sbandamenti umbri | 1

Ferentillo (Terni), 15 luglio 2018.

È facile parlare della bellezza dell’ignoto e delle cose impensate che nascono dall’aprirsi all’inedito, al nuovo, al non conosciuto. Spesso viene consigliato alle persone di uscire dall’ordinario per scoprire cose nuove e diverse della vita. Ma poi quanto ti capita veramente… quanto baratro, quanto impaurisce la terra (delle sicurezze) che manca da sotto i piedi. Basta poco: un imprevisto, un’indicazione stradale errata in un territorio che non si conosce, un piccolo incidente o guasto, vedere un paese semi deserto con i muri delle case crepati dal terremoto.

Basta poco per farci superare dei confini, delle piccole isole di sicurezza, dei limiti mentali che però ci rassicuravano e ci davano serenità.

Dicono che sia questo il valore del viaggio, sia questo il senso della conoscenza e della curiosità. Qualcuno la chiama avventura, altri scoperta, altri ricerca.

Io pensavo di essere abbastanza pronto, di avere oramai una maturità pellegrina, errabonda e viaggiatrice (beatnik), invece oggi mi sono scoperto corazzato, limitato, lievemente a disagio. Rompere l’armatura non è stato facile, emotivamente è faticoso, ma quando poi ti ritrovi a scrivere, anche solo poche righe, come volevi fare da tempo, mettendoti lì, davanti alle parole e allo schermo, nella tua propria realtà, dà a questo viaggio un bel capitolo d’inizio.

Francesco Maule

foto: Dario Dalla Costa

Annunci

Attraversare il vuoto

-Quindi è così la casa di una eremita? – le chiesi a bruciapelo.

Sorrise e, dopo aver preso respiro, rispose: – Sinceramente non lo so. Non amo definirmi tale. Non mi piacciono le etichette. Sembrano fatte apposta per omologare le persone, come se tutto dovesse rientrare in canoni prestabiliti. Sono una donna che a un certo punto della vita ha scoperto il silenzio. È stato un richiamo irresistibile. È successo più di trent’anni fa. Vedi, il problema non è trovare una connotazione, bensì denudarsi, spogliarsi da ogni identificazione. Attraversare il vuoto. È tutta un’altra cosa. Desidero il nascondimento. Mi sento come un canale vuoto in cui scorre la luce, ma anche la tenebra. Sono una semplice battezzata, tutt’al più una custode del silenzio.

Antonella Lumini – Paolo Rodari, La custode del silenzio. Einaudi, Torino 2016. Pag. 17.

foto: Carlo Bevilacqua

Non saprò mai

poesia 1 | estate 2018

 

*

Non saprò mai

a chi chiedere

di svelare le sottili

appuntite attese

dei cercanti

degli esploratori di senso.

 

Mi hanno chiesto

di stare qui

a guardare

con i calli sui palmi delle mani

e gli occhi che bruciano

per tanta bellezza.

 

Non saprò mai

chi arriverà,

ho solo pochi, visionari, indizi.

Dalle loro spalle,

dalle loro schiene,

capirò il futuro.

foto: Dario Dalla Costa

AMA – la donna che danza nel mare

Un caro amico mi sta facendo conoscere l’affascinante mondo dell’apnea. Julie Gautier in questa performance artistica e atletica raggiunge, a mio parere, uno degli apici della prestazione umana, sia essa fisica, mentale e spirituale. L’armonia raggiunta tra danzatrice e natura, immersa nell’acqua, è commovente e stupefacente. Buona visione. FM.

Link youtube:

AMA – a short film by Julie Gautier

Julie Gautier è una filmmaker, ma anche un’esperta di immersioni. In questo cortometraggio, girato nella piscina termale più profonda al mondo che si trova a Montegrotto Terme, in provincia di Padova, la vediamo esibirsi in una poetica coreografia subacquea che dura diversi minuti. La Gautier trattiene il respiro per tutta la durata della danza, per poi rilasciare il fiato in superficie, dando vita a una gigantesca nuvola di bolle.
Il titolo del video, AMA, è una parola di origine giapponese che significa “donna del mare”, ed è un nome usato anche per le famose raccoglitrici di conchiglie. Il filmato, che si avvale dell’apporto emotivo di una colonna sonora firmata dal pianista italiano Ezio Bosso, vuole essere un ode all’apertura verso il prossimo: “Per me il video è un modo di dire: non siamo soli”, commenta l’autrice, “apriaimoci agli altri, parliamo con loro della nostra sofferenza e delle nostre gioie”.
Julie Gautier da anni lavora con il compagno, il campione del mondo d’apnea Guillaume Néry, sullo sviluppo di video artistici subacquei. Utilizzando la tecnica dell’apnea, insieme hanno realizzato cortometraggi come Océan Gravity, Free Fall, il videoclip Runnin’ di Beyonce ed Y40 Jump, il video sulla vertiginosa caduta libera di Néry nella piscina da Guinness di Montegrotto.

