Ratzinger vis-à-vis Panikkar

Articolo di Maciej Bielawski

Vedo Joseph Ratzinger come uno stilita e Raimon Panikkar  come un viandante; nel primo c’è una tendenza costante verso un claustrum da cui raggiungere le profondità, nel secondo una persistente apertura per abbracciare tutto, sfiorando l’infinito. Due vite, due modi di
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Joseph Ratzinger – Benedetto XVI

esistere e di pensare che invitano ad una riflessione.
I due si sono incontrati per l’ultima volta in Vaticano nel dicembre del 2007. Panikkar era già entrato nel novantesimo anno della sua vita ed era piuttosto provato dagli anni, Ratzinger invece aveva ottant’anni ed era nel terzo anno del suo pontificato portando il nome di Benedetto XVI. Il filosofo di Tavertet  giunse a Roma sperando di avere un colloquio privato con il Pontefice con cui desiderava spiegarsi, essere compreso e forse graziato dal supremo capo della Chiesa cattolica. Di fatto da anni, dopo il suo matrimonio con Maria Gonzalez Haba, come sacerdote cattolico, secondo il diritto canonico era in una posizione irregolare e soggetto alla sospensione a divinis. In altre parole non gli era permesso di esercitare  pubblicamente il suo sacerdozio. Sapeva che non gli sarebbe rimasto molto tempo e prima di morire desiderava essere reintegrato nel clero per chiudere la vita come un sacerdote cattolico a pieno titolo canonico.

