Mese: maggio 2015

Politica e poesia

di Franco Arminio

“La vicenda si complica quando si pronuncia la parola ‘politica’. In questo caso la fragilità non è più una forza, ma qualcosa che dà i nervi.

Perché la politica è o dovrebbe essere un’elaborazione collettiva. Il pericolo e l’opportunità è che al punto in cui siamo arrivati anche la politica appartiene alle discipline dell’immaginario. […]

La modernità finisce ogni giorno e ogni giorno prolunga la sua esistenza con una magia collettiva che occulta ciò che è in piena evidenza: non crediamo più alla nostra avventura su questo pianeta. Non abbiamo più nessuna religione che ci tiene assieme, nessun progetto da condividere. […] Navighiamo in un mare di merci, e intorno a noi è tutto un panorama di navi incagliate: le nazioni, gli individui, le idee, tutto è come bloccato in un presente che non sa volgere la sua fronte né avanti né indietro.

In uno scenario del genere una politica possibile è la poesia. La poesia non è il fiore all’occhiello, è l’abito da indossare, ma prima di indossarlo dobbiamo cucirlo e prima di cucirlo dobbiamo procurarci la stoffa. La poesia è la realtà più reale, è il nesso più potente tra la parola e le cose. Quando riusciamo a radunare in noi questa forza, possiamo rivolgerci serenamente agli altri, possiamo scrivere, possiamo fare l’oste o il parlamentare, non cambia molto. Quello che conta è sentire che la modernità è una baracca da smontare. […]

C’è solo il respiro, forse ce n’è uno solo per tutti e per tutto. Spartirsi serenamente questo respiro è l’arte della vita. Altro che moderno e postmoderno, altro che localismo e globalità. La faccenda è teologica. Abbiamo bisogno di politica e di economia, ma ci vuole una politica e un’economia del sacro. Ci vuole poesia”.

Franco Arminio

tratto da “Il flâneur della desolazione” in Geografia commossa dell’Italia interna, Bruno Mondadori, Milano – Torino 2013, pp. 3-4

foto di A. Colombara

foto di A. Colombara