solidarietà ad Asmae Dachan

Ho avuto l’onore e il privilegio di conoscere Asmae Dachan lo scorso anno grazie alla sua partecipazione ad un incontro con un’associazione con cui collaboro.

E’ stata nostra ospite a cena e ho potuto ascoltarla più volte in vari incontri. Ho letto il suo magnifico e doloroso libro “Il silenzio del mare” dove lei si esprime al meglio sia come scrittrice, dimostrando una  conoscenza e utilizzo della lingua italiana sopraffini e letterariamente notevoli, sia come attivista e conoscitrice delle fatiche umane e sociali sia del paese d’origine della sua famiglia, la Siria, che dell’Italia, dove è cresciuta.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha deciso di conferirle un’oreficienza (Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica) il 2 giugno scorsi. Una leader politica ha pretestuosamente criticato questa scelta e questo riconoscimento.

Desidero esprimere tutta la mia solidarietà ad Asmae, in nome dell’amicizia che ci lega e della fiducia nel suo rigoroso e infaticabile lavoro di tessitrice del dialogo e della conoscenza, della denuncia di tragedie umanitarie cui tendiamo sempre più a sottrarci, della sua capacità poetica e intrisa di umanità di raccontare ed esprimere la vita.

Francesco Maule

Articolo Avvenire.it

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Il futuro che vogliamo – forum di Limena

Ho sottoscritto e ora propongo una mia sintesi del documento del Forum di Limena. Rimando al loro sito per approfondimenti e per la lettura del documento integrale su cui consiglio di soffermarsi per una valutazione dell’attuale scenario socio-politico. F.M.

Il documento di Limena

Il futuro che vogliamo

È terribilmente facile ritornare barbari (Paul Ricoeur)

Le cattive idee hanno spesso un potere tremendo (Amartya Sen)

Un punto di svolta

Vi sono stati periodi nella storia recente in cui un mondo migliore è sembrato possibile. Oggi guardiamo al domani con diffidenza e paura. Per riprendere in mano il nostro futuro vorremmo porre inizialmente cinque questioni fondamentali. La prima riguardante il futuro della democrazia, perché non siamo più certi di poter escludere rischi di involuzione autoritaria. Il secondo tema tocca il diffondersi di un orientamento preoccupante, che ci vede giorno dopo giorno impegnati a costruire muri piuttosto che a gettare ponti. Vi è poi l’affermarsi di identità che si chiudono, riproducendo quel nazionalismo che l’Europa ha conosciuto fin troppo bene nella prima metà del Novecento. Non siamo più così sicuri che quel passato non possa ritornare. I regimi autoritari spesso nascono e si irrobustiscono attraverso l’individuazione di un nemico, facendo credere ai cittadini che i loro problemi dipendano da un colpevole esterno; se questo non c’è lo si inventa. Ma quello che, come cristiani, più ci colpisce e ci amareggia è la progressiva perdita del sentimento di compassione, quell’identificazione nel dolore dell’altro che è alla radice della nostra umanità e senza il quale non possiamo veramente vivere.

Una Chiesa capace di imparare dalla storia

Di queste cose, come cristiani e come cittadini, vorremmo parlare, perché sentiamo profondamente le responsabilità imposte dal momento in cui ci troviamo. Siamo colpiti dal fatto che nelle comunità cristiane si parli troppo poco dei segni che accompagnano questi tempi. […] C’è bisogno allora di dar vita a spazi in cui educarci reciprocamente a pensare il nostro tempo alla luce del Vangelo.

Risposte pericolose a una inquietudine giustificata

La radicalizzazione del conflitto politico e sociale attualmente in atto non è senza ragioni. Gli aspetti negativi della globalizzazione sono stati sottovalutati. La gente ha subito le conseguenze di processi oscuri, come la finanziarizzazione dell’economia e la crescita incontrollata di poteri economici sovranazionali, su cui non esercita alcun controllo. Non si accetta la fatica di costruire un sistema di rappresentanza adeguato a una società complessa, ma si afferma l’idea che sia possibile saltare ogni mediazione, appellandosi direttamente e personalmente al popolo, svilendo parlamenti, autorità di garanzia, e organismi di rappresentanza. […] A nostro avviso la politica deve ridiventare invece il modo normale con cui una società tenta di dare responsabilmente forma al proprio futuro e il potere va ricondotto al servizio del bene comune.

