uno studente mi ha chiesto…

Venerdì 3 novembre, alle ore 20.45, Asmae Dachan terrà una conferenza dal titolo “I giovani della rivolta siriana che fine hanno fatto?” e presenterà il suo nuovo libro “Il silenzio del mare” a Sovizzo (VI), presso la Sala conferenze del Municipio.

Presento qui un suo articolo dal suo blog Diario di Siria. (FM)

Di fronte a me ho circa centocinquanta studenti di un istituto superiore. Hanno deciso di dedicare l’assemblea di istituto alla questione siriana e mi hanno invitata a parlarne. L’incontro si articola in una presentazione, con proiezione di foto e video e un dibattito finale. Sono giovani sensibili, preparati, e nonostante sia la quarta ora sono molto partecipi e attenti. Le domande che arrivano sono molte, ruolo della Russia, come è nato l’isis, cosa accade ai profughi, come vivono i bambini, chi sono i ribelli… Tra le tante questioni una, in particolare, mi fa pensare. Un ragazzo mi chiede: “Quando muore un giovane, come funziona da voi?”. Immagino che il “voi” sia riferito ai siriani e cerco di descrivere un funerale in tempi di guerra, con la minaccia dei cecchini che sparano sui cortei funebri, con i cimiteri ormai pieni, con tutte le difficoltà di dare un degno addio alle decine di innocenti, spesso bambini, che perdono la vita ogni giorno. Il ragazzo annuisce, poi aggiunge: “quindi anche a voi dispiace se uno muore”. Rispondo in modo affermativo, che è ogni volta una tragedia, un lutto e credo di aver capito da cosa nasca il suo dubbio. Annuisce ancora, con aria stupita, ma come sollevata.

Terminato l’incontro si avvicina e mi dice, cercando di non farsi sentire dagli altri compagni, che era convinto che “da noi” la morte fosse una festa, perché “da noi” ci sono i kamikaze. Sì, avevo capito bene la ragione della sua perplessità. Il ragazzo è convinto che “da noi”, siriani e/o musulmani, la morte sia un momento da celebrare, visto che spesso si parla di giovani che si fanno saltare in aria con la speranza di far felice chissà quale dio che promette laute compense e perfino il paradiso.

Non lo biasimo, mi sembra onesto e curioso, non sta di certo scherzando, ma il suo dubbio mi lascia una profonda amarezza.  La demagogia dell’altro ha prodotto, nell’immaginario collettivo, dei veri e propri mostri. Il diverso, siriano/musulmano, civile o miliziano non fa differenza, è addirittura percepito come un essere privo della sua umanità, che arriva a gioire di fronte alla morte. E pensare che quella maledetta parola, kamikaze, non è nemmeno araba e che nell’islam il suicidio è considerato peccato. Le mostruosità che hanno commesso e che continuano a commettere i terroristi in ogni zona del mondo vengono sempre più percepite come un atto collettivo, da imputare alla totalità delle persone che provengono da determinati contesti religiosi e sociali. Su questo piano non si può che riconoscere la loro studiata e vincente efficacia comunicativa. Criminali patentati, come si suol dire.

Certo che se “da noi” la morte non provocasse sofferenza e dolore, i civili siriani starebbero tutti bene. Nessuna madre piangerebbe i figli strappati alla vita, nessuna vedova rimpiangerebbe l’amore del marito, nessun anziano si piegherebbe sotto il peso del dolore di sopravvivere ai giovani, ma non è così. Non lo è affatto. I morti di sei anni di genocidio e i superstiti di questo massacro meritano di essere guardati con rispetto e dignità. Va almeno restituito loro un volto umano. Almeno quello.

Asmae Dachan

Fonte: https://diariodisiria.com/2017/04/26/uno-studente-mi-ha-chiesto/#more-5293

 

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Giornata Internazionale della Nonviolenza

lunedì 2 ottobre 2017

Compleanno di Gandhi

Giornata Internazionale della Nonviolenza

Il 2 ottobre, data di nascita di Gandhi, ricorre la Giornata internazionale della nonviolenza. È stata promossa dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 15 giugno 2007 e da allora con le più varie iniziative viene ricordata in tutte le nazioni del mondo.

La risoluzione dell’Assemblea Generale, affermando “la rilevanza universale del principio della nonviolenza” ed “il desiderio di assicurare una cultura di pace, tolleranza, comprensione e nonviolenza”, chiedeva a tutti i membri delle Nazioni Unite un impegno adeguato per accrescere la consapevolezza pubblica mondiale sull’importanza della nonviolenza.

