Il vero volto dell’immigrazione

 Il quadro reale in Italia e un dibattito falsato


 

fonte: agenziasir.it

Sono usciti nei giorni scorsi due rapporti sull’immigrazione nel nostro Paese che aiutano a comprendere nei suoi termini effettivi un fenomeno così discusso. Sono il XXVII Rapporto di Caritas-Migrantes e il Dossier Immigrazione 2018 curato dal Centro Studi e Ricerche Idos in partenariato con il Centro Studi Confronti. Grafici e tabelle che riportano dati potrebbero apparire una materia noiosa e specialistica, da addetti ai lavori, lontana dalle preoccupazioni della gente comune. Eppure mai come in questo momento potrebbero contribuire a riportare entro i binari dell’oggettività e della ragionevolezza un dibattito prigioniero di percezioni enfatiche e rappresentazioni distorte.

Esaminiamo alcuni dei dati resi pubblici. Anzitutto, a livello mondo i migranti internazionali sfiorano i 258 milioni e sono aumentati sensibilmente rispetto al 2000, quando erano circa 172,6 milioni. Ma in percentuale sulla popolazione mondiale, la loro incidenza rimane più o meno costante da decenni, poco sopra il 3%. In altri termini, il 97% degli esseri umani non si muove dal suo Paese, per male che ci viva. La specie umana da millenni è in grande maggioranza stanziale.

Per quanto riguarda il nostro Paese, l’immigrazione da circa quattro anni è sostanzialmente stabile, poco sopra i 5 milioni di persone. Le difficoltà economiche hanno ridotto i nuovi ingressi in maniera drastica. Malgrado la visibilità degli sbarchi e dell’arrivo di richiedenti asilo, il loro ingresso incide poco su questo quadro generale. Si tratta infatti, tra rifugiati riconosciuti e richiedenti in accoglienza, di circa 350.000 persone, meno del 7% del totale.

Fino al 2014-2015 chi sbarcava in Italia proseguiva il viaggio verso il Nord Europa, e anche oggi la mobilità in una certa (faticosa) misura prosegue. Sbandierare i numeri degli sbarchi risalendo indietro nel tempo e facendo credere che si tratti di persone rimaste in Italia e nascoste da qualche parte è una grossolana falsificazione.

Sotto l’influsso degli sbarchi e delle emozioni relative molti pensano che gli immigrati in Italia siano maschi, africani o al più arabi, e certamente musulmani. I dati ci dicono invece che si tratta in maggioranza di europei, di donne, di persone provenienti da Paesi di tradizione cristiana. La seconda religione d’Italia per numero di aderenti, per quanto è possibile stimarli, è quella cristiana ortodossa, con circa 1,6 milioni di fedeli. I mussulmani sono intorno a 1,5 milioni. La maggior parte degli immigrati in Italia non sono quindi uomini soli, bensì famiglie, spesso accompagnate da minori: ne abbiamo 826.000 nelle scuole, benché la crescita anche in questo caso si sia pressoché arrestata, e la maggioranza (oltre 500.000) sia nata in Italia.

Da ultimo i dati contraddicono l’idea che l’immigrazione non sia nient’altro che una conseguenza della povertà dell’Africa che si riversa sulle nostre coste. La graduatoria dei Paesi di origine invece classifica nell’ordine: Romania, Albania, Marocco, Cina, Ucraina, Filippine, Moldova. Nessuno di questi è un Paese poverissimo, dove si muore di fame per la strada. Ed è così anche nel resto dell’Europa e del mondo. I migranti provengono prevalentemente da Paesi intermedi per livello di sviluppo. E non sono neppure di regola i più poveri dei rispettivi Paesi. Per migrare occorrono risorse, che i più poveri raramente riescono a mettere insieme. Il divario tra questa fotografia del fenomeno e il discorso corrente appare stupefacente.

