Diari dalla Fortezza Bastiani #2

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Stiamo vivendo in una Fortezza Bastiani meno repressiva e angusta di quella dei mesi scorsi, ma l’invisibilità del nemico, la sua incomprensibile e minacciosa presenza, restano uguali. Ho iniziato a fare attività per me vitali, come l’andare in bici, incontrare gli amici, allenare i ragazzi del BMX. Il nuovo progetto “mediatico” è in attesa, sto continuando a provare, ma alcune lacune tecniche mi stanno rallentando. Devo solo trovare quella spinta, che potrebbe anche essere esterna, che mi fa buttare e poi forse tutto verrà in modo consequenziale.

Sono giorni sempre densi di accadimenti, ‘sbandamenti’ li chiamavo due estati fa, condizioni esistenziali in cui è necessario continuamente ritrovare equilibrio e riposizionamento (soprattutto interiore). La BMX su questo è veramente maestra.

Concludo questo breve post con la foto dei libri recentemente acquistati. Il libro di Rumiz l’ho terminato questa mattina e non posso che consigliarne vivamente la lettura.

Scrive Rumiz nelle pagine conclusive del suo “Il veliero sul tetto” (p. 118):

“Questo diario, partito da notazioni marginali sul quotidiano, si sta allargando a temi sempre più ampi: la dignità dell’individuo, il fallimento del consumismo, la visione di un’Europa insonne e piena di nemici, l’urgenza di una rifondazione civica del Paese, il bisogno di una nuova Resistenza contro chi rapina il mondo e vorrebbe toglierci la libertà stabilizzando i decreti emergenziali a proprio favore. Col passare dei giorni ho visto la paura del virus ridimensionare quella dell’immigrazione, ossessivamente gonfiata dai sovranisti, ma anche depistare noi tutti dalla percezione del Diluvio prossimo venturo. Abbiamo discusso troppo poco di clima, di povertà del mondo e di questa economia pronta a controllare la nostrà intimità anche con governi illiberali e dittature. Non si sono visti politici capaci di grandi visioni, e oggi rischiamo che la lezione non serva a nulla.”

Quando una “fortezza” non reprime creatività, capacità di riflettere e “guardare” il mondo, ci si può ritrovare capaci di una visione e narrazione nuove, che anche io sto faticosamente cercando di esprimere.

Francesco Maule

4 luglio 2020

Accadimenti

Autoscatto pochi minuti prima della brutta avventura…

In questi giorni si sono intrecciate e sovrapposte alcune vicende che mi hanno profondamente sconvolto emotivamente. Non di tutte vorrò e riuscirò a scrivere, ma per capire la particolarità di ciò che è accaduto, e che in qualche modo ha ridefinito tutte gli altri eventi che mi stanno “frastornando”, scrivo del momento più brutto.

In questi giorni sto facendo delle stupende uscite in bicicletta MTB Enduro con l’amico Rudy. Spesso usciamo di buon mattino. Con lui ho iniziato a parlare di un’idea che sto elaborando e che presto (spero) inizierò a condividere anche qui nel blog. A fine giro lui ha ripreso l’auto per tornare a casa. Io ho preferito continuare la pedalata tornando a casa in bici. In quei minuti, rimasto solo, ho girato un video in cui ho parlato degli “accadimenti”. Un giorno dovrò trovare il coraggio di condividerlo.

Pochi minuti dopo, nella provinciale che unisce Valle di Castelgomberto a Sovizzo, ho visto la morte in faccia. Davanti a me, nella corsia opposta, viaggiava un grosso trattore seguito da una fila di automobili. All’improvviso, e con una velocità pazzesca, la prima auto della fila ha iniziato il sorpasso, invadendo completamente la corsia opposta, quella in cui io stavo procedendo. Millesimi di secondo, un film che non mi si toglie dagli occhi. Mi sono tuffato sulla destra dove il fosso finiva grazie a un passaggio carrabile che dava all’ingresso di un’abitazione. Non sono caduto, sono riuscito a rimanere in piedi, ad alzare un braccio stizzito e poi resomi conto che avrei potuto esser stato disintegrato, il crollo, emotivo.

Ho raggiunto la casa dell’amico Dario, poco lontana, ed entrato nella sua cucina la diga emotiva è tracimata. Mai ho provato una paura simile, mai ho visto la morte da così vicino. Rabbia, paura, spavento, incredulità, mille pensieri che si rincorrevano, il tentativo di cercare di capire cos’era accaduto (non mi aveva visto? non gli o le interessava uccidermi pur di concludere il sorpasso?), una sensazione di aver scampato un pericolo enorme, incomprensione, pensiero e compassione per tutte le vittime (ciclistiche in particolare) della strada, un flusso continuo che in parte è ancora qui che mi scorre dentro…

Oggi va meglio, inizio a parlarne e a scriverne perché a questo si sono collegati altri “accadimenti” che in parte ho provocato, in parte mi sono arrivati inaspettati. Sarà necessaria altra rielaborazione. Ma non mi fermo, in questo viaggio pericoloso e drammatico che è la vita, fragile, stupenda, incomprensibile.

Francesco Maule

26 giugno 2020

capitolo (DAD) chiuso

Chiudere un capitolo

Gli impegni scolastici di questo strano anno sono quasi finiti. Sento il bisogno di chiudere il capitolo, anche se in modo non esaustivo e definitivo, con la cosiddetta Didattica a Distanza (DAD).

Qualcuno l’ha chiamata didattica di prossimità, altri didattica divergente, altri didattica digitale…

È successa questa cosa terribile della pandemia, le istituzioni hanno reagito, bene o male difficile da valutare dal mio punto di vista, con le restrizioni e limitazioni di cui tutti sappiamo e che abbiamo vissuto per tre mesi. Gli insegnanti e la scuola hanno risposto in modi diversi, con una prontezza diversa, con stili diversi, ma una risposta c’è stata. Ed è stata questa famosa DAD. Ora il ragionamento deve partire da qui, senza scivolare nei due estremi:

– la DAD è stata un fallimento, è inutile e dannosa, è la fine delle relazioni educative e formative.

