Mese: dicembre 2015

mappa per pregare

Una poesia di Livia Candiani tratta da: La bambina pugile: ovvero la precisione dell’amore, Einaudi, Torino 2014 (Collezione di poesia Vol. 419).

Mappa per pregare

Quando vuoi pregare, quando vuoi sapere quel che sa la poesia, sporgiti, e senza esitazione cerca il gesto piú piccolo che hai, piegalo all’infinito, piegalo fino a terra, al suo batticuore. Quando hai fame di luce e l’amore è cinghia serrata e il cuore stracolmo di voli che allacciano troppo al leggero del cielo, istruisciti alla pura verità, quella che non vuoi e nemmeno immagini, quella «polvere sul pavimento e pane sulla tavola», ginocchia sbucciate e pane che parla, dice la fame giusta. Offriti al paesaggio grande, dalla finestra o in piena aria aperta, chinati a portare il mondo sulla schiena nelle ossa e poi lascialo scivolare sbocconcellarsi ai piedi della terra, ascolta il suo silenzio che risponde: «Qui neve su albero. Qui foglia piccola su pianura sconfinata. Ghiaccio esatto. Qui apprendista della luna raccoglie luce». Ci vuole incrollabile ardente pazienza e vicinanza al pavimento fronte che lo fronteggi e dica l’amore pesante, la fame di giusti mietitori, di macina. Per cercare un’altra strada al desiderio che ti inaridisce ci vuole furore, farsi creatura randagia nel disastro delle falci, che ti cali il silenzio sulla testa, l’affamato sapere che tace e fa foreste delle ferite. Se vuoi dare la forza, raccogliti in un balzo, uno slancio senza mondo, polvere da spazzare con devozione, piccoli scricchiolii di ossa che parlano alle tue prossime ceneri: se vuoi essere adesso, datti la forza, senza salvare, senza costringere l’amore in relazione, lascialo soffiare, mietere. È un grande paesaggio il mondo, ogni animale lo conserva, gli dà sguardo. Non serve schiodare il cielo a caccia di segreti, sei tu che di notte scegli, non guardi la luce minuscola ma il buio tutto che le preme attorno. Visto che non puoi essere qui, allora ama altrove, in rettilinea sequenza, allora prega.

Chandra Livia Candiani

Livia Candiani - foto tratta da: internopoesia.com

Livia Candiani – foto tratta da: internopoesia.com

Il presepe: una proposta umile

Un articolo del prof. Giuseppe Milan, università di Padova, tratto da unimondo.org


In questo tempo strano e senza memoria  si parla tanto, forse troppo, di “presepe”. Il presepe è la rappresentazione di una mangiatoia (anche etimologicamente). Un recinto che si apre ad accogliere. Dice tante cose. Parla anche in silenzio,  con la forza di una proposta umile e autorevole. Non si impone con slogan pubblicitari presuntuosi e prepotenti, con discorsi altisonanti. Comunica con il suo modo di essere, rappresentandoci una storia antica e sempre nuova, più grande di noi ma capace di farsi umilmente comprendere.

Il presepe è una narrazione, un “testo”. Non è un “pretesto” da utilizzare a proprio uso e consumo. È il resoconto di un disagio, di un’esclusione: non c’era posto in albergo per una famiglia e per una nascita.

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È racconto dell’umile accoglienza in un luogo povero, capace di diventare spazio generativo, ospitale.  A volte, proprio il senzatetto è capace di un’ospitalità gratuita e genuina. Un castello ricco più facilmente alza ponti levatoi e, con la sua arroganza, mette a disagio e in soggezione i viandanti che cercano riparo. Non è facile bussare a porte chiuse.

Il presepe è manifestazione di un invito che si rivolge a tutti, in ogni direzione. La stella cometa è visibile da ogni latitudine e longitudine. Il presepe è apertura senza esclusioni: la tradizione inserisce gli animali, la natura tutta, l’acqua che scorre in un ruscello e fa girare le pale di un mulino, le stelle, il bosco…

presepe20151213_2 dormArriveranno gli stranieri, i magi, forse inaspettati ma invitati. Si includono in quel territorio, in un contesto anche per loro nuovo, accompagnati da una stella che li sollecita a sconfinarsi, a viaggiare avendo tuttavia un orientamento, una bussola, una terra verso la quale dirigere energie e speranze. Vanno lì anche per imparare l’arte di essere per davvero re. Il presepe è un testo, e ci vuole “testimoni” (portatori di un testo): presenta un Bambino che invita tutti a questa mangiatoia, a questa mensa inclusiva, a questo recinto aperto, spazio di intimità e di accoglienza, di identità relazionale. Si tratta di un regno di altro tipo.

Mettere un presepio a casa propria significa testimoniare il desiderio che anch’essa sia mensa solidale, comunità aperta e solidale. Significa che lo straniero in arrivo da strade diverse è un re che si fa concittadino, consegnandoci doni preziosi, rimanendo tra noi in uno spazio fraterno o continuando il suo itinerario, arricchito dalla testimonianza dell’ospitalità e dalla gratificazione di essere viaggio, ricerca e scoperta.

Il presepe è un testo: parla di generatività, di relazionalità, di ospitalità. Ci chiede – sembra un paradosso!- di diventare davvero grandi facendoci bambini: da questa postazione si accolgono tutti, e si accoglie il mondo, vedendo in tutti una regalità spesso misconosciuta, dimenticata, negata.

Sappiamo che, da un’altra parte, può comparire un quadro diverso, alternativo: una reggia presuntuosa, un re pauroso e prepotente, Erode, geloso dei propri possessi, infanticida. Ma non è il caso di allestire questo scenario, non fa proprio parte delle nostre tradizioni.

Scegliere il presepe, donarlo alla nostra casa, regalarlo ad altri, significa testimoniare il senso autentico dell’amore che fa nascere, che dà luogo, che genera. Abbiamo bisogno, tanto più oggi, di questo presepe. Non abbiamo bisogno di regali alternativi.

Giuseppe Milan

fonte: unimondo.org

il presepe di casa nostra. foto f.m.

il presepe di casa nostra. foto f.m.