i nostri attrezzi

Ho il privilegio di pubblicare in esclusiva l’intervento che Raniero La Valle (che ringrazio sinceramente) ha tenuto a Vicenza il 10 dicembre 2010 a proposito del suo libro: “Paradiso e libertà. L’uomo, quel Dio peccatore”.  Tale contributo si presenta come parte integrante e preziosa rispetto ai ragionamenti “generazionali” che questo blog vuole continuare ad offrire. Francesco Maule

I nostri attrezzi

Intervento di Raniero La Valle

(http://ranierolavalle.blogspot.com/)

Mi hanno chiesto perché ho scritto questo libro. Per un debito di generazione.

Noi abbiamo avuto la Costituzione, il Concilio, il 68. Loro, i giovani di oggi, che cosa hanno? Loro devono salire sui tetti per rivendicare un futuro, per chiedere quello che anche noi abbiamo chiesto. Noi abbiamo chiesto il Paradiso. E Costituzione,  Concilio e 68 sono stati nello stesso tempo la domanda e la risposta. Erano la richiesta della felicità e l’indicazione e la messa in atto dei mezzi per raggiungerla.

La felicità è un ideale umano universale, laico. Dice la Dichiarazione di Indipendenza americana (1776): “Consideriamo verità evidenti per se stesse che tutti gli uomini sono stati creati uguali; che sono stati dotati dal loro Creatore di taluni diritti inalienabili; che, fra questi diritti, vi sono la vita, la libertà e il perseguimento della felicità (the pursuit of the happiness)”.

La Costituzione individua nello Stato lo strumento con cui rimuovere gli ostacoli che la impediscono. Il Concilio mette la Chiesa al servizio della felicità, non dell’afflizione, e allarga la prospettiva della felicità dal tempo all’oltretempo. Il 68 sogna la felicità realizzata: l’immaginazione al potere; ma l’immaginario umano è precisamente l’immaginario della felicità.

Possiamo noi riaccendere nelle nuove generazioni l’immaginario della felicità e fornire loro i nostri attrezzi, la Costituzione, il Concilio, il 68, perché la realizzino?

Beninteso, non è che se le giovani generazioni prendono questi nostri attrezzi, di certo la raggiungono. Non si può raggiungere la felicità di oggi con gli attrezzi di ieri. Per una felicità nuova ci vogliono attrezzi nuovi. Noi non sappiamo quali saranno i loro. Ma diciamo ai giovani che senza i nostri attrezzi non potranno neanche approntarne di nuovi. Senza le tenaglie e il cacciavite, strumenti di ieri, non si può neanche assemblare un computer, strumento di oggi.

Dunque gli attrezzi che noi abbiamo avuto li vorremmo trasmettere a loro.

1 – La Costituzione. Non sono solo regole, e non è solo governo. È la libertà del singolo e dei singoli associati in un corpo politico.

È un modello. È l’idea della rappresentanza, è il principio dell’unità del popolo realizzata per perseguire l’unità del bene comune; è il valore della solidarietà, è il diritto allo studio, alla salute, alla parola, alla vita. Ed è un’antropologia.

Che antropologia è? Ce n’è un indizio all’art. 1, laddove si dice che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Se la Repubblica si fonda sul lavoro, vuol dire che il lavoro non può essere il lavoro schiavo, il lavoro del servo. Al contrario all’origine della cultura occidentale (Aristotele) c’è l’idea che il lavoro è l’esclusiva opera del servo, perché il signore non deve essere sottoposto alle necessità della vita fisica, deve essere libero di dedicarsi alle attività umane più alte, libero di contemplare. Dio stesso pertanto era riservato alla fruizione dei signori. Ed ecco che nell’antropologia della Costituzione il lavoro non è più l’opera del servo, e cade la disparità di natura tra servi e signori.

Nemmeno il lavoro può essere il lavoro alienato, ridotto a costo di produzione e destinato unicamente a creare plusvalore.

