NEW FUTURE

Continuo a condividere ne ‘elbagoloblog’ le riflessioni di Marco Mancassola, che mi/ci aiutano a seguire gli eventi contemporanei da una prosepettiva di lettura generazionale. Personalmente trovo prezioso poter ‘vedere’ la nostra/mia generazione che si aiuta a riflettere e a pensarsi in questo momento così difficile, dettato da una solitudine intra e inter generazionale rispetto a progetti di azione e resistenza condivisi e penetranti. Con ‘elbagoloblog’ desidero insistere nel mettere in rete testi con la speranza che non restino astratte letture ma luoghi di scambio e analisi collettiva. Francesco Maule

NEW FUTURE

di Marco Mancassola

http://www.marcomancassola.com/

[pubblicato su Il Manifesto del 22 dicembre 2010]

Lo gridavano i punk alla fine degli anni Settanta, in un mondo già allora in un vicolo cieco. Era uno slogan-grido di dolore, rauco e straziante: “no future”. Oggi lo stesso slogan viene usato freddamente dai giornali per descrivere non più un’intuizione di oltre trent’anni fa, bensì lo stato attuale e conclamato delle cose. “Generazione no future.” Ovvero: avere vent’anni e, a fronte di astratte statistiche su aspettative di vita sempre più alte, non avere alcuna idea di come si farà a sopravvivere.

I punk, vecchi rabbiosi profeti. Se è per questo, a proposito di previsioni, era facile aspettarsi anche l’estinzione del desiderio certificata adesso dal Censis – sul finire della grande orgia berlusconiana, un paese che sprofonda in un nauseante vuoto emotivo. E vedere precari e ricercatori arrampicarsi sui tetti, anche questo ha confermato una disperazione che montava da anni. Sui tetti del desiderio, l’aria è ambigua e rarefatta.

Cosa si vede da lassù: un paesaggio di nebbia? I contorni di un qualche orizzonte? O i bagliori dei fuochi delle rivolte che verranno?

Restiamo al desiderio. Il termine latino studeo significa “applicarsi”, “attendere a”, ma anche “cercare” e “desiderare”. Lo studente come soggetto che desidera. È sconvolgente la quota di verità che si trova già lì, nell’origine delle parole. Gli studenti riportano in piazza il desiderio e il desiderio è quello di esistenza, di resistenza, di lotta all’entropia e al suicidio in corso di questa società. Un desiderio che in molta parte del paese appare in bilico.

Come a Padova, un mattino di dicembre, termometro vicino allo zero. Alcuni studenti sfilano a petto nudo, incatenati l’uno all’altro, per le vie dello shopping. Essere nudi nel gelo dei tempi. Destinati a un mercato di schiavi. Gli adulti si fermano a osservare e poi distolgono lo sguardo con un’aria turbata – di rimorso, quasi.

La sfida di una nuova generazione non è mai soltanto sua: è la sfida che l’intera coscienza umana, nella dimensione più collettiva, si trova ad affrontare per il tramite di quella generazione.

Ora, la sfida della gioventù italiana è affrontare le contraddizioni accumulate dal sistema per decenni, fino a concentrarsi in un presente mortifero. Si tratta della stessa sfida dell’intera gioventù occidentale. Da un altro verso, la sfida italiana include un’urgenza specifica: reagire a un contesto in cui varie forme di violenza, politica, istituzionale, mediatica, spettacolare, economica, mafiosa, padronale, patriarcale, si riuniscono e incarnano in un unico personaggio, in un solo opprimente capo.

Intanto nelle strade, nelle piazze, il potere si difende. Istituisce le solite zone rosse. Che le zone rosse siano ingiuste e oscene, non serve essere un estremista per comprenderlo. Le zone rosse, tutte le zone rosse, anche quelle mentali, anche quelle dell’anima, quelle instillate nelle nostre teste e che custodiscono il dna tossico della solitudine contemporanea, con la sua ingiunzione a vivere in un certo modo, consumare in un certo modo, essere complici in un certo modo, indifferenti in un certo modo. Soffocare in un certo modo.

Quando ti senti un sacchetto di plastica sulla testa, può accadere di sussultare un poco. Si può riuscire a violare le zone rosse senza il rosso di alcun sangue? Ecco una domanda cruciale. Gli scoppi di rabbia più accesa sulle strade di Roma sono stati letti come lo sfogo di una generazione, o di una sua parte, che non ha più nulla da perdere. No future, giusto? Anche se la formula andrebbe precisata: più nulla da perdere all’interno di questo sistema.

