cosa resta del primo maggio?

 

Due episodi, per iniziare. Ieri sera, all’ora di chiusura del negozio in cui lavoro, una cliente ha chiesto ad una mia collega se domani ( il primo maggio) il negozio fosse rimasto aperto. La mia collega ha risposto che siamo lavoratori e domani sarebbe stata la festa dei lavoratori e quindi il negozio sarebbe rimasto chiuso. La cliente ha ribattuto dicendo:«Anche mio figlio è un lavoratore, fa il cuoco, ma domani lavora». Riflessione prima: bisogna ripensare qualsiasi retorica e forma di militanza rispetto al lavoro in questo tempo in cui ogni elemento, sociale, culturale, economico, è mutato in modo così profondo e veloce. Sempre ieri sera, poco prima delle 20, mi sono fermato a fare un pò di spesa in un supermercato ancora aperto. Alle 20 ero in colonna alla cassa quando la cassiera è andata a bloccare le porte d’entrata. Dopo pochi istanti un cliente, dall’esterno, si è messo a sbattere i pugni sui vetri urlando«Dai fammi entrare fammi entrare». Le 20 era già passate da qualche minuto e la cassiera è ritornata verso le porte automatiche, le ha sbloccate, ha fatto entrare il cliente dicendogli semplicemente:«Cerchi di fare veloce altrimenti sta qui a fare le pulizie con me». È poi ritornata alla cassa e ha esclamato:«Non capisco questa emergenza, tanto siamo aperti anche domani, ma quale festa dei lavoratori!». È da quel momento che ho iniziato a macinare questi pensieri. Cosa resta del primo maggio? Cosa resta di questa “festa”?

foto A. Colombara

foto A. Colombara

Sono convinto che un elemento di memoria, riflessione e pure di conviviale forma di “festeggiamento” debba rimanere, ma sicuramente vale la pena tralasciare un immaginario che oggi trascinerebbe un passato in un contesto che non lo conterrebbe più.

Cosa devo fare con quella catena di supermercati che oggi rimane aperta? Boiccottarla? Ma quali supermercati oggi restano chiusi? Devo aspettarmi dei sindacati che “puntino i piedi” e che almeno sul primo maggio garantiscano il diritto alla festa e al riposo anche ai lavoratori della grande distruzione, uno dei comparti oggi forse meno in crisi? Devo aspettarmi qualche imprenditore “illuminato” che scelga di tenere chiuso nei giorni festivi, quando magari in tali giornate i guadagni permettono di tenere in piedi qualche contratto di lavoro?

C’è un gran parlare di lavoro, in questo periodo, ma nessuno parla di quale lavoro. Senza offesa per molte persone capaci e impegnate dico però, dal mio osservatorio limitato, che, nella pubblica amministrazione,  sembra sia più tutelato chi si adatta, chi “tira indietro”, chi fa il suo e non una virgola in più. Dove la passione è spenta. In particolare nella scuola e in ambito sociale e culturale. E chi ha il posto fisso e ultra protetto non si rende conto della realtà che la/lo circonda e si continua a lamentare. I precari, quelli che “ci credono”, quelli appassionati, quelli che vogliono cambiare le cose, che investono, che credono che il lavoro nella pubblica amministrazione richieda un elemento di disponibilità maggiore visto che si tratta appunto di un servizio pubblico sostenuto dalla collettività, vengono spesso espulsi, marginalizzati, “spenti”.

È il tempo, questo, per chi il lavoro ce l’ha, sia in ambito pubblico che privato, un ripensamento del proprio approccio allo stesso, coltivando la stessa “disponibilità” della cassiera che alle 20 e 05 apre le porte all’ennesimo cliente, coltivando una passione e un impegno come forma di rispetto per chi il lavoro proprio non riesce a trovarlo. Ciò senza sminuire sforzi e fatiche di chi tra tagli, moltiplicazione di incarichi e ruoli, sovraccarichi, continua a svolgere il proprio compito con intatta disponibilità.

C’è poi da porre attenzione e rispetto verso chi il lavoro non ce l’ha, verso chi è disposto a fare qualsiasi lavoro e a lavorare in qualsiasi condizione, pur di lavorare, anche se questo abbassa enormemente il livello qualitativo dello stesso, con le imprese più spietate che ci cavalcano alla grande, talvolta col silenzio-assenso dei sindacati.

Abbiamo capito, la mia generazione e i giovani ventenni ancor di più, che non esiste più il classico posto di lavoro come lo hanno avuto i nostri genitori, con la pensione che adesso noi gli stiamo garantendo, ma abbiamo oltrepassato – e ora stiamo affondando – ben al di là della linea della dignità, e su questo ogni silenzio e indifferenza vanno evitati. Con concretezza, passione e anche con parole che tentano di raccontare episodi che ri-rappresentino il contesto che viviamo.

Francesco Maule

1 maggio 2014

 

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One comment

  1. Penso che intanto bisognerebbe fare una precisazione:
    qui da noi non è vero che il lavoro non esiste. Per farla breve, esiste sempre di più il lavoro che protende verso un tipo di ricchezza (settore orafo per esempio? ipermercati che aprono ovunque?….) sociale, quella per intendere che si porta appresso il Suv come targhetta di riconoscimento (e ce ne sono tante), oppure viene a mancare si, come terra sotto i piedi, se ci si inoltra nel territorio confinato di piccole imprese, artigiani, piccole professioni comuni.
    Mi sorprendo sempre comunque quando entro in qualche negozio bio, e ci trovo la fila alla cassa, come non mi capita mai di trovare nei negozi di alimentari comuni. E come mai? Perchè c’è un tipo di clientela, quella appunto dei Suv, che deve pur spendere l’eccesso. Cos’ l’etica del mangiar sano per esempio, diventa l’etica di chi pensa più che altro all’eti-chetta, e gli ipermercati da boicottare sono frequentati da gente etica che deve fare i conti con il magro fine mese perché lavora (se lavora) in posti comuni dove la crisi si permette di irrompere perché vi trova persone che appunto continuano a svolgere il proprio lavoro con disponibilità (sempre per via della famosa etica).
    Su cosa farsene della festa del primo maggio poi, mi viene da pensare che forse, come nel caso di altre feste, l’importanza di mantenerne vivo il significato potrebbe servire proprio a non farsi convincere che va bene così. che ormai non serve perché tantissime persone sono a casa che non lavorano (specialmente al sud), ma forse direi che proprio per questo occorre dare valore aggiuntivo a questa festa, poiché il valore del lavoro dovrebbe essere proprio quello di festeggiarlo, “la festa dei lavoratori”, cioè festeggiare perché si è dei lavoratori.
    In questo tempo che ci istiga a sradicare con banalità i significati di tanti ambiti, impoverendone gli aspetti etici, morali o spirituali (per capirsi, pensiamo al Natale…..), forse la migliore scelta è proprio quella di innalzarne la celebrazione, caricandone il significato in maniera che risulti il più possibile tangibile quanto più smaterializzata……

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