Giustamente è stato scelto il giorno della nascita di Gandhi perché nessuno più di lui ha dedicato tutta la vita e le energie alla ricerca e alla pratica di un metodo giusto ed efficace per opporsi alle ingiustizie e alle oppressioni senza l’uso delle armi o altre forme di violenza. Gandhi, più di chiunque altro, era sicuro della vittoria della nonviolenza e aveva sperimentato con coraggio, e fino alla morte, questa verità, dimostrando che un’altra via è possibile per conseguire il proprio fine di liberazione dalle ingiustizie e dalle oppressioni.

Gandhi non proponeva la rassegnazione ma un metodo coerente con i fini buoni e giusti che vorremmo raggiungere. Chiamò il suo metodo Satyagraha che significa “forza della verità” e che in Occidente chiamiamo, in forma meno precisa, Nonviolenza. Ha mostrato come, per chi sente la responsabilità di lottare e non è reso impotente dalla viltà, dalla sfiducia, dalla rassegnazione passiva, la nonviolenza è praticamente possibile ed eticamente consentita.

Storicamente, la nonviolenza praticata da Gandhi e da tanti che in molti paesi del mondo si sono ispirati al suo pensiero e alla sua azione, ha dimostrato in modo impressionate l’efficacia del metodo.

È una lezione che, ancora oggi, pochi hanno imparato: mettere in pratica, di fronte ai conflitti, un metodo che usa la verità come forza e nega la forza e l’efficacia della violenza. Bisogna capire che le armi della violenza non meritano fiducia da parte di chi lotta per un mondo più giusto (e quindi senza violenza). Non c’è bisogno di dire della follia insita nell’arma nucleare e in tutte le politiche di difesa degli stati, che persistono nel seguire la pratica tragica e fallimentare delle spese militari e della corsa agli armamenti. Per assicurare un mondo migliore e più giusto per tutti c’è già un metodo spiritualmente, filosoficamente, eticamente, politicamente superiore.

In mezzo a tante violenze e politiche errate, che minano la stessa sopravvivenza futura dell’umanità, la salvezza è possibile seguendo la via indicata da Gandhi.

La via di Gandhi, la nonviolenza, che il 2 ottobre viene ricordata solo in modo celebrativo, bisogna capirla nella sua teoria e metterla sempre più in pratica.

Il sito del ‘Movimento Nonviolento’ italiano è qui.

Anche a Vicenza c’è un centro aperto a tutti i cittadini, la Casa per la Pace, istituita dal Consiglio comunale di Vicenza nel 1993 per promuovere una cultura di pace e di nonviolenza.

Chi è interessato ad approfondire l’argomento può fare visita alla ‘Casa per la Pace’

Lunedì, 2 ottobre

dalle ore 10.00 alle ore 20.00

 

Casa per la Pace, Via Porto Godi 2, Vicenza

(Via Porto Godi è una laterale di Viale Fiume, all’altezza della Scuola Elementare De Amicis)

Per contatti: Indirizzo mail: casaperlapace@gmail.com. – Tel. 0444 329375.

Il jihadismo ci costringe a riflettere sui nostri modelli di vita

Dinanzi al terrorismo rinasce dalle ceneri la rivendicazione di una “forma di vita” europea. Ma esiste davvero?

Gabriel Richi Alberti | giovedì 24 agosto 2017
Candele e fiori per le vittime degli attentati sulla Rambla a BarcellonaCandele e fiori per le vittime degli attentati sulla Rambla a Barcellona
“Non riusciranno a cambiare la nostra forma di vita”. È una delle espressioni più ripetute dopo i terribili attentati di Barcellona e Cambrils. L’abbiamo ascoltata in bocca a politici, giornalisti e a molte persone di buona volontà che hanno manifestato pubblicamente il loro rifiuto di questi crimini irrazionali. “Non riusciranno a cambiare la nostra forma di vita”. Ne siamo sicuri? Di fatto, che ci piaccia o meno, alcune cose cambiano: aumentano le misure di sicurezza – sempre più necessarie – e sorgono germogli non solo d’intolleranza, ma anche di odio verso l’Islam e i musulmani che vivono tra noi, germogli che possono condurre alla violenza; e, soprattutto, si diffonde una sfiducia generalizzata nei confronti del diverso.