fonte: http://www.artribune.com/television/2018/05/video-julie-gautier-ama-danza-subacquea/

SPORCHE GUERRE NON DICHIARATE

Questa mattina, mentre guidavo verso il lavoro ascoltando la radio, il giornalista che conduce questa settimana il programma di Radio Tre Rai “Prima Pagina”, Marcello Sorgi, ha letto e commentato un articolo di Vittorio Zucconi. Dopo la lettura mi sono fermato qualche minuto a bordo strada, in parte per prendermi nota dell’articolo, in parte per dare un minimo di “spazio interiore” alle parole del giornalista di Repubblica. Riprendo e condivido proprio dal sito di “Prima Pagina” del 9 aprile 2018 l’articolo, amaro ma incisivo, per essere consapevoli ancor più di queste “sporche” guerre “non dichiarate”, per denunciare in qualche modo quella che Zucconi (riferendosi alla Siria) definisce “soltanto l’apoteosi più sporca del sudiciume bellico sgorgato dalla fogna della Guerra Fredda”, per non restare indifferenti al dolore e sofferenza che una parte di umanità subisce. F.M.

Douma (Siria) | fonte: http://www.raiplayradio.it

Da Sarejevo a Douma quelle sporche guerre sporche

“Ci sarà – cinguetta al mattino di sabato il presidente americano Trump su Twitter rivolgendosi a Putin, ad Assad, all’Iran – un grande prezzo da pagare” per l’ennesima strage di innocenti gassati in Siria, ma nessuno, neppure Trump, dice o sa “che cosa” possa essere questo prezzo. Sappiamo invece, con assoluta certezza, “chi” lo pagherà: le stesse donne, gli stessi uomini, gli stessi bambini che da decenni e a decine di milioni hanno pagato, con la loro vita, le “sporche guerre” che insanguinano in mondo.
La Siria, dove dipanare il gomitolo dei “buoni e cattivi”, fra mercenari, droni, potenze straniere, sette, alleanze di oggi che diventano le ostilità di domani è impossibile, è soltanto l’ultima e la più visibile evoluzione della guerra nell’età nucleare.
Dall’agosto 1945, quando la prima bomba A polverizzò Hiroshima e poi dal 1949, quando Stalin esplose il suo primo ordigno nucleare, sigillando l’equilibrio del reciproco annientamento, nessuna grande potenza ha più dichiarato guerra a nessun’altra nazione. Le guerre, legalmente parlando, non ci sono più, ma sotto la copertura dell’ombrello atomico, le “dirty wars”, sono cresciute e si sono diffuse come funghi velenosi. Potenze maggiori e minori, grandi interessi economici, despoti e odii regionali o religiosi hanno continuato a combattersi in guerre delle “a bassa intensità”, “asimmetriche”, o “proxy war”, guerre combattute per procura da terzi per conto dei principali. E la Siria, dove sono stati risucchiati Russia, USA, Iran, Turchia, Arabia Saudita e Israele, è soltanto l’apoteosi più sporca del sudiciume bellico sgorgato dalla fogna della Guerra Fredda.
Quanto siano state le vittime di queste piccole guerre micidiali è un conto che nessuno può fare, perché ai bambini asfissiati dalle bombe di Assad o alle donne disintegrate nelle bombe esplose nei mercati di Baghdad andrebbero aggiunti i morti dell’indotto delle guerre: profughi, malnutriti, malati, migranti della disperazione annegati o stroncati dalla diaspora della fame. Qualche ricercatore parla almeno di 30 milioni di caduti, un totale da conflitto mondiale, quale di fatto questa collana di “sporche guerre” rappresenta. E se fare un censimento di questo cimitero globale è impossibile, è invece possibile fare l’appello di tutte le nazioni dove sono state o sono ancora, combattute. Occorre pazienza a leggere tutta la lista, ma va letta, per capire l’enormità di questa piccola grande guerra mondiale che si trascina, si arresta e si riproduce dalla fine del secondo Conflitto. Partiamo: Afghanistan, Angola, Argentina, Bolivia, Cambogia, Chad, Cile, Colombia, Congo (Zaire), Corea, Cuba, Congo, Repubblica Dominicana, El Salvador, Timor est, Etiopia, Filippine, Georgia, Grenada, Grecia, Guatemala, Haiti, Honduras, Indonesia, Iran, Iraq, Israele/Palestinesi, Libia, Laos, Nepal, Nicaragua, Pakistan, Panama, Siria, Sierra Leone, Somalia, Sudan, Ucraina, Ungheria, Vietnam, Yemen, Ex Jugoslavia.
Sono almeno 40, un quinto del totale rappresentato all’ONU, le nazioni ad essere state travolte da guerre che definiamo per ipocrisia “sporche”, che devono la loro definizione alla sanguinosa opacità delle ragioni e delle intenzioni […]