Ma nemmeno il lavoro può essere “poena peccati”, la pena del peccato, come maldestramente si legge nella Bibbia al primo capitolo della Genesi, e come si è pensato a lungo anche nella teologia cattolica.

Il lavoro su cui unicamente può fondarsi una Repubblica è un lavoro pienamente umano; è il lavoro di un Dio fattosi uomo nel servo, del servo fattosi uomo assumendo la dignità divina. C’è qui il rovesciamento (rivelato!) del rapporto tra servi e signori.

Quanto alla libertà che la Costituzione proclama, essa non è solo quella della Dichiarazione dei diritti dell’89. Certo è anche quella. Ma quella si può perdere; col fascismo l’avevamo perduta. Invece è una libertà che permane, che resiste come propria dell’uomo, qualunque cosa accada. Il costituzionalismo dice che ci sono diritti imprescrittibili, inalienabili, che nemmeno una maggioranza, nemmeno l’unanimità di un Parlamento o di un corpo elettorale possono togliere all’uomo. Dunque sono diritti trascendenti la persona umana, che le vengono dall’alto? Una volta che li abbiamo conquistati, possiamo dirlo. La Chiesa lo dice. Il diritto naturale passato anche nelle Costituzioni lo dice. Ma di fatto questi diritti innati sono ricavati dalla storia, sono frutto di una lotta, diventano reali in forza di una costruzione umana che ha dovuto misurarsi con le dure resistenze della storia. Una volta trovati, non sono più disponibili, divengono per così dire diritti divini. Tra questi è la libertà.

Ma allora qui viene in evidenza l’antropologia della Costituzione. È l’antropologia della liberazione. Alla Costituente sia i cattolici, sia i comunisti e i socialisti, sia a loro modo i liberali volevano un uomo libero e liberato. Questo è stato davvero l’incontro delle tre culture!

2 – Ma dove sono le radici di questa libertà? Qui possiamo passare all’altro attrezzo, al Concilio. La vecchia antropologia, giunta fino alla soglia del Concilio Vaticano II, non era generosa con l’uomo. L’uomo, come le vecchie dottrine lo concepivano, era un essere infortunatosi appena creato, sfigurato, reso disabile, deforme dal primo peccato, in rotta con gli uomini e con Dio, non restaurato nella natura originaria neppure redento. La libertà necessariamente gli doveva essere negata, ristretta; la storia non dava salvezza. L’unico scampo per l’umanità intesa come massa dannata era rifugiarsi nell’arca della Chiesa, fuori della Chiesa non c’era salvezza. La Chiesa assumeva così una figura apocalittica. Nella Chiesa costantiniana questo non troppo appariva, perché essa dominava e in qualche modo garantiva la terra; la Chiesa, soprattutto nel secondo millennio, dopo la svolta della “rivoluzione papale” di Gregorio VII nell’XI secolo, sembra fatta per la terra, con il suo potere temporale e spirituale, con le sue indulgenze e le sue penitenze, con le sue prigioni e le sue inquisizioni, con la sua morale e con il suo diritto. Ma finita la Chiesa costantiniana, la Chiesa non è più fatta per la terra (“i tesori dispersi nei cieli” di cui parlava Hegel), e emerge la sua figura apocalittica: la salvezza, come era annunciata nella Chiesa preconciliare, c’era, ma era rimandata alla fine, e passava attraverso una catastrofe, e solo quelli che stavano nella Chiesa sfuggivano a questa catastrofe. Non a caso in questo contesto si assume la biblica Raab come figura della Chiesa: Raab, la prostituta di Gerico, che per il suo tradimento viene salvata con tutti quelli che sono nella sua casa dai conquistatori ebrei, è la “casta meretrix”, cioè la Chiesa, grazie alla quale si trova la salvezza “nello sterminio” (come diceva S. Ambrogio). Dunque la Chiesa come rifugio nella generale rovina, secondo un esempio in verità non troppo edificante.

