a tutti, discriminava, creava sistemi discriminatori e anziché liberare, poneva le genti sotto un giogo assai pesante. Questa tendenza non è solo recente, come in taluni paesi a maggioranza islamica: da sempre ogni religione è stata anche potere oppressivo, fazioso, escludente. Anche la più bonaria, come il buddhismo, recentemente si è macchiata di fanatismo ed estremismo sia nello Sri Lanka, che in Birmania.

Nel cristianesimo la presenza di quello che potremo chiamare uno sguardo fazioso ed escludente – presente anche in alcune pagine della Scrittura – ha colpito personalità del calibro di un sant’Ambrogio, che dimenticando l’ebraicità di Gesù e della Chiesa, “militò” – diciamo così – nelle fila dell’antigiudaismo arrivando a impedire all’imperatore Teodosio di punire il vescovo di Callinico, colpevole di aver fatto bruciare la sinagoga del luogo.

Ambrogio non aveva dubbi sulla bontà delle sue ragioni, visto che considerava la sinagoga un “luogo di perfidia, casa dell’empietà, ricettacolo di stoltezza”, un odio antigiudaico che nella prima Chiesa era ben presente.

Ricordare la bontà di una sana e necessaria distanza tra religione e politica dovrebbe, dunque, trovarci tutti d’accordo: ai dubbiosi basterebbe guardare alle conseguenze nefaste che si sono prodotte quando questa distanza è divenuta invece connubio.

In linea di principio tutti pensiamo che fede e politica devono essere distinte, ma se osserviamo poi cosa ha scatenato, per esempio, il “ddl Cirinnà” nel mondo cattolico, le cose appaiono meno evidenti di quanto si voglia credere. Un rapporto malsano e falsato si rintraccia anche nella Chiesa cattolica italiana, in cui esistono (li etichetto per comodità, anche se le etichette non sono molto veritiere) “catto-comunisti”, “catto-leghisti”, “catto-fascisti” e quant’altro.

Sì, la faziosità e l’appartenenza politica non devono connotare soprattutto il sacerdote cristiano, perché questo non fa che arrecare un grave danno alla comunità tutta e all’evangelo stesso, ma d’altro canto dovremmo chiederci cosa ci suggerisce il fatto che Gesù sia definito “segno di contraddizione” (Lc 2,34), che Egli dica di essere venuto a portare il fuoco sulla terra (Lc 12,49) e che prega per i discepoli ma non per il mondo (Gv 17,9)?

La parola del presbitero, ma anche del cristiano in genere direi, non dovrà mai essere divisiva, dura (Gv 6,59)? In che senso, il solo compito del sacerdote sarebbe quello di celebrare la messa, curare le anime e non le ideologie? La liturgia non ci spingerebbe, dunque, a prendere le distanze da certe azioni e da certe ideologie? Lo “spirituale” è forse disincarnato e fuori dal tempo? La cura delle anime sarebbe l’ascolto del “fratello” e della “sorella”, senza un ragionare assieme sulle vie concrete da percorrere o da evitare? La preghiera non è forse una forma di attenzione sul mondo e un luogo in cui ripensare e “ripulire” l’agire di ogni giorno?

Don Giuseppe Dossetti

Don Giuseppe Dossetti

Un cristiano dovrà dunque tacere e non “es-porsi”, dinanzi a forme sociali, partitiche e culturali, che istigano all’odio e che generano morte?

Per quel che ho capito del cristianesimo, finora, la fede deve avere un impatto sulla storia, sul reale, sul corpo individuale e comunitario, oppure diventa un’ideologia che mortifica ed esclude oppure diventa un vuoto occuparsi del sesso degli angeli. Io credo che la fede debba curare le nostre convinzioni (o le nostre ideologie che chiamiamo “cristianesimo”), perché sono queste a determinare le nostre parole e azioni, così come dovrebbe occuparsi delle nostre azioni, perché esse diventeranno il nostro destino. Un occuparsi delle mie azioni e, delicatamente, di quelle degli altri, con gli altri.

Fabrice Hadjadj afferma che “L’amore più profondo implica una dimensione tattile… Vicino o lontano sono determinazioni del tatto, più che della vista e dell’udito: posso vedere o udire una cosa a distanza, essa mi è vicina solo quando posso raggiungerla o esserne raggiunto. Il prossimo è Edmond, che ho voglia di schiaffeggiare o Roland che ha l’alito pesante. Niente a che fare con l’amore per l’umanità o la difesa dei diritti dell’uomo, che conducono a lotte igieniche e inoffensive. La filantropia si accontenta di una foto e manda un assegno; la carità esige la prossimità fino al pugilato”.

Il cristianesimo annuncia un’incarnazione, non lo spiritualismo disincarnato; promuove l’inter-cessione non l’equi-distanza; difende ed eleva soprattutto il povero, la vedova e lo straniero e denuncia la ricchezza disonesta ed egoista; conosce un Cristo che non guarda in faccia a nessuno e dice ciò che pensa (Lc 20,21) e che proprio per questo è stato cacciato e minacciato di morte; spera in un Gesù che non è morto da martire, ma perché “agente” nocivo per il potere politico e religioso.

Sì, la “militanza” partitica non deve appartenere al sacerdote, né la discriminazione deve essere il tratto fondamentale del cristiano in genere (andate a tutte le genti” dice il finale del vangelo di Matteo), ma la cura d’anime è e dev’essere un’azione “politica”, nel suo senso più alto e letterale: cercare il bene di tutti/e. Anche di chi non si sopporta, certo, ma la bontà non dev’essere privata della capacità critica. Gesù “prese parte” alla storia prendendo una precisa posizione, annunciò una parola dura, divisiva, contro le ingiustizie, pur senza violenza affrontò comunque il malvagio. Gesù non fu anestetizzante, alienante, accomodante, pacioso, accettabile da tutti: è stato reso così molto spesso e le serrate e salutari critiche di Marx, Feuerbach e Nietzsche ce l’hanno ricordato. Il padre della Chiesa Teofilo di Antiochia potè, così, dire: «Mostrami il tuo uomo (cioè la tua umanità, cosa pensi, che scelte fai) ed io ti mostrerò qual è il tuo Dio».

Martin Luther King

Martin Luther King

«La religione si occupa sia del cielo, che della terra… Ogni religione che professa di darsi pensiero solo dell’anima, ma non delle topaie a cui sono condannati, delle condizione economiche che li strangolano e delle condizioni sociali che li sfigurano, è sterile come la polvere» (M. L. King).

Dario Dalla Costa

marzo 2016

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One comment

  1. Io l’avevo letto sul “Punto”, ma in effetti sul Bagolo è valorizzato in modo più intenso e unico, solo e preceduto da parole tanto veritiere quanto il suo articolo…..
    <Bravi!

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