Una visione del futuro

Ciò premesso, riteniamo importante essere instancabili nel proporre e sostenere interventi e azioni che partano da una visione del futuro diversa da quella oggi prevalente. Per questo intendiamo sottolineare alcuni temi rispetto ai quali sentiamo urgente indicare una prospettiva.

  • Ambiente e salvaguardia del creato. Va perseguita la logica di uno sviluppo realmente sostenibile.

  • Eguaglianza. Va favorita una più equa distribuzione del reddito.

  • Contrasto alla povertà, agendo sul complesso delle cause e coinvolgendo le istituzioni e le comunità locali.

  • Trasformazioni demografiche. La bassa natalità va contrastata, con un fisco e servizi a misura delle nuove generazioni e dunque delle famiglie con figli.

  • Rapporti tra le generazioni. Le politiche dovrebbero impegnarsi a non trasferire sulle generazioni future i problemi dell’oggi.

  • Educazione. Si deve invertire la prolungata tendenza a trascurare la scuola nell’ordine delle priorità pubbliche, prendendo sul serio il compito di trasformare i ragazzi in cittadini.

  • Economia e finanza: vanno sostenute e irrobustite imprese in grado di creare posti di lavoro qualificati e i mercati finanziari devono essere regolamentati diversamente.

  • Emigrazioni. Per contrastare l’emorragia di giovani verso l’estero, va creato lavoro all’altezza delle aspettative delle nuove generazioni.

  • Immigrazioni. Quelle provenienti dai paesi poveri derivano anche da una richiesta di manodopera per lavori non specializzati di cui ci sarà inevitabilmente bisogno anche nei prossimi decenni. Andrebbe perciò posto fine ai meccanismi prevalenti di ingresso irregolare in Italia, riaprendo i canali di immigrazione regolare per lavoro.

  • Richiedenti asilo. Per gli attuali richiedenti la questione andrebbe risolta al più presto e in modo realistico, per il bene degli italiani e dei richiedenti stessi. Quelli rimasti nel Nord Est andrebbero stabilizzati. Per il futuro la riapertura di una via d’accesso regolare per lavoro renderebbe possibile riservare la via dell’asilo a chi davvero soffre la discriminazione e la guerra

  • Integrazione. Specialmente per le seconde generazioni – i figli degli immigrati – vanno migliorati i percorsi di integrazione/inclusione, attraverso la scuola, le associazioni della società civile e il riconoscimento della cittadinanza.

  • Cooperazione internazionale. Appare necessario pensare ai Paesi “poveri” non come oggetto di sfruttamento e mercato per le armi, ma come partner effettivi in uno sviluppo sostenibile.

Il futuro dell’Europa a un passaggio decisivo

Prima che l’Europa divenisse un miraggio tecnocratico e si riducesse ad essere “quella dell’euro”, essa è stata innanzitutto un progetto di pace e di unità politica. Sarebbe difficile e pericoloso rinunciare a questa speranza. I cristiani più di altri non possono dimenticare che c’è stato sempre un rapporto speciale tra Europa e cristianesimo, un arricchimento reciproco anche quando la relazione è stata conflittuale. Tutti i grandi problemi della nostra epoca non possono essere affrontati se non in una dimensione sovranazionale. In questi anni di crisi, tuttavia, i cittadini hanno percepito l’Europa lontana, incapace di entrare nelle loro vite come una presenza che aiuta. A ciò bisognerà trovare dei rimedi, ma questi non possono che essere un rilancio del progetto europeo e una sua democratizzazione, non la sua disgregazione. […]

Fraternità, sussidiarietà, sicurezza

C’è un fondamentale senso di fiducia che occorre recuperare: fiducia in noi stessi e nella possibilità di influenzare le scelte politiche; fiducia nelle istituzioni, per migliorarle, non per distruggerle; fiducia nelle scienze e nelle competenze, senza alcuna delega, ma con molto dialogo; fiducia nell’altro e nella possibilità di relazionarci con culture diverse, riconoscendo la comune umanità e le specifiche ricchezze. Oggi più che mai è necessario comprendere che il paese non è formato solo da singoli cittadini e dallo stato, ma anche da libere organizzazioni dei cittadini stessi. Esse rappresentano i luoghi di esercizio della fraternità nelle sue forme più immediate. Perciò non possono essere considerate come un corpo estraneo alla società. È quando queste libere organizzazioni sono vitali, ben integrate tra di loro e nello stato che il cittadino sviluppa senso di appartenenza e si sente sicuro. Intendiamo esprimere e rendere pubbliche queste idee perché pensiamo che uno dei nostri compiti come comunità cristiane sia di farci carico della realtà e della speranza: vedere i segni dei tempi, individuare nella storia i motivi di speranza che ci richiamano alle nostre responsabilità e agire con fiducia.