– La DAD è la nuova via, dobbiamo continuare con questa modalità, occorre digitalizzare il più possibile la formazione.

Tra questi due estremi gli insegnanti hanno vissuto quest’esperienza, hanno provato strumenti, strategie, metodi inediti, si sono messi in gioco. Si è trattato di una situazione che ha richiesto fatiche, adattamenti, nuovi orizzonti di apprendimento (per chi li ha voluti scoprire) anche per studenti e famiglie.

Ora, con un certo ritardo a mio parere, ma in modo opportuno per una giusta distanza secondo altri, si stanno rielaborando vissuti, esperienze, testimonianze e ragionamenti su quanto vissuto in questi mesi di scuola. Io la vedo come un’opportunità per rileggere e interpretare quest’esperienza che in alcuni momenti mi ha visto particolarmente frustrato e perplesso, in altri motivato e propositivo.

Con alcuni amici colleghi e un piccolo gruppo di insegnanti abbiamo anche contribuito a creare uno spazio di riflessione e confronto che abbiamo chiamato “camomilla digitale”.

Ora desidero chiudere questo capitolo con un elenco di materiali che in qualche modo mostrano anche la sovrabbondanza di contenuti emersi in questo periodo, che possono aprire davvero nuovi scenari di ripensamento per una scuola inclusiva, innovativa e incisiva (queste tre “i” mi sono venute ora e potrebbero essere uno slogan per qualche campagna elettorale…).

Inizio con un video, che vuole strappare un sorriso, di Davide Stefanato, attore e prof. che ringrazia sarcasticamente i suoi alunni e aspetta il giorno in cui potrà riguardagli negli occhi…

In generale per trovare materiali da leggere e per rivedere due webinar sul tema invito a seguire blog e pagina fb di scuolavicentina.

Segnalo inoltre un incontro che personalmente ho trovato molto arricchente e rigenerante dopo mesi di fatiche e solitudini. È stato organizzato da forum di Limena ed è possibile rivederlo qui: https://www.facebook.com/forumlimena/live. È lungo ma ne vale la pena.

Condivido inoltre le tracce degli interventi mio e di Mauro Marzegan alla serata di “Camomilla digitale”. Sono privi di tutta la parte si spiegazione e narrazione che li possono in qualche misura rendere comprensibili, ma desidero condividerli almeno come suggestioni del lavoro iniziato.

La mia introduzione è una presentazione su canva.com:

 

Edit Mauro Marzegan

Quella di Mauro invece è su prezi qui.

https://prezi.com/view/Qf6Afqx9x98ArTtSbnXQ/

Infine desidero concludere con la segnalazione di un libro letto nelle scorse settimane, Il preside di Marco Lodoli. Mi è sembrato interessante Lodoli abbia trovato in questa figura la chiusura della sua serie di narrazione sui naufraghi della contemporaneità, come li chiamo io. Segnalo il link per una delle recensioni più pertinenti ma invito a leggere il libro questa estate.

“Chiudo” questo capitolo, lasciando spazi e desideri per una futura riapertura della tematica, con questa citazione di Michele Visentin, tratto dal suo intervento sopracitato per il Forum di Limena.

Francesco Maule

Nei mesi prossimi gli attori della scuola devono intercettare quel vissuto comune, quando molti studenti, docenti e genitori sono entrati in contatto in modo diverso con la scuola. È necessario progettare momenti di condivisione e riflessività perché emerga tutto il potenziale innovativo che in questi mesi abbiamo intravisto

[Michele Visentin] 

diari dalla Fortezza Bastiani #1

Mi ero impegnato a scrivere e pubblicare delle riflessioni, una sorta di diario, di questo periodo, condividendo quest’idea anche con alcuni amici e amiche. L’invasione di altre proposte di questo tipo mi ha in parte demotivato nella condivisione, ma non nella faticosa ricerca di appuntare e fermare con le parole alcuni pensieri ed intuizioni emerse in queste settimane, che oramai sono diventati mesi.

Oggi è un giorno particolare, chi mi è vicino e mi conosce bene sa il perché. Trovo quindi il giusto stimolo e adeguata ispirazione per iniziare a condividere qualcuno dei frammenti di questi diari dalla Fortezza Bastiani. Alcuni scritti sono frutto di una sedimentazione o, come si direbbe in linguaggio monastico, di una ruminazione di pensieri e parole, altri sono poco più che piccoli satori, piccole illuminazioni o intuizioni ancora da rifinire.

# rendere grazie

C’è il riconoscimento di un privilegio, di una pienezza, una soddisfazione che emerge e si è affermata in questa situazione, per me stesso e per le relazioni che mi costruiscono e mi costituiscono.

Per la mia famiglia, per le cose che scrivo e dico (sempre poco umile, lo so, ma non è riconoscimento di una bravura, piuttosto il riconoscimento della possibilità di trovare nelle parole e nella scrittura parti di me stesso che gradisco e riconosco). Grazie.

Grazie per questo amore che mi abita e di cui sento di non avere alcun merito. È felicità? È passione? È esser sceso a patti, un compromesso esistenziale, con la comprensione di un senso della vita?

Rendo grazie a Dio, benedico e dico grazie a voi tutti che mi sopportate, rendo grazie alla Vita, al pensiero, al corpo, a tutto ciò che non viene mai nominato né con i pensieri, né con le parole, né con la poesia. Cresco.

# scrivere

Elisabetta mi invita sempre a non rischiare di scrivere citando altri autori o condividere troppo il pensiero di altri, di essere più personale, diretto, forse meno intellettuale e più “sapiente”. Non credo di riuscirci sempre. Credevo di trovare maggiormente il tempo e le condizioni per una scrittura più composta, fluida, di ampio respiro, con un andamento meno sincopato e didascalico. Anche oggi non sarà così, solo hastag con qualche frase, più o meno insulsa, sotto.

# principio monastico

Clausura, reclusione, deserto, preghiera, meditazione, consapevolezza. Sono solo alcuni termini che sentiamo ripetuti in questo periodo, anche in ambiti e contesti non religiosi, riesumati improvvisamente dalla tradizione monastica ed eremitica.

