Mese: maggio 2014

L’Europa secondo Romano Guardini

la bellezza della cultura classica con la forza del mondo tedesco
Giuliana Fabris del Centro studi “Guardini” sul grande teologo del secolo scorso

Romano Guardini, nato a Verona ma cresciuto e vissuto in Germania, fu uno dei più grandi teologi del secolo scorso. Dal 1925 in poi erano frequenti le sue visite a Isola vicentina, dove Romano, nella villa di famiglia, preparava lezioni e scriveva libri. Di Guardini rimane particolarmente interessante e attuale la sua idea di Europa. Per conoscerla più da vicino, in occasione anche dell’imminente voto per eleggere i rappresentanti al parlamento europeo, abbiamo incontrato la professoressa Giuliana Fabris del Centro studi “R. Guardini” di Isola Vicentina. Guardini, secondo la Fabris, ha parlato di Europa già con la sua vicenda esistenziale e intellettuale nella quale espresse una sintesi efficace dello spirito classico e quello tedesco. Fu, in questo, un pensatore italo-tedesco, che andò in qualche modo a modificare anche la lingua tedesca, mediteranizzandola, addolcendola. In Guardini si trova fusa armonicamente la forma e bellezza della cultura classica con la forza e vitalità del mondo tedesco, mantenendo insieme le sue anime mediterranea e nordica. La prof.ssa Fabris riconduce questa capacità di sintesi di Guardini ad un preciso principio teologico, meglio cristologico: Guardini esprimeva con fermezza che «Cristo è l’unico principio archimedico, l’unico punto che fa leva, dal di fuori della storia fin dentro la storia, in una continua azione dirompente». Guardini si considerava europeo «sia per biografia che per scelta, attraverso alcune vicende tra le più tragiche della storia di sempre». Guardini ha sempre contrastato l’uso interessato e distorto che il nazismo faceva del fatto religioso, attraverso lezioni, scritti e omelie che hanno tentato di rendere consapevoli giovani e adulti del popolo tedesco. Tra i frutti di questa azione culturale ci sono i giovani della Rosa Bianca. Guardini poi, già dagli anni ’20 del secolo scorso, colse la centralità delle questioni legate al potere e alla tecnica. Per il teologo Guardini «l’Europa è nata col cristianesimo che ha ricevuto l’eredità romana e greca». L’Europa si è sviluppata mantenendo una tradizione di rispetto sempre più profondo, di valore per la vita umana. Egli scrisse anche un libro dal titolo Europa. Compito e destino. Per compito Guardini intendeva esplicitare «il ruolo dell’Europa rispetto al mondo come guida di valori ereditati dalla tradizione cristiana, con la capacità di denunciare quelle forme di potere che vanno contro l’uomo». Il destino è invece inteso come «quel divenire armonico in cui l’essere interiore si amplia». In questo senso Fabris ci sollecita con l’indicazione in cui «ognuno nel suo essere può accettare l’Europa, al di là dei populismi oggi così diffusi, non rigettando il presente e tutte le sue diversità». Ritorna infine il principio crisotologico così caro a Guardini: «Gesù entra nella storia per come si presenta e ci insegna che la vita, nella sua tensione tra opposti, va vissuta e attraversata come tale».

Francesco Maule

Voce dei Berici 20pag25

liceoguardini.it

Romano Guardini (Verona 1885 – Monaco di Baviera 1968) [foto da liceoguardini.it]

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cosa resta del primo maggio?

 