Ma nei giorni della pubblicazione dei rapporti statistici è avvenuto lo straziante omicidio di Desirée a Roma. Basta un’occhiata a ciò che circola nei social network o si manifesta nelle trasmissioni radio che danno voce agli ascoltatori per comprendere che cosa accade: gli immigrati nel loro complesso, o quanto meno gli africani, diventano orde di invasori sanguinari. I meccanismi della collettivizzazione e dell’etichettatura ingigantiscono le cifre e incitano alla repressione generalizzata. Che poi aumentare il numero dei dinieghi e delle espulsioni di carta finisca per generare degrado e illegalità è un’altra storia, e non interessa ai giustizieri da tastiera.

Maurizio Ambrosini

Università di Milano e Cnel

fonte: https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/il-vero-volto-dellimmigrazione

Altri riferimenti:

Qui per: Sintesi rapporto Caritas Migrantes 2018.

Un’anteprima sul tema scuola del dossier Immigrazione: http://www.dossierimmigrazione.it/docnews/file/2018_CS%20scuola.pdf

Scheda del dossier Immigrazione: http://www.dossierimmigrazione.it/docnews/file/scheda%20dossier%202018_colori.pdf

 

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tu la meriti di più

Segnalo e condivido questo articolo/narrazione della ex collega Ester Zocche che ha partecipato ad una manifestazione podistica spingendo la carrozzina con Luca, un ragazzo studente della scuola di Schio in cui abbiamo lavorato assieme. Ester non è nuova a queste esperienze di “spingitrice” e ha un cuore grande. Anche dopo aver cambiato scuola e materia d’insegnamento ha continuato a seguire Luca nel Baskin Concordia Schio. Solo avendo conosciuto Luca e la sua famiglia mi è stato possibile capire l’importanza per loro di simili esperienze. Grazie Ester! F.M.

foto: runnerinviaggio.it

La mia Santa Run 2017

5 min. di lettura

Corro con un amico raro.

È il 6 Luglio, sono in fibrillazione come un’adolescente al primo appuntamento.

Di fatto lo è, mi sono iscritta ad una prima “gara” di 10km: è qualche mese che corro e ho già iniziato a fantasticare. Non sarò sola, infatti, attendo il mio principe: Luca.

Nel trascorso anno scolastico è stato il mio alunno prediletto. Arriva accompagnato dai genitori, anche loro in ansia per questa nuova trovata della prof.ssa Zocche. Dopo il Baskin, su mia insistenza, ho concordato di spingere la sua carrozzina dalla partenza fino al traguardo di questi 10km alla Santa Run “Corri per un amico raro” (più raro di Luca è impossibile, ho pensato!).

L’organizzatore di questa manifestazione è Giovanni Toniolo che, supportato da un foltissimo numero di volontari della Parrocchia di S. Croce di Schio, anche attraverso questa corsa podistica, vuole far conoscere la Sindrome di San Filippo, una malattia rara di cui è affetta sua figlia. Inoltre durante tutta la manifestazione viene effettuata una raccolta fondi da destinare alla ricerca sulle malattie rare. Nei giorni precedenti lo avevo contattato spiegandogli la mia idea, che ha accolto con molto entusiasmo, quasi incredulo.

Luca, dalla nascita, non parla, non comunica se non con grandi sorrisi e gridolini, ha una difficoltà di deambulazione che non gli permette di essere completamente autosufficiente.

Luca è il mio angelo: quando ti guarda, tenendoti la mano e tu capisci che ti ha riconosciuta, quando te la stringe forte trascinandoti a spasso per la scuola. Quando, se non stai attenta, infila tutte le braccia dentro ad una fontana durante la gita con la classe; quando si prende il pallone da basket dal cestone e cerca di fare canestro o palleggiare: beh, non puoi resistergli.

Quel suo modo silenzioso, ma pieno zeppo di parole ed emozioni, quel silenzio che ti riporta ad una dimensione reale, dove le difficoltà si superano e dove non ci sono scuse, dove l’impossibile diventa possibile.

