di quel che è stato

Di quel che è stato

Se si vive si abita, se si abita c’è una casa: una casa in una città, in un paese, in un quartiere, in un territorio. Attorno alle case molte cose: negozi, strade, fabbriche, campi. Sono di Creazzo, paese confinante col capoluogo Vicenza. C’è una cosa in questo paese, che c’è e c’è sempre stata insieme alla mia vita. E sparirà.

era
Il suono della sirena prima dell’inizio dei turni, cupa e inderogabile, è muta da qualche anno eppure il suo suono è rimasto dentro di me intenso e inestinguibile. Non oso immaginare cosa ne è rimasto in quegli operai ed operaie dei quali ha segnato la vita per più di trent’anni: suono rassicurante o maledetta tortura?

è

La Nut, o La Nogara, fabbricato industriale posto proprio al centro del paese, costruito a fine anni sessanta, chiuso per fallimento della società di confezione indumenti dal 2007. È lei il mio fantasma. La vedo, c’è, mi ossessiona ogni mattina con la sua presenza. Eppure è vuota, non c’è, verrà – prima o poi – demolita, scomparirà. Mi impressiona anche il silenzio del paese, il silenzio degli ex operai, la rassegnazione. Forse siamo più indiani di ciò che pensiamo. Tutto scorre, tutto muta, l’impermanenza delle cose, dei progetti, del lavoro, delle fabbriche, del territorio…
È così andata evolvendosi un’attenzione oserei definire estetica o artistica verso questo luogo, una delicata e pudica voglia di entrare, di toccare, sentire, ascoltare. È qualcosa di inevitabile, una forzatura alla mia voglia di indifferenza, il superamento di un debole tentativo di condividere con i miei conpaesani una rassegnazione e un fatalismo karmico e orientale.

Vederla da dentro, conoscerla, è stato qualcosa di necessario, inderogabile, un dovere morale per la mia memoria e il mio passato. È processo egoico e privato prima che aperto e condivisibile. È lo stupore rabbioso verso un’indifferenza culturalmente infantile per un manufatto enorme, oltraggioso, brutto e scomposto, che è lì senza che nessuno ne parli, lo veda, lo consideri. Nel suo diventare dimenticato, vittima, nell’evolversi e indurirsi della sua solitudine e abbandono è andata crescendo, naturalmente ai miei occhi, la bellezza di questo luogo, il suo fascino, la necessità di avvicinarlo, tenermelo ancora dentro, diventare un po’ anch’io quella cosa. Spesso infatti mi sento come questo immenso fabbricato: presenza ingombrante e scomoda, poco adattabile, finita, senza più nulla da dire, da abbattere e “riqualificare”. Una prospettiva troppo impegnativa da tenere, un fallimento costruito a tavolino, un futuro incerto e silenzioso. Emblema di un cambiamento urgente e necessario.

dentro e fuori – chiuso e aperto – noi…

Tutto ciò, senza troppe spiegazioni, è tracimato in un progetto condiviso: altri amici, altri ragazzi hanno sentito qualcosa di ciò che sentivo io, o qualcosa di simile. La penetrazione in Nut non è stata quindi solitaria e solipsistica, si è compiuta in una comune necessità di farsi toccare, di ascoltare e – con soggezione e umiltà – diventare in qualche modo tutti dei testimoni, dei transfert. É un cammino artistico e culturale sfaccettato e molto “povero”: di mezzi, di tempi, di continuità. Ma è oltremodo vivo, significativo, operoso. Si sta concretizzando forse, nella misura in cui si avvicina la demolizione dello stabile, è un processo inverso di costruzione/decostruzione. È come con la nostra memoria: è nell’assenza che si fa memoria, è nel non esser più che forse è plausibile un racconto, è in qualcosa che muta che l’identità si afferma.

*


il fantasma parla nel vento, il fragore delle vetrate semiaperte infrange i vetri, la tua pelle è lacerata, le tue ossa sono fredde.

*

cavi e tubi pendenti nel vuoto, tutto è disordinatamente composto, assente, lacerante.

*

immagini sofisticate buttate a terra, muri divelti, falsa pubblicità. Chi sei, cosa sei? Maledetta bellezza dell’abbandono, maledetta strega senza parole né cuore, magica regina postindustriale.

*

mi farà male il boato della demolizione, come fa male il silenzio di oggi. Fa male l’incomprensibile storia del fallimento come fa male l’abuso della crisi come ricatto pubblicitario. Ti hanno sfinito, cara nut, resistono i pilastri, come sempre, che sono pochi e fondamentali. E L’amore di chi ha lavorato con passione e dedizione dentro di te.

*

Noi ti apriremo
varco in un timido compimento
e nelle estati senza fessura né colore
il ritratto è un’attesa, una percezione comune.
Nell’immagine acuta cui ti assisteremo
le parole dette risuoneranno
e la saliva di Aldo
che scendeva nella sua gola con una fatica unica
è così densa
come le nostre lacrime.

testi: Francesco Maule – duealiblu@libero.it – Creazzo (VI) – aprile 2009 –
foto: Leonardo Tommasin – leonardo.tommasin@gmail.comhttp://leonardotommasin.blogspot.com/

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...