Generazione locked-in

generazione locked-in

di Marco Mancassola

www.marcomancassola.com, 8 novembre 2010.

Quando penso alla generazione cui appartengo, e a quelle che si affacciano a seguire, penso spesso alla sindrome locked-in. Come saprete, si tratta di una condizione poco gradevole. Persone che non controllano più alcun muscolo si ritrovano, perfettamente lucide, prigioniere dentro un corpo paralizzato – riuscendo al massimo a muovere una palpebra. È la stessa generazione di Christian Raimo che sulle pagine del Manifesto [l’articolo è anche su minima et moralia], giorni fa, poneva una domanda cruciale. Perché un popolo di trentenni precari e sottopagati, de-realizzati, senza prospettive su alcun piano, si limita a soffrire ognuno per conto suo, nel chiuso ermetico della propria esistenza? Raimo citava la storia della laureata che guadagna poco più di seicento euro al mese e ne spende trecento per andare in analisi, per sopravvivere all’assenza di realizzazioni nella sua vita.

Una gioventù locked-in. Essere nel pieno del vigore e riuscire al massimo a muovere una palpebra.

Le alternative, almeno a giudicare dal teatrino a oltranza che occupa la scena di questo paese, sarebbero le solite: diventare un cervello in fuga o carne da macello per il grande carnevale al potere. Fare la fila ai provini dei reality oppure, se si è ancora abbastanza freschi per soddisfare il mercato, provare a vendere tutto quello che si ha da vendere. Il vecchio Papi della Patria di sicuro gradirà. Nel frattempo, sullo sfondo di questo girone grottesco, di questa scena comica e horror, la nostra vita passa e scade.

Torniamo alla domanda cruciale. Perché tutto questo malessere introiettato, questa consapevolezza solitaria e impotente, questa paralisi e questa scarsità di reazioni che siano soprattutto reazioni condivise? Perché questa “incoscienza di classe”? Già dieci anni fa, nel suo La solitudine del cittadino globale , Zygmunt Bauman scriveva che “le sofferenze che ci tormentano non si sommano e perciò non uniscono le loro vittime. Le sofferenze e i disagi contemporanei sono dispersi e diffusi, e così il dissenso che producono. La dispersione del dissenso, l’impossibilità di concentrarlo e di ancorarlo a una causa comune, rende solo più acute le pene.”

La dispersione è l’orizzonte in cui siamo cresciuti. Abbiamo identità sincretiche, sfaccettate, frammentate e dislocate. Il mercato delle merci e delle esperienze ha instillato in noi, volenti o nolenti, la percezione che la vita vera fosse sempre altrove, sempre un po’ più in là, in un altro luogo: non solo nell’acquisto di un’altra merce o in un altro piano del centro commerciale, ma proprio in un’altra esperienza da fare, in un altro incontro da consumare, in un’altra emozione da non lasciarsi sfuggire, in un altro viaggio da intraprendere, in un altro capitolo del nostro romanzo interiore. Siamo cresciuti pensando che la nostra vita vera fosse altrove solo per renderci conto, infine, che forse non è più da nessuna parte. È anche per questo che essere qui e ora, in pieno, con l’altro e con la sua lotta, anche quando la sua lotta è così vicina alla nostra, ci è così difficile.

Non abbiamo più chiaro cosa sia una comunità e per questo, ancora nostro malgrado, siamo cresciuti con una percezione intima di destra, solitari imprenditori di noi stessi. Ci vuole un doppio, profondissimo sforzo di rielaborazione per ritrovare una via alla sinistra, alla comunità, seppure ormai con la nostra consapevolezza, con la nostra spigolosa individualità. La rete, in questo, sembrava una grande promessa: in quale modo identità sfilacciate come le nostre, piene di tentacoli brancolanti nel buio, potevano allacciarsi e operare in comune? Con il modello dei neuroni e delle sinapsi, ci hanno risposto la rete e l’iperconnessione. E in parte è stato vero. La rete ha creato nuove forme di comunità, fluide e cangianti.