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Raimon Panikkar

 Immagino si fosse preparato scrupolosamente all’incontro, ripensando ai tempi lontani in cui Joseph Ratzinger era solo uno studente di Michael Schmaus, conosciuto da Panikkar e noto dogmatico della facoltà teologica di Monaco, che aveva per assistente proprio Maria Gonzalez Haba. Avrebbe potuto ricordare al Pontefice i tempi del Concilio in cui si incontravano negli ambienti romani, seguiti da altri contatti diretti ed epistolari. Ma non è mia intenzione raccontare questa storia. Dico solo che nonostante Panikkar fosse una persona nota, il Pontefice non gli concesse un colloquio privato in cui tanto sperava. Dovette accontentarsi di un incontro pubblico, con un baciamano, lo scambio di qualche parola, una benedizione e partire.
Ratzinger e Panikkar sono cristiani e sacerdoti della Chiesa romano cattolica. Ambedue in gioventù segnati dai conflitti bellici, che sconvolsero il continente Europeo a metà del ventesimo secolo, in seguito cercarono con le loro rispettive ricerche esistenziali e le riflessioni filosofico-teologiche di dare qualche risposta alle tragedie e traumi vissuti per ritrovarsi nel mondo.
Panikkar, prima di diventare sacerdote e dunque membro del clero, ebbe una certa esperienza di vita laica e di lavoro, infatti fu inizialmente un chimico industriale e solo successivamente divenne filosofo e teologo. Ratzinger invece dalla famiglie passò direttamente al seminario e, a parte l’interruzione del percorso formativo causata dalla seconda guerra mondiale, non ha conosciuto altro stile di vita oltre quello clericale. Ha trascorso la sua esistenza all’interno di una cornice, muovendosi tra sacristia, chiesa, università e il proprio studio, percorrendo tutta la trafila da chierico a prete, professore di teologia, vescovo, cardinale, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede arrivando al papato. Insomma una vita in un ambiente ben protetto e privilegiato, segnato al massimo dalla bocciatura di una tesi o qualche antipatia. L’unica vera rottura nel percorso è stata la sua abdicazione dal Trono di Pietro, all’età di ottanta cinque anni. Panikkar invece è avanzato proprio attraverso numerose rotture e non poche avventure: avendo lasciato la famiglia e il lavoro per diventare prete all’interno dell’Opus Dei;  avendo rotto il legame con l’Opus Dei per stabilirsi in India da cui partì per seguire la carriera universitaria in California; lasciò anche il mondo academico e gli Stati Uniti per ritirarsi a Tavertet in Catalonia. In altre parole Ratzinger procede nella vita in modo coerente sui binari dalle strutture clericali, dimostrando di essere una persona affidabile nel salire la scala gerarchica. Panikkar invece avanza per salti, sfida strutture, varca frontiere, crea quelle rotture che sono come i silenzi tra le note di una composizione.
Geograficamente Ratzinger è rimasto entro i confini della sua Baviera da cui si è trasferito al Vaticano. Tutto qua. Panikkar invece è stato un giramondo: avendo vissuto in Europa, India e America del Nord.
Ratzinger è l’uomo fedele di una cultura il cui mondo si caratterizza per parole come: occidente, tedesco, latino, greco, cristiano, romano, cattolico. Panikkar è l’uomo di più culture, lingue e religioni: cristianesimo, induismo, buddismo, ateismo. In altre parole, Ratzinger è un monista, Panikkar un pluralista. Il primo sembra essere sconcertato dalla pluralità del mondo da cui fugge, l’altro invece vi si trova a proprio agio, ne è incantato e ne ammira l’armonia invisibile.
Ratzinger è uno storico e teologo della corte. La sua maggiore preoccupazione è la coerenza verbale, logica, dottrinale e storica e lavora minuziosamente per inglobare il tutto in unico sistema trovando in questa operazione intellettuale piacere, sicurezza, consolazione, momenti di incanto ed estasi. Ignora o elimina ciò che non quadra con questa visione. Panikkar invece è un chimico, un alchimista che ama mescolare diverse sostanze, sempre pronto a sperimentare e rischiare, perché affascinato dall’imprevedibile. Sembra che trovi gusto ad armonizzare gli opposti, aldilà di una mera coerenza logica.
Si dice che Ratzinger e Panikkar quando si incontravano, parlassero in latino. E mi piace pensare di a questi loro incontri nella terra neutra di una lingua tanto morta quanto sacra che ambedue conoscevano assai bene. Pur parlando diverse lingue, a mio parere, Ratzinger è mentalmente  monoglotta, Panikkar invece manifesta una mente poliglotta tra l’altro in ricerca di neologismi.
Il maggiore sforzo e pregio intellettuale di Ratzinger sta nella sua ermeneutica della continuità: si è adoperato per dimostrare che il Concilio Vaticano Secondo è in continuità con la tradizione cattolica precedente e non rappresenta una svolta epocale. Una grande manovra intellettuale, un vero monumento da lui costruito con dedizione e talento. Sentirsi nel flusso della tradizione romano-cattolica lo conforta e per tanto contribuisce alla sua continuità anche condividendola con gli altri, prima da professore e poi da pontefice. Panikkar invece, pur attingendo alle diverse tradizioni, si lancia in un salto mistico, perciò osa postulare una nuova visione della realtà, ridefinisce persino il divino, la visione dell’uomo e del cosmo.
Ratzinger pensa che la salvezza per l’umanità stia nella fedeltà alle radici cristiane e cattolico-romane. Panikkar invece si convince sempre più che senza una fecondazione reciproca delle diverse culture e religioni verso un novum l’umanità rischia di perire. Noto queste divergenze di soluzioni, ma colgo anche la comune preoccupazione di entrambi nel percepire la tragica situazione dell’uomo di oggi. Ambedue intravedono una possibile catastrofe generale, l’uno come fine di una civiltà e religione (Ratzinger), l’altro come suicidio dell’umanità capace di una distruzione cosmica (Panikkar).
