Mese: settembre 2013

Cambio vita. Fare l’eremita?

Di Andrea Ponso

Forse molti l’hanno pensato, almeno una volta, soprattutto di questi tempi: mollo tutto, sono stanco, vado a riposare, a riprendere i ritmi della natura, a vivere di poco e in armonia. Magari solo per poco tempo, qualcuno può anche averci provato: il turismo di tipo religioso, ma non solo, ha avuto un certo incremento. Si va per eremi e monasteri, di solito immersi in zone molto belle dal punto di vista paesaggistico, magari isolate … si prende il tutto come una sorta di beauty farm della mente e dell’anima, e poi si torna a casa, come dire, ricaricati.

foto L. Tommasin

foto L. Tommasin

Niente di male in tutto questo. Però, qui, vorrei parlare di qualcosa di diverso, cercando magari di abbattere alcuni luoghi comuni sull’argomento, oggi tornato anche di moda. Sono usciti anche alcuni libri, non pochi, che cercano di raccontare le vite e i luoghi eremitici di oggi, e hanno avuto anche un certo successo; trasmissioni e inchieste televisive se ne sono occupate. Naturalmente, lo sfondo religioso è quasi sempre la base di una tale scelta, anche solo temporanea; ma occorre dire che il fenomeno ha radici che sono anche, e forse prima ancora, di tipo antropologico: riguardano tutte le religioni e, più in generale, le forme di vita possibili. Tuttavia, credo che, per comprendere un poco questo fenomeno, dovremmo proprio farci aiutare dalle suggestioni che ci arrivano dal modo tradizionale di intendere questo tipo di scelta. In questo primo intervento, vorrei quindi soffermarmi su alcune di queste.

Proviamo a partire con la parola più comune che si usa di solito accanto a quella di “eremita”: monaco. (altro…)

Gridare il Vangelo con la vita

 1° dicembre 1963 – 1° dicembre 2013

Le Piccole Sorelle del Vangelo. Un piccolo seme, seminato 50 anni fa, nel solco della spiritualità del Beato Charles de Foucauld

A Debba, il 19 settembre, alle 20.30, si terrà un colloquio dove fratel Giuliano Pallicca, responsabile generale dei Piccoli Fratelli del Vangelo, presenterà una riflessione sulle figura del fondatore, Padre René Voillaume, erede spirituale di fratel Charles de Foucauld

Le Piccole sorelle del Vangelo della comunità di Debba - Vicenza

Le Piccole sorelle del Vangelo della comunità di Debba – Vicenza

La congregazione della Piccole Sorelle del Vangelo di Charles de Foucauld è stata fondata dal Padre René Voillaume il 1° dicembre 1963. Quest’anno, 2013, ricorrono dunque i 50 anni di fondazione. Dal 2000 una comunità di quattro Sorelle è presente a Debba (viale Riviera Berica, 790 – Vicenza) nella parrocchia di San Gaetano da Thiene, dove il 19 settembre, alle 20.30 si terrà un colloquio dove fratel Giuliano Pallicca, responsabile generale dei Piccoli Fratelli del Vangelo, presenterà una riflessione sulle figura del fondatore. Padre René Voillaume, erede spirituale di fratel Charles de Foucauld, che già aveva dato inizio alle congregazioni dei Piccoli Fratelli di Gesù e dei Piccoli Fratelli del Vangelo, raccontava così la nascita della Fraternità: “Eravamo nel 1963, quando ci rendemmo conto come fosse indispensabile completare il lavoro dei Piccoli Fratelli tra gli Indiani Makiritaré, nella foresta amazzonica, affiancandoli al mondo femminile. Improvvisamente ebbi un’intuizione e dissi: «Non ci resta che fondare le Piccole Sorelle del Vangelo!»”. Fu così che il 1° dicembre di quello stesso anno, un primo gruppo di quattro sorelle, si preparava a partire per cominciare la prima fraternità a Santa Maria del Erebato, nella foresta del Venezuela.

Suor Nadia Rizzardi, della comunità delle Piccole Sorelle presenti in diocesi, ci racconta che: «a Vicenza siamo in cinque stabili: io, Giuliana, Gabriella, Maria Cristina e Lidia, che ora è per qualche tempo presso la sua famiglia; al suo posto temporaneamente c’è Annalisa. La nostra presenza è nello stile descritto con queste parole del Padre Voillaume “Lo stato di vita di Nazaret dovrà marcare sempre il loro comportamento, lo scopo che orienta tutte le loro attività è il servizio alla missione di evangelizzazione.”»