Il “principio monastico” o “monachesimo interiore” che tanto mi appartiene, così comune a tutte le culture e tradizioni spirituali, e che il secolarismo sembra denigrare o dimenticare, talvolta, in tempi difficili, riemerge e prospetta all’umanità le sue fonti sapienziali.

# quali narrazioni? Dove siamo?

Non è facile riposizionarsi, soprattutto quando il ritrovarsi è obbligato e innaturale. Ma è semplice e complicato ugualmente. Restare a casa, nella propria casa, nel luogo in cui dormiamo, nel luogo che spesso desideriamo, alcova felice e serena, dove gli affetti e la cura è dominante. Oppure la casa è il luogo che per qualcuno è solitudine e isolamento, per altri è incubo, è groviglio insano di dinamiche opprimenti.

Come si sta modificando la mente? Come stiamo ricalibrandoci nella ridefinizione di tempi e possibilità?

Io credo sia necessario affidarci alle narrazioni, lunghe e che si sviluppano in modo progressivo e coinvolgente. Ma non tutte le narrazioni che abbiamo ascoltato o che ci hanno invaso in questo tempo sono state utili. Ci voleva lucidità e pazienza per setacciare e riconoscere. Occorreva stare, occorreva allontanarsi.

Ora è qui che siamo, è qui che dobbiamo capire di essere.

E dobbiamo fare incetta di energie e carica emotiva per affrontare la ripartenza che sarà affannosa e indescrivibile. Ma siamo solo all’inizio del guado, servono energie per superarlo, per questo restare che ci affanna e ci inquieta, e serve una riserva di sapienza e consapevolezza da costruire e preservare per il tempo della nuova uscita, rinascita sociale o chiamiamola semplicemente col suo nome: libertà.

# diari dalla fortezza Bastiani

Il riferimento è al libro “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati che ho riletto la scorsa estate. Da allora mi accompagnava quest’idea del rileggermi alla luce della vicenda dell’ufficiale Giovanni Drogo. All’inizio di questa fase più serrata di distanziamento sociale ho voluto immaginarci tutti dei Giovanni Drogo rinchiusi forzatamente in una fortezza Bastiani collettiva. Da lì si sarebbero sviluppati dei diari che narravano l’attesa, lo scrutare un orizzonte in cui nulla accadeva, il non poter scegliere un cambiamento o l’adattarsi ad un’inerzia quotidiana passiva e deprimente, rivedersi e vivere specularmente la vicenda del protagonista del romanzo di Buzzati. I diari sarebbero stati molteplici, la fortezza è una sola. L’idea è questa. Chi vuole cerchi una divisa da ufficiale, e affondi in quest’attesa con me.

# figli

Ogni volta che dobbiamo affrontare una cosa nuova ci sentiamo sempre inadeguati. Questa sensazione o convinzione, l’idea che in qualche modo non siamo pronti ad affrontare una cosa nuova, ci può bloccare e non far cambiare mai. Ho pensato che la cosa più “incosciente”, “alternativa”, “rischiosa”, “imbarazzante”, che abbia fatto in vita mia sia stato “fare” dei figli (ne ho due, di 12 e 16 anni).

L’essere genitori è la cosa che ti fa sentire più inadeguato, ignorante, limitato che esista, ma allo stesso tempo vedendoli crescere ti accorgi di quanto quel tuo poco sia immensamente generatore di vita (oltre a mille altre cose, ovviamente…). Una cosa che mi faceva commuovere mentre erano nel grembo di mia moglie era questa: questo essere un giorno penserà, farà le sue scelte, amerà a modo suo… Pazzesco. Da togliere il fiato. Poi ti ritrovi all’improvviso in casa un “giovane coglione” 16 enne, come lo siamo stati tutti e lo sono tutti i sedicenni, e qualche imprecazione ti scappa, ma così è questa sfida dell’esser genitori. Averli avuti entrambi in casa e averci trascorso così tanto tempo insieme è stato per me, per noi, una gran bella opportunità di cui rendo grazie.

# resilienza trasformativa

Ho ascoltato in una live di qualche settimana fa il prof. Giovannini (ex ministro del lavoro nel governo Letta e cooptato nella task force del Governo per la ripartenza) – in un confronto molto interessante e fruttuoso con Castegnaro (Forum di Limena) –  che parlava di resilienze trasformative, in merito alla necessità di cambiamento e ricostruzione dopo aver “resistito” all’urto di questa epidemia.

In fondo pensavo come forse ogni vita sia di fatto un processo di resilienza trasformativa. Penso in particolare alle capacità che tante persone dimostrano di resistere ai traumi, agli infortuni, alla malattia, ai lutti, ai cambiamenti che la vita a volta ti sbatte addosso, alle insoddisfazioni, piccole o grandi, che a volte ci attanagliano. E ci trasformiamo, non per alienarci da noi stessi, ma per avvicinarci sempre più a un “io” che ci piaccia e ci faccia star bene (forse esser felice…ma qui si apre un altro enorme scenario…). Ci vuole coraggio, determinazione, e molti che conosco ne hanno a tonnellate. A tutti i resilienti trasformativi: grazie.

Francesco Maule

7 maggio 2020

L’insegnamento appreso dal minuscolo SARS-CoV-2

 

 

 

 

 

Condivido un articolo di Piero P. Giorgi di analisi su ieri, oggi e domani, utile per riflettere su ciò che stiamo vivendo e ricco di sollecitazioni per il prossimo futuro.

Piero è membro della comunità del Centro Europeo di Gargnano (BS), scienziato e docente universitario,  è autore di due testi anche in lingua italiana (citati nelle note). Lo ringrazio per la disponibilità alla condivisione.

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Preambolo

Durante la seconda guerra mondiale la popolazione passava ore nei rifugi antiaerei; chi pregava, chi si lamentava, chi suonava l’armonica. E tutti pensavano: ce la faremo, dopo questa grande paura tutto tornerà come prima.

E così fu.

Male, molto male.

Una tragedia del genere (milioni di morti e feriti, un mondo da ricostruire) avrebbe dovuto farli riflettere. Chi o cosa ha scatenato questo mostro? Quale responsabilità abbiamo avuto noi piccole formichine? 1 Che cosa dovremmo cambiare per evitare che si ripeta?