La Storia delle sporche guerre accese o manipolate da forze esterne non lascia spazio ad alcun ottimismo o speranza. Dal prototipo della sudicia guerra civile nella Grecia fra il 1946 e il 1949 pilotata da Stalin e Truman al mattatoio siriano di oggi, le piccole guerre calde sono il tributo di sangue che il resto del mondo ha pagato per evitare una nuova grande guerra, alimentando quel complesso militar-industriale che deve trovare clienti.
Se il resto del mondo non fa niente per fermarle, è perché conviene ai potenti: a Douma, sotto le bombe di Assad si muore anche per noi.

Vittorio Zucconi la Repubblica

fonte: Rai Radio Tre – Prima Pagina del 9 aprile 2018

Il Baskin: una boccata d’ossigeno

Ogni volta che mi ritrovo a descrivere il Baskin, sia con gli amici, sia quando cerco di scriverne per farlo conoscere, ripeto sempre che è difficile farlo a parole: “E’ più facile capirlo e amarlo vedendo praticamente come si svolge, assistendo agli allenamenti e alle partite”. Mi sbagliavo.

Il Giornale di Vicenza – Lettera del giorno | venerdì 23 marzo 2018 |

Dopo la partita cui ho giocato anch’io con la squadra “Concordia Rossi Schio” domenica scorsa a Nove (VI), una mamma ha scritto e inviato a “Il Giornale di Vicenza”  la lettera che condivido qui sotto. Non saprei trovare parole migliori per descrivere questa disciplina che tanto mi sta appassionando ed entusiasmando. Ringrazio Elena per averla scritta e per averla voluta condividere.


UNA BOCCATA D’OSSIGENO”

Mi piace chiamare così questa lettera che vorrei fosse pubblicata nello spazio riservato a noi lettori. Chiarisco subito: sono mamma di un ragazzo tredicenne meravigliosamente disabile, sì proprio così, che da qualche tempo si è avvicinato al mondo del Baskin. Per chi non lo conoscesse si tratta di uno sport inclusivo che si ispira al basket e che consente a tutti, ma proprio a tutti, di giocare e dare il proprio contributo alla squadra di appartenenza. Ragazzi normodotati e ragazzi diversamente abili, con le forme più varie di handicap, anche gravi, giocano assieme, condividono impegno, aspettative, ansie, gioie, sudore, vittorie e sconfitte….no! sconfitte proprio no!, perché si vince sempre su tutti i fronti. Scrivo queste righe perché domenica io e mio marito abbiamo portato nostro figlio a Nove, a vedere una partita di campionato (giocavano i suoi amici, la squadra in cui si allena) ed è stato come prendere una grande boccata d’ ossigeno, come respirare aria buona, come vedere, toccare con mano il lato buono, il lato bello di una generazione giovanile che spesso fa notizia per comportamenti direi socialmente poco accettabili. Quando assisti ad una partita di Baskin accade questa specie di miracolo, potente, vero: all’inizio entrando in palestra, guardandoti in giro, li vedi tutti gli atleti disabili presenti, più o meno in difficoltà, ti appare chiara la fatica, lo sforzo,la sofferenza che c’è dietro a loro e questa fotografia che i tuoi occhi ti rimandano, ti penetra dritta nello stomaco, forte, come una fitta, ma poi ecco, inizia il gioco, tutti i ragazzi hanno un ruolo, non c’è assistenzialismo, né pietismo, non si fanno sconti a nessuno, tutti giocano e danno il massimo di ciò che possono dare, per se stessi, per la squadra; i ragazzi normodotati, i bulli dei telegiornali, gli adolescenti con la testa tra le nuvole, sono lì, presenti, tenaci, amorevoli, aiutano e si prendono cura del compagno, dell’amico disabile, vanno a canestro insieme e allora basta poco e non vedi più nulla, tutto scompare, le diversità si annullano i ragazzi con handicap non ci sono più e ti godi lo spettacolo, un gioco meraviglioso, avvincente, di cuore, di vero sport, dove tutti i valori più veri, quelli in cui vale la pena credere si toccano con mano. Sconfitta? Mai, a dispetto di quanto lampeggia nel tabellone, si porta a casa tutti, sempre, una vittoria che ha tanti nomi:….inclusione, condivisione, cura, uguaglianza, valori, crescita e potrei continuare. Andrò spesso a vedere, a vivere questo gioco perché è un antidoto al bullismo, un antidoto alla violenza, un antidoto al brutto che ci circonda e che arriva nelle nostre case dalla TV, è davvero UNA BOCCATA D’OSSIGENO!!