Ma il Concilio racconta un’altra storia. L’uomo non è sfigurato, non è cacciato o respinto ma sempre amato da Dio, l’annuncio è il Vangelo non l’Apocalisse, e la libertà non viene solo dalle Carte, dalle rivelazioni, dall’elenco dei diritti, ma è intrinsecamente propria all’uomo, perché è l’immagine di Dio dentro di lui. E resiste anche se si esercita fuori della verità, anche se è rivolta al male.

E allora, se la posta in gioco è la felicità, l’uomo può farcela, perché “Dio lo ha messo in mano al suo consiglio” e la grazia di Dio non viene mai meno, anche se la libertà della grazia, come diceva San Bernardo, segue la libertà della natura.

3 – Il Sessantotto è stato il tentativo di farcela. La liberazione dal potere è interiorizzata; si afferma la responsabilità etica; si avvia la liberazione dalle istituzioni totali, a cominciare dai manicomi; sono affermati i diritti del lavoro, i diritti dei giovani, degli stranieri, i diritti del malato; l’amore non è visto solo come un fatto strumentale, procreativo, ma è riconosciuto fine a se stesso, perché l’amore non ha altro fine che l’amore. Il matrimonio, come istituzione, ha dei fini: la procreazione, l’educazione dei figli, il mutuo aiuto, ma l’amore non può avere altro fine che l’amore.

Il 68 ha vinto nella rivoluzione della vita quotidiana: dall’America all’Italia, alla Cina il senso della vita non è più quello di prima. Dove esso ha fallito è stato nello scontro col potere; la rivoluzione della vita istituzionale, giuridica, politica, non c’è stata. Ha vinto la ricapitalizzazione dell’economia, dopo la fine dell’ipoteca comunista, ha vinto la globalizzazione selvaggia, è tornata la guerra.

Questi sono i nostri attrezzi: una Costituzione per una libertà radicale, inespropriabile, che permane; un Concilio per una Chiesa che esca dal ghetto della comunità dei salvati, e abbracci nel cammino verso la felicità, storica ed escatologica, l’umanità tutta intera; e un 68 dove molti sogni, sogni diurni e non notturni, sogni sognati non da soli ma tutti insieme, hanno dimostrato di poter diventare realtà.

Perciò noi prendiamo questi tre grandi attrezzi del Novecento, li passiamo alle nuove generazioni, e diciamo loro: vedete un po’ voi che cosa ci volete fare, e inventatevi, per voi, nuovi attrezzi e nuove risorse.

Mantenendo però la prospettiva. Ai giovani noi diciamo: noi abbiamo letto dei profeti che dicevano che giorni verranno in cui gli eredi della terra la erediteranno nella felicità e non nell’afflizione. Ma quando questo avverrà? Quando accadrà che i poveri saranno beati, che gli affamati saranno saziati, che gli afflitti saranno consolati, che i perseguitati avranno la loro ricompensa, che i miti erediteranno la terra, che i cercatori della giustizia la troveranno, che i misericordiosi avranno misericordia, che gli operatori di pace invece di essere irrisi, diffamati, percossi, saranno chiamati figli di Dio? Cioè, quando è il Paradiso? Questa è la domanda per voi, è la domanda che questo libro vi suggerisce.

Francesco Maule - Raniero La Valle (foto di Toni Pigatto)



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2 comments

  1. Eccezionale come sempre Raniero. Profondità di pensiero e di visione, semplicità di esposizione (gli attrezzi…). Mi riconosco pienamente nelle tre “cantiche” di un poema unico che è stata ed ancora è la nostra vita di giovani innamorati della democrazia, di Cristo e della fantasia…
    Grazie Raniero!
    Giovanni

  2. Bravi ad avere invitato R. La Valle, il cui insegnamento affonda in una vita molto intensa ed attraverso percorsi ed avvenimenti straordinari (come egli stesso ha raccontato nel suo “Prima che l’Amore finisca”). L’avevo già udito ragionare su Costituzione e Concilio, mi mancava questo suo tentativo di estendere la sintesi al terzo attrezzo, il ’68.

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