Peccato che subito, allora, si ponga un’altra domanda. Perché la gioventù più connessa e con le risorse informative più elevate della storia si è rivelata, nei fatti, anche la più politicamente passiva? Forse perché attraverso le sinapsi passano impulsi elettrici troppo veloci, che ci investono e svaniscono di continuo. Nella rete, tempeste informative e ondate emotive ci investono da ogni parte, spesso contraddittorie. La coscienza politica sembra esaurirsi nel cliccare “mi piace” sulla pagina di una petizione. Le priorità storiche e generazionali affondano. Tanto per fare un esempio: milioni di persone si scambiano video di gattini che fanno buffe acrobazie, ma una quantità impressionante di cittadini under 40 è totalmente priva di consapevolezza sulle emergenze ecologiche che loro stessi – non lontani discendenti bensì loro in prima persona – si troveranno a breve ad affrontare. O forse una consapevolezza esiste nel senso di constatazione, non però nel senso di coscienza, cioè di un sapere che ci permea fino a cambiarci, fino a muovere il nostro agire: fino a essere movente di una reazione.

Chissà se tutta questa incoscienza sarà ancora un problema di “falsa coscienza”, come la chiamava Lukács, e se così, dove stia la nostra “intenzione verso la verità”. Guardo negli occhi gli uomini e le donne della mia età, e i ragazzi e le ragazze più giovani: ufficialmente, la loro frustrazione è quella di non riuscire ad avere tutto ciò che hanno avuto i loro genitori, di non riuscire a perpetuare lo stesso modello di benessere, di crescita e di sicurezza – vera o sognata che fosse – borghese. Sarà proprio questo il problema? La fiacchezza politica delle ultime generazioni non sta invece nel fatto che molti, semplicemente, nei loro cuori, non credono più nelle cose che dicono di desiderare e di rimpiangere?

È sempre più ovvio che il problema non è perpetuare il modello delle generazioni precedenti. Si tratta di immaginare modelli nuovi. La sola via d’uscita dalla crisi è quella di trasformarla in un’opportunità. Tanto per fare un altro esempio: quando smetteremo di sospirare perché non riusciamo più ad avere un mutuo per comprarci un appartamentino-gabbia in qualche brutta periferia suburbana, e inizieremo piuttosto a organizzarci in movimenti per un abitare diverso, per nuove forme di convivenza e di vita? Ma anche per rispondere a fatti pratici e impellenti ci vuole una minima visione delle cose – personale e comunitaria. L’ombra in cui siamo è invece spaventosamente fitta. Le generazioni precedenti ci hanno condotto in un vicolo cieco ed è inutile spingere per riuscire a percorrerlo. Sarà anche per questo che una parte ingombrante di quelle generazioni, soprattutto in questo paese, sessanta e settantenni uncinati al potere, con la faccia liftata e la coscienza sporca, se ne stanno piantati lì in mezzo, non accettando di farsi da parte, proiettando la loro ombra e ostruendo la visuale: per non farci vedere che la loro strada non andava da nessuna parte. GENERAZIONE LOCKED-IN? [pubblicato su Il Manifesto del 7 novembre 2010]

***

Marco Mancassola

www.marcomancassola.com 16 novembre 2010.

GENERAZIONE LOCKED-IN. UN’INTERVISTA

Sulla coda del pezzo ‘Generazione locked-in?‘, uscito sul Manifesto, è uscita quest’intervista sul sito de Il Fatto Quotidiano.

PRECARI E IMMOBILI, LA GENERAZIONE “LOCKED-IN”
di Andrea Valdambrini

Intervista allo scrittore Marco Mancassola. I trentenni, l’esclusione dal lavoro e dai diritti che rende precari, dentro e fuori.