Tutti in griglia, i top runner sono lì davanti attenti al cronometro, io mi metto nelle retrovie, attendiamo lo start, godendoci la Minirun a cui partecipa anche mio figlio più piccolo Thomas. Tutti questi piccoli runners che corrono sono uno spettacolo!

Ester alla Santa Run 2017

“3 2 1 Partiti!”

Con l’aiuto di un amico della famiglia conosciuto quella sera, un magico Dino Cavedon, iniziamo questa avventura, ma abbiamo subito difficoltà con la carrozzina che non ci permette di tenere un’andatura sostenuta: le ruote davanti “ballano”.

A pochi metri dalla partenza incontriamo l’altro disabile in gara, Federico Rossi, che ci aiuta e ci dà qualche dritta. Un ragazzo fantastico! Sono quelle alchimie, quelle sinergie che scattano così senza necessità di alcuna presentazione, senza necessità di parole ricercate, né discorsi di circostanza né tanto meno preparati.

Tra anime speciali ci si intende e Federico si è sintonizzato subito con Luca; io mi sono accodata e il cuore qualche colpo lo ha perso.

In qualche modo riusciamo a percorrere questi primi chilometri, con difficoltà, ma andiamo avanti. Sul percorso, ad un certo punto, incontriamo Lucio e Manuela che ci stanno seguendo con l’auto; spiego loro la difficoltà con la carrozzina e proviamo un cambio mezzo.

La situazione sembra decisamente migliorata, si riesce ad avanzare più agevolmente, anche se, devo dire, il mio contributo nello spingere è in alternata con Dino che è veramente un bolide: lui corre, io mi diletto facendomi trascinare dall’entusiasmo perché il fiato e le gambe son rimasti chissà dove.

Tra una salitella e l’altra andiamo avanti; Federico oramai è avanti anni luce, un vero professionista, un’atleta di razza!

Luca, quando è Dino a spingere, mi tiene la mano, mi guarda, sorride. Sembra apprezzare la velocità di crociera sostenuta a differenza di quando lo spingo io. Continuo a parlargli, so che mi capisce e anche non ricevendo risposta, mi sono sufficienti le sue grida di gioia, i sorrisi, la sua mano che a volte stringe più forte la mia e la risata che parte spontanea quando Dino accelera e va più forte. Proseguiamo raggiungendo anche la sorella di Luca e un’amica, anch’esse sul percorso: ora viaggiamo tutti insieme e siamo la coda del gruppo.

Al nostro passaggio tutti i volontari ci incitano, ci applaudono; li salutiamo tutti, io lo faccio sempre, perché sono lì per noi che corriamo. Noi ci divertiamo e loro sono lì per permetterci tutto questo.

Inizia a piovigginare, mancano circa due chilometri all’arrivo, troviamo di nuovo i genitori: li ho già avvisati al telefono che stiamo arrivando. Abbiamo già messo la giacca impermeabile a Luca.

Ci fermiamo, Lucio sta per caricare il mio eroe in auto, io sono dispiaciuta, ma non posso forzare questa decisione. Ma Manuela mi fa un cenno, mi dice “Vai, portalo all’arrivo, che vuoi che siano due gocce!”

Il mio cuore scoppia, la bacio, la ringrazio, la abbraccio, sono al centesimo cielo, aspettavo solo quello: portarlo all’arrivo.

Portarlo alla finish line per dare un segnale, per far capire che la disabilità ha varie forme, che nonostante tutto si può, che abbiamo, però, moltissima strada da fare.

Gli ultimi chilometri sono corsi tutti d’un fiato, sono i più commoventi; anche Dino intuisce quanto siano importanti per me e mi lascia il comando, e io mi lascio trascinare dalle emozioni.

foto: runnerinviaggio.it

Arriviamo che è l’imbrunire, troviamo ancora i cronometristi ad attenderci e gli amici di Luca.
E, ovviamente, la mamma coraggio che ora un po’ commossa lo è.