Ratzinger lavora per dimostrare la continuità tra il Vaticano Secondo e gli altri concili; è capace di mettere insieme Giovanni XXIII e Pio IX, Giovanni Paolo II e Pio XII. Panikkar invece postula la convocazione di un Secondo Concilio di Gerusalemme, come un concilio interreligioso, un concilio dell’umanità, un concilio capace di sciogliere i nodi che le tradizioni religiose hanno creato, per liberare le religioni stesse da forme anacronistiche e non più credibili. Ratzinger per procedere in avanti guarda al passato, Panikkar desidera vivere pienamente ogni attimo e con passione cattura l’invisibile.
Un altro aspetto. Ratzinger dice: “Non sono un mistico” e con terrore percepisce qualsiasi ombra di dubbio che appare all’orizzonte del suo spirito. Panikkar è soprattutto un mistico, perciò non teme l’oscurità e vede il futuro dell’umanità proprio nel risveglio mistico universale.
Il contrasto tra i due è molto evidente nei confronti della teologia della liberazione. Panikkar la apprezza, perché scorge in questa originale corrente teologica del XX secolo la voce della terra e del sociale che dialoga con la tradizione. Ratzinger invece la combatte scrivendo in questo modo uno dei capitoli più infami nella storia della chiesa contemporanea. Anche Panikkar esprime critiche a proposito della teologia della liberazione, ma non perché si dimostra rivoluzionaria rispetto ai vecchi schemi, ma piuttosto perché non ne è ancora del tutto libera. Insomma Ratzinger teme le possibili deviazioni di questa teologia dalla tradizione, Panikkar invece ne auspica una liberazione ancora più radicale.
Un’altra discrepanza tra i due riguarda il relativismo. È risaputo che Ratzinger parla della dittatura del relativismo e lo considera il male numero uno contro cui combattere. Ma ciò comporta l’eliminazione del pluralismo e la chiusura in un monismo che sfiora il solipsismo. Panikkar non è relativista, ma con insistenza parla di relatività radicale per sottolineare il legame in tutto ciò che esiste. Per lui il plurale non è una minaccia ma una sfida all’apertura, per stare in relazione con tutti e con tutto.
Basti pensare al diverso modo di approccio che entrambi hanno nei confronti di altre religioni. Ratzinger considera vero solo il cristianesimo e in esso la sua variante cattolica, gli altri cristiani e le altre religioni non partecipano allo stesso grado in verità. Si conoscono le sue gaffe con i musulmani nel discorso a Ratisbona, le tensioni create con gli ebrei, il suo non voler ricevere il Dalai Lama, per mantenere buoni rapporti tra Cina e Vaticano, ecc. Al massimo dice di rispettare le altre religioni. Insomma lui è l’esempio classico di quell’esclusivismo cattolico che ha contraddistinto questa istituzione per secoli. Panikkar è tutt’altra cosa. Le altre religioni sono per lui le finestre e le aperture grazie a cui poter vivere più profondamente la sua “cristiania”. Non gli basta il rispetto per le altre religioni, vuole conoscerle a fondo facendosi con anima, mente e corpo un indù, un buddhista e cercando i immedesimarsi con i non credenti. Rischia ma dilata, approfondisce e ridimensiona il suo essere cristiano.
Oserei dire che Ratzinger rappresenta e simboleggia il tipo del cattolico nobile perché distinto e diverso dagli altri, cosciente della propria superiorità. Panikkar incarna il meglio del cattolicesimo come apertura, dialogo e universalismo totale.
Ratzinger è uno storico che con agilità e competenza si muove nel giardino della tradizione dogmatica, liturgica e canonica della Chiesa. Panikkar è un mistico rivestito di una visione cosmica. Il primo è un burocrate, il secondo un artista. Il primo è paralizzato dalla paura, il secondo mosso da una fiducia sconfinata. Per questo il primo cerca la certezza e la sicurezza, allontanando ed evitando ogni minaccia; nella vita cerca di camminare su territori sicuri e non esporsi a rischi. Il secondo è invece un tipo azzardato, uno che rischia di continuo, mettendosi in situazioni pericolose e persino trascinando con sé altri. Ratzinger con il suo fare ha steso un’aura che favorisce atteggiamenti tradizionalisti e integristi all’interno del cattolicesimo. È difficile prevedere quale influsso avrà in futuro l’opera di Panikkar. Senza dubbia affascina molti, ma forse non è una proposta per tutti.
Ratzinger e Panikkar si collocano agli antipodi del cattolicesimo. Il primo è un esempio di come un cattolico occidentale può far uso e crescere all’interno della sua tradizione. Magari in questa ristrettezza e concentrazione ottiene un’estasi e si realizza. Forse lui traccia una strada non più percorribile, essendo arrivato al limite ed avendo esaurito il suo combustibile. Ratzinger è per me l’ultimo di una stirpe e la sua abdicazione ne è una conferma. Sicuramente avrà imitatori e prosecutori a forza dell’inerzia della storia e della mente umana, ma non sarà più sorgente di una creatività.
Panikkar forse rappresenta la speranza del cattolicesimo, potenzialmente il meglio di come questa tradizione religiosa potrebbe svilupparsi, divenendo quel sale della terra, che aggiunto a tutto il resto esalta il valore delle cose creando novità inaspettate. Panikkar in qualche modo realizza ed esprime ciò che potrebbe essere definito “olismo religioso”, cioè cattolico nel vero senso del termine.
Maciej Bielawski
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