Limena (Padova), 2 febbraio 2019

https://forumdilimena.files.wordpress.com/2019/04/documento_limena_versione_completa_firmatari-1.pdf

https://forumdilimena.files.wordpress.com/2019/04/documento_limena_versione_sintetica.pdf

 

Il razzismo spiegato dai miei figli

Razzista.

Davide: persona che odia persona con colore diverso della pelle.

Mosé: Una persona che non riesce a convivere con persone secondo lui diverse.

Razzismo.

Davide: Odio fra persone diverse. Per me non ha senso.

Mosé: Insufficenza mentale ahah

Oggi 25 aprile, festa della liberazione e giornata di impegno contro il fascismo e la xenofobia, ho compiuto un piccolo gesto di resistenza culturale rileggendo “Il razzismo spiegato a mia figlia” di Tahar Ben Jelloun (io ho l’edizione Bompiani del 1998) e ho chiesto ai miei figli una loro definizione di razzismo e razzista.

Scrive Ben Jelloun: “Il razzismo esiste ovunque vivano gli uomini. Non c’è nessun paese che possa pretendere che non ci sia razzismo in casa sua. Il razzismo è nell’uomo. E’ meglio saperlo e imparare a respingerlo, a rifiutarlo. Bisogna controllare la nostra natura e dirsi: «Se ho paura dello straniero, anche lui avrà paura di me». Si è sempre lo straniero di qualcuno. Imparare a vivere insieme, è questo il modo di lottare contro il razzismo”. Pag. 54

 

Il povero Cristo è sceso dalla Croce

Vinicio Capossela è un artista poliedrico, visionario, cantautore talvolta raffinato e poetico, talvolta inquieto, scomposto, ebbro. Con questa canzone offre, a mio parere, la più concreta, profonda, vitale, urticante meditazione del Venerdì Santo su cui oggi mi sia ritrovato a riflettere.

Buon ascolto, buon Triduo Pasquale, buona Pasqua! Cristo è Risorto! F.M.

Vinicio Capossela – Il povero Cristo

 

P.S.

Il giorno in cui ho scritto e pubblicato questo post è uscito il video ufficiale della canzone, video evocativo e surreale che, a mio parere, non aggiunge nulla alla grandezza della canzone, anzi forse ne trattiene alcune fluorescenze. E’ comunque un’opera artistica molto significativa, con la regia di Daniele Ciprì che con il bianco e nero dipinge un immaginario poetico e laterale. Di valore anche la tensione sociale, visto che il video è dedicato “a Riace, a chi lotta per mettere in pratica la buona novella”). Video molto intenso che accampagna una canzone che è già nella storia della musica. F.M. 24/04/2019

VINICIO CAPOSSELA – IL POVERO CRISTO (video ufficiale)

Cristiani e anarchici. L’ostinazione indistruttibile di un desiderio

La libertà si nasconde nell’istinto. La Storia, prima o poi, trova il modo di far incontrare coloro che parlano una lingua comune, che hanno l’ostinazione indistruttibile di un desiderio”.

Lucilio Santoni

Cristiani e anarchici: Viaggio millenario nella Storia tradita verso un futuro possibile

“Cristiani e anarchici: Viaggio millenario nella Storia tradita verso un futuro possibile (iSaggi)” di Lucilio Santoni, Infinito edizioni srl, Formigine (Mo) 2014.
Con introduzioni di Filippo La Porta, Vito Mancuso, Maurizio Pallante, Davide Rondoni.

Lucilio Santoni me l’ha fatto scoprire un libraio abruzzese. Quando ha nominato il titolo “Cristiani e anarchici” è come se avesse messo in azione quel processo di saldatura tre due realtà che fino a prima avevo sempre visto in tensione o comunque non conciliabili.

La lettura del libro di Santoni, nei mesi successivi, è stata lenta, riflessiva, attenta, espressa da mille evidenziazioni ed estrapolazione di citazioni.

La novità di prospettiva e riflessione che mi ha aperto questo testo, di cui è impegnantivo aggiungere considerzioni, date le quattro notevoli introduzioni di quattro figure considerevoli nel panorama culturale italiano, sono legate ad una espressione dell’anarchia completamente diversa da come l’avessi mai valutata.

Anarchia vicinissima a quel “nel mondo ma non del mondo” di cristiana matrice.