Una mamma, Elena.

Le squadre “6 cesti Nove” e “Concordia Schio” che hanno partecipato al “Baskin Day” il 18 marzo 2018.

Consegnare la Costituzione

Questa mattina, alla seconda ora di lezione, ha bussato alla porta della classe una collega del personale ATA con in mano una pila di opuscoli. «È la Costituzione da consegnare agli studenti, firmi qui per ricevuta» mi ha sbrigativamente spiegato.

Mi sono trovato sulla cattedra questi libriccini e mi è mancato il fiato. “Non può essere”, mi sono detto, “non posso distribuirla come fosse un qualsiasi avviso e rischiare che i ragazzi la buttino nella carta al prossimo cambio di ora”.

In pochi istanti ho deciso che avrei “sprecato” quell’ora per consegnare loro la Costituzione.

fonte: skuola.net

Mentre questa decisione veniva messa a fuoco le idee sembravano arrivare come un fiume in piena.

Ho iniziato dicendo ai ragazzi che la lezione di “religione” quel giorno sarebbe stata speciale.

«Ragazzi oggi succede una cosa importante, e tocca a me farlo con voi. Oggi vi consegno la Costituzione». Risate, battute di perplessità, sconcerto.

Era una classe di quarta Ipsia indirizzo manutenzione dei mezzi di trasporto. I loro interessi principali, forse ancor più di alcune parti del corpo femminile, sono legati alle moto e ai loro componenti: cilindri, pistoni, marmitte, telai, etc etc.

No – mi sono detto – qui ci vuole solennità e tutta la mia retorica”.

Per prima cosa ho preso l’elenco nel registro e ho scritto sulla copertina il loro nome e cognome, uno per uno.

«Sono onorato oggi di essere il tramite del Presidente della Repubblica e della Ministra che hanno pensato a questa iniziativa. Ci tengo a consegnarvela personalmente, col vostro nome, perché spero che la conserviate e ne abbiate cura. Tenetela nello zaino, non buttatela, non seppellitela tra le cose sparse in camera vostra. E non abbiate paura di leggerla, di capirla e di viverla».

Ho poi proseguito dicendo loro tante altre cose: ho fatto scrivere alla lavagna l’elenco dei paesi di origine straniera degli alunni o dei genitori della classe: in quella classe erano Serbia, Cina, Tunisia. Nella classe successiva: Bosnia, Serbia (un serbo e un bosniaco nella stessa classe!!!), Etiopia, Romania, Tunisia, Albania. Nella classe dell’ultima ora: Egitto, Senegal, Ghana, Nigeria, Kosovo, Vietnam, Marocco, Macedonia, Bangladesh, India.

Ho detto loro che era un gesto di una importanza storica ed ero fiero di far parte di un paese che dopo aveva dato opportunità a loro e alle loro famiglie di costruirsi una vita diversa rispetto a quella dei paese che avevano lasciato. «E questo paese ora vi dona, vi consegna il suo cuore civico, lo strumento della nostra convivenza e socialità, quella che è definita da molti la più bella Costituzione del mondo».