Anche Thomas mi ha aspettato.

Luca è stanco, gli occhi cercano la mamma, forse è anche felice.

Lo siamo tutti per aver dato uno schiaffo a chi pensa e crede che la disabilità sia un “problema” e non una “risorsa”.

Sono felice per la mia prima 10km fatta al servizio di un amico raro.

Sono felice perché, come sempre, Luca dà molto più a me di quel che io do a lui, con questo scambio silenzioso che è il nostro modo.

Sono felice perché Luca è lì in classifica con gli “abili”.

Sono felice anche per il gesto che Thomas ha fatto al nostro arrivo: mette al collo di Luca la sua medaglia-ricordo dicendogli “tu la meriti di più”. Mi commuove e capisco che i bambini sono un “sacco” più avanti.

Sono felice.

Ester Zocche

“Auguro abilità nel cuore per disabilitare i pregiudizi.”

 

fonte: https://www.runnerinviaggio.it/runner-spingitore/la-mia-santa-run-2017/

 

 

San Francesco d’Assisi: Siamo madri di Cristo

San Francesco d’Assisi: Siamo madri di Cristo #BriciolediSapienza

di Robert Cheaib

Spesso ciò che viene esaltato di Francesco d’Assisi è un volto spinto di ecologismo che rasenta il panteismo (ben estraneo a lui). C’è un altro volto di Francesco, è quello mistico. Questo volto non lo viveva soltanto nella “vita nascosta in Cristo”, ma invitava il popolo a viverlo. Così, nella cosiddetta “Lettera al popolo”, fa un’esortazione molto audace. Ascoltiamola insieme in questo nuovo video di #BriciolediSapienza. Il testo è tratto da questa raccolta di testi di Francesco (in varie edizioni): https://amzn.to/2RgunlA Ringrazio in modo speciale la generosità di Maria Marzolla che ha dedicato il suo tempo per preparare questo video. Avendolo fatto da me, so quanto tempo ci si mette per fare un breve video così (circa un’ora e mezza per ogni minuto di video). Per cui, vi chiedo una preghiera per lei e per la sua bellissima famiglia. Maria è anche autrice di vari testi, tra cui l’ultimo sull’esperienza della maternità, dal titolo già molto eloquente: “Due occhi in più”. Lo trovate qui: https://amzn.to/2Rm4kcH

Robert Cheaib

non sarà notte

poesia 4 | estate 2018

*

La differenza di un fiato sulle celebrazioni del mondo

natura esplosa nei millenni di roccia che hai fatto dolomiti

al sentiero al camminare o alle ruote della bicicletta

noi esserne avvolti e lambire con tutto

i ruscelli gli alberi le rocce la terra.

foto: Alessandro Colombara

La distanza circolare che abbiamo inventato

i ricordi tenuti dentro e imbrigliati

le lacrime il sonno e un grato riconoscimento del bene

eravamo arrivati

siamo ripartiti

non ci stancheremo mai.

 

poesia 5 | estate 2018

*

                                                      (a E. e S.)

Non sarà notte

a lenire disturbate fantasie

che raschiano

riducono

i lembi fragili del respiro.

 

Erano i figli le lucciole del tempo

quando al controllo

scesero, caddero sulla vita

e agli incroci le auto frenarono tutte.

 

foto: Alessandro Colombara

È notte quando vedi immobile

un contratto, una serratura

ma senza chiavi dove andrai?

 

Nel confine immutata strada verso il cedimento

le vendette che non si sono mai realizzate

il concreto è hesed, vapore, impalpabile

azione di attesa.

 

Non sarà notte

ad arrivare quando giungerete nel groviglio

Non sarà notte ad abbagliarvi

Non sarà notte a spezzarvi.

