Mese: ottobre 2013

Il cuore bambino

…ogni storia nasce da una specie di groppo lirico-morale che si forma a poco a poco e matura e s’impone. Si capisce che poi c’è anche la parte del divertimento, del gioco, del meccanismo. Ma questo groppo iniziale è un elemento che bisogna che si formi da sé; le intenzioni e la volontà contano poco. Non che questo valga solo per le storie fantastiche; vale per tutti i nuclei poetici d’ogni opera narrativa, anche realistica, anche autobiografica, ed è ciò che decide, nel mare delle cose che si possono scrivere, quelle che è impossibile non scrivere”.

Italo Calvino, presentazione a La giornata d’uno scrutatore, Mondadori editore, Milano 1994, p. VI.

Post n°100 | Il cuore di Dio (terza parte)

Partii col bambino. Io a piedi lui con la sua biciclettina. Il caldo era intenso ma sopportabile, la città era immobile, il quartiere spento, strade semi deserte come in ogni primo pomeriggio di un giorno d’estate. Il bambino mi parlava, mi chiedeva e io rispondevo, spiegavo ma la mia testa era lontana, lo capii dopo, assente a lui.

Non che fossi distratto ma attratto si. Pensavo al tempo e al corpo.

Percorremmo la strada con a fianco la pista ciclabile. Io sul marciapiede e lui sulla ciclabile, agli stop o agli incroci si fermava ad aspettarmi o tornava indietro se mi aveva distanziato troppo. Le mie parole, la mia apparente attenzione rendevano il bambino gioviale e spigliato.

C’era un corpo che mi mancava e desideravo. Non pensavo un corpo nascondesse tutta quell’energia. L’assenza aveva una potenza simile, se non superiore, alla presenza. Tutta la terra era quel corpo e non riuscivo a pensare ad altro che a starci dentro, abitarlo, nascondermi.

Dopo aver prelevato dei soldi al bancomat della banca ci siamo diretti alla gelateria lì vicina. «Dove andiamo?» mi chiedeva continuamente il bambino. Abbiamo preso due coppette di gelato e poi ci siamo seduti sulla panca di legno lì fuori. Sulla strada le auto passavano rare e stanche, a velocità ridotta e il sole batteva con le ultime spinte dell’estate sul telone che ci copriva con un po’ di ombra.

È stato lì che ho raggiunto qualcosa, che ho sentito ricomposta un’unità che legava le parole e la presenza del bambino con ciò che avevo dentro, un’unità di tensione e di tempi.

È stato lì, parlando con lui di colori e piccoli amici, gustando un ottimo gelato artigianale alla liquirizia, che mi si è fatto chiaro che il merito fosse del bambino.

Sua la determinazione a portarmi ad un punto di equilibrio minimo nel quale è possibile qualche comprensione. Mi si è fatta chiara la convinzione che sono i bambini a darci qualità nella vita, a darci una posizione nel baratro, a darci la giusta velocità (o lentezza) per ascoltare, sentire, provare emozioni sentimenti paure gioie. Che sono i bambini il frutto dell’unione dei corpi, ma non solo quella iniziale, generativa. I bambini tengono uniti i corpi degli amanti perché il loro nutrimento è l’amore degli amanti. Non vogliono solo giochi, non vogliono cibo, non vogliono sonno; vogliono solo amore. Vogliono due corpi amanti perennemente uniti.

Fu il bambino, con quegli occhioni immensi, con le sue chiacchere assurde e continue, a farmi comprendere, tra un gelato alla liquirizia e uno al cioccolato, il valore della fedeltà, della pazienza e forse della castità.

Francesco Maule | agosto 2013

foto F. M.

foto F. M.

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Del ritorno da un viaggio…

Mi sento come al termine di un viaggio, un viaggio di paura, di incontri, di affetti, vicende nuove, di limitazioni (fisiche) che mai avevo vissuto.

Ho trovato nelle parole di Claude Marthaler alcune vibrazioni che sento oggi: lui le ha scritte in riferimento alla conclusione del suo viaggio intorno al mondo in bicicletta durato sette anni, io in riferimento a questi due mesi trascorsi dal mio incidente con la bicicletta del 21 luglio scorso.

Le ho lette in sala d’attesa dell’ambulatorio mentre aspettavo la visita col neurochirurgo che stamattina ha verificato che tutto fosse a posto e mi ha “liberato” dal collare rigido che in questo periodo ha sanato le mie vertebre cervicali. Uscito, col corpo risanato, mi sono sentito fortunato nell’essere in qualche modo ritornato, ma un viaggio ti trasforma, ti cambia e in qualche misura ti richiede di ritrovarti…

“Il tempo si comprime e lo spazio si restringe. Comincio un processo di lutto che dura sette anni: introduzione, azione ed epilogo, domandandomi cosa so ancora fare, a parte pedalare. Contrariamente a chi corre in un velodromo, dove si è costretti ad accelerare nelle curve per mantenere il proprio equilibrio, devo decelerare come non ho mai fatto prima. Non devo più presentare il passaporto. Nessuno più mi domanda da dove vengo, dove vado ecc. Sono sperduto, perso con emozione, ho il sedere tra la sella e la sedia: ho paura di essere satellizzato e paura di arenarmi, dissoluto in un mondo divenuto più intimo e più vasto al contempo, più relativo e più cangiante. Per mantenere la mia libertà, senza soccombere alla nostalgia, devo dimenticare il movimento come regola e misura, il corpo a corpo con la mia macchina e lasciare la superficie terrestre: correre più alto nella mia testa, più profondo nel mio cuore, convertire i miei sforzi fisici in pensieri, liberare la mia immaginazione al di là dell’orizzonte. In un sol colpo, la mia direzione, per mancanza di ritmo, non coincide più con quella del mio manubrio. La tregua del sogno. Ormai, anche se tesi e vibranti, i raggi in rotazione non bastano più a inventare il futuro.”

Claude Marthaler, lo zen e l’arte di andare in bicicletta. La vita e altre forature di un nomade a pedali, Ediciclo editore, Portogruaro (VE) 2010. Pag. 89.

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una nuova bici – “graziella arcobaleno” – sistemata con l’aiuto dei bambini di via siena