Elenco delle parole che non possono più rappresentare il sociale

A seguito dell’incontro tenuto a Bassano da Gabriele Del Grande, ho chiesto agli organizzatori (coordinamento GPL) di scrivere alcune loro considerazioni per lo strumento di comunicazione interno del progetto Sulla Soglia “Fogli Vaganti”. Il loro contributo lo trovo particolarmente innovativo e stimolante sia per il sociale sia per l’impegno che richiedono e offrono come nuova generazione. Francesco Maule

***

A noi scrittori non restano che la parole per sovvertire la realtà. Io ho scelto le parole del mio amato Mediterraneo, il Mare di Mezzo. Ho scelto le storie dei padri di Annaba e quelle dei padrini di Tunisi. Le storie delle diaspore di due ex colonie italiane come l’Eritrea e la Somalia negli anni dei respingimenti in Libia e quelle dei pescatori del Canale di Sicilia. Le storie degli italianitravirgolette che l’Italia manda via e quelle delle tante Italie nate senza fare rumore AilatiditaliA, nelle campagne marocchine, sul delta del Nilo e nei villaggi del Burkina Faso.

Così Gabriele Del Grande presenta in ultima di copertina il suo libro “Il Mare di Mezzo” e così ha esordito nell’incontro tenuto a Bassano del Grappa il 9 dicembre.

Difficile raccontare in poche righe tutto ciò che Gabriele ci ha trasmesso. Proviamo con un elenco che la notte stessa Silvia, una collega che “lavora nel sociale”, ci ha inviato via mail, con le parole di quella serata che ancora ci risuonavano dentro.

Elenco delle parole che non possono più rappresentare il sociale.

Perché non rappresentano più la realtà, perché ce le hanno prese e rivoltate, perché se le usiamo ancora colludiamo e non diamo il giusto significato alla nostra proposta culturale

Solidarietà: vincolo di assistenza reciproca nel bisogno. Ci stanno chiedendo di essere solidali in un momento di difficoltà. Con questa scusa e questo invito, con le pubblicità progresso, ci stanno dicendo che la scelta è personale, intima, ancora una volta individuale. Ognuno può “fare solidarietà” da casa sua, cliccando su un numero, o comprando all’equo solidale, ma solo per Natale. Ci stanno togliendo la dimensione collettiva e universale del diritto per tutti e perciò anche la scelta individuale di non essere solidale o caritatevole per forza. Perciò puoi togliere le panchine dai giardinetti senza farti scrupoli perché hai adottato dei bambini. Dov’è la responsabilità collettiva, il bene comune, la cittadinanza? Tutte situazioni universali che ci comprendono e però vanno oltre noi, perché fortunatamente ci migliorano e noi vogliamo e dobbiamo averla questa garanzia di qualcosa che ci rende migliori e virtuosi al di là delle nostre sensibilità, dei nostri giardini. Garanzia che ci dà appartenenza oltre le nostre categorie quotidiane. Perché ci fa respirare, ci dà fiato. Come i parchi pubblici. E poi se l’assistenza reciproca c’è solo nel bisogno? Il vincolo di assistenza non esiste più se non c’è una sfiga alle porte? E chi ci garantisce che la sfiga è uguale per tutti? La solidarietà non salverà il mondo. Non deve essere la solidarietà a farlo. Non possiamo fare finta che ci basti.

Sensibilizzare: rendere sensibile, partecipe, consapevole a uno stimolo, un’idea, un modo di essere o sentire. Non sta un po’ stretto? Non appare eccessivamente riduttivo e timido a confronto di quello che siamo chiamati a fare, della responsabilità che abbiamo come persone prima e professionisti in questo tempo. Ancora una volta è un termine che rimanda a percezioni e sensi individuali, è qualcosa che corre e viene assorbito. Penso che il confronto e la relazione, l’abitare siano situazioni che vanno oltre, che spingono più in là l’azione e il pensiero, verso un’apertura, verso un dialogo, verso voci di tante nicchie, non solo di una nicchia che va a rendere consapevole l’altra del proprio messaggio. Lo dicono anche alcuni giornalisti: nel modo di comunicare e di informare contemporaneo quasi sempre l’impostazione è emozionalistica o eventistica, ci si costruisce una campagna, si decontestualizza e così si veicolano rappresentazioni univoche della realtà a scapito della complessità, dello stare sulle domande per cercare di capirne qualcosa.

L’altro: è un concetto sempre più astratto e tirato per i capelli. Ed è indistinto, indifferenziato perché è un po’ tutti, anzi no: l’altro non è quasi mai caucasico europeo maschio. L’altro è il terremotato quando la questione sono le donne sieropositive e il preservativo, è l’africano quando si parla di pedofilia, è il bimbo di Haiti quando il tema è la legalità e la lotta alle mafie. Del Grande dice che la questione è un’altra. Sono i poveri che allontaniamo, che ci fanno paura, che non vogliamo vedere, che lordano i nostri pensieri. È la povertà, la mancanza di mezzi, la domanda continua, la lontananza dal potere. Hanno facce, storie, esigenze che non riusciamo sempre a catalogare ma che ci tormentano con i loro interrogativi. Perché forse sono anche i nostri, o lo saranno. Presto.

Integrazione: nelle scienze sociali, l’insieme di processi sociali e culturali che rendono l’individuo membro di una società. Gabriele ci ha parlato di dis-umanizzazione, ci ha raccontato di come, nella sua micro esperienza, sia partito dai dati numerici per arrivare poi inevitabilmente alle storie, ai volti, alle vite. Ci basta raccontare ai giovani con i quali parliamo di integrazione che gli immigrati rendono più di quello che costano? Ci fa essere più buoni sapere che gli italiani emigrati all’estero sono tanti quanti i non italiani immigrati nel nostro Paese? Ci solleva il dato che l’INPS è in attivo nel nostro Paese grazie agli immigrati?

Non rischiamo di colludere con il pensiero dominante, e ahimè imperante, che strumentalizza l’immigrato, l’altro? E appunto per questo rifiuta il povero che non rende, non paga i contributi e, quindi, non ha diritti.

E’ umanizzante concedere i diritti solo a chi “rende”?

Da bambini ci hanno insegnato che i diritti non vanno concessi, sono universali, inalienabili e uguali per tutti: anche per i clandestini, i poveri, i barboni, i carcerati, i tossici… per tutti.

Perché non ri-partiamo da tutto questo?

È il nostro lavoro, che non deve diventare mestiere, fatto bene ma ricorsivo e ripetitivo dell’esperienza, bensì professione ovvero in grado di spiegarsi e spiegare, di raccontarsi e raccontare, di produrre responsabilità sociale, professionale e civile. Diritti. Non possiamo essere titubanti rispetto a queste sfide.

Coordinamento GPL – percorsi di Giustizia, Pace e Legalità (www.percorsigpl.it)

Silvia Dalla Rosa e Riccardo Nardelli, operatori sociali della Cooperativa Adelante di Bassano del Grappa (VI)

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One comment

  1. bella la riflessione….adelante! rinforziamo i nostri anticorpi per continuare sempre il cammino! basta rinchiudersi in recinti fatti di parole ormai usurpate, mettiamo in comune il senso di vivere, il diritto di vivere, sulla terra.
    Un insegnante sempre giovane.

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