Due episodi, per iniziare. Ieri sera, all’ora di chiusura del negozio in cui lavoro, una cliente ha chiesto ad una mia collega se domani ( il primo maggio) il negozio fosse rimasto aperto. La mia collega ha risposto che siamo lavoratori e domani sarebbe stata la festa dei lavoratori e quindi il negozio sarebbe rimasto chiuso. La cliente ha ribattuto dicendo:«Anche mio figlio è un lavoratore, fa il cuoco, ma domani lavora». Riflessione prima: bisogna ripensare qualsiasi retorica e forma di militanza rispetto al lavoro in questo tempo in cui ogni elemento, sociale, culturale, economico, è mutato in modo così profondo e veloce. Sempre ieri sera, poco prima delle 20, mi sono fermato a fare un pò di spesa in un supermercato ancora aperto. Alle 20 ero in colonna alla cassa quando la cassiera è andata a bloccare le porte d’entrata. Dopo pochi istanti un cliente, dall’esterno, si è messo a sbattere i pugni sui vetri urlando«Dai fammi entrare fammi entrare». Le 20 era già passate da qualche minuto e la cassiera è ritornata verso le porte automatiche, le ha sbloccate, ha fatto entrare il cliente dicendogli semplicemente:«Cerchi di fare veloce altrimenti sta qui a fare le pulizie con me». È poi ritornata alla cassa e ha esclamato:«Non capisco questa emergenza, tanto siamo aperti anche domani, ma quale festa dei lavoratori!». È da quel momento che ho iniziato a macinare questi pensieri. Cosa resta del primo maggio? Cosa resta di questa “festa”?

foto A. Colombara

foto A. Colombara

Sono convinto che un elemento di memoria, riflessione e pure di conviviale forma di “festeggiamento” debba rimanere, ma sicuramente vale la pena tralasciare un immaginario che oggi trascinerebbe un passato in un contesto che non lo conterrebbe più.

Cosa devo fare con quella catena di supermercati che oggi rimane aperta? Boiccottarla? Ma quali supermercati oggi restano chiusi? Devo aspettarmi dei sindacati che “puntino i piedi” e che almeno sul primo maggio garantiscano il diritto alla festa e al riposo anche ai lavoratori della grande distruzione, uno dei comparti oggi forse meno in crisi? Devo aspettarmi qualche imprenditore “illuminato” che scelga di tenere chiuso nei giorni festivi, quando magari in tali giornate i guadagni permettono di tenere in piedi qualche contratto di lavoro?

C’è un gran parlare di lavoro, in questo periodo, ma nessuno parla di quale lavoro. Senza offesa per molte persone capaci e impegnate dico però, dal mio osservatorio limitato, che, nella pubblica amministrazione,  sembra sia più tutelato chi si adatta, chi “tira indietro”, chi fa il suo e non una virgola in più. Dove la passione è spenta. In particolare nella scuola e in ambito sociale e culturale. E chi ha il posto fisso e ultra protetto non si rende conto della realtà che la/lo circonda e si continua a lamentare. I precari, quelli che “ci credono”, quelli appassionati, quelli che vogliono cambiare le cose, che investono, che credono che il lavoro nella pubblica amministrazione richieda un elemento di disponibilità maggiore visto che si tratta appunto di un servizio pubblico sostenuto dalla collettività, vengono spesso espulsi, marginalizzati, “spenti”.

È il tempo, questo, per chi il lavoro ce l’ha, sia in ambito pubblico che privato, un ripensamento del proprio approccio allo stesso, coltivando la stessa “disponibilità” della cassiera che alle 20 e 05 apre le porte all’ennesimo cliente, coltivando una passione e un impegno come forma di rispetto per chi il lavoro proprio non riesce a trovarlo. Ciò senza sminuire sforzi e fatiche di chi tra tagli, moltiplicazione di incarichi e ruoli, sovraccarichi, continua a svolgere il proprio compito con intatta disponibilità.

C’è poi da porre attenzione e rispetto verso chi il lavoro non ce l’ha, verso chi è disposto a fare qualsiasi lavoro e a lavorare in qualsiasi condizione, pur di lavorare, anche se questo abbassa enormemente il livello qualitativo dello stesso, con le imprese più spietate che ci cavalcano alla grande, talvolta col silenzio-assenso dei sindacati.

Abbiamo capito, la mia generazione e i giovani ventenni ancor di più, che non esiste più il classico posto di lavoro come lo hanno avuto i nostri genitori, con la pensione che adesso noi gli stiamo garantendo, ma abbiamo oltrepassato – e ora stiamo affondando – ben al di là della linea della dignità, e su questo ogni silenzio e indifferenza vanno evitati. Con concretezza, passione e anche con parole che tentano di raccontare episodi che ri-rappresentino il contesto che viviamo.

Francesco Maule

1 maggio 2014