Anarchia che ti pone quindi “in politica ma non della politica” o “nella società ma non della società”. Sfumature, dettagli, ma importanti.

“Il segreto per la vita buona è stare in un qualunque posto, con quel che c’è, che comunque è tanto. Senza curarsi di ciò che chiamano benessere: l’obiettivo creato da coloro che non sperano più nella felicità; senza entrare nella frenesia del fare: la condizione di coloro che non osano più sapere che esiste il dolore. E allora tendere l’orecchio a un grido d’aiuto, andare avanti grazie a un atto di cortesia, a una parola dolce o uno sguardo scrupoloso. E poi stare lì, in silenzio, scrutare quanto c’è di fallito nella nostra vita, con tenerezza, ascoltare il canto al risveglio della primavera o nel sonnolento autunno. Vacillare, salutare chi ha nelle ossa il brivido della febbre e, poi, rimanere. Sull’orlo dell’abisso. Domandarsi: che farò senza di voi?” L.S.

Crisitiani e anarchici che si ritrovano a condividere il riconoscimento dell’importanza delle relazioni, degli abbandoni, delle fragilità, delle debolezze. L’espressione poetica, che Santoni declina nella sua prosa riflessiva e narrativa, sembra quindi essere la postura adatta per infrangere le regole del linguaggio e della comunicazione che oggi ci possano indicare vie di umanità e libertà.

foto A. Colombara

“Il vero peccato mortale non è quello di commettere il male e rischiare la punizione, umana o divina. Il vero peccato è non riconoscere il bene: non riconoscere il valore delle donne e degli uomini che valgono; non riconoscere, in faccia al mondo, che quella persona è molto più avanti di me sulla strada della vita buona. Bisogna invece riconoscere, per esempio, che è più intelligente, mentre, di solito, riconosciamo solo, con rammarico, che è più furba. È necessario riconoscere che, con la sua vita, tiene a galla la nostra barca che fa acqua da tutte le parti. Peccato è adeguarsi al quieto vivere, affiliarsi al partito della palude stagnante. Accettare il frastuono e credere che sia comunicazione. Fare e assorbire propaganda e credere che sia cultura. Peccato è sì sparare a qualcuno con la pistola, ma peccato più grave è arrivare ad avere tanto potere che qualcuno, di sua spontanea volontà, uccida per farci un favore. “Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri”, diceva Paolo Borsellino. Peccato è l’essere ostili al mondo: la pesante oscurità di un’ombra indifferente alla luce negli occhi degli altri e sulle cose.” L.S.

Non proseguo oltre con le mie considerazioni, se non invitando ad ampliare la conoscenza con la lettura integrale dei libri di questo nascosto intellettuale italiano che però dimostra come la vita culturale e civile italiana contemporanea non è così deprimente e insulsa come una certa superficiale immagine tenderebbero a far credere. Di seguito propongo una serie di citazioni (con titoli in corsivo a mia cura) che non commento, che anche se estrapolate dal flusso del ragionare e poetare di Santoni, ci permettono di gustarne l’intelligenza (nel senso etimologico del termine) e la ispirata capacità di utilizzo della parola per una espressività culturale singolare e periferica, ma non per questo meno penetrante, sia socialmente e culturalmente, che, soprattutto, interiormente e spiritualmente. F.M.

Se rimanesse pure una geografia del desiderio, sarebbe solo un tesoro senza mappa

Anarchia, la forma politica dell’amore

“Ai confini dell’essere, l’insenatura fra le labbra sembra un infinito. Sarà mattina. La natura cullata fra cielo e terra. All’estremità della ragione, penserà che non v’è più nulla. Solo vorrebbe un bacio, un deliziato suggere di abissi. E gli verranno in mente tutte le trasparenze della vita, le solarità, i naufragi. Un portento di strade che conducono oltremare. Ma i sogni s’inaridiscono quando il vuoto è troppo spinto per rientrare in porto. Domina la solitudine, la burrasca e il rancore. Se rimanesse pure una geografia del desiderio, sarebbe solo un tesoro senza mappa. Per caso un volto, l’anarchia dai capelli neri, ossia la forma politica dell’amore. Quel corpo apparirà eterno e necessario come la passione che aspettavamo da sempre. (altro…)

manifestare la realtà #2

Epifanizzare l’universo, con occhi limpidi e intonsi.

Circondare le galassie di stupita ammirazione e riconoscere umilmente la nostra irrisorietà.

