oltre il limite

Ci sono eventi della vita che ti impongono di attraversare un limite, superare un confine, raggiungere una situazione e dimensione completamente nuova e inaspettata, cambiare prospettiva, vedere e vivere cose nuove e completamente diverse.

Molto spesso sono eventi traumatici e improvvisi a creare questa “discontinuità”.

foto A. Colombara

foto A. Colombara

 

Uno è capitato anche a me, lo scorso 21 luglio.

Dalla spensieratezza del divertimento con la bicicletta nella pista da skate a Vicenza alla terapia intensiva della neurochirurgia dell’ospedale, attraverso 118, pronto soccorso, esami visite etc di cui non ricordo nulla. Due giorni di black out nella mia vita.

Un momento hai la vita sotto controllo, sai chi sei e quel che puoi e vuoi fare e qualche ora dopo ti ritrovi muto, alimentato artificialmente, bloccato su un letto con un collare rigido senza ricordare, senza capire. Dipendente da tutto e da tutti.

E devi lasciarti andare e nello stesso tempo reagire.

Da persona che, dal proprio “benessere”, ha sempre visitato, curato, accudito, seguito, ti ritrovi ad essere dall’altra parte, immerso in quella schiera di dolore e sofferenza che è stesa in tutti gli ospedali di tutto il mondo.

In una prima lettera ho accennato che dopo essermi ritrovato in un “al di là” di un limite è stato per me fondamentale riconoscere una “benedizione”. Io non trovo sia scontato (e necessario) riconoscere in tali situazioni una dimensione di “benedizione”: può apparire la classica visione buonista cattolica dell’accettare la “croce”… è un discorso molto profondo e delicato, del quale scrivo qualcosa con molto pudore e attenzione.

Non sono parole, è un’esperienza vissuta di cui ora scrivo alcune parole.

Certo non è semplice parlare di benedizione rispetto a una situazione di grave pericolo, se non vitale, almeno di rischio di compromissione cerebrale e motoria, come quella che ho vissuto.

foto A. Colombara

foto A. Colombara

Non è semplice anche rispetto alla grande sofferenza e paura causati innanzitutto a mia moglie e ai miei figli, ai tutti i miei cari e a tutte le persone che mi conoscono e che hanno dimostrato affetto e attenzione nei miei confronti.

Se la vita è fatta anche di eventi drammatici e dolorosi io non posso negare che a me, tutto sommato, è andata piuttosto bene. E che in questo evento mi è dato modo di ri-conoscere molte cose nuove e di rendermi conto in modo serio di molte altre.

Tutto questo (ma molto altro ancora di cui non riesco a scrivere) è ciò che nomino, con la mia solita retorica, come “benedizione”.

Benedizione è (stata) quindi la situazione in cui ho avuto la possibilità di ritrovarmi completamente affidato a Dio, affidato alla capacità di chi mi stava curando e alle preghiere e affetti di chi mi ama. Ritrovarmi affidato anche alla musica che ascoltavo di notte in ospedale e che mi nutriva forse più delle flebo, affidato alle parole dei libri che leggevo, ai volti che succhiavo con quei miei occhi tumefatti da panda…

Non scrivo solo per rispondere o raccontare, ma per trasmettere delle suggestioni, scomposte e ruvide, così come stanno emergendo in questi giorni, per condividere non solo il percorso di guarigione fisica, ma alcune istantanee (così come quelle fotografate dal mio amico Alessandro in questo nostro nordest) sul cammino “oltre un limite”, sul quale sto cercando di posare lo sguardo interiore.

Francesco Maule

foto A. Colombara

foto A. Colombara

*

è quella sottile differenza

di cui sai tutto

a darti

l’abisso

il volo

il canto

di cui hai bisogno

 
(24/07/13)
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