Il cuore bambino

…ogni storia nasce da una specie di groppo lirico-morale che si forma a poco a poco e matura e s’impone. Si capisce che poi c’è anche la parte del divertimento, del gioco, del meccanismo. Ma questo groppo iniziale è un elemento che bisogna che si formi da sé; le intenzioni e la volontà contano poco. Non che questo valga solo per le storie fantastiche; vale per tutti i nuclei poetici d’ogni opera narrativa, anche realistica, anche autobiografica, ed è ciò che decide, nel mare delle cose che si possono scrivere, quelle che è impossibile non scrivere”.

Italo Calvino, presentazione a La giornata d’uno scrutatore, Mondadori editore, Milano 1994, p. VI.

Post n°100 | Il cuore di Dio (terza parte)

Partii col bambino. Io a piedi lui con la sua biciclettina. Il caldo era intenso ma sopportabile, la città era immobile, il quartiere spento, strade semi deserte come in ogni primo pomeriggio di un giorno d’estate. Il bambino mi parlava, mi chiedeva e io rispondevo, spiegavo ma la mia testa era lontana, lo capii dopo, assente a lui.

Non che fossi distratto ma attratto si. Pensavo al tempo e al corpo.

Percorremmo la strada con a fianco la pista ciclabile. Io sul marciapiede e lui sulla ciclabile, agli stop o agli incroci si fermava ad aspettarmi o tornava indietro se mi aveva distanziato troppo. Le mie parole, la mia apparente attenzione rendevano il bambino gioviale e spigliato.

C’era un corpo che mi mancava e desideravo. Non pensavo un corpo nascondesse tutta quell’energia. L’assenza aveva una potenza simile, se non superiore, alla presenza. Tutta la terra era quel corpo e non riuscivo a pensare ad altro che a starci dentro, abitarlo, nascondermi.

Dopo aver prelevato dei soldi al bancomat della banca ci siamo diretti alla gelateria lì vicina. «Dove andiamo?» mi chiedeva continuamente il bambino. Abbiamo preso due coppette di gelato e poi ci siamo seduti sulla panca di legno lì fuori. Sulla strada le auto passavano rare e stanche, a velocità ridotta e il sole batteva con le ultime spinte dell’estate sul telone che ci copriva con un po’ di ombra.

È stato lì che ho raggiunto qualcosa, che ho sentito ricomposta un’unità che legava le parole e la presenza del bambino con ciò che avevo dentro, un’unità di tensione e di tempi.

È stato lì, parlando con lui di colori e piccoli amici, gustando un ottimo gelato artigianale alla liquirizia, che mi si è fatto chiaro che il merito fosse del bambino.

Sua la determinazione a portarmi ad un punto di equilibrio minimo nel quale è possibile qualche comprensione. Mi si è fatta chiara la convinzione che sono i bambini a darci qualità nella vita, a darci una posizione nel baratro, a darci la giusta velocità (o lentezza) per ascoltare, sentire, provare emozioni sentimenti paure gioie. Che sono i bambini il frutto dell’unione dei corpi, ma non solo quella iniziale, generativa. I bambini tengono uniti i corpi degli amanti perché il loro nutrimento è l’amore degli amanti. Non vogliono solo giochi, non vogliono cibo, non vogliono sonno; vogliono solo amore. Vogliono due corpi amanti perennemente uniti.

Fu il bambino, con quegli occhioni immensi, con le sue chiacchere assurde e continue, a farmi comprendere, tra un gelato alla liquirizia e uno al cioccolato, il valore della fedeltà, della pazienza e forse della castità.

Francesco Maule | agosto 2013

foto F. M.

foto F. M.

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One comment

  1. grazie, era proprio quello che volevo sentire/dire, il groppo che non sapevo neanche di avere finchè non l’ho letto/sentito nelle tue parole, le parole che tutti usiamo ( parlando noi la stessa lingua) e di cui ringraziamo di condividere, perchè così comprendiamo i sentimenti e le emozioni che ci fanno sentire fratelli, e ringraziamo per ciò coloro che le sanno utilizzare tanto bene, e poi c’è anche la “parola ” AMORE.

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