Cambio vita. Fare l’eremita?

Di Andrea Ponso

Forse molti l’hanno pensato, almeno una volta, soprattutto di questi tempi: mollo tutto, sono stanco, vado a riposare, a riprendere i ritmi della natura, a vivere di poco e in armonia. Magari solo per poco tempo, qualcuno può anche averci provato: il turismo di tipo religioso, ma non solo, ha avuto un certo incremento. Si va per eremi e monasteri, di solito immersi in zone molto belle dal punto di vista paesaggistico, magari isolate … si prende il tutto come una sorta di beauty farm della mente e dell’anima, e poi si torna a casa, come dire, ricaricati.

foto L. Tommasin

foto L. Tommasin

Niente di male in tutto questo. Però, qui, vorrei parlare di qualcosa di diverso, cercando magari di abbattere alcuni luoghi comuni sull’argomento, oggi tornato anche di moda. Sono usciti anche alcuni libri, non pochi, che cercano di raccontare le vite e i luoghi eremitici di oggi, e hanno avuto anche un certo successo; trasmissioni e inchieste televisive se ne sono occupate. Naturalmente, lo sfondo religioso è quasi sempre la base di una tale scelta, anche solo temporanea; ma occorre dire che il fenomeno ha radici che sono anche, e forse prima ancora, di tipo antropologico: riguardano tutte le religioni e, più in generale, le forme di vita possibili. Tuttavia, credo che, per comprendere un poco questo fenomeno, dovremmo proprio farci aiutare dalle suggestioni che ci arrivano dal modo tradizionale di intendere questo tipo di scelta. In questo primo intervento, vorrei quindi soffermarmi su alcune di queste.

Proviamo a partire con la parola più comune che si usa di solito accanto a quella di “eremita”: monaco. Essa non designa tanto e solamente il fatto di essere monos, cioè “solo”, come di solito si crede, quanto piuttosto il senso di una unificazione, la ricerca di una unità della persona e della vita; il monaco non è l’unico ma l’unificato. Non di dispersione e abbandono, quindi, ma di raccoglimento e pienezza si tratta.

Questa caratteristica la possiamo trovare anche in altri contesti, come in quello orientale, ad esempio: cos’è lo yoga, in fondo, se non questa pratica dell’unificazione non dispersiva? Potremmo anche dire che il monaco o l’eremita, colui che, almeno apparentemente, si “ritira dal mondo”, in realtà è un essere “simbolico”: questo termine, infatti, non va confuso con la “firma” o il “trend”; esso, nel suo etimo, significa “tenere insieme”, in unità, parti svariate dell’esistenza in maniera non dualistica; pensiamo alle facili ed erronee dicotomie tra anima e corpo, ad esempio: ecco, l’eremita, il monaco, cerca di non applicarle. La sua è quindi un’apertura, un abbraccio del tutto, non un “ritiro”, una barriera, una divisione con tutto il resto. Questo, propriamente, sarebbe il dia-bolico: il contrario del sim-bolico. Tutto questo richiama alla mente anche il concetto e la pratica dell’ascesi: anche in questo caso, dobbiamo liberare il termine dalle sue incrostazioni secolari e moralistiche; la parola, infatti, significa semplicemente “esercizio” e, ancora una volta come nello yoga, è volta non tanto a negare il corpo e il mondo, quanto piuttosto ad abitarlo in maniera consapevole e unificata – appunto da monos, in unità, come abbiamo detto.

Anche la povertà, in questo senso, non va vista come una mortificazione quanto come una progressiva liberazione da un lato, e dall’altro come consapevolezza che “non possiamo farci da soli”, che siamo sempre dipendenti e in relazione con gli altri: è la rottura di un luogo comune anche questa, perché si crede che il monaco e l’eremita lascino il mondo per concentrarsi su se stessi, per non avere bisogno d’altro – ma non è davvero così. La logica contemporanea che esalta il self-made-man è esattamente l’opposto della via eremitica; e forse per questo oggi il bisogno di ritiro e la tentazione di una vita solitaria, magari anche solo inconsciamente, ritornano con grande forza, anche se in forme diverse da quelle antiche. È bene dirlo con una certa chiarezza: chi si decide per questo tipo di scelta, anche al di là della religione ma solamente come forma di vita, deve tenere ben presente queste cose, apparentemente solo teoriche, ma che in realtà sono punti fermi per la pratica di vita concreta di ogni giorno. La solitudine delle moltitudini che abitano le nostre città oggi, l’indifferenza e l’indistinzione, producono forme sane di eremitismo solo in questo senso, altrimenti non farebbero che aumentare la schizofrenia e la patologia di un io narcisisticamente piegato su se stesso fino alla morte e all’autismo sentimentale.

