Mese: marzo 2013

Ratzinger vis-à-vis Panikkar

Articolo di Maciej Bielawski

Vedo Joseph Ratzinger come uno stilita e Raimon Panikkar  come un viandante; nel primo c’è una tendenza costante verso un claustrum da cui raggiungere le profondità, nel secondo una persistente apertura per abbracciare tutto, sfiorando l’infinito. Due vite, due modi di
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Joseph Ratzinger – Benedetto XVI

esistere e di pensare che invitano ad una riflessione.
I due si sono incontrati per l’ultima volta in Vaticano nel dicembre del 2007. Panikkar era già entrato nel novantesimo anno della sua vita ed era piuttosto provato dagli anni, Ratzinger invece aveva ottant’anni ed era nel terzo anno del suo pontificato portando il nome di Benedetto XVI. Il filosofo di Tavertet  giunse a Roma sperando di avere un colloquio privato con il Pontefice con cui desiderava spiegarsi, essere compreso e forse graziato dal supremo capo della Chiesa cattolica. Di fatto da anni, dopo il suo matrimonio con Maria Gonzalez Haba, come sacerdote cattolico, secondo il diritto canonico era in una posizione irregolare e soggetto alla sospensione a divinis. In altre parole non gli era permesso di esercitare  pubblicamente il suo sacerdozio. Sapeva che non gli sarebbe rimasto molto tempo e prima di morire desiderava essere reintegrato nel clero per chiudere la vita come un sacerdote cattolico a pieno titolo canonico.

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Raimon Panikkar

 Immagino si fosse preparato scrupolosamente all’incontro, ripensando ai tempi lontani in cui Joseph Ratzinger era solo uno studente di Michael Schmaus, conosciuto da Panikkar e noto dogmatico della facoltà teologica di Monaco, che aveva per assistente proprio Maria Gonzalez Haba. Avrebbe potuto ricordare al Pontefice i tempi del Concilio in cui si incontravano negli ambienti romani, seguiti da altri contatti diretti ed epistolari. Ma non è mia intenzione raccontare questa storia. Dico solo che nonostante Panikkar fosse una persona nota, il Pontefice non gli concesse un colloquio privato in cui tanto sperava. Dovette accontentarsi di un incontro pubblico, con un baciamano, lo scambio di qualche parola, una benedizione e partire.
Ratzinger e Panikkar sono cristiani e sacerdoti della Chiesa romano cattolica. Ambedue in gioventù segnati dai conflitti bellici, che sconvolsero il continente Europeo a metà del ventesimo secolo, in seguito cercarono con le loro rispettive ricerche esistenziali e le riflessioni filosofico-teologiche di dare qualche risposta alle tragedie e traumi vissuti per ritrovarsi nel mondo.
Panikkar, prima di diventare sacerdote e dunque membro del clero, ebbe una certa esperienza di vita laica e di lavoro, infatti fu inizialmente un chimico industriale e solo successivamente divenne filosofo e teologo. Ratzinger invece dalla famiglie passò direttamente al seminario e, a parte l’interruzione del percorso formativo causata dalla seconda guerra mondiale, non ha conosciuto altro stile di vita oltre quello clericale. Ha trascorso la sua esistenza all’interno di una cornice, muovendosi tra sacristia, chiesa, università e il proprio studio, percorrendo tutta la trafila da chierico a prete, professore di teologia, vescovo, cardinale, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede arrivando al papato. Insomma una vita in un ambiente ben protetto e privilegiato, segnato al massimo dalla bocciatura di una tesi o qualche antipatia. L’unica vera rottura nel percorso è stata la sua abdicazione dal Trono di Pietro, all’età di ottanta cinque anni. Panikkar invece è avanzato proprio attraverso numerose rotture e non poche avventure: avendo lasciato la famiglia e il lavoro per diventare prete all’interno dell’Opus Dei;  avendo rotto il legame con l’Opus Dei per stabilirsi in India da cui partì per seguire la carriera universitaria in California; lasciò anche il mondo academico e gli Stati Uniti per ritirarsi a Tavertet in Catalonia. In altre parole Ratzinger procede nella vita in modo coerente sui binari dalle strutture clericali, dimostrando di essere una persona affidabile nel salire la scala gerarchica. Panikkar invece avanza per salti, sfida strutture, varca frontiere, crea quelle rotture che sono come i silenzi tra le note di una composizione.