Mese: ottobre 2015

Rider – un giro di pista

Il racconto con cui ho partecipato al concorso #Bicistorie promosso dalla rivista BC della Fiab. F.M.

Ok rider, random start… riders ready… watch the gate… bi bip

Il cancello si sgancia, il semaforo da rosso in pochi attimi è verde. È il momento di spriogionare tutta la potenza sui pedali, è il momento di caricare il peso del corpo in avanti, di tirare sul manubio, di compiere quell’unico gesto, fatto di infinite parti del corpo che si riuniscono per rendere quella partenza la migliore di tutte.

Nel bmx race buona parte della gara si gioca in quell’attimo, alla partenza. È un’esercizio che adoro, è li che devo cercare la sintonia assoluta tra i miei movimenti e quelli della mia bmx, dobbiamo cercare una sorta di fusione, lei deve reagire a tutta l’energia che le dedico, ma allo stesso tempo non devo sbagliare perché la bmx non perdona, così come gli avversari.

foto A. Zampese

foto A. Zampese

Da quell’esplosione che deve avvenire nella partenza, le seguenti pedalate sulla discesa della prima rampa della pista non sono meno fondamentali. La tensione e la rabbia non devono distendersi, anzi, il primo salto va aggredito con una furia e una concentrazione fortissimi. Se parti nelle corsie centrali senti subito i tuoi sette avversari come uccelli dello stesso stormo, diretti verso la stessa méta, che spingono con la tua stessa intensità. Il bmx è un insieme di esplosività, tecnica, ma anche intelligenza e intuizione, il tutto mescolati nei circa quaranti secondi di gara. Il bmx sta alla bicicletta come i cento metri stanno all’atletica. (altro…)

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Rio 2016, strage bambini da fermare

Rio de Janeiro. Uccisione dei “Bambini di strada” (meninos de rua) da fermare per sempre.

Marco Tarquinio, direttore del quotidiano Avvenire, parte dal dato di cronaca della notizia delle operazioni di “pulizia” urbana in atto a Rio de Janeiro, per lanciare un appello alla coscienza di noi tutti ma in particolare degli sportivi che si stanno preparando per le prossime Olimpiadi. Una reazione solitaria forse non sarà significativa, ma se gruppi di atleti, federazioni e rappresentanti politici facessero sentire la propria voce, forse questa assurda e atroce violenza contro i più deboli avrebbe una fine. Un esempio di azione concreta potrebbe essere inoltre data dalla scelta di atleti e federazioni che riescono a raccogliere sponsorizzazioni particolarmente elevate, di rinunciare a tali guadagni per devolverli a progetti di integrazione, accoglienza, scolarizzazione ed emancipazione dei meninos de rua carioca. F.M.

infografica di Tommasin Leonardo

infografica di Tommasin Leonardo

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I bimbi non si uccidono

Marco Tarquinio

Avvenire – 13 ottobre 2015

Chi uccide un bambino, uccide il mondo. L’abbiamo sentito dire molte volte, ma non ce ne diamo per intesi. Succede ancora, succede sempre, succede in tanti modi diversi. Tutti terribili. Come ogni altra guerra contro l’umanità, che gli esseri umani si sono ingegnati a combattere in maniera orrenda tacitando la propria coscienza con ingiustificabili giustificazioni o accecanti deliri. Scriverne è duro dovere, da onorare perché non si può smettere di far crescere quella consapevolezza del male da sconfiggere che sa generare il rifiuto delle brutalità, comunque si tenti di ammantarla e di nobilitarla. Ci sono però orrori quasi inaccostabili. Che è straziante non solo descrivere, ma anche soltanto pensare. L’uccisione premeditata e sistematica di bambini, che sono non somme di vite, ma il tesoro stesso della vita, è il pensiero di una realtà con artigli e zanne, che non dà pace a chi ne è assalito.

