Mese: febbraio 2011

Marrakech

Jemaa El-Fna

Dal 6 al 10 febbraio 2011 io, Elisabetta (mia moglie) e la coppia di amici Angela e Nicola siamo stati a Marrakech (Marocco). Un viaggio turistico, un regalo. Sono quelle scelte fatte d’impulso, totalmente irrazionali, che offrono squarci di alterità alla vita, in particolare alla coppia.

Mi soffermo solamente su una riflessione (?!?) che si è evoluta da Marrakech in poi e che l’ immagine dell’asinello che trasporta gli scooter mette in qualche modo a fuoco.

(Tutte le foto e testi di questo post sono di Francesco Maule)

tradizione e modernità: chi porta chi?

Tra modernità e tradizione

?

La domanda irrisolta che una città come Marrakech ti conduce a coltivare è la seguente: è la tradizione a trasportare, a tenere in piedi, a fare da fondamenta alla modernità o è la modernità a dare senso, vivificare e, trasformandola, segnalare il valore della tradizione? Il rapporto e la conflittualità tra la città vecchia, la medina, e la città nuova, metropolitana e globalizzata come cento altre mi ha lasciato un interrogativo, una fessura da abitare con pazienza e pochi giudizi.

Quattro giorni sono pochi, niente, ma bastano poche ore alla medina per rompere schemi, frantumare orizzonti culturali ben costruiti e definiti, per scardinare, anche emotivamente e fisicamente, certezze e sicurezze.

Colore e vita: amore

Lascio alle foto qualche altra suggestione di questo viaggio. Buona visione.

spezie

mercato

Valle dell'Ourika 1

Valle dell'Ourika 2

intarsio

(altro…)

L’ecumenismo come teologia pubblica

Tratto da Teologi@Internet 183 del 11/02/2011, Forum teologico diretto da
Rosino Gibellini – editrice Queriniana,
che ringrazio per la gentile disponibilità (le evidenziature in neretto sono mie).
Francesco Maule

L’ecumenismo come teologia pubblica

di Linda Hogan (Trinity College, Dublino)

1. Oggi, il “Dio in pubblico” tende a mostrare un’espressione piuttosto affranta. La sfera pubblica, così come è stata costituita nelle emergenti società pluraliste dell’Europa moderna, è stata sempre meno ospitale nei confronti della religione come fattore della vita pubblica, proprio perché il potere della chiesa doveva essere limitato e la pluralità di “confessioni” aveva un potenziale conflittuale che era meglio neutralizzare prima che potesse diventare virulento. Nella società civile, la sfera intermedia in cui gli individui, attraverso organizzazioni istituzionali o movimenti ad hoc, possono far conoscere le proprie istanze al governo e influenzare il policy-making, le religioni occupano una posizione più o meno uguale a quelli di altre entità pubbliche. Persino nei pochi casi rimasti in cui è presente una chiesa istituzionale, anch’essa è una voce tra le tante nel dibattito pubblico. In linea di principio, questo è il caso dell’India, con la sua costituzione laica, o dell’Indonesia, che si è rifiutata di fare dell’islam una religione di stato, benché in altre società islamiche come l’Iran o l’Arabia Saudita la situazione sia molto diversa.

Quello che dobbiamo ora prevedere è l’emergere di una società civile globale con una sfera pubblica molto più complessa rispetto alle democrazie secolar-liberali dell’Occidente. Come abbiamo già indicato, non ci sono ragioni per supporre che questo spazio globale sarà laico o ideologicamente neutrale, né che esso produrrà necessariamente una condotta etica da parte di stati, imprese e altri gruppi d’interesse. Raggiungere la “globalizzazione dell’etica” o una “globalizzazione etica” è un compito la cui enormità sta solo iniziando ad affacciarsi davanti a noi. La crisi ecologica causata dall’industrializzazione incontrollata e dallo sfruttamento di risorse è ora stata completata da una crisi economica di proporzioni globali, che può essere fatta risalire direttamente al vuoto etico presente nel cuore dei mercati finanziari mondiali. A rimarcare queste due cose vi è inoltre una crisi ecumenica in cui le norme e i valori effettivi che potrebbero aiutarci a fare i conti con l’ordinamento della vita sociale e politica sono stati screditati dal comportamento delle comunità religiose che ce li hanno trasmessi. Se le religioni non impareranno ad affrontare la sfida del pluralismo globale e dell’interrelazione costruttiva, ci troveremo di fronte alla prospettiva sconfortante di una pletora di fondamentalismi rigidi, incapaci di accogliere l’alterità e di inserirsi nella sfera pubblica se non per rafforzare le loro ossessioni e dare battaglia a tutti quelli che differiscono da loro. La grande rivendicazione che viene fatta è che le religioni, nella misura in cui riescono a instaurare relazioni empatiche l’una con l’altra, possono dare un contributo non soltanto morale ma anche politico per tenere lontana la minaccia del fondamentalismo, fornendo alle relazioni internazionali dei punti d’appoggio nei tentativi dell’umanità di fissare le basi di un comportamento civilizzato nel forum pubblico globale.