No, non ci fu nessuna consultazione pubblica di questo tipo. I vincitori (quelli che hanno voluto la guerra, l’hanno finanziata e ci hanno guadagnato) decidono quello che vogliono e le formichine, distratte e contente, si godono la Pace e accettano tutto come prima, più di prima, con passione.

Non è una novità. L’abbiamo fatto da circa 7.000 anni (un fenomeno molto recente della nostra esistenza), modificando e peggiorando i rapporti sociali in modo disumano già dal tardo Neolitico, l’Era del Bronzo, ottima lega metallica per fare spade, non adatte a cacciare ma ottime per uccidersi tra di noi2. La minoranza in cima alla piramide sociale, capendo che il proprio tornaconto (basato sulla violenza e l’ingiustizia sociale) comportava cose orrende per le formichine, pensò bene di camuffare la tragedia chiamandola “Civiltà” e insegnandola a scuola nella materia chiamata “Storia”, una sfilza di violenze e progressi tecnologici accompagnati da una progressiva perdita di umanità. 3 Ci furono anche progressi nell’estetica (arte) e nella conoscenza del mondo (scienza), ma senza discuterne le implicazioni sociali e capire i meccanismi socio-politici che li promuovevano (es. Fascismo a favore di Marinetti e il futurismo) o li proibivano (es. la Chiesa contro Galilei e la teoria eliocentrica).

Vediamo ora le lezioni radicalmente nuove rivelate dal nostro piccolo maestro di scuola.

Un virus (termine latino che significa ‘veleno’) non è neanche una cellula, neanche una forma vivente: solo una molecola di acido nucleico (DNA o RNA) con una camicia di proteine e un mantello di lipidi, ma è piccolissimo, una frazione di micron, che a sua volta è un millesimo di millimetro. Può solo esistere dentro a una cellula infettata (parassitismo obbligato), dalla quale prende in prestito i meccanismi biochimici per duplicarsi e infettare altre cellule. Così facendo, causa malattie in piante e animali, ma lui non lo sa. 4

Da dove è sbucato il piccolo responsabile della sindrome COVID-19? La risposta ci porta subito al primo gruppo di lezioni.

Uomini, piante e animali

Solo pochi millenni fa gli esseri umani hanno cominciato a considerarsi padroni del mondo, i quali possono letteralmente cambiare e sfruttare piante e animali, cambiare e inquinare acque e terreni senza ritegno. Più recentemente il rapporto danno ambientale/vantaggio pubblico è diventato enorme, poco sostenibile, con pochissimi che lo notano e urlano di rabbia. Per esempio, per guadagnare più soldi gli allevatori hanno ammassato gli animali da carne (galline, maiali, ecc.) in spazi strettissimi, causando loro stress e malattie; li hanno quindi imbottiti di antibiotici e tra gli acquirenti sono apparsi i primi batteri patogeni resistenti a tutti gli antibiotici, molto pericolosi. 5

In questo sfondo generale d’ignoranza e disinteresse, in Cina hanno permesso alla gente di mangiare cani randagi ammalati, pipistrelli 6 e pesci male conservati nei mercati. Pare che il nostro piccolo SARS-CoV-2 sia appunto nato nella regione di Huanan o nel mercato di pesci e animali vari della sua capitale Wuhan, nel mese di novembre del 2019. Aveva poco più di due mesi e già appariva in vari paesi del mondo; una creaturina sveglia, molto trasmissibile anche se non molto mortale.

Lezione 1 – Per una democrazia efficace non basta indire elezioni ogni cinque anni. Bisogna anche provvedere all’Educazione Civica a tutti i livelli scolastici 7 , avere una stampa critica e indipendente, organizzare discussioni politiche ben dirette, serene, senza voci sovrapposte e aggressività, con dichiarazioni documentate e ragionamenti logici. E poi, in un paese veramente democratico gli interventi dell’amministrazione pubblica devono anche essere trasparenti e motivati. In una situazione del genere, con educazione e informazione, si potrebbero prevenire i problemi (le pandemie, nel nostro caso), non solo ricorrere a drastiche misure repressive dopo che sono apparsi. Covid-19 non è solamente un problema medico. Una volta passata la pandemia non dovremo tornare a “tutto come prima”.

Lezione 2 – Uno dei flagelli più dannosi nelle società complesse (quelle degli ultimi 5.000 anni) è la corruzione (una forma di violenza). Le cause della pandemia e i non rari esempi di ritardi nell’applicare i rimedi riguardano non solo l’incompetenza ma anche la corruzione, proteggendo certe categorie più che altre in occasione di decisioni drastiche per rallentare Covid-19. Non si può ridurre ed eliminare la corruzione senza una buona etica sociale8. Esiste una chiara distribuzione geografica nei livelli di corruzione mondiale. Smettiamo di considerare gli USA come modello di società da ammirare (come vogliono i mass media) e documentiamoci sui paesi (es. scandinavi) che appaiono in cima alle classifiche con i minori livelli di corruzione9. Poi decidiamo di imitare loro, non i falsi modelli impostici. L’Italia ha poi un grosso problema da risolvere riguardo il fenomeno delle reti criminali (mafia, camorra, ndrangheta e la cosiddetta mafia nigeriana)10. Una volta passata la pandemia non dovremo tornare a “tutto come prima”.