Chi uccide un bambino, uccide il mondo. A Rio de Janeiro da troppi anni c’è chi pensa, agisce e vive come se questa fosse una logica azione di polizia, anzi di “pulizia” urbana. E ora l’Onu, attraverso il rapporto di un suo Comitato per i diritti dell’infanzia, denuncia che gli uomini della polizia brasiliana per rendere più sicura e vivibile la metropoli che ospiterà le Olimpiadi 2016 (che si celebreranno tra appena dieci mesi) hanno ridato forza e virulenza forse mai vista all’insopportabile incubo delle mattanze dei meninos da rua.

Per pulire anzi – testuale – per «ripulire» la città simbolo del grande Paese sudamericano si uccidono su due piedi, sommariamente, ragazzini “colpevoli” di vivere per strada, di non avere famiglia, di essere potenziali delinquenti. Bambini spezzati e spazzati via, perché soli, poverissimi e contagiati dalla miseria nera prima ancora che dal crimine.

La “caccia” per le strade dei quartieri residenziali e fin dentro le favelas dei meninos, come i lettori di questo giornale sanno purtroppo bene, non è una novità. Le denunce di operatori e comitati per i diritti umani si moltiplicano da troppi anni sostenute dalla voce accorata e forte della Chiesa brasiliana, in prima linea, nel cercare di arginare esecuzioni e autentiche stragi. Ma è una novità la certificazione da parte delle Nazioni Unite dell’algida e feroce motivazione «d’ordine» di questo misfatto compiuto e ricompiuto da tutori della legge in una grande democrazia.

Il mondo, quel mondo che muore ogni volta che un bambino viene ucciso, ha aperto gli occhi. E adesso non può richiuderli. La strada verso le Olimpiadi 2016 non può essere lavata col sangue di piccoli massacrati «per sicurezza». Ci chiediamo chi avrà il coraggio di gareggiare sapendo che il prezzo della festa è una tragedia, che non si doveva vedere, che non si doveva sapere, e che ora, invece, è violentemente e definitivamente evidente. Ce lo chiediamo davvero. E vorremmo che se lo chiedessero sino in fondo, senza esitazioni, tutti gli sportivi e ogni cittadino di ogni Paese di questa nostra terra. E fossero capaci di risposta.

Le Olimpiadi delle origini imponevano la pace agli eserciti in guerra. O le quarte Olimpiadi del terzo millennio dopo Cristo sapranno non solo sospendere, ma far finire una volta per tutte la mattanza dei meninos da rua brasiliani o è meglio che gli atleti se ne restino a casa. A casa, per partecipare a una gara di solidarietà e di giustizia alla quale ci si qualifica soltanto dimostrandosi donne e uomini di coscienza. Perché è vero, verissimo: chi uccide i bambini, sempre, ovunque, in qualsiasi modo e per qualunque ragione, uccide il mondo.

Fonte: http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/i-bimbi-non-si-uccidono.aspx

Banksy

Banksy

“RIPARTIAMO DA NAZARET”

PAPA FRANCESCO E LA FAMIGLIA

Il Santo Padre Francesco, durante la Veglia di preghiera per la famiglia, in preparazione al Sinodo dei vescovi, celebrata in Piazza San Pietro, sabato 3 ottobre 2015, ha presentato un discorso che risulta finalmente vicino alla “spiritualità delle famiglie” normali, ovvero quelle imperfette e piene di ferite. Il riferimento non è stato quindi alle famiglie da “Mulino Bianco” della società dei consumi e dell’estetica televisiva, dove tutto è apparentemente perfetto e “in ordine”, nemmeno a quelle della santità eroica e straordinaria dei movimenti ecclesiali più “ortodossi”, spesso in tensione con la società civile contemporanea. Papa Francesco ha iniziato facendo riferimento alla figura del profeta Elia che alla domanda di Dio “Che cosa fai qui, Elia?” (1 Re 19,3.8-9), sull’Oreb, troverà risposta “non nel vento impetuoso che scuote le rocce, – dice il papa – non nel terremoto e nemmeno nel fuoco. La grazia di Dio non alza la voce; è un mormorio, che raggiunge quanti sono disposti ad ascoltarne la brezza leggera – quel filo di silenzio sonoro – li esorta ad uscire, a tornare nel mondo, testimoni dell’amore di Dio per l’uomo, perché il mondo creda…”

