Kiran Village, un’oasi di speranza in India

Un’articolo di Romina Gobbo, caposervizio de “La Voce dei Berici” di Vicenza, pubblicato nel numero di domenica 3 luglio 2011 a pagina 8. In fondo al POST il PDF. Francesco Maule

Il dottor Moreno Toldo racconta il Kiran Village di Varanasi in India.

Perché avere un futuro è un diritto di tutti

E’ una scelta radicale quella che ha portato, tre anni fa, il dottor Moreno Toldo,

Moreno Toldo durante una visita

neurologo dell’Ulss 5 OvestVicentino a trasferirsi in India, nell’Uttar Pradesh, al servizio dei piccoli della terra. Perché, anche se stiamo parlando della terza potenza mondiale, la parte più povera della popolazione continua a soffrire dei mali del passato. Così accade che la disabilità sia ancora stigmatizzata. E sono proprio i piccoli disabili gli ultimi della terra a cui si dedica il dottor Moreno, che ha “ereditato”, dalla fondatrice suor Judith Keller, il Kiran Village di Madhopur, di cui oggi è direttore medico: un raggio di speranza nelle vite, (a ray of hope into lives), ovvero un centro, alle porte di Varanasi (nota anche come Benares), immerso nel verde e nella tranquillità, “cullato” dal tremolio delle acque del Gange. Sono stata a Kiran per una visita breve, ma sufficiente per una piacevole “iniezione di serenità”.

Un’oasi per 220 bambini, dai 4 ai 13 anni, di religione cristiana, indù e musulmana, molti dei quali con disabilità motorie, ritardi cognitivi, lesioni neurologiche, o non vedenti – significa che non camminano, non si reggono in piedi, non vedono… – e una sezione per i sordomuti. «La disabilità è molto frequente, perché non c’è prevenzione – spiega il dottor Toldo -. Il parto per lo più avviene a casa in condizioni difficili, perciò spesso si verifica asfissia neonatale, che comporta lesioni cerebrali, che a loro volta determinano la cosiddetta paralisi cerebrale infantile. Per i casi più gravi, sopravvivere è impossibile. Tra i 2 e i 5 anni, la mortalità è altissima. Tante volte i genitori stessi sono costretti, loro malgrado, a scegliere di concentrare le energie, anche economiche, sui figli normali, perché non ce la fanno a gestire quelli problematici».

A volte, poi, succede che, in seguito alla nascita di un bimbo disabile, il padre abbandoni la madre accusandola di adulterio. C’è un grosso impegno sul fronte culturale, per combattere lo stigma che tuttora avvolge il mondo della disabilità e che spinge gli stessi genitori a provare vergogna per i figli portatori di handicap. «Bisogna far loro comprendere che la causa della disabilità non è il castigo divino». Tuttavia, la gente ormai ha fiducia nel Kiran Village, tanto che arriva anche da città distanti 2-300 chilometri. Portano i figli affetti dalle tipiche patologie della povertà: diarrea, malaria, tubercolosi, malattie respiratorie, malnutrizione, anemia.

E quando la montagna non va da Maometto…

Il neurologo (Toldo), un fisioterapista, un assistente di fisioterapia, un educatore speciale e un ortotecnico costituiscono il team servizi esterni, capace di visitare, secondo un calendario stabilito, 40 villaggi (70-80mila abitanti), in un raggio di 20 chilometri. Vengono valutate le condizioni dei piccoli pazienti e adottate le misure necessarie al loro processo riabilitativo (ogni bambino ha il suo piano individuale, che viene aggiornato trimestralmente), compreso l’eventuale ingresso in ospedale, in caso di necessità di intervento chirurgico.

L’altro grande campo d’intervento è l’educazione. Attualmente la scuola elementare del Kiran è frequentata da una sessantina tra bambini e bambine. «E, poiché il grosso problema – continua Toldo – in quest’area è la carenza di figure professionali, mentre ce ne sarebbe bisogno, anche nelle missioni cattoliche, che lavorano nei villaggi con diversi progetti di aiuto, sia dal punto di vista sociale che medico-riabilitativo, abbiamo attivato dei corsi di addestramento professionale».

Ho visto con quanto orgoglio ragazzi e ragazze (oggi una ventina, fino ai 22, 23 anni) imparano a diventare giardinieri, artigiani, carpentieri, falegnami, programmatori, panettieri e pasticceri. Ci sono, poi, un corso per educatore specializzato nel lavoro con bambini disabili e uno di formazione per assistente di riabilitazione (fisioterapista).

«Con la formazione professionale, cerchiamo di aiutare i giovani ad avere più fiducia in loro stessi, in modo da rendersi piano piano indipendenti e poter integrarsi nella società. Imparano quindi a vivere e a prendere in mano la loro vita con dignità e determinazione».

Tutori in polipropilene e protesi leggere, indossati sotto i vestiti, riducono l’esposizione della disabilità: strumenti totalmente realizzati nel laboratorio ortopedico e protesico. Che grande soddisfazione vedere bambini e ragazzi diversamente abili acquistare maggiore sicurezza in sé stessi ed essere più facilmente accettati dalla comunità!

Il segreto del Kiran? L’approccio olistico, una visione, cioè, integrale della persona, perché la salute del corpo è strettamente connessa a quella della mente. Perciò l’educazione, la riabilitazione, il benessere spirituale, le attività sportive e ricreative, lo sviluppo delle capacità creative attraverso la musica, la danza, il gioco, così come le feste per i compleanni e i centri estivi sono tutti aspetti della cura, che mira innanzitutto a guarire il fisico, ma anche allo sviluppo armonioso della persona.

Ecco perché palle e giocattoli non mancano. Il campo da gioco terapeutico col grande trampolino elastico è un toccasana per corpo e anima.

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Ed ecco perché le figure professionali sono varie: i fisioterapisti lavorano in stretta collaborazione con insegnanti, educatori, un esperto in patologie del linguaggio e… i genitori, invitati a partecipare attivamente al percorso dei figli.

Ippoterapia e idroterapia affiancano la fisioterapia convenzionale. Infine, c’è la piscina, con sistema di riscaldamento a pannelli solari, che può essere così utilizzata durante la maggior parte dell’anno.

Raccontare le missioni, i progetti sanitari o solidali di associazioni o singoli volontari, significa innanzitutto raccontare le storie delle persone che si incontrano. Ogni Paese è un nuovo volto. Dal Sudan al Camerun, da Israle all’India. E ogni volta la domanda che sorge spontanea è sempre la stessa: ma chi te l’ha fatto fare? «Vivere in India è una grande sfida, legata alla diversità della cultura, delle tradizioni, della lingua, a difficoltà in ambito sanitario, al rapporto con le istituzioni. Tuttavia, è una scelta che mi soddisfa e mi arricchisce, in una ricerca che non ha mai fine», conclude il dottor Toldo.

Romina Gobbo

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