Lezione 3 – Le formichine sanno tutto sui telefonini. Lo hanno appreso dopo una reclame a tappeto (dieci pagine del Corriere della Sera comprate da Vodafone il giorno dell’uscita in vendita del loro primo smart phone) e dopo severe esclusioni (occorre uno smart phone per accedere a normali funzioni amministrative). Allo stesso tempo le formichine hanno una conoscenza a livello medievale della biomedicina. Va bene così, perché se sapessero come funziona il proprio corpo sarebbe molto difficile vender loro tutti quei prodotti che fanno male o nascondere loro le scelte corrotte fatte dal governo riguardo la salute. A proposito delle cosiddette “lotte politiche”, è più efficace offrire un’educazione civica e una preparazione scientifica alle formichine che votano (democrazia consapevole), piuttosto che organizzare un movimento di protesta contro una politica sbagliata dopo che è stata messa in atto. Per esempio, dopo il fenomeno infettivo degli altri due corona virus, SARS (2003) e MARS (2012), i finanziamenti concessi per studiarli furono molto pochi11. Per l’informazione in democrazia, vedi Lezione 1. Per l’inadeguatezza politica, vedi Lezioni 1 e 2. Se avessimo studiato bene gli agenti infettivi simili dieci anni prima e avessimo avuto governi più interessati alla prevenzione delle malattie che alla finanza, avremmo salvato molte vite. Questo è stato provato da due paesi, la Corea del Sud e Taiwan, che avevano fatto tesoro dell’epidemia di SARS del 2002. Esempi di paesi che all’inizio della pandemia hanno ostentato un’inazione criminale sono Francia, Inghilterra e Stati Uniti (in ordine alfabetico), con capi di governo arroganti; sono poi stati svegliati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, ma il danno, ancora da accertare, è stato fatto12. Una volta passata la pandemia non dovremo tornare a “tutto come prima”.

Smantellamento della Sanità Pubblica

Se consideriamo in particolare gli attuali paesi Europei e gli Stati Uniti, con una pronunciata stratificazione sociale (minoranza ricca e maggioranza vicino alla povertà) e una borghesia in via di diminuzione, 13 notiamo che questa tendenza si riflette anche nel sistema sanitario. Circa trent’anni fa l’industria della malattia (chiamata però “sanità”) ha cominciato a dividersi in due filoni: la medicina per i ricchi e quella per i poveri (chiamate però “privata” e “pubblica”). La seconda ha molto meno risorse ed è molto più lenta. E’ successo in silenzio, senza un dibattito pubblico preliminare, come tutti i cambiamenti che favoriscono gli interessi dei grossi investimenti, mentre le formichine sono distratte da TV e mass media.

Purtroppo l’intervento sanitario necessario per una pandemia è quello pubblico e l’atteggiamento giusto della politica in questa occasione sarebbe quello di chi gestisce i servizi per i cittadini, non quello di chi si occupa solo del potere. 14

Lezione 4. Ecco come il piccolo virus ha messo a nudo l’inefficienza dei due filoni di medicina (la facile diffusione dell’infezione), oltre che dimostrare la sua natura fondamentale ingiusta (più alta percentuale di morti tra i poveri). C’era proprio bisogno di una pandemia per farci capire che un regime sanitario giusto è quello disponibile per tutti e ben sovvenzionato dallo Stato? Chiediamoci perché il progetto del Presidente Obama di un’assistenza medica nazionale è stato talmente osteggiato dai conservatori statunitensi. Immaginiamo, sempre per capire la mentalità USA, che ci fossero due livelli nel sistema di difesa militare: un esercito sgangherato che difende i poveri e uno molto tecnologico per difendere solo i ricchi. A noi farebbe ridere, a loro forse sembrerebbe logico. Un articolo di Gael Giraud ha discusso recentemente come si dovrebbero modificare i nostri sistemi sanitari in vista di future pandemie virali, molto probabili considerando le alterazioni dell’ambiente causate dalle interferenze umane. 15 Buona idea. Una volta passata la pandemia non dovremo tornare a “tutto come prima”.

Per finire, una domanda: perché spaventarsi tanto del virus, quando …

Un bravo frate francescano italiano e missionario in Cina, Luigino Belloli, ha diffuso un testo sulla pandemia dall’impostazione originale in un certo senso ma preoccupante in un altro. In breve, egli si chiede: perché spaventarsi tanto del piccolo virus quando negli ultimi secoli è successo di molto peggio e questo non ci ha mai spaventati? E ci ricorda cose terribili ai danni di persone e dell’ambiente.

Nel paragrafo inquadrato qui sotto vediamo brevemente queste tragedie, cominciando da quelle per le quali potrebbe esserci una spiegazione della nostra insensibilità e continuando con le altre che dimostrano, invece, quanto siamo incoscienti (o distratti da chi non ci vuole consapevoli).


 

Da anni ci è stato detto che circa il 10% della popolazione mondiale consuma circa il 90% dei beni e servizi prodotti nel mondo. Altro dato: le proprietà dei pochi miliardari esistenti (solo 2.000 persone) corrispondono alle proprietà di ben 4 miliardi e mezzo degli oltre 7 miliardi di esseri umani sulla Terra (rapporto annuale Oxfam 2019). Anche se la notizia è impressionante, non sembra disturbare la formichina media europea che probabilmente ha ancora abbastanza risorse da vivere decentemente. Ma questa estrema differenza tra pochi ricchissimi consumatori e tantissimi poveri bisognosi non è solo immorale. Essa crea anche la crisi ambientale e sociale che uccide circa 8 milioni di persone all’anno, non ogni tanto come un virus, le uccide regolarmente ogni anno. Questo comincia a preoccupare chiunque abbia un minimo di senso etico o è capace di immaginare squilibri futuri anche peggiori.

Poi ci sono le 25 guerre attualmente in corso nel mondo con i loro morti, i loro senzatetto, i loro migranti, le loro spese militari. E con l’ONU incapace di arrestarle, perché le superpotenze, sempre coinvolte in un modo o nell’altro in queste guerre, hanno il diritto di veto 16 nel Consiglio di Sicurezza che dovrebbe intervenire.

Poi ci sono le multinazionali dei minerali, dell’agricoltura, dei prodotti chimici e farmaceutici che causano innumerevoli danni agli uomini e all’ambiente al fine di guadagnare di più e ancora di più.

Poi ci sono migliaia di bombe atomiche nei magazzini militari di tutto il mondo, mentre basterebbe l’uso, anche per sbaglio, di solo una decina per causare un “inverno nucleare” (una barriera di fumo e polvere contro i raggi del sole) che estinguerebbe tutte le forme viventi sulla terra. Non servono alla difesa, neanche come deterrenti. L’Italia, vergogna a noi, non ha ancora firmato e ratificato il recente Trattato ONU per eliminarle.