Non temere questa grandezza, gestire adulti la sconfinatezza, rimanere convinti e consapevoli della potenza di ogni gesto d’affetto, di ogni parola pensata, di tutta l’espressività della nostra contemplazione.

Riconoscere che le rappresentazioni più significative le propone il cosmo, con il sole che sorge dal mare, col suono delle onde, con le montagne innevate e la loro magnificenza gloriosa, con i paesaggi, con le stupefacenti acrobazie di colore dei fiori, le piante, gli animali esseri compagni o a volte nostre vittime. Sono esempi, sono parziali riconoscimenti, sono breve elenco della varietà e redenzione concreta che si compie, c’è.

Riconoscere che le rappresentazioni più appassionate ed eloquenti le esprimiamo talvolta anche noi, sapiens, sapienti, umani, parole a cui ogni volta occorrerebbe posporre il punto interrogativo, strana specie che sola sa contemplare e descrivere o raccontare tanta bellezza e armonia, o tragica nefandezza, ma allo stesso tempo ne sa stare indifferente, o sprecarla, deturparla, consumarla, sfinirla.

Epifanizzare la terra e le nostre modificazioni, più o meno rispettose. Nutrire ammirazione anche per le strutture manufatte: i ponti, le strade, le case, le chiese, le città, i capannoni, i motori, i congegni, i chip, i fili elettrici, le connessioni, la tecnica, tecnologica, tecnocratica, tecnogenesi e tecnonecrosi.

Esercitare le architetture, santificare gli osservatori delle piccolezze al microscopio. Ubbidire al riflesso della luce sull’acqua, seguire la luna, nascondersi nelle caverne, ognuno sia hacker.

Benedire tutto ciò che che ci fa meglio guardare, osservare, vedere, sentire, toccare, assaporare, capire, amare. È qui, davati a noi, come questo sole che illumina, e si fa corpo di riflesso con gli scogli come braccia. Steso.

Francesco Maule

Migrazioni. Non un problema ma un fatto

Segnalo e invito alla lettura di questo articolo pubblicato ieri su Avvenire. Molti dei contenuti espressi rispecchiano alcune mie considerazioni sulla questione che in questi tempi ripeto spesso. Proprio nei giorni scorsi ho avuto modo di ascoltare la tremenda testimonianza di una donna camerounense partita dal suo paese nel 2013  e arrivata in Italia nel 2015 dopo un “viaggio al termine dell’umanità” che fa riflettere e prestare compassione anche a partire dalla sofferenza di una persona. F.M.

Migrazioni. Non sono un problema, ma un fatto


avvenire.it/

Raul Gabriel – mercoledì 13 febbraio 2019

La realtà è complessa e non permette soluzioni lineari. La natura dell’esistenza e della storia non è lineare. In un epoca in cui si è capito che matematica, fisica e le scienze in generale sono campi in cui è praticamente impossibile individuare soluzioni definite per sempre, in cui il punto si rivela come area di probabilità più che un punto, ci si ostina a credere che sia possibile una soluzione lineare, euclidea, a uno degli eventi più complessi e tragici della storia umana: le migrazioni. Si chiude di qua, si apre di là, ci si accorda a tavolino sui numeri, si determina la convenienza e i ritorni oppure i danni presunti per fare una specie di conto della spesa come fosse un 3×2. Si propone una soluzione semplice a un tema complesso.

Contraddizione evidente. Sono convinto anch’io non vi sia una vera soluzione al problema delle migrazioni. Semplicemente perché le migrazioni non sono un problema: sono un fatto. Imprescindibile e impossibile da cancellare. Qualunque cosa si faccia, la migrazione è parte della storia come il sangue è parte dell’uomo. La volontà di negarlo, di tirare una riga oltre la quale non sarà più così è antistorica e antiumana. E anche sostanzialmente inutile. Tutte le volte che nella storia qualcuno ha voluto razionalizzare la complessa e contraddittoria essenza della umanità ha creato distopie mostruose.

Mostruose perché scavalcano l’unico vero dato di fatto: l’uomo. La sua esistenza, la relazione, la preziosità e unicità della sua vita vengono accorpate in un unico conglomerato di danni collaterali, quasi fosse un rifiuto da avviare al compattatore. È evidente che in questo caso per una impressionante quantità di individui quel compattatore di comodo è il mare. Distante, senza necessità di avvio, digerisce tutti quelli che vengono considerati problemi esterni e non graditi, un impiccio alla propria visione con i paraocchi della storia. L’eugenetica è il tentativo di eliminare la realtà costituente l’essere umano.