Prosegue il discorso del Papa: “Con questo respiro, proprio un anno fa, in questa stessa Piazza, abbiamo invocato lo Spirito Santo, chiedendo che — nel mettere a tema la famiglia — i Padri sinodali sapessero ascoltare e confrontarsi mantenendo fisso lo sguardo su Gesù, Parola ultima del Padre e criterio di interpretazione di tutto. Questa sera non può essere un’altra la nostra preghiera. Perché, come ricordava il Metropolita Ignazio IV Hazim, senza lo Spirito Santo, Dio è lontano, Cristo rimane nel passato, la Chiesa diventa una semplice organizzazione, l’autorità si trasforma in dominio, la missione in propaganda, il culto in evocazione, l’agire dei cristiani in una morale da schiavi (cfr Discorso alla Conferenza ecumenica di Uppsala, 1968). Preghiamo, dunque, – continua il Papa – perché il Sinodo che domani si apre sappia ricondurre a un’immagine compiuta di uomo l’esperienza coniugale e familiare; riconosca, valorizzi e proponga quanto in essa c’è di bello, di buono e di santo; abbracci le situazioni di vulnerabilità, che la mettono alla prova: la povertà, la guerra, la malattia, il lutto, le relazioni ferite e sfilacciate da cui sgorgano disagi, risentimenti e rotture; ricordi a queste famiglie, come a tutte le famiglie, che il Vangelo rimane “buona notizia” da cui sempre ripartire. Dal tesoro della viva tradizione i Padri sappiano attingere parole di consolazione e orientamenti di speranza per famiglie chiamate in questo tempo a costruire il futuro della comunità ecclesiale e della città dell’uomo”. È a questo punto che il Santo Padre presenta il valore della spiritualità di Nazaret e presenta la figura di uno dei suoi più concreti testimoni: “Ogni famiglia, è sempre una luce, per quanto fioca, nel buio del mondo. La stessa vicenda di Gesù tra gli uomini prende forma nel grembo di una famiglia, all’interno della quale rimarrà per trent’anni. Una famiglia come tante, la sua, collocata in uno sperduto villaggio della periferia dell’Impero. Charles de Foucauld, forse come pochi altri, ha intuito la portata della spiritualità che emana da Nazaret.

foto da internet

foto da internet

Questo grande esploratore abbandonò in fretta la carriera militare, affascinato dal mistero della Santa Famiglia, del rapporto quotidiano di Gesù con i genitori e i vicini, del lavoro silenzioso, della preghiera umile. Guardando alla Famiglia di Nazaret, fratel Charles avvertì la sterilità della brama di ricchezza e di potere; con l’apostolato della bontà si fece tutto a tutti; lui, attratto dalla vita eremitica, capì che non si cresce nell’amore di Dio evitando la servitù delle relazioni umane. Perché è amando gli altri che si impara ad amare Dio; è curvandosi sul prossimo che ci si eleva a Dio. Attraverso la vicinanza fraterna e solidale ai più poveri e abbandonati, egli comprese che alla fine sono proprio loro a evangelizzare noi, aiutandoci a crescere in umanità. Per comprendere oggi la famiglia, entriamo anche noi — come Charles de Foucauld — nel mistero della Famiglia di Nazaret, nella sua vita nascosta, feriale e comune, com’è quella della maggior parte delle nostre famiglie, con le loro pene e le loro semplici gioie; vita intessuta di serena pazienza nelle contrarietà, di rispetto per la condizione di ciascuno, di quell’umiltà che libera e fiorisce nel servizio; vita di fraternità, che sgorga dal sentirsi parte di un unico corpo. È luogo — la famiglia — di santità evangelica, realizzata nelle condizioni più ordinarie. (altro…)