Ho ribadito loro che sono un’ottimista, che a vedere il bicchiere mezzo vuoto e continuare a ribadire le cose che non vanno, è spesso la cosa più facile. Non è facile accorgersi e rendersi conto delle opportunità, delle libertà, dei diritti e della qualità di vita e relazioni sociali che il nostro paese permette e promuove. Questo non vuol dire essere degli ingenui idealisti: i problemi ci sono, così come le disuguaglianze, le ingiustizie, il tradimento continuo dei principi costituzionali.

Ma quello che viviamo oggi, tutta la qualità e l’evoluzione del paese, sono stati possibili perché la Costituzione, questo meraviglioso strumento di convivenza, di costruzione sociale, la mappa della nostra società e politica italiana, in questi 70 anni l’ha permesso e promosso.

Ho spiegato loro ancora che se fossi dipendente di un dittatore o di una falsa democrazia in cui il potere è esercitato in modo violento e repressivo, che condiziona la vita dei cittadini, se io insegnassi loro, come faccio abitualmente nelle mie “lezioni”, a pensare con la propria testa, ad affrontare la complessità delle convivenza delle differenze, a crescere in umanità in modo integrale, ossia nella conoscenza, ma anche nella dimensione corporea e spirituale, facilmente sarei: o senza lavoro, o incarcerato, o torturato, o ucciso. Loro potrebbero ascoltare e imparare solo l’ideologia del regime. Dovrebbero poi allinearsi al pensiero del potente, o farebbero la stessa fine.

Invece sono liberi di ascoltarmi o meno, sono liberi di impegnarsi o meno, sono liberi di buttare nella carta quel libretto che gli permette di essere uno splendido laboratorio di socialità, dove la fatica delle differenze non è banalizzata o nascosta, ma vissuta con franchezza, talvolta con ruvidità, ma spesso con effetti che portano alla crescita di tutti, di loro studenti e di noi insegnanti.

Abbiamo poi iniziato a leggerla (bella l’idea del poster interno con i primi, immensi, dodici articoli).

In particolare all’articolo 3, con quasi le lacrime agli occhi, abbiamo condiviso la bellezza di quanto affermato e quanto oggi sia talvolta dimenticato.

«Per questo è importante questa consegna, per questo non dovete dimenticarla, per questo dovete conoscerla e amarla. Ve la consegno, è vostra!»

Francesco Maule

 Consegnare la Costituzione_20180224

Giornata di preghiera e digiuno per la pace

I Francescani del Sacro Convento di San Francesco d’Assisi insieme alla Tavola
della pace, Articolo 21 e alla Rete della pace e con la partecipazione del FAI
invitano tutti i cittadini, le associazioni e le istituzioni ad aderire alla

Giornata di preghiera e digiuno per la pace

indetta da Papa Francesco che si svolgerà
venerdì 23 febbraio 2018

Leggi l’appello di Papa Francesco
“Dinanzi al tragico protrarsi di situazioni di conflitto in diverse parti del mondo, invito tutti i fedeli ad una speciale Giornata di preghiera e digiuno per la pace il 23 febbraio prossimo, venerdì della Prima Settimana di Quaresima.
La offriremo in particolare per le popolazioni della Repubblica Democratica del Congo e del Sud Sudan.
Come in altre occasioni simili, invito anche i fratelli e le sorelle non cattolici e non cristiani ad associarsi a questa iniziativa nelle modalità che riterranno più opportune, ma tutti insieme.
Il nostro Padre celeste ascolta sempre i suoi figli che gridano a Lui nel dolore e nell’angoscia, «risana i cuori affranti e fascia le loro ferite» (Sal 147,3).
Rivolgo un accorato appello perché anche noi ascoltiamo questo grido e, ciascuno nella propria coscienza, davanti a Dio, ci domandiamo: “Che cosa posso fare io per la pace?”.
Sicuramente possiamo pregare; ma non solo: ognuno può dire concretamente “no” alla violenza per quanto dipende da lui o da lei. Perché le vittorie ottenute con la violenza sono false vittorie; mentre lavorare per la pace fa bene a tutti!
* * *
Non sono tanti quelli che lottano per la vita in un mondo dove ogni giorno si costruiscono più armi, ogni giorno si fanno più leggi contro la vita, ogni giorno va avanti questa cultura dello scarto, di scartare quello che non serve, quello
che dà fastidio. Per favore preghiamo perché il nostro popolo sia più cosciente della difesa della
vita in questo momento di distruzione e di scarto dell’umanità.”
PAPA FRANCESCO