Di fronte a questa espressione si rende presente una sfilza di domande sempre più radicali: come mai ci mettiamo a parlare ora della “nostra forma di vita”? Che significa questo “nostra”? È possibile identificare un nucleo di beni e valori comuni a tutti, per i quali siamo disposti a lavorare insieme? Che fare allora del primato dell’individualismo che governa la nostra vita sociale? Di colpo, dinanzi all’ostilità assassina del jihadismo, rinasce dalle ceneri la rivendicazione di una “forma di vita” – quella occidentale – che ha caratterizzato l’Europa durante la cosiddetta modernità e che, quasi solennemente, si era già data per defunta. Le morti seminate dagli attentati sembrano avere la virtù di risuscitare l’ideale illuminista di una società libera e razionale, come se fosse socialmente condiviso e da tutti desiderato. Ma è davvero così? La frammentazione a tutti i livelli che impera nella vita personale e sociale pare negarlo. Quanto meno, l’individualismo galoppante della nostra società, che ci rende sempre più incapaci di comunicare tra noi, non ci permette di riferirci in modo pacifico e ingenuo a una supposta “forma di vita” comune. Basta pensare alle logiche di esclusione che reggono economia e politica e, pertanto, le relazioni sociali. La frammentazione vi domina al punto che risulta difficile affermare con verità che esiste questa “nostra forma di vita”. In effetti, «l’individualismo postmoderno e globalizzato favorisce uno stile di vita che indebolisce lo sviluppo e la stabilità dei legami tra le persone» (Francesco, Evangelii gaudium 67). Certamente la situazione è più complessa. Non mancano tra noi, infatti, espressioni di solidarietà e lavoro comune – le abbiamo viste in atto durante gli anni più duri della crisi – che segnalano una certa persistenza dell’idea di bene comune. E tuttavia queste espressioni – vere e generatrici di vita buona nella società – non sembrano avere la forza di modificare la mentalità individualista dominante.
E allora?

Di fronte a questi attentati – a cui occorre reagire con tutte le misure opportune assicurate dallo Stato di diritto e a tutti i livelli, anche e fondamentalmente a quello educativo – ciascuno di noi si trova di fronte a un’alternativa radicale. Può esserne più o meno cosciente, ma il modo in cui “ricomincerà” la sua esistenza quotidiana dopo la notizia degli attentati mostrerà qual è la sua scelta.

Possiamo, da un lato, continuare ad affermare narcisisticamente quella che consideriamo “la nostra forma di vita”, sbarrando la strada a qualsiasi tipo di domanda o obiezione, a qualsiasi crepa per la quale si affacci un minimo di riflessione critica; possiamo scegliere di compiacerci nella contemplazione di noi stessi, fuggendo ogni vincolo o relazione, in un circolo di autoreferenzialità assoluta, lasciando predominare l’illusione e l’apparenza, fino a morire esangui come Narciso al bordo della sorgente. Oppure possiamo lasciarci colpire fino in fondo dall’irrazionalità violenta di questi fatti, permettere alla ferita di sanguinare e suppurare tutto il male che ci lascia con il cuore oppresso, in modo che la domanda sul significato del vivere e del morire si faccia presente come espressione privilegiata della magna quaestio che è l’uomo.

Ogni “forma di vita” è espressione pratica della risposta che ciascuno di noi dà alle questioni essenziali che lo caratterizzano come uomo. Abbiamo l’occasione d’incontrarci e narrarci le domande e le risposte che ci fanno vivere. Superando barriere ideologiche anacronistiche, cercando quella luce che illumina ogni uomo. Ne vale la pena.

Articolo tradotto dallo spagnolo

Fonte: oasiscenter.eu

lettera sul futuro

Lettera sul futuro

ai miei figli, ai miei studenti e alle mie studentesse

Cari ragazzi care ragazze,

in questo periodo sto cercando di decolonizzare il mio immaginario sulle paure e sulla sfiducia dei giovani rispetto al futuro, ascoltandovi il più possibile e raccogliendo le vostre impressioni.

Come mi accade ogni volta che affronto un argomento con voi il mio sentire, le mie idee, cambiano, mutano, si evolvono, vengono messi in discussione.

Io ho paura del futuro? E cosa sto facendo con la mia vita per generare futuro?

Basta aver messo al mondo due figli per chiudere la partita col futuro?

Forse si, se pensiamo alla vita come a un compitino base, con domande facili facili da copiare o risolvere senza aver studiato.