Un’ovvia alterazione ambientale, i cambiamenti climatici, quelli sì hanno già spaventato la gente, ma mancano (o non sono ancora permessi) i meccanismi democratici per protestare e costringere i governi a prendere misure serie. Quale tragedia globale (come Covid19) deve avvenire prima che misure d’emergenza (già fuori tempo massimo) vengano adottate per proteggere l’ambiente?


 

Conclusione

In breve, ecco la causa di questi orrori: la venerazione delle due divinità del Denaro e della Potenza da parte degli uomini. La conseguenza: l’estinzione della nostra specie in breve tempo 17 , se non ascoltiamo la lezione principale del piccolo virus: una volta passata la pandemia non dovremo tornare a “tutto come prima”.

 

Piero P. Giorgi

(aprile 2020). Questo testo può essere diffuso liberamente.

Note:

1 Useremo questo termine per riferirsi alla massa della popolazione controllata dall’alto attraverso i mass media, con la paura e l’ignoranza. Naturalmente il termine non è usato in senso peggiorativo, ma ci sembra quantitativamente significativo. Infatti la categoria che esercita il potere (non il Servizio, vedi nota 14) è sempre una piccola minoranza. Quella che soffre in seguito al potere esercitato male rappresenta un numero molto grande, le formichine. Ebbene, è proprio in insediamenti umani troppo grandi (senza più comunità umana) che la violenza ha trovato la propria origine e l’ambiente ideale per svilupparsi (vedi nota 2).

2 Per i dettagli sull’origine della violenza (non solo della guerra) vedi Giorgi, P. P. (2008) La violenza inevitabile – Una menzogna moderna. Jaca Book, Milano.

3 Sulla natura umana nonviolenta e il recupero della nostra umanità, vedi Giorgi, P. P. (2019) La rivoluzione nonviolenta. Gabrielli Editori, Verona.

4 La storia del passaggio di germi dagli animali d’allevamento agli uomini è spiegata in Diamond, J. (1997, 2019) Guns, germs and steel, pp. 103 e Chapter 11 (pp. 231-256, Table II.I, p. 247). Vintage, Londra. Edizione italiana: Armi, acciaio e malattie. Breve storia degli ultimi tredicimila anni, Einaudi, Milano. Il morbillo, la tubercolosi, il vaiolo, l’influenza, la pertosse e la malaria ci sono stati passati dagli animali che abbiamo allevato. Una curiosità: già nel 2012 David Quammen aveva preconizzato la possibilità di una malattia trasmessa da animali all’uomo in Cina e poi diffusa rapidamente nel mondo (Quammen, D., 2012, Spillover – Animal infection and the next human pandemic. W.W. Norton, New York). Vedi anche la sua intervista pubblicata su Yale Journal of Biology and Medecine, vol. 86 (1), pp. 107-112 (marzo 2013).

5 Sugli allevamenti intensivi e i loro problemi, vedi Quaderni del Bobbio (2010), n.2, p. 109.

6 Non si tratta dei nostri piccoli pipistrelli insettivori che volano al tramonto (Microchirotteri), ma di quelli grandi come cagnolini dei climi caldi che mangiano frutta, vivono spesso in numerose comunità sugli alberi e volano di notte (Macrochirotteri). Questi ultimi pare abbiano un sistema immunitario ottimo e si possano permettere di ospitare molti virus senza esserne disturbati. Così diventano un cibo pericoloso.

Ndr. Per approfondire: https://valori.it/cina-wet-market-commercio-animali-selvatici/

7 La Svizzera, per esempio, comincia a insegnare educazione civica nelle elementari, come la materia principale e insegnata dal Direttore della scuola.

8 L’Italia ha un’ottima Costituzione, con alti valori etici, i quali sono tranquillamente ignorati dagli amministratori. Ha anche delle buone regole sui rapporti reciproci d’indipendenza tra gli organi legislativi (parlamento), quelli esecutivi (governo) e quelli giudiziari (tribunali), ma le regole sono spesso bellamente trascurate. Il fatto è che l’etica sociale deve sussistere anche nella cultura della gente. Un paese con una maggioranza di “furbetti” non va lontano.

9 Vedi i valori di CPI (indice di corruzione percepita) prodotti ogni anno da sito di Transparency International.

10 I due fenomeni più dimostrativi sono a) L’uso che i governi italiani hanno fatto del Sud, già subito dopo l’unità nazionale, come fonte di voti in cambio di favori, attraverso accordi con le varie mafie, e b) il famoso, ma ufficialmente sempre negato, accordo tra Stato e mafia, subito dopo il maxiprocesso di Palermo contro 460 membri di Cosa Nostra (1986-92), seguito dalla fine del pool antimafia e dall’assassinio di Falcone e Borsellino. Ora che le mafie si sono ben integrate anche al Nord, non si tratta più di un problema geografico, ma di una tragedia di Stato, o per meglio dire, di una grave disfunzione della politica italiana.

11 Vedi l’articolo (in inglese) “Siamo stati avvisati, allora perché non abbiamo potuto prevenirlo?”, New Scientist, 7 marzo 2020, p. 9.

12 L’Islanda si è comportata da paese esemplare. Già alla fine del gennaio 2020, senza ancora nessun evidente caso d’infezione, ha cominciato una campagna di depistaggio (identificazione preliminare di persone infettate) salvando così molte vite. Informazione apparsa sul quotidiano belga La Libre, editoriale del 15 aprile 2020, basato su un articolo dell’importante periodico medico New England Journal of Medicine del 14 aprile, firmato da ricercatori di università islandesi finanziati dalla società deCode Genetics).

13 Questo è un vecchio problema. Le società complesse hanno cominciato a stratificarsi già all’Età del Bronzo, a causa dell’emergente specializzazione professionale e del conseguente vantaggio di alcuni mestieri nel baratto (Giorgi, 2008, citato in nota 2, pp. 82-94). Il modello piramidale, con nobiltà e sacerdoti in alto e contadini e schiavi in basso, è poi stato la regola per alcune migliaia di anni, fino al Medioevo, quando una borghesia capace e operosa (poi anche istruita) si è incuneata in mezzo e ha cominciato a disturbare gli equilibri dello sfruttamento dall’alto, creando poi (nell’Ottocento) pressioni per ottenere più giustizia sociale. Nel secondo dopoguerra, la mancanza di poteri istituzionali per le ex categorie privilegiate, l’indebolimento della borghesia creativa e il terrore del Comunismo hanno giustificato progetti illegali “sotto copertura” usando “elementi deviati”, spesso con la collaborazione di governi stranieri. Questo ha portato, a partire degli anni 1960–70, all’attuale crisi della democrazia nei paesi europei.