23 febbraio_GiornataPace

Sched_Paesi_23feb2018

La corsa della Cina ai minerali dell’Africa_Ilsole24ore_Barlaam

(altro…)

“Vorrei tanto poter trasmettere ai tempi futuri tutta l’umanità che conservo in me stessa”

ETTY HILLESUM

* testi scelti *

a cura di Maule Francesco

 

Di nuovo mi inginocchio sul ruvido tappeto di cocco, con le mani che coprono il viso, e prego: Signore, fammi vivere di un unico, grande sentimento – fa che io compia amorevolmente le mille piccole azioni di ogni giorno, e insieme riconduci tutte queste piccole azioni a un unico centro, a un profondo sentimento di disponibilità e di amore. Allora quel che farò, o il luogo in cui mi troverò, non avrà più molta importanza.

Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 1985. pag. 82

 

Venerdì sera, le sette e mezzo. Oggi pomeriggio ho guardato alcune stampe giapponesi con Glassner. Mi sono resa conto che è così che voglio scrivere: con altrettanto spazio intorno a poche parole. Troppe parole mi danno fastidio. Vorrei scrivere parole che siano organicamente inserite in un gran silenzio, e non parole che esistono solo per coprirlo e disperderlo: dovrebbero accentuarlo, piuttosto. Come in quell’illustrazione con un ramo fiorito nell’angolo in basso: poche, tenere pennellate – ma che resa nei minimi dettagli – e il grande spazio tutt’intorno, non un vuoto, ma uno spazio che si potrebbe piuttosto definire ricco d’anima. Io detesto gli accumuli di parole. In fondo, ce ne vogliono così poche per dir quelle quattro cose che veramente contano nella vita. Se mai scriverò – e chissà poi cosa? – mi piacerebbe dipinger poche parole su uno sfondo muto.

Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 1985. pag. 116

 

Sabato sera, mezzanotte e mezzo. […]

Trovo bella la vita, e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me  come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è difficile, ma non è grave. Dobbiamo cominciare a prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà allora da sé: e «lavorare a se stessi» non è proprio una forma d’individualismo malaticcio. Una pace futura potrà esser veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso – se ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore, se non è chiedere troppo. È l’unica soluzione possibile. E così potrei continuare per pagine e pagine. Quel pezzetto d’eternità che ci portiamo dentro può esser espresso in una parola come in dieci volumoni. Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio, nell’anno del Signore 1942, l’ennesimo anno di guerra.

Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 1985. pag. 127

 

Preghiera della domenica mattina. Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte per la prima volta ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini su immagini di dolore umano. Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di non appesantire l’oggi con i pesi delle mie preoccupazioni per il domani – ma anche questo richiede una certa esperienza. Ogni giorno ha già la sua parte. Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. Si, mio Dio, sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi.

Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 1985. pag. 169

 

 

Quando prego, non prego mai per me stessa, prego sempre per gli altri, oppure dialogo in modo pazzo, infantile o serissimo con la parte più profonda di me, che per comodità io chiamo «Dio». Non so, trovo così infantile che si preghi per ottenere qualcosa per sé. […] Mi sembra infantile anche pregare perché un altro stia bene: per un altro si può solo pregare che riesca a sopportare le difficoltà della vita. E se si prega per qualcuno, gli si manda un po’ della propria forza.

Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 1985. pag. 176

 

Mio Dio, è un periodo troppo duro per persone fragili come me. So che seguirà un periodo diverso, un periodo di umanesimo. Vorrei tanto poter trasmettere ai tempi futuri tutta l’umanità che conservo in me stessa, malgrado le mie esperienze quotidiane. L’unico modo che abbiamo di preparare questi tempi nuovi è di prepararli fin d’ora in noi stessi. In qualche modo mi sento leggera, senz’alcuna amarezza  e con tanta forza e amore. Vorrei tanto vivere per aiutare a preparare questi tempi nuovi: verranno di certo, non sento forse che stanno crescendo in me ogni giorno? Stamattina ho pregato pressapoco così. M’è venuto spontaneo d’inginocchiarmi su quella dura stuoia di cocco del bagno e le lacrime mi scorrevano sul volto.

Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 1985. pag. 179.

***

Nel mese di gennaio, che si è concluso con la giornata della memoria, la trasmissione di Radio Due “Ad alta voce” ha proposto la lettura del Diario di Etty Hillesum. E’ un’attrice di grande intensità e bravura, come Sandra Toffolatti a dar voce alle sue fondamentali riflessioni, ispirate a un’estrema compassione e ad un altruismo radicale.