Desidero dirvi che si, anche io ho paura del futuro, che nessuno saprà ciò che accadrà veramente (copio questa lettera su Pc la mattina dell’elezione di Donald Trump a nuovo presidente degli USA… stendo l’ultima redazione e stampo la mattina in Donald Trump e gli USA decidono al G7 di Taormina di non rispettare gli accordi sui mutamenti climatici siglati a Parigi…), ma guardando alla storia è evidente che l’essere umano è capace, è portatore, è generatore delle più grandi bellezze, imprese, compassioni, come delle più assurde bruttezze, egoismi, violenze.

Ma come dice Quattro a Tris in Divergent “la paura o ti paralizza o ti accende”. Anche per me la paura è stimolo, mi “accende”, mi impone di guardare in modo più accurato e attento per intercettare le fosforescenze della realtà e della storia che non impediscono il futuro. La paura mi stimola a vedere, assorbire, custodire e far riflettere gli aspetti più positivi dell’evoluzione umana, in particolare quella spirituale.

Vi dico quindi quello che credo.

Credo che l’umanità sia in grado, lentamente e progressivamente, di costruire una convivenza, nelle diversità, con i conflitti, ma senza che questi tracimino nella violenza o nella guerra, nella scontro militare e armato, se non peggio nucleare.

Credo che l’umanità, dopo una dolorosa indigestione, saprà trovare la giusta misura con l’utilizzo, le potenzialità e i servizi che la tecnologia, soprattutto quella digitale, possono offrire.

Credo che l’umanità, dopo che la biosfera, il cosmo, la natura – chiamatela come volete – ci restituirà lo schiaffo di questi secoli di antropocentrismo industriale, reagendo alla nostra continua sopraffazione, credo che l’umanità riuscirà a trovare un equilibrio con la terra. Credo che il futuro sarà definito da un legame fortissimo e reciproco (ecosofico) tra esseri umani, animali, vegetali, basato sulla sobrietà, sulla sussistenza, sul rispetto e sulla sostenibilità. Ovviamente crollerà l’impero materialista, capitalista, liberista, ma questo è un altro capitolo.

Credo ancora che l’umanità disseterà la propria sete interiore, le proprie aspirazioni alla pienezza e e consapevolezza attraverso percorsi spirituali potenti e svincolati dalle “stampelle” offerte e garantite dalle istituzioni religiose.

In sintesi, care ragazze e cari ragazzi, credo, sono certo e vedo che l’umanità sta imparando ad amare, ad amarsi, a lasciarsi amare, sempre di più e sempre meglio. Come anche io, grazie a voi.

Francesco Maule

04/10/2016 San Francesco d’ Assisi.

Alcuni spunti bibliografici sul tema:

Byung-Chul Han, Psicopolitica, Nottetempo, Roma 2016.

Isabella Maria, Un altro presente è possibile. Percorsi di resistenza creativa, EDT, Torino 2016.

Theodore Zeldin, Ventotto domande per affrontare il futuro, Sellerio, Palermo 2015.

Ken Robinson, Fuori di testa. Perché la scuola uccide la creatività, Erickson, Trento 2015.

Daniel Goleman, Peter Senge, A scuola di futuro. Manifesto per una nuova educazione, Rizzoli, Milano 2016.

Vito Mancuso, Il coraggio di essere liberi, Garzanti, Milano 2016.

Papa Francesco, Laudato sì. Lettera enciclica sulla cura della casa comune, Libreria editrice vaticana, Città del Vaticano 2015.

Il futuro può essere questo: avere un presente che potenzialmente si può ancora dischiudere, aprire, come un fiore.

Imparare l’amore, da chi ti ama, chiederne i colori, le luci.

Per la versione in .Pdf per eventuale stampa clicca qui.

Risorgere il mondo

Nei giorni scorsi, durante la Settimana Santa e durante le feste Pasquali, ho avuto modo di leggere alcuni articoli e reportage che mi hanno fatto riflettere su quanto ancora il mondo sia ferito, colmo di sofferenza e ingiustizia. Ho percepito gli eventi del mondo in parte come stridenti e in parte come profondamente connessi all’intensa spiritualità dei giorni liturgici del Triduo Pasquale. Mi sono domandato se i cristiani impegnati a “celebrare” e a credere in un Dio che Risorge, che porta la vita e la speranza, siamo quindi dei pazzi o degli incoscienti, o se invece bisogna ripartire dal quel Dio che si inabissa in un sepolcro per capire il disastro umano che in alcuni paesi è più esplicito.