Ricordiamo lo slogan di Genova. In quella città, quasi dieci anni fa, centinaia di migliaia di persone urlarono in coro che un mondo diverso è possibile. Chissà come risulterebbe oggi un tale slogan. Datato, forse, troppo ingenuo o troppo generico. Eppure, anche ora, potrebbe risultare utile un passaggio simbolico: da un’evocazione di “no future” a una di “new future”. Rispetto alle modalità reali di un simile passaggio, le generazioni precedenti si sono infrante, come maree, addosso a scogli troppo rocciosi. Ma questa ha dalla sua una lucidità tutta nuova. È come se gli orologi del pianeta si stessero fermando, tutti insieme, in un attimo spaventoso e meraviglioso. Il momento in cui una generazione viene presa da un lampo di consapevolezza piena, irripetibile. Siete voi il sale di un mondo nuovo.

Marco Mancassola

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2 comments

  1. Mi piace molto il modo in cui Marco Mancassola in questo articolo riesce ad esprimere lo scenario emotivo di questa generazione.
    “È come se gli orologi del pianeta si stessero fermando, tutti insieme, in un attimo spaventoso e meraviglioso. Il momento in cui una generazione viene presa da un lampo di consapevolezza piena, irripetibile.”
    Ci sono dei momenti in cui sento proprio profondamente e spaventosamente totale questa consapevolezza citata sopra, e devo dire che da un lato può dare una scarica di adrenalina, una speranza che qualcosa si possa ancora fare, che un mondo diverso sia davvero possibile, anche se dall’altro il panico paralizza ogni pensiero.
    “Siete voi il sale di un mondo nuovo.” Ecco, questo messaggio ci responsabilizza in modo irreversibile e pesante direi, dato che ce n’è di mare in cui mettere sale, perchè sia condito al punto giusto.
    Ma nessuno di noi può sottrarsi a questo invito, non fosse altro perchè i nostri figli altrimenti si troveranno non solo senza il sale ma anche senza il piatto.
    Devo confessarvi che da casa mia oggi, giù verso la pianura e le città…. si vedeva una mare di nebbia….
    Noi per fortuna eravamo avvolti da un abbraccio di sole….
    michi

  2. Ciao, leggendo l’ultimo numero di AAm TErra Nuova mi ha colpito l’articolo di apertura che scrive sempre Mimmo Tringale, e te lo passo. Se pensi che possa essere inserito nel blog vedi tu. Altrimenti tienilo per te.

    …. “ho bisogno di sogni che abitino gli alberi”, recita uno dei più bei versi di Alda Merini.
    Parole che ci riportano in un’atmosfera molto lontana dal grigiore e dalla prosaicità del quotidiano. Forse proprio per questo, mai come in questi giorni di mortificazione della cultura e del sapere, si sente bisogno di poesia. Un bisogno sentito soprattutto dai giovani, i più espropriati oggi da una gestione aziendalistica e autoritaria dell’istruzione, tutta rigore e sacrifici.
    Da diverso tempo ormai il nostro non è un paese per giovani e per sognatori. C’è posto solo per che vende le proprie idee e magari il proprio corpo.
    Eppure di sogni c’è tanto bisogno. “Se vuoi costruire una nave” scriveva A. de Saint-Exupery, ” ancor prima di pensare a chiamare la gente, trovare il legname e preparare gli attrezzi, dovete preoccuparvi di risvegliare negli uomini la nostalgia del mare lontano e sconfinato. Appena si sarà risvegliata in loro questa sete si metteranno subito al lavoro per costruire la nave.”
    Con questa semplice metafora l’autore del Piccolo Principe voleva sottolineare la forza della visione.
    E’ il desiderio di realizzare una “visione”, un sogno, a segnare le nostre vite, a dare significato alle nostre esistenze, a rendere possibili le imprese più ardite.
    Abbiamo bisogno di un sogno, ma non per rimanere a occhi chiusi e non affrontare la realtà, bensì per andare olgre. Per lanciare i nostri cuori oltre il muro del grigiore e della stupidità e reinventare un futuro migliore per noi e per il Pianeta.
    …..

    beh, il mio sogno sai come si chiama,
    Nostranimasonica.
    michi

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