Senza entrare troppo nei particolari, sappiamo che i primi eremiti cristiani si raccoglievano ai bordi del deserto e nelle zone più impervie, vivendo del poco che potevano procacciarsi da soli o grazie alle offerte di chi passava a trovarli per averne consiglio e benedizione. La scelta eremitica nasce come contestazione di un sistema, quello della chiesa ufficiale, ma non si riduce a questo: anzi, essa non esce quasi mai dall’istituzione, pure rimanendovi ai margini per vivere più intensamente il suo messaggio. Tuttavia, occorre sapere che i primi monaci eremiti non erano sacerdoti, ma semplici laici: l’istituzione monastica eremitica, insomma, nasce come laicità benedetta – tanto che, in alcune regole monastiche, i sacerdoti potevano fermarsi nei monasteri e negli eremi solo per qualche giorno. Ancora oggi, molti monaci non sono sacerdoti.

Questo ci porta un po’ più vicino all’oggi e al nostro interesse specifico: sembra infatti che il ritorno di interesse verso questo tipo di vita sia in qualche modo il segno di un recupero della laicità del monachesimo, anche al di fuori dell’istituzione o della stessa fede. Uno dei grandi maestri di spiritualità monastica del nostro tempo, André Louf, amava ripetere che “il monaco, l’eremita, è un esperto in ateismo”. Ma chi si accinge, religiosamente o meno, ad “abbandonare il mondo” (termine che, come abbiamo visto, non può e non deve essere preso alla lettera mai), chi decide di abitare una clausura e una solitudine, si accorge quasi da subito che essa ha senso e non distrugge la vita solamente se è in vista di un’apertura, di una visione più ampia e orizzontale, davvero poco “spirituale”, se, con questo termine, intendiamo il suo significato corrente e banale. Non si può resistere se si prende questa scelta come una fuga, come un rifiuto del mondo e dell’altro, dei problemi e delle difficoltà: anzi, tutto questo, nella solitudine, esplode con grande fragore, e il rischio è molto alto. Paolo Giannoni, eremita a Mosciano, ama ricordare che chi sceglie questa vita, apparentemente di pace e di contemplazione, trova dentro di sé l’Acheronte, il fiume dell’inferno; e tutta la tradizione monastica lo testimonia, a partire dalla lotta spirituale che, ripeto, può essere letta anche solo da un punto di vista antropologico come un fare i conti radicalmente con la propria e altrui esistenza.

Se avete intenzione di abbracciare questo tipo di vita, insomma, credo sia necessario tenere ben presenti questi pochi punti che la tradizione ha da sempre sottolineato con forza: il primo passo verso la solitudine eremitica inizia proprio da questo abbandono dei luoghi comuni e delle idee di facciata su questa vita. Se iniziate da qui, state già nella fase logistica dei preparativi.

Di Andrea Ponso

fonte: http://www.voglioviverecosi.com

Un’altro articolo di Ponso sul tema si trova qui.

Nota biobibliografica

Andrea Ponso è nato a Noventa Vicentina nel 1975. Laureato in teoria della letteratura a Padova, ha conseguito un dottorato di ricerca in lingue e letteratura comparate presso l’Università di Macerata e di Lille; attualmente, dopo il baccalaureato in teologia alla Facoltà Teologica del Triveneto, sta portando a termine la licenza in liturgia e antropologia del rito a S. Giustina (PD).

Come poeta ha pubblicato:  “La casa” con prefazione di Maurizio Cucchi,  del 2003 per Stampa. Dopo altre uscite presso Mondadori (“Nuovissima poesia italiana” e “Almanacco dello Specchio”), è uscito quest’anno il suo secondo libro in versi, “I ferri del mestiere” presso la collana de Lo Specchio di Mondadori.

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