Suor Nadia, cosa rappresenta per voi l’anno giubilare?

«Celebrare l’anno giubilare significa per prima cosa rendere grazie a Dio di averci volute, fatte crescere, accompagnate, nella fedeltà e nella missione. É poi un momento utile per fermarci a guardare la strada percorsa e far tesoro di ciò che abbiamo imparato dall’esperienza. Questo momento poi può servire per rinnovare lo slancio dell’intuizione fondante del nostro carisma, che oggi dobbiamo mettere in opera in un mondo tanto diverso da cinquanta anni fa».

Che cos’è per voi evangelizzare al seguito di Charles de Foucauld?

«La passione di fr. Charles per il suo “amato fratello e Signore Gesù” – continua suor Nadia – lo ha condotto ad amare profondamente ogni persona incontrata, specialmente i più poveri e abbandonati. Spinte dalla sua audacia, nello slancio della giovinezza, siamo partite verso”i confini del mondo”. Oggi, a cinquanta anni dalla Fondazione, raccogliamo la ricchezza di tutte le culture nelle quali il carisma della Fraternità si è incarnato; vediamo però anche le difficoltà dovute ad una dispersione troppo grande, in un momento in cui, per un certo numero tra noi, le forze diminuiscono a causa dell’età, anche se lo zelo apostolico rimane intatto! Ma le giovani ci sono e hanno lo stesso slancio e lo stesso appello interiore. Così, nella nostra piccola famiglia religiosa, sono presenti le diverse età della vita: un’altra ricchezza che, al tempo stesso, è una sfida. Ovunque e ad ogni età il Signore ci chiede di essere un segno della sua Presenza, e questo non attraverso grandi cose, ma nell’umile vita quotidiana, perché il Regno cresce silenziosamente, lentamente ma irrevocabilmente, attraverso tutti i gesti d’amore vissuti ogni giorno nel mondo».

Francesco Maule

La Voce dei Berici –  domenica 8 settembre 2013 – pag. 10

Il cuore di Dio (2° parte)

Si può ancora parlare d’amore?

 

«Ma com’è il cuore di Dio?» chiese la giovane all’anziana monaca.

Suor Nazarena, ormai piegata dagli anni, curva sulla sua sedia, posò il suo sguardo per la prima volta su quello della giovane e con quel fiato di voce tenera ma chiara le rispose: «Intanto lasciami dire che è una delle più belle domande che abbia mai sentito, com’è il cuore di Dio… sai forse tutta la mia vita monastica è stata un continuo pregare e riflettere e vivere su questa domanda e ora che sono anziana non posso dire di aver trovato La risposta. Provo a dirti delle cose che ho capito, delle suggestioni che mi porto dentro, ma la cosa più importante è che tu stessa viva per conoscere il cuore di Dio. Mio Dio, mi pare quasi un discorso che potrebbe ricordare alcune parti del “Siddharta” di Hermann Hesse, ma tutti noi abbiamo amato in qualche modo quel libro, perché nasconderlo…»

La giovane ragazza ripensò con simpatia all’estate precedente, quando, durante uno dei suoi lavori saltuari e precari, la cameriera presso un rifugio di montagna, un alpinista aveva lasciato parte del suo bagaglio al rifugio per fare l’alta via che passava per quelle montagne, tra cui alcuni libri, tra cui il Siddharta di Hesse, che lei divorò le due notti della sua assenza.

Quando, dopo qualche istante di silenzio, la monaca iniziò a parlare, lei riprese a scrivere nel suo taccuino perché sapeva che avrebbe ascoltato parole da non dimenticare.

«Pensa a tutto l’amore, pensa solo all’amore, non ad altro, a tutto l’amore che hai ricevuto e che hai visto donato e ricevuto da altri. Pensa alla capacità di amore, che se anche minima e spesso ambigua o possessiva che ogni persona ha in sé, pensa a tutto l’amore del mondo, a tutto l’amore della storia, pensa solo a quello, e ancora il cuore di Dio è molto oltre a questo, perché è un amore che è oltre alla storia come la immaginiamo noi, oltre questo mondo, oltre l’universo. Il cuore di Dio è tutto l’amore di sempre, è tutto l’amore immaginabile e oltre, è puro e semplice amore, un amore che noi umani abbiamo il privilegio di conoscere, se decidiamo di viverlo, di donarlo e riceverlo, anche se parzialmente e spesso confuso nel dolore, nella sofferenza, nella limitatezza dei nostri cuori, della nostra psiche, dei nostri caratteri, della varie vicende della vita così misteriose e ambigue.