14 Per la differenza tra politica di potere e Politica di Servizio, vedi Lunari, A. (2014) Eric Wolf e la nuova antropologia. Tesi di Laurea Magistrale (Università degli Studi di Milano – Bicocca, Antropologia Politica), sez. 6.3, “Uno studio specifico – Italia 2012-2014”, pp. 77-91.

15 Giraud, G. (2020) “Per ripartire dopo l’emergenza Covid-19”, La Civiltà Cattolica, Anno 2020, volume II, Quaderno 4075 (4 aprile), pp. 7-19 (disponibile online sul sito del periodico).

16 Questa regola dell’ONU è incredibile e contro il vero ideale di questa tormentata istituzione. Già la Società delle Nazioni, voluta dal Presidente USA Woodrow Wilson, iniziò nel 1920 ma fallì per l’opposizione dello stesso partito repubblicano USA. Nessuno in ambiente internazionale osa discutere sul veto o volerlo eliminare. Di cosa hanno paura?

17 Vedi Giorgi (2019), citato in nota 3, pp. 102-109.

CONNESSIONI (A)TEE 2.0.2.0.

Il rendere conto della propria fede in Dio è quanto mai complicato e riguarda un aspetto intimo e personale che non è mia abitudine esternare in modo disinvolto e apologetico. In questo periodo ho pensato di rintracciare alcuni “pilastri” su cui potrebbe fondarsi un eventuale percorso di riflessione sul tema della fede, del credere, del religioso. Ho redatto quindi una delle mie solite “mappe” che ho intitolato “Connessioni (a)tee 2.0.2.0.” dove ho fissato alcuni dei testi e degli autori che mi hanno provocato, educato e/o formato in ambito teologico e spirituale. Non tutti questi libri gli ho letti interamente (la maggior parte sì), ma questi autori sono una selezione che ho individuato se dovessi rispondere alla domanda: «se io volessi confrontarmi con “sapienti”, scrittori e teologi che mi aprano orizzonti di pensiero e riflessione potenti e stimolanti, chi mi indicheresti?»

Di ogni testo o autore potrei scrivere o parlare a lungo (per Etty Hillesum, Raimon Panikkar, Jacques Dupuis nel blog si trova qualcosa), ma preferisco lasciare anche alla curiosità vostra l’eventuale accesso a qualcuna di queste opere. Ovviamente ogni credente o “pensante” ha una sua biblioteca-bibliografia-mappa su questo tema, questa è la mia.

Mappa Connessioni Atee 2020

«L’ho visto! È risuscitato»

«L’ho visto! È risuscitato»

Eravamo sul punto di separarci quando Caifa mi strinse familiarmente un braccio per segnalarmi un assembramento che si stava formando all’angolo della piazza.
Montata su un asino, avanzava una donna, una donna matura, molto bella. […] Il suo sguardo sereno sembrava vedere cose che gli altri ignorano.
Caifa sussurò il suo nome: «Maria di Magdala».

Lo scoprivo non senza meraviglia. C’era qualcosa di nobile nell’eleganza di una pettinatura semplicissima: i folti capelli neri erano semplicemente portati in avanti e spiovevano sulla spalla sinistra. Eretta sul suo asino, incarnava la maestà sovrana.

Caifa interferì nella mia contemplazione. Mi spiegò che era solo una prostituta dei quartieri settentrionali.

Le donne le correvano incontro come attratte dalla forza che emanava.

«L’ho visto! L’ho visto! È risuscitato».

La donna bruna pronunciava queste parole con voce calda e profonda, segnata dalla stessa sensualità dei suoi occhi bistrati e delle sue lunghe ciglia cariche di stupore. Scese dall’asino, abbracciò le compagne.

«Rallegratevi. È risuscitato. Dov’è sua madre? Voglio dirglielo».

Tra la gente attorno a lei si aprì un varco.

Da una casupola di argilla e sassi, uscì una contadina. Il suo volto invecchiato denunciava le angustie di una vita di lavoro, le fatiche di un’esistenza difficile e il gonfiore impresso da un recente tormento. Allargò tuttavia le braccia e porse le sue mani sciupate e nodose a Maria di Magdala. Quella vecchia madre che aveva appena perso uno dei suoi figli in un supplizio umiliante trovava ancora la forza di spalancare le braccia a chi veniva in visita da lei.

Ma la prostituta si gettò ai suoi piedi.

«Maria, tuo figlio vive! Non l’ho riconosciuto subito. La voce, gli occhi mi erano familiari. Ma aveva un cappuccio. Tutto ciò che lo sconosciuto andava dicendomi mi colpiva dritto al cuore, e così mi sono avvicinata. Allora l’ho riconosciuto. Mi ha abbracciata e mi ha detto: “Và, annuncia la buona notizia al mondo intero. Jeshua è morto per tutti voi, e per tutti voi è risuscitato”. Tuo figlio vive, Maria! È vivo!».

La donna anziana non si muoveva più. Ascoltava in silenzio le parole della Maddalena. Invece di sentirsene consolata, sembrava abbattuta, gravata di qualche nuovo peso. Pensai che stesse per cadere.

Poi due lacrime, lentamente, presero forma sotto le sue palpebre arrossate. Alla fine, era il dolore che scattava, che doveva trovare sfogo. Ma i singhiozzi non si fecero sentire. La luce che aveva negli occhi cambiò, ritornò alla vita, e adesso, su quella vecchia maschera di pelle raggrinzita, brillava il suo magnifico, luminoso, il suo grande e limpido amore per il figlio, radioso come un’alba sul mare.

Éric-Emmanuel Schmitt, Il vangelo secondo Pilato, San Paolo Editore, Milano 2002. Pagg. 170 – 172.