Credo che quelle persone (giornalisti, reporter, medici, missionari, operatori di ONG, volontari, etc) che scendono negli abissi dell’umanità, la raccontano e ce la consegnano siano strumenti per rendere splendente il Volto sfigurato, di Dio e dell’umanità. La persona di Gabriele Del Grande, conosciuto a Bassano del Grappa nel 2010 e più volte intervenuto a Vicenza e ad Arzignano presso la cooperativa Insieme per presentare i suoi libri, appena liberato da una detenzione in Turchia, ne è concreto esempio.

Segnalo quindi alcuni contributi per approfondire e riflettere:

Dal Corriere della Sera di domenica 16 aprile 2017

Sul Coltan in Repubblica Democratica del Congo:

Congo, l’inferno del Coltan e la manodopera della disperazione

È un minerale indispensabile per i nostri smartphone. Si estrae nelle miniere del Congo, controllate dai signori della guerra. Che danno «lavoro» a milioni di schiavi «volontari»

di Andrea Nicastro

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Da Avvenire di sabato 8 aprile 2017

Le guerre dimenticate. Congo, la crisi crea il campo profughi più grande del mondo.

di Lucia Capuzzi |
Oltre 270mila sfollati a Bidi Bidi in Uganda, che ora supera in dimensioni anche lo «storico» Dadaab in Kenya

https://www.avvenire.it/mondo/

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Il reportage tra Giordania, Palestina e Gerusalemme di alcuni giovani amici vicentini tra cui il caro Dario.

nondallaguerra.it

 

http://www.nondallaguerra.it/i-nostri-articoli-2/

 

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L’appello/denuncia di p. Alex Zanotelli del 15 aprile 2017

FERMIAMO I SIGNORI DELLA GUERRA

(fonte: ildialogo.org )

 

 

La conoscenza strumento di pace

 Per una nuova cittadinanza globale. La conoscenza strumento di pace

Fonte: Corriere.it

Un brano tratto dal saggio di Andrea Riccardi, «La forza disarmata della pace», sulla forza delle idee contro la guerra, uscito per Jaca Book il 16 marzo

Andrea Riccardi è uno storico, accademico, attivista e politico italiano, fondatore nel 1968 della Comunità di Sant’Egidio. Dal 16 novembre 2011 al 27 aprile 2013, Riccardi è stato chiamato a ricoprire l’incarico di Ministro per la Cooperazione internazionale e l’Integrazione nel governo tecnico del prof. Mario Monti.

Le guerre non sempre e non facilmente s’isolano in una determinata regione del mondo. C’è un contagio transnazionale dell’instabilità. La costruzione della pace in altri Paesi non è solo un impegno morale, ma alla fine è anche pensare in qualche modo alla propria sicurezza. Del resto l’impegno per la pace di un Paese e le missioni di pace danno dignità a uno Stato anche di fronte ai suoi cittadini.

Andrea Riccardi, «La forza disarmata della pace. Movimento, pensiero, cultura» (Jaca Book, pp. 72, euro 10, in libreria dal 16 marzo)

Andrea Riccardi, «La forza disarmata della pace. Movimento, pensiero, cultura» (Jaca Book, pp. 72, euro 10, in libreria dal 16 marzo)

Come agire di fronte a conflitti complessi, di fronte a ragioni e torti tanto interconnessi, a intrichi d’interessi, a storie contorte? E poi a che serve? Sono domande concrete, cui bisogna rispondere. In fondo, il movimento per la pace si è scoraggiato, non solo per le sue sconfitte di fronte alle decisioni di guerra, ma anche per la complicazione politica dei conflitti con cui si è misurato. Al tempo della Guerra fredda, si sapeva con chi stare, a seconda della propria collocazione politico-ideologica. Occorre riflettere sullo spaesamento del cittadino del mondo globale, che porta a un disinteresse dalle problematiche della pace. Come superare queste difficoltà?

Lo storico Andrea Riccardi (Roma, 1950)

Lo storico Andrea Riccardi (Roma, 1950)

Oggi, per vivere responsabilmente nel nostro mondo, dobbiamo saperne di più. Le semplificazioni ideologiche sono tramontate. La cultura, l’informazione e la politica a livello internazionale sono una necessità per abitare la globalizzazione. Ciò non significa divenire accademici o esperti, ma seguire il mondo nei suoi percorsi attuali, anche se un po’ complicati, non impossibili da comprendere, però, per la gente comune. La politica internazionale e la geopolitica devono rientrare nella cultura e nell’informazione quotidiana. Oggi, una cultura geopolitica è necessaria — come un po’ d’inglese quando si viaggia —, perché ci aiuta a interpretare le tante notizie che ci raggiungono ogni giorno, a essere meno disorientati, a prendere parte facendoci un’opinione.