(altro…)

Elenco delle parole che non possono più rappresentare il sociale

A seguito dell’incontro tenuto a Bassano da Gabriele Del Grande, ho chiesto agli organizzatori (coordinamento GPL) di scrivere alcune loro considerazioni per lo strumento di comunicazione interno del progetto Sulla Soglia “Fogli Vaganti”. Il loro contributo lo trovo particolarmente innovativo e stimolante sia per il sociale sia per l’impegno che richiedono e offrono come nuova generazione. Francesco Maule

***

A noi scrittori non restano che la parole per sovvertire la realtà. Io ho scelto le parole del mio amato Mediterraneo, il Mare di Mezzo. Ho scelto le storie dei padri di Annaba e quelle dei padrini di Tunisi. Le storie delle diaspore di due ex colonie italiane come l’Eritrea e la Somalia negli anni dei respingimenti in Libia e quelle dei pescatori del Canale di Sicilia. Le storie degli italianitravirgolette che l’Italia manda via e quelle delle tante Italie nate senza fare rumore AilatiditaliA, nelle campagne marocchine, sul delta del Nilo e nei villaggi del Burkina Faso.

Così Gabriele Del Grande presenta in ultima di copertina il suo libro “Il Mare di Mezzo” e così ha esordito nell’incontro tenuto a Bassano del Grappa il 9 dicembre.

Difficile raccontare in poche righe tutto ciò che Gabriele ci ha trasmesso. Proviamo con un elenco che la notte stessa Silvia, una collega che “lavora nel sociale”, ci ha inviato via mail, con le parole di quella serata che ancora ci risuonavano dentro.

Elenco delle parole che non possono più rappresentare il sociale.

Perché non rappresentano più la realtà, perché ce le hanno prese e rivoltate, perché se le usiamo ancora colludiamo e non diamo il giusto significato alla nostra proposta culturale

Solidarietà: vincolo di assistenza reciproca nel bisogno. Ci stanno chiedendo di essere solidali in un momento di difficoltà. Con questa scusa e questo invito, con le pubblicità progresso, ci stanno dicendo che la scelta è personale, intima, ancora una volta individuale. Ognuno può “fare solidarietà” da casa sua, cliccando su un numero, o comprando all’equo solidale, ma solo per Natale. Ci stanno togliendo la dimensione collettiva e universale del diritto per tutti e perciò anche la scelta individuale di non essere solidale o caritatevole per forza. Perciò puoi togliere le panchine dai giardinetti senza farti scrupoli perché hai adottato dei bambini. Dov’è la responsabilità collettiva, il bene comune, la cittadinanza? Tutte situazioni universali che ci comprendono e però vanno oltre noi, perché fortunatamente ci migliorano e noi vogliamo e dobbiamo averla questa garanzia di qualcosa che ci rende migliori e virtuosi al di là delle nostre sensibilità, dei nostri giardini. Garanzia che ci dà appartenenza oltre le nostre categorie quotidiane. Perché ci fa respirare, ci dà fiato. Come i parchi pubblici. E poi se l’assistenza reciproca c’è solo nel bisogno? Il vincolo di assistenza non esiste più se non c’è una sfiga alle porte? E chi ci garantisce che la sfiga è uguale per tutti? La solidarietà non salverà il mondo. Non deve essere la solidarietà a farlo. Non possiamo fare finta che ci basti. (altro…)