 

Sarà pelle satura di carezze

sarà affettuosa risposta

sarà sguardo intenso vivo

dipanato sul giaciglio del cielo

e sarà gioia senza alcuna imperfezione.

 

Francesco Maule

foto: Alessandro Colombara

gioia e preghiera

Condivido questo bellissimo testo di Barbara Pozzo, ricavato da ampi stralci del primo capitolo del suo libro “La vita che sei” – Bur Rizzoli, 2014.

[…]  Quando arrivi alla consapevolezza della gioia, dell’essenza della vita, quando comprendi nelle tue fibre più profonde che sei vivo, allora cresci, ti espandi. Quando vedi la gioia, anche nei momenti bui e dolorosi, hai l’acuta visione dell’Anima. Quando vivi esperienze di dolore, quando la vita sembra chiederti troppo, quando sei in difficoltà e sembra impossibile trovare una via d’uscita, quando non vedi la fine né la soluzione a ciò che ti fa stare male… tutto quel dolore ti porta in fondo al tuo essere. E che cosa c’è da trovare, lì? La semplice gioia di essere vivi. Così cosmicamente basilare, così sorprendente. La gioia di essere qui, uniti, anime che respirano, benedetti, aperti, vulnerabili, tenaci, qui per avere ciò che c’è, ciò che resta o ciò che sta arrivando. La gioia solo di essere parte di questa vita. Sei vivo, non darlo per scontato. Sei vivo, partecipe dell’Universo, il tuo cuore batte, il tuo respiro ti accompagna. Sei completamente, assolutamente e preziosamente vivo. Che gioia poterlo essere, ogni santo giorno che ci è dato.

La gioia, la danza dell’anima (che si può anche tradurre in espressione corporea) è una strada diretta verso la verità. Non a una verità assoluta, ma a quella verità personale e profonda che ti permette di vedere ed essere consapevole di cosa succede dentro di te. Ti consente di trovare il tuo ritmo, il tuo passo, di comprendere chi sei dentro te stesso e nel mondo. Ti consente di trovare il tuo silenzio interiore.

La gioia è preghiera.

Non è necessario appartenere a una fede religiosa per pregare la vera preghiera alla vita, dedicata all’Universo. Quando fai qualcosa con tutto il tuo cuore, quando fai qualcosa che esprime tutto il tuo Essere, allora stai pregando. E l’Universo ti sente. Pregare per essere grati, non per chiedere. Pregare è lasciare andare ogni cosa che impedisce il silenzio dentro di te. Pregare è lasciare uscire la voce dell’anima. Pregare non è ripetere meccanicamente parole di richiesta per sperare che succeda quello che vogliamo, tantomeno implorare. Pregare è onorare la vita, e questo lo si fa con la gioia nel cuore.

(altro…)

non ti posso seguire, non mi posso fermare

“21

Se ami indugiare e temi

affrontare fatiche per l’ignoto

sentendoti arrivata,

se rinunci a procedere scegliendo

di chiuderti nel sicuro,

non ti posso seguire, non mi posso

fermare –

 

non è tua la vita,

e non è mia”.

Danilo Dolci

poesia tratta da: Danilo Dolci, Il Dio delle zecche, Mondadori, 1976. Pag. 32

 

voce di un sottile silenzio

SBANDAMENTI UMBRI | PARTE 2

Assisi (PG). Fraternità di “San Masseo” della Comunità monastica di Bose. 20 luglio 2018.

Il viaggio prosegue stando fermi, il viaggio continua rallentando, il viaggio si ferma attonito sul canto dei monaci. Il viaggio si evolve ascoltando emozioni, cercando il sonno senza il respiro della sposa che rassicura, il viaggio si abbandona al silenzio e all’unicità di un luogo e di una città, al confine tra la profanazione e la santità.