La diversità, la complessità. In nome di un unico punto di vista che si considera normalità, o a seconda dei casi perfezione. È chiaro quale sia la irrimediabile disumanità di questo approccio. Eppure la tentazione ritorna sotto varie forme. Chiunque elabori una soluzione lineare a un problema umano, tutto ha a cuore tranne che l’uomo stesso.

Non vi è soluzione una volta per tutte e il prezzo della sofferenza di uno non è secondo a quella di cento. Si dirà che allora non c’è soluzione. Infatti non c’è soluzione. Ma c’è una speranza. Che si rinunci a tirare una riga sopra gli esseri umani come se fossero numeri con cui giocare, rifiuti da avviare al compattatore, sia pur naturale, su cui fare esercizi di strategia o esibizioni di cinismo chirurgico, di una chirurgia che uccide perché priva del minimo abbozzo di empatia.

Puoi essere lo Stato, puoi essere un ministro, puoi essere chi ti pare ma non vi è alcun diritto a giocare con le vite degli altri, per nessuno. In Libia, in Turchia, a Siracusa, ovunque. Non vi è alcuna possibilità che la megalomania del potere, qualunque esso sia, ti dia la capacità di piallare la storia che anzi, più si tenta di privare delle asperità, più torna con violenza a chiedere il conto.

L’idea di creare ordine nella storia è alla base di follie come quella dei khmer rossi di Pol Pot. Per una società nuova si fanno fuori tutti gli altri. E così per le migrazioni. Per una società autonominata con un termine grottesco ‘sovrana’ (di cosa?) tentiamo di tagliare fuori il flusso che la storia muove da quando esiste l’umanità, chiamando a complice il mare e lasciando fare a lui. Il prezzo è mostruoso. E non lo si avverte perché lontani del problema, tutti chini sulle tastiere a scrivere idiozie social più o meno aberranti e a elaborare strategie che definire di fantapolitica è un complimento. Nel migliore dei casi a farsi pubblicità da pulpiti la cui credibilità è pari a zero. Si deve accogliere con coscienza.

Certo. Si deve fare guerra (e sarebbe ora!) ai trafficanti di esseri umani. Vero. Si deve evitare di creare altro disagio sociale. Vero. Ma se uno ti chiede aiuto perché se la gioca con una morte orribile, hai il dovere di aiutarlo. Se invece giri la testa e fai della bellezza del Mediterraneo il tuo sicario solerte e implacabile, dichiari ciò che sei e qualunque società invochi è destinata a scomparire nello stesso mare che hai chiamato un giorno a fare il lavoro sporco.

Fonte:

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/le-migrazioni-non-sono-un-problema-ma-un-fatto

manifestare la realtà

Epifanizzare la realtà, perché occorre annotare le brecce di dolore che si dissolvono dai muri sottili dell’arroganza. Occorre recuperare quel coraggio ischemico che lacera e disabilita. Non convertirsi, non irrobustirsi. Sfiorare, perlustrare, affondare nei bacini di attese che si creano nelle ansie del morire. Questuare, impoverirsi, escludersi.

foto: Alessandro Colombara

Iniettare postumanesimi nei recessi di selvaggia natura.

Che ogni mantello sia trasformato in vela, che ogni limatura d’amore rediga la forma dello smarrimento.

Abbracciare, inghiottire il respiro, tentare una perdurante memoria attenta per i già andati, vederli ancora, in quell’inghiottitura nostalgica che preme e strazia.

Entrare in una paura immensa, sfavillante regina della desolazione, anima cupa dell’immobilità e respingerla, tradirla, offenderla, disinnescarla. Ammanettarla di certezze e confessioni, spegnerla con la donazione e la fiducia. Quella maledetta paura reprimerla con concretezze di una realtà cangiante. Essere attori senza rappresentare più nulla, essere poeti senza declamare fantasie.

Dire tutto ciò che vedi.

 

Francesco Maule

poesia_1_2019

COME AVREI VOLUTO SCRIVERE?

Come avrei voluto scrivere?

Come un vecchio greco che evoca morti e sprimaccia i vivi. O scrivere come un uomo delle nevi che solo passa scalzo. Incidere il monte per tratteggiare il mare con un ago sottile come schizzando il modello di un ricamo.

Scrivere come un mercante russo diretto di qui in Cina: trovò una casetta. La abbozzò. La sera guardò la notte dipinse, già sul far dell’alba aveva terminato. S’alzo pagò e partì di prima mattina.