E’ ancora possibile riscoltarlo ai link qui sotto descritti.

Ascolta Diario 1941 – 1943 di Etty Hilesum >>

http://www.raiplayradio.it/programmi/adaltavoce/archivio/puntate/Etty-Hillesum-43325b79-4219-4186-a1a7-64c81d22a387

È questo il nostro Natale di pace?

5 dicembre 2017 – di Alex Zanotelli

Alex Zanotelli. Fonte: https://stop-ttip-italia.net

Sono indignato davanti a quest’Italia che si sta sempre più militarizzando.

Lo vedo proprio a partire dal Sud, il territorio economicamente più disastrato d’Europa, eppure sempre più militarizzato. Nel 2015 è stata inaugurata a Lago Patria (la parte della città metropolitana di Napoli) una delle più importanti basi NATO d’Europa, che il 5 settembre scorso è stata trasformata nell’Hub contro il terrorismo (centro di spionaggio per il Mediterraneo e l’Africa). Sempre a Napoli, la famosa caserma della Nunziatella è stata venduta dal Comune di Napoli per diventare la Scuola Europea di guerra, come vuole la Ministra della Difesa F. Pinotti.

Ad Amendola (Foggia), è arrivato lo scorso anno il primo cacciabombardiere F-35 armabile con le nuove bombe atomiche B 61-12. In Sicilia, la base militare di Sigonella (Catania) diventerà nel 2018 la capitale mondiale dei droni. E sempre in Sicilia, a Niscemi (Trapani) è stato installato il quarto polo mondiale delle comunicazioni militari, il cosidetto MUOS.

Mentre il Sud sprofonda a livello economico, cresce la militarizzazione del territorio (forse, non è per caso che così tanti giovani del Sud trovino poi rifugio nell’Esercito italiano per poter lavorare!).

Ma anche a livello nazionale vedo un’analoga tendenza: sempre più spese in armi e sempre meno per l’istruzione, sanità e welfare. Basta vedere il Fondo di investimenti del governo italiano per i prossimi anni per rendersene conto. Su 46 miliardi previsti, ben 10 miliardi sono destinati al ministero della Difesa: 5.3 miliardi per modernizzare le nostre armi e 2.6 per costruire il Pentagono italiano ossia un’unica struttura per i vertici di tutte le nostre forze armate, con sede a Centocelle (Roma).

L’Italia, infatti, sta investendo sempre più in campo militare sia a livello nazionale, europeo e internazionale. L’Italia sta oggi spendendo una barca di soldi per gli F-35, si tratta  di 14 miliardi di euro!

Questo, nonostante che la Corte dei Conti abbia fatto notare che ogni aereo ci costerà almeno 130 milioni di euro contro i 69 milioni previsti nel 2007. Quest’anno il governo italiano spenderà 24 miliardi di euro in Difesa, pari a 64 milioni di euro al giorno. Per il 2018 si prevede un miliardo in più.

Ma è ancora più impressionante l’esponenziale produzione bellica nostrana: Finmeccanica (oggi Leonardo) si piazza oggi all’ottavo posto mondiale. Lo scorso anno abbiamo esportato per 14 miliardi di euro, il doppio del 2015!

Grazie alla vendita di 28 Eurofighter al Kuwait per otto miliardi di euro, merito della ministra Pinotti, ottima piazzista d’armi. E abbiamo venduto armi a tanti Paesi in guerra, in barba alla legge 185 che ce lo proibisce. Continuiamo a vendere bombe, prodotte dall’azienda RMW Italia a Domusnovas (Sardegna), all’Arabia Saudita che le usa per bombardare lo Yemen, dov’è in atto la più grave crisi umanitaria mondiale secondo l’ONU (tutto questo nonostante le quattro mozioni del Parlamento Europeo!) L’Italia ha venduto armi al Qatar e agli Emirati Arabi con cui quei Paesi armano i gruppi jihadisti in Medio Oriente e in Africa (noi che ci gloriamo di fare la guerra al terrorismo!). Siamo diventati talmente competitivi in questo settore che abbiamo vinto una commessa per costruire quattro corvette e due pattugliatori per un valore di 40 miliardi per il Kuwait.

Non meno preoccupante è la nostra produzione di armi leggere: siamo al secondo posto dopo gli USA! Sono queste le armi che uccidono di più! E di questo commercio si sa pochissimo.