Chiesa di San Masseo (Assisi) – foto F. Maule

Oggi qui festeggiano S. Elia: che la sua forza profetica, quel suo percepire Dio nella “brezza leggera” (o in un  “silenzio sottile”) ci sia di esempio e sostegno. Si dice che gli U2, nel dare il titolo a “Rattle and Hum” quel magnifico ed epico album fatto in parte di canzoni live, in parte di canzoni in studio, registrato durate la tournee negli USA, abbiano fatto riferimento proprio ai versetti del libro dei Re (1Re 19, 9-13a) in cui Dio si rivela ad Elia come silenzio sottile, brezza leggera, sussurro lieve…

Nel viaggio che si lascia trasportare dalla brezza leggera dello spirito emergono voci ed emozioni, sia interiori che fisiche. Vicende della vita, episodi, persone, amici si stagliano in una compassione che non è solo emotiva, è sincera, viscerale.

“[…] in quella che possiamo considerare l’ultima tappa dell’itinerario spirituale [emerge] la voce sottile, quasi trattenuta, percepibile soltanto nel silenzio. Quando, finalmente, si raggiunge una certa maturità spirituale, quando si arriva a dominare i propri impulsi volontaristici, le proprie agitazioni, le proprie passioni, allora si è in grado di sintonizzarsi sull’onda silenziosa della voce divina che ci parla [come ad Elia] nel segreto.

È difficile sintonizzarsi su questa lunghezza d’onda, finché siamo preda delle nostre emozioni. Ma una volta che siamo arrivati a percepire il «silenzio sottile» della voce di Dio, allora è in tutto il nostro essere che si stabilisce la pace: anche nella nostra volontà, nella nostra sensibilità, nei nostri affetti. È attraverso tutto ciò che noi siamo, tutte le nostre esperienze che Dio ci istruisce, e tutto viene riassunto nel silenzio[1]”.

Scrivevo ieri questa poesia:

poesia 2 | estate 2018

Aprirsi al silenzio

Con moderazione e rispetto,

riscoprire e gestire la solitudine

con calma e prudenza.

Accogliere questo luogo

Sconosciuto e lontano

Con coraggio e attenzione.

Stare qui.

 

Sto svuotando e riempendo questo “stare qui” oltre che con l’ascolto e la preghiera, anche di parole da leggere e parole da scrivere, che può sembrare un controsenso rispetto alla ricerca del silenzio.

Sto leggendo vari libri ma in particolare cito “La solitudine del credente” (EDB) di Alberto Mello | “Elogio dell’amore imperfetto” (Cittadella editrice) di Lidia Maggi | “Le età della vita spirituale” di Pavel Evdokimov | e stralci di altri libri che ho trovato qui a San Masseo.

Ci sono alcune spine conficcate chissà dove, se nel cervello, nel cuore, nel corpo, qui, in me:

  • Frediano (ex collega, tra i fondatori della cooperativa Insieme) e la sua morte;
  • Il silenzio come aspettativa troppo idealizzata ed estrema che me lo fa pensare inesistente (ne ho scritto in alcune poesie che pubblicherò prossimamente e ne parlerò in futuri articoli prendendo anche alcuni stralci da “Lettere a un amico sulla vita spirituale” di Enzo Bianchi che ho trovato qui e che trovo significative);
  • La delusione, l’amarezza, il rimpianto che persistono in qualche misura, come un grumo difficile da sciogliere, per un evento personale, sportivo, che può sembrare relativo e banalizzabile ma che ha comunque segnato queste ultime settimane. È uno sfregio che resta superficiale ma è appariscente.
  • L’amicizia: l’altra sera in una bella telefonata con Mauro condividevo come fosse impressionante il sentire la loro presenza qui ad Assisi, come ciò che abbiamo vissuto in questi luoghi più di vent’anni fa, emerge ancora oggi, sfuocato ma potente. Ma mi resta anche il desiderio e la nostalgia per tempi più lunghi di frequentazione con gli amici, di maggiori occasioni di condivisione, avventura, convivialità, anche con le nostre, molto differenti, famiglie e/o solitudini.
  • Elisabetta, il sesso, i corpi. La bellezza del nostro legame riconosciuto in una libertà che ci sostiene.  Ad Elisabetta scrivevo ieri che occorre avere un po’ meno pudore e maggiore libertà per parlare di sessualità. Ad esempio condividendo questo brano che le ho inviato copiato da: Bernardette e Bernard Chovelon, L’avventura del matrimonio, Qiqajon, Comunità di Bose, 2004. Pag. 137 – 139