Sapere, conoscere, discutere ha un grande valore e, alla fine, influenza anche le politiche di pace. Nel mondo globale, pochi (si pensi ai terroristi) possono creare gravi danni o conflitti, ma tutti — è una mia ferma convinzione — possono aiutare a fare la pace. Vi sono alcune esperienze in cui pochi, appassionati alla pace, sono diventati «pacificatori»: questo è avvenuto nel conflitto in Mozambico nel 1992. Non si tratta però di casi isolati. Non siamo condannati all’impotenza di fronte a un gioco più grande e più forte. È doveroso far sentire e far pesare le proprie opinioni sui destini di pace e di guerra.

Una società più attenta alle vicende del mondo è una garanzia contro le passioni nazionalistiche e le avventure bellicistiche, molto più di quel che si crede. È anche una garanzia nei confronti di decisioni prese da pochi per interessi non dichiarati, che però finiscono per coinvolgere popoli interi. Insomma, bisogna vigilare, anche se spesso — a fronte dei consessi internazionali o delle decisioni dei leader — si ha la sensazione di non contare o che il proprio Paese conti poco.

Una cultura di pace deve riprendere forza e, con essa, un movimento che sperimenti percorsi nuovi per una partecipazione più attiva ai grandi temi internazionali. Il mondo globale, con le sue smisurate dimensioni e le sue radicate connessioni, ha bisogno di persone dalla coscienza globale. La cultura della pace deve diventare una passione condivisa e un appuntamento rilevante nell’educazione delle giovani generazioni. Tutto questo, però, può maturare se cittadini consapevoli riprendono a parlare della pace in tutte le sedi. Donne e uomini consapevoli riprendono a seguire con interesse il mondo più vasto, al di là dei confini del proprio Paese.

Infatti, interessarsi della pace non è un fatto puntuale o emergenziale. Un tempo ci sono state grandi passioni ideologico-politiche, come l’europeismo, il terzomondismo, la solidarietà per i Paesi occidentali o quelli dell’Est, la decolonizzazione e via dicendo. Deve risorgere una passione civile per il mondo globale nei suoi vari aspetti. Perché questo mondo non è piatto o tutto uguale né privo di interesse: è anzi un insieme di storie e vicende, oggi più che mai annodate tra di loro, che costituiscono una storia comune. Il mondo globale non è solo un grande mercato, dominato da forze economiche che non si controllano, né uno scenario dove contano solo pochi poteri. Siamo parte di questa storia globale, che ha tanti attori, piccoli e grandi. E speriamo che questa storia si sviluppi in una prospettiva di pace, che è la migliore condizione possibile per l’umanità.

Millennials, grunge, sessanttotini tutti alla prova dei social media

Dopo ripetute visioni, da solo o con i ragazzi a scuola, e dopo un po’ di giorni di monastica “ruminazione” è arrivato il tempo per scrivere alcune considerazioni in merito all’interessante video (nelle scorse settimane definito “virale”) di Simon Sinek sui Millenials e i social media.

La mia prima considerazione concerne però la valutazione degli ipotetici destinatari della riflessione proposta da Sinek (da qui il mio bizzarro titolo dell’articolo). La pagina Fb che ha proposto la versione con i sottotitoli in italiano, curata da Andrea Giuliodori titolare dell’agenzia di crescita personale EfficaceMente, scrive:

“Una buona parte dei lettori di EfficaceMente appartiene alla cosiddetta generazione dei #Millennials (i nati tra gli inizi degli anni ’80 e la seconda metà degli anni ’90). Se fai parte di questa generazione, ascolta con mooolta attenzione questa intervista di Simon Sinek. L’ho fatta sottotitolare in italiano. Saranno 18′ ben investiti…”

Io penso che debbano vederlo anche i genitori, tutti gli insegnanti, gli educatori che hanno prodotto quelle che sono definite, Senek dice non solo da lui, “strategie fallimentari di educazione familiare”.

Troppo permissivi? troppo protettivi? troppo amici? troppo impegnati? troppo affettivi? troppo emotivi? troppo anafettivi? ancora analfabeti emotivi? incapaci di insegnare i limiti? ancora troppo autoritari? etc etc…tutte domande definizioni applicabili ai modelli educativi e genitoriali degli scorsi anni e dei nostri giorni. Ecco perché dedico e titolo questo articolo a tutti gli idealisti (non pazzi) dagli anni sessanta in poi.