Quest’economia di guerra sospinge il governo italiano ad appoggiare la militarizzazione dell’UE. È stato inaugurato a Bruxelles il Centro di pianificazione e comando per tutte le missioni di addestramento, vero e proprio quartier generale unico. Inoltre, la Commissione Europea ha lanciato un Fondo per la Difesa che, a regime, svilupperà 5,5 miliardi d’investimento l’anno per la ricerca e lo sviluppo industriale nel settore militare.

Questo fondo, lanciato il 22 giugno, rappresenta una massiccia iniezione di denaro pubblico nell’industria bellica europea. Sta per nascere la “PESCO-Cooperazione strutturata permanente” dell’UE nel settore militare (la Shengen della Difesa!).

“Rafforzare l’Europa della Difesa – afferma la Mogherini, Alto Rappresentante della UE, per gli Affari Esteri- rafforza anche la NATO”.

La NATO, di cui l’UE è prigioniera, è diventata un mostro che spende 1000 miliardi di dollari in armi all’anno. Trump chiede ora ai 28 Paesi membri della NATO di destinare il 2% del Pil alla Difesa. L’Italia ne destina 1,2 %. Gentiloni e la Pinotti hanno già detto di Sì al diktat di Trump. Così l’Italia arriverà a spendere100 milioni al giorno in armi. E la NATO trionfa, mentre è in forse il futuro della UE. Infatti, è la NATO che ha forzato la UE a creare la nuova frontiera all’Est contro il nuovo nemico, la Russia, con un imponente dispiegamento di forze militari in Ucraina, Polonia, Romania, Bulgaria, in Estonia, Lettonia e con la partecipazione anche dell’Italia.

La NATO ha stanziato 17 miliardi di dollari per lo “Scudo anti-missili”. E gli USA hanno l’intenzione di installare in Europa missili nucleari simili ai Pershing 2 e ai Cruise (come quelli di Comiso). E la Russia sta rispondendo con un altrettanto potente arsenale balistico.

Fa parte di questo piano anche l’ammodernamento delle oltre duecento bombe atomiche B-61, piazzate in Europa e sostituite con le nuove B 61-12. Il ministero della Difesa ha pubblicato in questi giorni sulla Gazzetta Ufficiale il bando di costruzione a Ghedi (Brescia) di nuove infrastrutture che ospiteranno una trentina di F-35 capaci di portare cadauno due bombe atomiche B61-12. Quindi, solo a Ghedi potremo avere sessantina di B61-12, il triplo delle attuali! Sarà così anche ad Aviano? Se fosse così, rischiamo di avere in Italia una forza atomica pari a 300 bombe atomiche di Hiroshima! Nel silenzio più totale!

Mai come oggi, ci dicono gli esperti, siamo vicini al “baratro atomico”. Ecco perché è stato provvidenziale il Trattato dell’ONU, votato il 7 luglio scorso, che mette al bando le armi nucleari. Eppure l’Italia non l’ha votato e non ha intenzione di votarlo. È una vergogna nazionale.

Siamo grati a papa Francesco per aver convocato un incontro, lo scorso novembre, in Vaticano sul nucleare, proprio in questo grave momento in cui il rischio di una guerra nucleare è alto e per il suo invito a mettere al bando le armi nucleari.

Quello che non riesco a capire è l’incapacità del movimento della pace a mettersi insieme e scendere in piazza a urlare contro un’Italia e Unione Europea che si stanno armando sempre di più, davanti a guerre senza numero, davanti a un mondo che rischia l’olocausto nucleare. Eppure in Italia c’è una straordinaria ricchezza di gruppi, comitati, associazioni, reti che operano per la pace. Ma purtroppo ognuno fa la sua strada.

E come mai tanto silenzio da parte dei vescovi italiani? E che dire delle parrocchie, delle comunità cristiane che si apprestano a celebrare la nascita del “Principe della Pace?”

“Siamo vicini al Natale – ci ammonisce papa Francesco – ci saranno luci, ci saranno feste, alberi luminosi, anche presepi… tutto truccato: il mondo continua a fare guerra!”.

Oggi più che mai c’è bisogno di un movimento popolare che contesti radicalmente questa economia di guerra.

Alex Zanotelli

Napoli, 5 dicembre 2017 

fonte: https://www.mosaicodipace.it/mosaico/a/44875.html