L’AVVENTURA DEL MATRIMONIO

Qualche consiglio per la costruzione di un’armonia sessuale

Per lui:

  • Crea un clima di tenerezza;
  • Dedica del tempo alle carezze, alle parole affettuose. Non dimenticare che la qualità dei preliminari condiziona la qualità del rapporto sessuale;
  • Rispetta la partner, non farne la schiava delle tue fantasticherie;
  • Presta attenzione al suo piacere, questo accrescerà anche il tuo;
  • Dopo, dedica del tempo alle confidenze, all’abbandono dell’uno all’altra.

Per lei:

  • Non trasformare tuo marito in un eterno mendicante, impara a prendere qualche iniziativa;
  • Lascia il tuo pudore nell’anticamera;
  • Non dimenticare che tuo marito ama anche le carezze;
  • Tuo marito ti ama ancor di più quando sei inventiva e piena di fantasia;
  • Non esitare di mostrargli e a raccontargli il piacere che provi.

Per tutti e due:

  • Sappiate accettare i possibili insuccessi, i limiti dell’altro, la sua fatica, le reazioni diverse dalle vostre;
  • Prendetevi il tempo di cui avete bisogno, non bruciate le tappe;
  • Fate durare il piacere, fermatevi per ripartire meglio;
  • Non cercate di eseguire le “trentasei posizioni”, non state realizzando un’impresa sportiva, vi state amando;
  • Non abbiate paura di guidarvi l’un l’altro nella ricerca del piacere comune;
  • Non dimenticate che la qualità è sempre prioritaria sulla quantità.

foto F. Maule

In un bel poema, Patrice de la Tour du Pin esprime così la gioia del rapporto amoroso:

Quando vengo verso di te con tutta la mia carne,

ripercorrendo i meravigliosi lineamenti del tuo corpo di donna

con le labbra e le mani, la luminosa

cattura del tuo corpo vergine nel mio,

non vi è altro mare per il fiume che io sono

altro cielo per il grido di felicità che io sono,

altro campo per il germoglio d’amore che io sono,

e io sigillo il corpo che noi due facciamo insieme.

 

E posso infine straripare dal mio essere

verso il tuo ventre e la tua gola, estuari di vita,

e riprendiamo fiato l’uno nell’altra, al vento

che proviene dalle più profonde valli sensuali,

e noi siamo del ritmo eterno ritrovato.

 

Perché con un bacio tu cambi tutto un mondo,

e io risveglio le grandi e pure forze della tua carne,

che, sepolte, non avevano trovato la loro pienezza,

e attraverso l’istante nuziale, io so entrare

nell’immensa corrente che unisce le solitudini

degli uomini da sempre, e la solitudine divina

alla loro, e accanto ad essa, questa nostra solitudine

e quella della vita che facciamo fiorire.

 

E al di là del mio amore, ma proprio in esso,

io ripercorro i meravigliosi tratti della tua anima

così com’è stata dinanzi al sorriso di Dio, con i sensi

dell’anima erranti su di essa come le mie mani

sul tuo corpo, per ritrovare colui che mi ha fatto nascere,

al di là di questo indefinito generare del padre

fino al figlio che ci somiglierà[2].

 

Concludo questo post – che è molto diaristico con un’ulteriore poesia che dice il fascino e la fatica, l’ambiguità e dolcezza del silenzio e della solitudine, di cui ora, qui, rendo profondamente grazie.

poesia 3 | estate 2018

Dei passi di un cammino

che credevo semplice

le impronte hanno dettato

sul sentiero sassoso

molti dubbi e alcune

fastidiose incertezze.