Un’altra categoria di persone con cui vorrò condividerlo e dai quali mi aspetto una interessante reazione è quello degli imprenditori. Sinek dopo aver accusato il “sistema” educativo di aver reso la vita troppo facile ai non colpevoli Millennials, paradossalmente si scaglia contro il mondo aziendale che per affermare la logica dei numeri, dei risultati a breve termini, della competitività sta distruggendo questa “straordinaria generazione” che entra nel mondo del lavoro, e le impedisce di credere nella necessità di “tener duro”, di aver pazienza, di costruire una robusta stima delle proprie capacità umane e sociali.

Come sempre quando si affrontano queste riflessioni le generalizzazioni sono la trappola più insidiosa in cui si può cadere. Anche l’osservatorio da cui Sinek affronta la sua analisi è probabilmente diverso dal mondo imprenditoriale locale. Ma ogni persona e/o organizzazione che oggi sta coraggiosamente e autenticamente tentando di tenere insieme crescita umana (globale/integrale, quindi anche fisica/corporea e spirituale) con le esigenze del cosiddetto Mercato, spesso spietato, le cui dinamiche assolute sono sconosciute a molti, del quale neanche la politica (e l’etica) non riescono a leggere l’anima (se esiste, per il mercato capitalista/neoliberista) per addomesticarla o curarla, sa quanto sia gravoso e spesso praticamente inconciliabile questo legame, questa simbiosi.

Dobbiamo quindi prendere atto che chi fa impresa e il sistema aziendale attuale e futuro stanno creando quelle fosse comuni in cui andranno, lavorativamente, seppelliti i nostri figli?

Non posso e non voglio crederlo. L’impresa (e ogni organizzazione) è tale solo quando valorizza e fa fiorire la persona, e non quando produce utili e guadagni. Il sistema, anche finanziario, che crea soldi facili alle spalle di oppressioni, ingiustizie, ineguaglianze e negazione dei diritti andrà a sgonfiarsi e a svanire, proprio come quelle bolle che stanno distruggendo il nostro tessuto economico e sociale. E la generazione che sta crescendo ha il compito di costruire questa dimensione economica e ambientale nuova. Ho fiducia nella mia e nella loro generazione.

Finita (forse) la pars destruens del filmato passo alla pars construens.

Penso che l’analisi di Simon Sinek sia fondamentalmente centrata e acuta, e offra una serie di spunti di riflessioni utili e fondamentali. Qual è la qualità delle nostre relazioni? Come costruiamo la nostra felicità e realizzazione personale?

L’analisi iniziale sulla mancanza di autostima, sulla difficoltà a gestire lo stress e sull’abitudine alla soddisfazione immediata la trovo tutto sommato interessante e corretta. Più tirato mi sembra il binomio social media-addiction (dipendenza). Se compariamo i social media alle sostanze e comportamenti che creano dipendenza (come alcol, droghe e scommesse) per il processo di rilascio di dopamina, possiamo dedurre che, secondo la prospettiva di Sinek, il fatto che noi genitori installiamo in casa una rete con wi-fi, i mezzi di trasporto pubblici con wi-fi, le biblioteche, addirittura alcune scuole siamo come degli “spacciatori” che favoriscono questa dipendenza. Certo apprezzo il ragionamento di Sinek che non vuole demonizzare i social, internet, etc. ma parla di balance, di equilibrio da trovare tra l’utilità dei social e il non trovarsi dipendenti e fagocitati dalle loro pericolose spire.

Apprezzo ancora il suo ragionamento sulla pazienza, sulla fatica e dedizione che i rapporti di fiducia e fedeltà richiedono.

Ancora trovo intrigante il suo discorso sulle intuizioni e innovazioni che nascono dalla mente quando divaga, la forza e creatività di quella che viene definita l’intelligenza divergente.

È strano infine che per confrontarsi, per parlare o riflettere su queste tematiche sia oggi necessario utilizzare i social media. Io ne scrivo sul mio blog, a mio figlio ho chiesto il telefono, ho cercato il video e gli ho chiesto di guardarlo ma ne ho faticosamente parlato direttamente con lui. Solo con qualche persona (in particolare con una collega – Milva – che ringrazio per la disponibilità al confronto) sono riuscito a dire: “Ehi, hai visto il video di Sinek sui Millennials che ha mandato il collega Pennetta, cosa ne pensi tu, mi aiuti a ragionarci prima di parlarne in classe?”

