Natale di vita e dolore

Il mistero del Santo Natale e le festività liturgiche immediatamente successive, come anche la Parola di Dio ci narra, è un evento di gioia e inno alla vita, è il segno del grande affetto che Dio nutre per l’umanità incarnandosi, ma è anche un momento drammatico con qualche risvolto tragico: la fatica di Maria e Giuseppe a trovare accoglienza al loro arrivo a Betlemme e la strage degli innocenti, ordinata da Erode, subito dopo la nascita di Gesù.

Anche Vicenza, nuova Betlemme come è chiamata ad essere ogni città multietnica, può diventare luogo di accoglienza e solidarietà o luogo di solitudine ed emarginazione.

Un fatto di cronaca, che possiamo far scivolare nella rimozione tra pranzi e regali, può invece trasformarsi in occasione di riflessione e attenzione. Un ragazzo trentacinquenne, Davide, trovato morto nella solitudine e nel degrado, il 26 dicembre. Un suo compagno di viaggio, Giuseppe, nel difficile percorso di reinserimento sociale che passa attraverso la comunità di recupero e poi il lavoro nelle cooperative sociali, ha trovato la morte, in situazioni simili, pochi mesi prima.

Cosa ci dicono questi due ragazzi che – chi ne ha condiviso in parte pezzi di vita – vengono descritti come ricchi di bellezza interiore, voglia di riscatto, desiderio di cambiamento? Qual è il muro dove hanno sbattuto le loro fragilità e debolezze, tanto da spegnerli in un buio che pochi possono immaginare? Questo tempo così difficile e complesso ci impone di interrogarci ancora sul grado di civiltà raggiunto dalle nostre città.

Si è parlato molto, anche troppo, nel 2012 delle morti di imprenditori, artigiani, lavoratori che non sono riusciti ad attraversare questa crisi. Si è parlato poco, troppo poco della crisi del sociale, che è crisi sociale. Al di là di tutti i possibili chiarimenti su ciò che davvero ha fatto finire la vita di Giuseppe e di Davide, è indubbio che il clima e i concreti tagli che si stanno vivendo aumentano a dismisura le ‘vittime’. Risulta necessario avere il coraggio di provare a interrompere questa logica sacrificale che pervade il vivere comune, quasi che un sistema di convivenza non possa esistere se qualcuno non ne paga il prezzo, anche con la vita.

I deboli hanno sempre avuto la funzione storica (qualcuno la chiama profetica) degli indicatori: segnalano dove si è, chi paga i prezzi, fanno intuire le direzioni differenti da prendere. Ma per forzare il cambiamento ci vuole la parola-azione di molti.

È così anche per Gesù e la Sua Chiesa. É importante quindi augurarci che riusciamo ad essere, personalmente e collettivamente, all’altezza di quello che la storia e il vivere ci stanno chiedendo e il primo passo è aiutarci a leggerlo bene. Anche “guardando” il corpo di un ragazzo di trentacinque anni, ritrovato nella solitudine di una casa abbandonata in questa nostra città.

 

Francesco Maule

(grazie a Marco Vincenzi per aver condiviso alcune suoi appunti)

 

30 dicembre 2012

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