Sai, siamo su abisso di mistero, questa tua domanda richiede davvero che ci pensi, preghi un po’, poi magari ti scrivo nei prossimi giorni».

 

***

Le lacrime d’amore

Lettera di Suor Nazarena a Noemi.

Amore. È possibile dire ancora qualcosa di sensato sull’amore? È possibile raccontarlo, descriverlo, crederci? Anche il filosofo Roberto Mancini, nella sua splendida lectio magistralis al Festival Biblico (che ti consiglio di leggere tutta in questo libro: “Vivere la fede nalla libertà dell’amore”)  riconosce una banalizzazione culturale rispetto alla parola amore, come nei confronti delle parole fede e libertà.

Per reagire a questa banalizzazione, per riconoscere l’amore che ci circonda, quello vicino e tangibile delle persone che ci amano e che amiamo, fino a quello potente e immenso che fa si che questa umanità sgangherata non si autodistrugga ma che invece continua a progredire in bellezza e sapienza, riprendo alcuni tratti di un altro libro, scritto da una teologa laica, che andrebbe letto per intero ma di cui alcune parti mi sembrano adatte per ricominciare in qualche modo a parlare d’amore, a parlare del cuore di Dio.

Ma non prima di chiarirti il titolo di questa lettera. Ho capito dagli amanti che sono le lacrime le prime e più sensate parole d’amore, sono queste a sconfinare i sentimenti, a sciogliere le incomprensioni, a chiarire più del dicibile.

Sono le lacrime le maestre dell’amore, le amanti fedeli, le vere voci dell’anima.

E quando una persona che amo e che mi ama piange per me io non sono più nulla se non per lei.

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Amore di Dio1

Amare Dio certo non significa ‘provare sentimenti positivi nei suoi confronti’ nel senso in cui lo si potrebbe dire in riferimento a qualsiasi essere umano. Del nostro amore Dio non può mai essere il complemento oggetto, nemmeno supremo e ultimo. Piuttosto è quello che fa vivere l’amore, per mezzo del suo Spirito; ed è inoltre la direzione, il senso, il compimento pieno di ogni amore vero.

Amare Dio significa immergersi sempre più profondamente nella consapevolezza di essere da Dio amati e chiamati: aprirsi a questo amore fino al punto da poterlo irradiare e prolungare nella storia umana.

Dio ama per primo, e nella Scrittura il suo amore si manifesta soprattutto nel fatto di chiamare l’uomo a vivere in comunione con lui, cioè nell’Alleanza. L’essere umano sperimenta nella fedeltà la comunione con Dio, e nella comunione con Dio la gioia indicibile di sapersi amato e prediletto da lui. […]

Nei secoli passati i teologi hanno disputato spesso su natura, fini, e dinamismi dell’amore, distinguendo almeno tra un amor benevolentiae (che dovrebbe essere amore ‘puro’, ovvero dimentico di sé) e un amor concupiscentiae (amore per bisogno). Ai giorni nostri però questa divisione comincia ad apparire teologicamente e psicologicamente poco sensata; soprattutto poco reale. È anche questo un segno dei tempi, e sembra molto positivo. Sin dalla prima metà del Novecento la riflessione del teologo luterano Anders Nygren ha reso familiari alla riflessione teologica le due principali forme dell’amore, cioè érōs e agápēappunto. Mentreérōs è l’amore ascendente, che scaturisce dalla desiderabilità dell’amato (ed è anche la brama dell’essere umano verso il divino), agápē è l’amore ‘discendente’ che scaturisce da pura sovrabbondanza di amore del soggetto che ama. […]

Lo slancio d’amore di un Dio che per amore sceglie di aver bisogno degli esseri umani è più érōs o più agápē? A parte le cautele che sempre richiede il discorso analogico, quando si attribuiscono a Dio sentimenti e intenzioni modellati su quelli umani, qui riconosciamo […] che l’amore è insieme eros e agape, condotti al massimo dell’intensità e della trasparenza. […] L’eros, di tradizione alta e filosofica, non è l’amore egoistico (la lettura che identifica eros e concupiscenza si riferisce alle deformazioni del desiderio amoroso in una cultura , cristiana e no, patriarcale e violenta e timorosa dei sentimenti); è desiderio, ma desiderio di unione, non di possedere e asservire altri; piuttosto di partecipare alla vita dell’altro e di comunicare la propria.

