Mese: gennaio 2013

Uno sguardo al movimento ecumenico

In occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani proviamo a soffermarci per dare uno sguardo al movimento ecumenico con Lidia Maggi, biblista e pastora della Chiesa battista, molto impegnata nel campo ecumenico.
«L’ecumenismo – secondo la biblista Maggi – è arrivato a un punto di non ritorno. È un punto critico che può determinare delle frustrazioni. Ma occorre cambiare sguardo per vedere l’unità reale che va al di là dell’unità visibile. Quest’unità è come un ponte, costruito da persone semplici, senza cariche ufficiali: laici, uomini e donne che hanno creduto di poter creare un luogo di passaggio per aiutare le Chiese ad attraversare l’abisso della paura dell’altro».
Quando pensa alla speranza per l’oggi e per il domani delle Chiese, Lidia Maggi pensa all’ecumenismo, «come il movimento che ha sollecitato i credenti ad abbandonare una visione della fede competitiva per scoprire gli inediti dello Spirito. L’ecumenismo è come un ponte che riapre una strada interrotta. Il ponte ormai è costruito, anche se, di tanto in tanto, s’incontrano cantieri che sembrano rallentare il cammino».
Qualcuno vuol far credere che quel ponte non porta da nessuna parte e che, anzi, non solo aggiunge altre attività alla già fittissima agenda ecclesiale, ma crea confusione, una Babele di chiese, liturgie, teologi. La pastora battista non è di questo avviso. «Io dico – afferma – che l’ecumenismo è una teofania, un’esperienza di rivelazione; è l’evento dello Spirito più creativo della nostra epoca. Ha strappato le chiese dalle divisioni in cui rischiavano di rimanere imprigionate; ha spalancato porte, aperto fessure e fatto entrare la luce del Vangelo nei luoghi più nascosti. Lo Spirito ecumenico ha soffiato sulle Chiese e le ha cambiate per sempre».
L’ecumenismo può essere rappresentato come una barca composta dalle varie chiese, che naviga su un mare che indica le sfide attuali che riguardano tutte le Chiese e che sono state condivise nella Charta Oecumenica.

"La Voce dei Berici" - info grafica di http://www.zorattistudio.it - da un'idea di L. Paoletto e F. Maule

“La Voce dei Berici” – info grafica di http://www.zorattistudio.it – da un’idea di L. Paoletto e F. Maule

Nell’Anno della fede una prima domanda da porsi: è quale fede? «Per me – sottolinea Lidia Maggi – è immediatamente declinabile come fede ecumenica. Non è più possibile infatti dire la propria fede solo soffermandosi sul contesto religioso, confessionale e culturale in cui si è cresciuti. Oggi dobbiamo coltivare la disponibilità a credere che l’altro possa contribuire a completare la conoscenza e visione del Signore Gesù che la mia sola comunità non è in grado di darmi in modo così variegato e completo. Sono grata a Dio per avermi fatto scoprire che non siamo figli unici nella fede e nemmeno figli e figliastri, ma fratelli e sorelle. Siamo tutti un po’ più ricchi in questa riscoperta dell’altro e della sua diversità».
La fede detta in chiave ecumenica – prosegue – «ti apre all’inedito, pone nuove domande, arricchisce.
Per questo va valorizzato anche l’ecumenismo spirituale, che esiste, c’è, è vivace. Esistono significativi rapporti di amicizia, di stima, persino affettivi, tra persone di diverse confessioni cristiane».
Alla domanda circa il rapporto del movimento ecumenico con il Vaticano II, Lidia Maggi rileva che questo ha un grande debito verso il Concilio, perché «esso ha posto la dimensione ecumenica nel cuore della Chiesa cattolica, con due elementi principali: ponendo al centro la Parola di Dio e questo ha indotto tutti i cristiani a riavvicinarsi proprio alla fonte della fede.

Ha poi affrontato il tema della collegialità e pluralità creando in questo modo le condizioni perché il movimento ecumenico potesse portare frutto. E i frutti sono stati tanti».

Francesco Maule

La Voce dei Berici – domenica 20 gennaio 2013 – pagina 7.

Natale di vita e dolore

Il mistero del Santo Natale e le festività liturgiche immediatamente successive, come anche la Parola di Dio ci narra, è un evento di gioia e inno alla vita, è il segno del grande affetto che Dio nutre per l’umanità incarnandosi, ma è anche un momento drammatico con qualche risvolto tragico: la fatica di Maria e Giuseppe a trovare accoglienza al loro arrivo a Betlemme e la strage degli innocenti, ordinata da Erode, subito dopo la nascita di Gesù.

Anche Vicenza, nuova Betlemme come è chiamata ad essere ogni città multietnica, può diventare luogo di accoglienza e solidarietà o luogo di solitudine ed emarginazione.

Un fatto di cronaca, che possiamo far scivolare nella rimozione tra pranzi e regali, può invece trasformarsi in occasione di riflessione e attenzione. Un ragazzo trentacinquenne, Davide, trovato morto nella solitudine e nel degrado, il 26 dicembre. Un suo compagno di viaggio, Giuseppe, nel difficile percorso di reinserimento sociale che passa attraverso la comunità di recupero e poi il lavoro nelle cooperative sociali, ha trovato la morte, in situazioni simili, pochi mesi prima.

Cosa ci dicono questi due ragazzi che – chi ne ha condiviso in parte pezzi di vita – vengono descritti come ricchi di bellezza interiore, voglia di riscatto, desiderio di cambiamento? Qual è il muro dove hanno sbattuto le loro fragilità e debolezze, tanto da spegnerli in un buio che pochi possono immaginare? Questo tempo così difficile e complesso ci impone di interrogarci ancora sul grado di civiltà raggiunto dalle nostre città.

Si è parlato molto, anche troppo, nel 2012 delle morti di imprenditori, artigiani, lavoratori che non sono riusciti ad attraversare questa crisi. Si è parlato poco, troppo poco della crisi del sociale, che è crisi sociale. Al di là di tutti i possibili chiarimenti su ciò che davvero ha fatto finire la vita di Giuseppe e di Davide, è indubbio che il clima e i concreti tagli che si stanno vivendo aumentano a dismisura le ‘vittime’. Risulta necessario avere il coraggio di provare a interrompere questa logica sacrificale che pervade il vivere comune, quasi che un sistema di convivenza non possa esistere se qualcuno non ne paga il prezzo, anche con la vita.

I deboli hanno sempre avuto la funzione storica (qualcuno la chiama profetica) degli indicatori: segnalano dove si è, chi paga i prezzi, fanno intuire le direzioni differenti da prendere. Ma per forzare il cambiamento ci vuole la parola-azione di molti.

È così anche per Gesù e la Sua Chiesa. É importante quindi augurarci che riusciamo ad essere, personalmente e collettivamente, all’altezza di quello che la storia e il vivere ci stanno chiedendo e il primo passo è aiutarci a leggerlo bene. Anche “guardando” il corpo di un ragazzo di trentacinque anni, ritrovato nella solitudine di una casa abbandonata in questa nostra città.

 

Francesco Maule

(grazie a Marco Vincenzi per aver condiviso alcune suoi appunti)

 

30 dicembre 2012