Amos Oz, Lo stesso mare, Feltrinelli, Milano 2000. p. 162.

https://www.lastampa.it/2018/12/28/cultura/morto-lo-scrittore-israeliano-amos-oz-

Connessioni laiche 2.0

mappa delle connessioni laiche 2.0 | Francesco Maule 2018

 

Qualche giorno dopo la conclusione del libro “The Game” di Alessandro Barrico (lo ammetto, autore che da anni snobbavo e che invece mi ha sorprendentemente appassionato) è arrivata una specie di illuminazione. Perché non provo anch’io a disegnare una mappa? Il libro di Barrico mi ha ispirato questa modalità di analisi dei fenomeni e io avevo bisogno di capire le “connessioni laiche 2.0” che da qualche mese stavo definendo con svariate letture e riflessioni. Nel pensare e nel disegnare la mappa è lentamente ma sempre più chiaramente arrivata la giusta posizione dei vari elementi e per giorni mi ha attraversato una sorta di estatica soddisfazione per la visione d’insieme raggiunta.

Provo a descriverla quindi, anche se il senso della mappa e dell’immagine è proprio quella della suggestione, impossibile da esplicitare in modo preciso e totale.

Il mese di settembre sono stato bloccato nei movimenti da una lussazione alla spalla destra che mi ha “costretto” a far poco altro che leggere e studiare.

Ho letto molto e ho avuto la fortuna di incrociare letture soddisfacenti e stimolanti. Ma talvolta, quando leggo molte cose e di varia tipologia, mi trovo a percepire una specie di dispersione o mancanza di collegamento tra le varie “strade” di pensiero intraprese. Aver trovato nella mappa lo strumento e la formula per mettere insieme i vari pezzi e dargli una qualche configurazione mentale e interiore mi ha dato notevole senso di compimento e comprensione.

La prima parte di questa mappa descrive alcune figure del panorama intellettuale italiano che mi pare diano indicazioni particolarmente pertinenti, pregnanti e suggestive per interpretare il passato, vivere il presente, osservando con la dovuta forza morale il futuro.

In alto alcuni “fossili (femminili) del ‘900”, donne che ho letto nei mesi scorsi e che continuo a leggere, che hanno attraversato il secolo scorso, o lo hanno raccontato, con una acutezza unica e una libertà invidiabile e ancora da considerare. Ci hanno raccontato e hanno vissuto il ‘900 da posizioni laterali ma utili a considerare eventi e lotte il cui sapore e senso rischiamo di dimenticare.

Goliarda Sapienza, L’arte della gioia, Einaudi, Torino 2015.

Adriana Zarri, Un eremo non è un guscio di lumaca, Einaudi, Torino 2012.

Rossana Rossanda, La ragazza del secolo scorso, Einaudi Tascabile, Torino 2005. Su Rossanda segnalo inoltre la sua recente intervista nella trasmissione Propaganda Live

Nella parte centrale della mappa sono tracciati alcuni “traghettatori dalle macerie del ‘900 al Game”, ossia l’oltremondo della connettività data da internet che si esprime nella vita sul web e sui social media vari.

Lucilio Santoni con il suo sorprendente e poetico “Cristiani e anarchici” (edizioni Infinito – Ebook) sarà a breve protagonista di un altro post specifico perché lo merita, è davvero un testo che mi ha illuminato e ispirato, che mi ha aperto una prospettiva nuova sull’anarchia e sul coltivare uno sguardo amorevole sugli esclusi e sulle fessure della storia.

Luciano Gallino, con “Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegata ai nostri nipoti” (editore Einaudi – Ebook) mi ha enormemente aiutato a capire alcuni scenari economico – politici degli anni scorsi e contemporanei, compresa la lunga e snervante contrattazione tra (neo) governo italiano e UE sul DEF .

Altra lettura enorme, conclusa a settembre dopo tre anni, è stata la “The century trilogy” di Ken Follet (editore Mondadori): un romanzato viaggio di oltre tremila pagine nel ‘900, intenso, coinvolgente e anche utile a comprendere alcuni passaggi storici che alcune letture specifiche non permettono.

Segnalo in tal senso anche altri due testi che non ho letto proprio recentemente ma che ho messo nella mappa perché sono in continuità con la “the century trilogy” nel raccontare i momenti salenti dal ‘900 al tempo presente: Jonathan Coe che con la sua saga che inizia con “La famiglia Winshaw”, e prosegue con “La banda dei brocchi”, “Circolo Chiuso” e il recente “Middle England” (tutti editi da Feltrinelli editore) copre quel pezzo di storia dagli anni ‘80 ai nostri giorni focalizzandosi sulla esemplare vicenda inglese.