Il resto l’ha fatto la signora strana

chiamata mente

imbizzarrita scontrosa

selvaggia immaginatrice

che invece di farsi

posata e moderata

si è scatenata e mi imbarazza.

Ora chi mi aiuta

ad accogliermi e riposarmi

in questo letto nuovo

sul quale volevo coricarmi

da un tempo immemore?

 

Francesco Maule

 

[1] Alberto Mello, Elia o la voce del silenzio, in La solitudine del credente, EDB, Bologna 2010. Pag. 80.

[2] Patrice de la Tour du Pin, “Noces”, livre VIII, in Le Monde de l’amour, Gallimard, Paris 1946.

 

sbandamenti umbri | 1

Ferentillo (Terni), 15 luglio 2018.

È facile parlare della bellezza dell’ignoto e delle cose impensate che nascono dall’aprirsi all’inedito, al nuovo, al non conosciuto. Spesso viene consigliato alle persone di uscire dall’ordinario per scoprire cose nuove e diverse della vita. Ma poi quanto ti capita veramente… quanto baratro, quanto impaurisce la terra (delle sicurezze) che manca da sotto i piedi. Basta poco: un imprevisto, un’indicazione stradale errata in un territorio che non si conosce, un piccolo incidente o guasto, vedere un paese semi deserto con i muri delle case crepati dal terremoto.

Basta poco per farci superare dei confini, delle piccole isole di sicurezza, dei limiti mentali che però ci rassicuravano e ci davano serenità.

Dicono che sia questo il valore del viaggio, sia questo il senso della conoscenza e della curiosità. Qualcuno la chiama avventura, altri scoperta, altri ricerca.

Io pensavo di essere abbastanza pronto, di avere oramai una maturità pellegrina, errabonda e viaggiatrice (beatnik), invece oggi mi sono scoperto corazzato, limitato, lievemente a disagio. Rompere l’armatura non è stato facile, emotivamente è faticoso, ma quando poi ti ritrovi a scrivere, anche solo poche righe, come volevi fare da tempo, mettendoti lì, davanti alle parole e allo schermo, nella tua propria realtà, dà a questo viaggio un bel capitolo d’inizio.

Francesco Maule

foto: Dario Dalla Costa

Attraversare il vuoto

-Quindi è così la casa di una eremita? – le chiesi a bruciapelo.

Sorrise e, dopo aver preso respiro, rispose: – Sinceramente non lo so. Non amo definirmi tale. Non mi piacciono le etichette. Sembrano fatte apposta per omologare le persone, come se tutto dovesse rientrare in canoni prestabiliti. Sono una donna che a un certo punto della vita ha scoperto il silenzio. È stato un richiamo irresistibile. È successo più di trent’anni fa. Vedi, il problema non è trovare una connotazione, bensì denudarsi, spogliarsi da ogni identificazione. Attraversare il vuoto. È tutta un’altra cosa. Desidero il nascondimento. Mi sento come un canale vuoto in cui scorre la luce, ma anche la tenebra. Sono una semplice battezzata, tutt’al più una custode del silenzio.

Antonella Lumini – Paolo Rodari, La custode del silenzio. Einaudi, Torino 2016. Pag. 17.

foto: Carlo Bevilacqua

Non saprò mai

poesia 1 | estate 2018

 

*

Non saprò mai

a chi chiedere

di svelare le sottili

appuntite attese

dei cercanti

degli esploratori di senso.

 

Mi hanno chiesto

di stare qui

a guardare

con i calli sui palmi delle mani

e gli occhi che bruciano

per tanta bellezza.

 

Non saprò mai

chi arriverà,

ho solo pochi, visionari, indizi.

Dalle loro spalle,

dalle loro schiene,

capirò il futuro.

foto: Dario Dalla Costa