Particolarmente illuminanti le osservazioni avanzate a questo riguardo da Jurgen Moltmann[…]:

…Lo stesso Spirito creatore di Dio èérōs, poiché dalle sue creazioni e nelle sue creature rifulge la sua bellezza, che a sua volta risveglia l’érōs. Si ama sempre ciò che è bello e attrae, non il bene in se stesso ma il bene che si presenta come bello e il bello che si mostra buono, come già Platone ben conosceva. La stessa grazia divina si presenta nella leggiadria di una figura e nell’attrazione inconsapevole che un essere esercita.[…] Le irradiazioni dello Spirito divino nelle creature risvegliano l’érōs, che a sua volta santifica la vita creata, in quanto l’ama e la afferma. Morale ed estetica vengono a coincidere. È quello che le persone sperimentano nei loro rapporti: l’amore è vita vitalizzante2.

Quando l’amore raggiunge una certa altezza e una certa temperatura, fa esplodere dicotomie e schematismi prefabbricati: così si può avere un eros spinto fino ad agapizzarsi e un’agape così intensa da acquisire tutto lo slancio costruttivo e rigeneratore dell’eros.

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Cara Noemi, questi gli spunti tratti dal libro della Sebastiani, che quando vorrai potrai leggere per intero perché va ad approfondire una tematica spirituale tanto profonda quanto trascurata, ossia che “il frutto dello spirito” elencato dalla lettera di Paolo ai Galati, cioè amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza-bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé, è appunto unico, ma dato dall’insieme e dalla mutua fecondazione – come direbbe Panikkar, di tutti queste manifestazioni. Ma non mi dilungo qui perché diventerei noiosa. Ricordati inoltre che ti devo trovare le poesie del mio amico frate Davide Maria Montagna, che anni fa scrisse un libro intitolato “Tra eros e agape”.

Ti saluto

in Cristo tua

suor Nazarena.

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note:

1Tratto da: Lilia Sebastiani, Il frutto dello Spirito (Gal 5, 22-23), Cittadella Editrice, Assisi 2010.
2Jurgen Moltmann, Lo Spirito della vita: per una pneumatologia integrale, Queriniana, Brescia 1994, pp 296–297.
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Francesco Maule – agosto 2013

custodire il creato

8ª Giornata per la custodia del creato

settembre 2013

La famiglia educa alla custodia del creato”

Per l’ottavo anno i Vescovi italiani promuovono la Giornata per la custodia e salvaguardia del creato, in particolare nelle commissioni episcopali per i problemi sociali e il lavoro e quella per l’ecumenismo e il dialogo che la promuovono e ne redigono il documento preparatorio.

 Per l’anno 2013 al centro della riflessione ci sarà la tematica: “La famiglia educa alla custodia del creato”. «Perché guardiamo alla famiglia come scuola di custodia del creato? – scrivono nel documento preparatorio – Perché la 47ª Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, che si svolgerà dal 12 al 15 settembre 2013 a Torino, avrà come tema: La famiglia, speranza e futuro per la società italiana. Nel cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, poi, rileggiamo la costituzione pastorale Gaudium et spes, che alla famiglia, definita “una scuola di umanità più completa e più ricca”, dedica una speciale attenzione: essa “è veramente il fondamento della società perché in essa le diverse generazioni si incontrano si aiutano vicendevolmente a raggiungere una saggezza umana più completa ed a comporre convenientemente i diritti della persona con le altre esigenze nella vita sociale” (n. 52)».

Proseguono poi i Vescovi evidenziando che «in questo cammino ci guida il luminoso magistero di Papa Francesco, che ha esortato più volte, fin dall’inizio del suo pontificato, a “coltivare e custodire il creato: è un’indicazione di Dio data non solo all’inizio della storia, ma a ciascuno di noi; è parte del suo progetto; vuol dire far crescere il mondo con responsabilità, trasformarlo perché sia un giardino, un luogo abitabile per tutti…

foto F. Maule

foto F. Maule

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