Dilato quindi questa stranezza e, cosa rara, utilizzerò anche altri social (in particolare wa) per condividere questo video e queste riflessioni con altri genitori, educatori, amici.

Io credo ancora intensamente nella forza delle relazioni vere, profonde e vitali. Io credo che siamo tutti genitori, insegnanti, allenatori, educatori, impegnati a non farci trascinare via i figli e le figlie, gli studenti, gli atleti, da niente e nessuno, tanto meno da un merdoso dispositivo rettangolare, che anche se lo tengono sempre in mano, non li potrà mai contenere.

Francesco Maule

the power of love

Condivido questa bella riflessione (di un autore o autrice anonimo) inviata dalla cara Silvana che cura la newsletter del “Centro Europeo” di Gargano (BS). Che mai manchi l’amore! FM

foto by Giovanna Leocata

ITALIANO
L’essere umano che ha il senso della responsabilità, ma manca di amore, diventa meschino.
L’essere umano che ha il senso del dovere, ma manca di amore, diventa duro.
L’essere umano che ha il senso della giustizia, ma manca di amore, diventa lnflessibile.
L’essere umano che ha il senso della verità, ma manca d’ amore, diventa critico.
L’essere umano che ha il senso dell’ordine, ma manca di amore, diventa maniacale.
L’essere umano che ha il senso dell’onore, ma manca di amore, diventa orgoglioso.
L’essere umano che ha il senso della franchezza, ma manca di amore, diventa insolente.
L’essere umano che è colto, ma manca di amore, diventa pretenzioso.
L’essere umano che ha il senso della parola, ma manca di amore, diventa pettegolo.
L’essere umano che coltiva il silenzio, ma manca di amore, diventa taciturno.
L’essere umano che è intelligente, ma manca d’amore, diventa scaltro o manipolatore.
L’essere umano che è gentile, ma manca di amore, diventa ipocrita.
L’essere umano che è competente, ma manca di amore, diventa puntiglioso.
L’essere umano che è potente, ma manca di amore, diventa violento.
L’essere umano che è ricco, ma manca di amore, diventa avaro.
L’essere umano che ha fede, ma manca di amore, diventa fanatico.

FRANÇAIS
La personne qui a le sens de la responsabilité, mais manque d’amour, devient mesquine.
La personne qui a le sens du devoir, mais manque d’amour, devient dure.
La personne qui a le sens de la justice, mais manque d’amour, devient inflexible.
La personne qui a le sens de la vérité, mais manque d’amour, devient critique.
La personne qui a le sens de l’ordre, mais manque d’amour, devient maniaque.
La personne qui a le sens de l’honneur, mais manque d’amour, devient orgueilleuse.
La personne qui a le sens de la franchise, mais manque d’amour, devient insolente.
La personne qui est cultivée, mais manque d’amour, devient prétentieuse.
La personne qui a le sens de la parole, mais manque d’amour, devient cancanière.
La personne qui cultive le silence, mais manque d’amour, devient taiseuse.
La personne qui est intelligente, mais manque d’amour, devient fourbe ou manipulatrice.
La personne qui est gentille, mais manque d’amour, devient hypocrite.
La personne qui est compétente, mais manque d’amour, devient pointilleuse.
La personne qui est puissante, mais manque d’amour, devient violente.
La personne qui a la foi, mais manque d’amour, devient fanatique.

ENGLISH
The person who has a sense of responsibility, but lacks love, becomes mean.
The person who has a sense of duty, but lacks love, becomes hard.
The person who has a sense of justice, but lacks love, becomes inflexible.
The person who has a sense truth, but lacks love, becomes critical.
The person who has a sense of order, but lacks love, becomes a maniac.
The person who has a sense of honour, but lacks love, becomes proud.
The person who has a sense of frankness, but lacks love, becomes impertinent.
The person who is cultured, but lacks love, becomes pretentious.
The person who talks well, but lacks love, becomes a gossiper.
The person who cultivates silence, but lacks love, becomes taciturn.
The person who is intelligent, but lacks love, becomes a shrewd or manipulator.
The person who is gentile, but lacks love, becomes a hypocrite.
The person who is competent, but lacks love, becomes fussy.
The person who is powerful, but lacks love, becomes violent.
The person who is rich, but lacks love, becomes a miser.
The person who has faith, but lacks love, becomes fanatic.