Stefano Massini, con una narrazione evocativa, nel suo “Qualcosa sui Lehman” (editore Mondadori) racconta la storia della famiglia che ha creato e poi dilapidato il colosso bancario e finanziario al centro dell’uragano economico che ha travolto il mondo nel 2008.

Laterali due testi di nutrimento spirituale che hanno alimentato la mia ricerca interiore in questi mesi: Silvana Panciera, Lo Yoga come Via. Un contributo spirituale anche per i cristiani, Gabrielli Editore, Verona 2017 e il testo di poesia di Chandra Livia Candiani, Fatti Vivo, Einuadi, Torino 2017.

Verso il basso della mappa indico quelli che io ho nominato come i “droni intellettuali sul Game”, ossia quelle figure intellettuali e di ricercatori che con il loro lavoro ci aiutano ad osservare dall’alto, come un drone appunto, lo scenario che stiamo vivendo, da dove è derivato e dove ci potrebbero condurre alcune scelte contemporanee o alcune evoluzioni tecnologiche e socio-economiche.

Sulla sinistra metto il già citato Alessandro Barrico, il protagonista di questa mappa e di questo mio periodo, che con il suo “The Game” (Einaudi pure lui, Ebook) mi ha davvero aiutato a sviluppare una comprensione del tutto diversa e profonda degli scenari del “game”, quella parte di vita che nella postura uomo-scrivania-pc che proprio in questo momento sto tenendo e nella postura uomo-smatphone trova il suo apice e massima espressione.

Altro personaggio clamoroso ma già con un suo solido accreditamento sia accademico che editoriale, che non è certo questo mio post a consolidare, è Yuval Noah Harari che ho già citato in un post passato, connessioni mistiche 2.0, e che ora sto ancora leggendo con le sue “21 lezioni per il XXI secolo”, (Bompiani editore, 2018).

Nella destra della mia mappa un frate francescano, prima ingegnere e ora teologo morale, Paolo Benanti che seguo regolarmente nel suo sito e nella sua newsletters, il cui lavoro teologico sto approfondendo nella lettura iniziata a luglio del suo “The Cyborg: corpo e corporeità nell’epoca del post-umano. Prospettive antropologiche e riflessioni etiche per un discernimento morale” (Cittadella editrice, Assisi 2016). Paolo Benanti, che tengo in parallelo ad Harari e che ne bilancia le prospettive, è davvero un drone morale e spirituale che sorvola, dopo averli completamente attraversati, i territori più complessi ma anche maggiormente intriganti del mondo contemporaneo: la relazione con le intellegenze artificiali (AI), le evoluzioni tecnologiche e in campo biomedico, gli scenari del nostro corpo in relazione alla connessione con le macchine e l’influenza con la vita e la nostra salute. Una bussola per me davvero fondamentale, invito a seguirlo nel suo sito: https://www.paolobenanti.com/

Per concludere questa infinita e prolissa presentazione della mappa che racconta le mie letture e alcuni territori attraversati durante il mio viaggio di questi ultimi mesi ho voluto segnalare Pietro Trabucchi, uno psicologo della sport che col suo “Resisto dunque sono” mi ha fatto approfondire la tematica della resilienza e invece col suo recente “Opus” (entrambi Corbaccio editore) analizza la tematica della motivazione, con alcuni elementi interessanti rispetto al cambiamento della capacità di resistere alle fatiche dovute all’influenza della vita digitale. Lettura davvero arricchente. L’amico Natale Brescianini con Alessando Panniti hanno invece scritto un libro a quattro mani molto particolare: “Spiritualità cristiana e Coaching. La relazione facilitante di Gesù” (edizioni La Parola, Roma 2017). È un testo che espone questa nuova forma di accompagnamento psicologico e spirituale, il coaching, con un’analisi e approfondimento delle modalità relazionali di Gesù come maestro che aiuta a far emergere la massima espressione e realizzazione delle persone che incontra.

Negli spazi di un blog non è conveniente spingersi oltre nelle considerazioni che ognuno di questi testi citati invece richiederebbe. Quello che volevo esprimere era piuttosto il senso di collegamento e richiamo reciproco che ho trovato in questo periodo di letture e studio. L’immagine iniziale, la mappa delle connessioni laiche 2.0, ne è la più elaborata, anche se simbolica, espressione.

Francesco Maule

15 dicembre 2018