Nomade e precario lui lo è quasi per definizione. Forse per questo lo scrittore Marco Mancassola, 37 anni, ha denunciato in un intervento dalle pagine del Manifesto l’immobilismo dei trentenni, costretti a vivere nella precarietà. Per lui le parole sono importanti. “Non mi piace il termine ‘denunciato’, fa intellettuale che guarda le cose da fuori. Preferirei dire: mi sono interrogato, ho riflettuto ‘da dentro’ sullo squilibrio tra la pressione sempre più schiacciante sulla vita dei trentenni precari, e l’apparente scarsezza delle loro reazioni – almeno in termini di protesta sociale e di solidarietà tra simili”.

Provenienza ricco Nordest, studi di filosofia a Padova, ma origini orgogliosamente proletarie, come tanti coetanei Marco ha girato l’Europa per anni, fermandosi qualche tempo anche nelle case occupate di Londra. Se in Last Love Parade (Mondadori 2005) ha raccontato la cultura musicale dei giovani anni ’90, adesso lavora a due libri in cui rifletterà proprio sul tema della “generazione bloccata”.

Ce la spieghi meglio?
L’ho chiamata “locked-in” per sottolineare il contrasto tra la sua estrema consapevolezza e i suoi scarsi mezzi d’azione. Un trentenne istruito e precario oggi sa tutto, ha visto tutto, è informato, è consapevole della sua situazione. Però è paralizzato. Desidera essere indipendente, essere parte attiva nel divenire del mondo, non sentirsi sprecato o peggio umiliato, poter pensare a diventare padre o madre quando ne sente la vocazione. Sono cose basilari.

La salvezza è fuori dall’Italia?
Sì e no. Il precariato è un fatto globale e in città come Londra o Parigi la corsa alla sopravvivenza è feroce. Sono contento di vedere che un quarantenne, almeno all’estero, possa normalmente scrivere in prima pagina, guidare una grande azienda o un partito politico. Però, attenzione, non ne faccio una questione di passaggio del potere. Di fatto, non fa molta differenza che ci sia una passaggio generazionale se non c’è anche un passaggio di idee, se il modello di potere non cambia.

Però si dice: in Italia la colpa della marginalizzazione è anche dei trentenni stessi
La precarietà è imposta da un sistema che macina le persone come fossero automi, pezzi di ricambio, ed è usata sulla testa delle ultime generazioni: su questo non ci deve essere equivoco. Poi, certo, il sistema è bravo a fare leva su quelle parti di ambiguità che sono dentro di noi.

Quali?
Siamo cresciuti nel mercato delle merci e delle esperienze, abbiamo introiettato l’idea che fosse normale espandere all’infinito il desiderio, con il risultato di ritrovarci pieni di desideri contraddittori: voglio un lavoro serio ma un lavoro creativo, voglio essere libero ma voglio essere garantito, voglio essere qui ma voglio essere altrove, voglio la rivoluzione ma voglio che il mio stile di vita non cambi. Anche da questo risulta la paralisi della vita.

Barlumi di speranza ce ne sono?
A Padova, durante le contestazioni a Berlusconi, prima della solita carica della polizia i ragazzi se ne stavano sulla strada a gridare in coro: ‘dignità, dignità’. Soltanto questo, ‘dignità’. Mi è sembrato uno slogan bellissimo. Stavano chiedendo a Berlusconi di dimostrarne un po’, ma anche dicendo che ognuno ha diritto alla propria dignità: non si può crescere con la prospettiva di dover letteralmente mendicare il lavoro o la sussistenza. Questo sogna la gente come Berlusconi, un popolo di mendicanti, così il miliardario di turno può sentirsi buono quando sparge qualche briciola. Purtroppo, la politica può fare molto quando è dalla parte dei ricchi. Berlusconi può limitarsi a fare pochissimo, qualche barzelletta piazzata bene per distrarci, e intanto la forbice sociale si allarga. Non posso essere sicuro che una politica dalla parte della gente vera riuscirebbe ad agire su larga scala, ma credo ancora a una politica che prova ad aprire gli occhi delle persone anziché a gettarci fumo. Una politica della lucidità. Io ci credo ancora.

[pubblicato su IlFattoQuotidiano.it il 16 novembre 2010]

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