***

Una lettura laica della Pasqua potrebbe essere questa: la forza della vita che supera i nostri limiti, le nostre fragilità, la nostra tristezza e ogni disperazione (mancanza di speranza).

Una gioia che irrompe, una conoscenza che cambia la luce negli occhi.

Che ognuno trovi la sua Pasqua, la sua risurrezione. Auguri! Francesco

Incontro del Risorto con Maria di Magdala | Rupnik |
centroaletti.com

Quarantena e Quaresima. Ermes Ronchi

Siamo alla fine di questa particolare quaresima e alle porte del Triduo Pasquale. In questo tempo, come Gesù nel deserto o come il popolo d’Israele nel tempo dell’esodo dalla schiavitù alla liberazione, abbiamo dovuto capire cose nuove di noi stessi, della nostra vita, delle nostre relazioni e priorità. Desidero condividere questa intervista (con qualche mio lieve adattamento redazionale) a Padre Ermes Ronchi, che vive al convento di Santa Maria del Cengio a Isola Vicentina, per avvicinarci alla Santa Pasqua con questo invito al cammino verso la luce e la bellezza di Dio. F.M.

Coronavirus Covid-19 e Quaresima. Ermes Ronchi: “Cenere e deserto per mettersi in cammino verso la luce e la bellezza di Dio”

Tra emergenza sanitaria e Quaresima c’è un singolare legame, quello delle rinunce e dei sacrifici. Una sorta di duplice “digiuno” che si aggiunge alle privazioni – piccole o grandi – che i credenti solitamente si impongono in questo periodo di preparazione alla Pasqua: digiuno della messa, per questi ultimi, e delle relazioni, per tutti, finalizzato al contenimento della diffusione del coronavirus. Eppure, secondo il teologo, questo tempo di emergenza ci ricorda la nostra fragilità, ci insegna a rispettare la vita, ci fa riscoprire il bene comune, ci riporta alla nostra interiorità. “Sono giorni in cui sentirsi incalzare da qualcosa che ci preme dentro ed è più caldo, più intenso, più luminoso di tutto ciò che ci preme da fuori”

In un tempo spiritualmente forte come la Quaresima, l’emergenza sanitaria ci costringe a fare i conti con qualcosa che non vorremmo ammettere: la nostra fragilità. “In questi giorni avverto anzitutto il sentimento della precarietà della vita che posso perdere da un momento all’altro e, al tempo stesso, della vita come dono”, rivela al Sir p. Ermes Ronchi, teologo dell’Ordine dei Servi di Maria, scelto nel 2016 da Papa Francesco per guidare gli Esercizi spirituali di Quaresima per il Pontefice e per la Curia romana.

Ermes Ronchi

Padre Ronchi, che cosa sta nascendo di buono in questo tempo di emergenza?
La consapevolezza che la mia esistenza e quella degli altri non dipendono da me; non sono io il padrone della vita. Basta un virus – ancorché con un nome regale – a metterla a rischio. Un virus che può aiutare tutti noi a purificarci dalla nostra indifferenza di fronte a questo mistero che la nostra società tenta di controllare e a volte “dominare” attraverso il progresso scientifico-tecnologico.

Questa emergenza è in realtà un invito a servire la vita.
Anzitutto ponendo fine alla superficialità, all’indifferenza, all’egoismo che fa mettere me al centro di tutto; quindi non dimenticando che tutto è dono. La salute e il buon funzionamento, oggi, delle cellule del mio corpo sono un dono da riscoprire; nulla è scontato o dovuto. […]

Quaresima significa quarantina, ossia quarantena, in sorprendente analogia con quanto stiamo vivendo. Quali frutti positivi possono derivarne?
Chissà che questa precarietà, il senso di un “nemico” che incombe su di noi non siano davvero le ceneri che in alcune zone la liturgia del mercoledì non ha potuto imporre. Sono probabilmente queste le ceneri che imponiamo sulla nostra esistenza per incamminarci verso la luce sfolgorante della Pasqua, prefigurata dal Vangelo della Trasfigurazione. Se accogliamo queste ceneri fatte di limiti, rinunce, paure, fatiche, malattia, sofferenza, morte, allora possiamo entrare in una consapevolezza più grande, quella di essere coinvolti e responsabili gli uni degli altri, base del vivere civile e del vivere cristiano.

‘In ognuno di noi c’è l’orma di ognuno; in ogni vita entrano in vari modi tutte le esistenze’.

La Quaresima accende una luce sulla nostra precarietà: il Vangelo della prima domenica di Quaresima ricordava che non di solo pane vive l’uomo. Non possiamo vivere trasformando tutto in beni economici; in momenti come questi ci accorgiamo che il re capitalista è nudo e che si vive anche di contemplazione, di bellezza, di relazioni, di sapienza.  Ma viviamo anche di vita donata per curare gli altri, come quella di questi eroi moderni che sono i medici e gli infermieri che soffocano la paura per dedicarsi con abnegazione a chi è fragile e malato.

‘Questi giorni “senza” possono costituire un’opportunità per dedicarci a qualcosa che di norma fuggiamo come un nemico: l’interiorità’.

Si può avere tempo per meditare, pregare, camminare, vivere la pura gioia del dono e del ringraziamento, viaggiare interiormente in compagnia dei grandi di ogni tempo.

Questo è il momento di rientrare in sé, tornare all’interiorità, al mio io che si accende davanti al mistero della vita e al mistero di Dio. Sono giorni in cui sentirsi incalzare da qualcosa che ci preme dentro ed è più caldo, più intenso, più luminoso di tutto ciò che ci preme da fuori.

fonte: https://www.agensir.it


Alcune mie poesie del 2009: Triduo Laico https://elbagolo.wordpress.com/2012/04/09/triduo-laico/

Il Buco

IL BUCO

>>spoiler alert<<

Tollero sempre meno le rappresentazioni. O mi annoiano o mi innervosiscono. Quelle più retoriche, didascaliche e/o pseudo-filosofiche/morali ancor più.

Uno studente mi ha consigliato di vedere il film “Il Buco” (El Hoyo – The platform) uscito da pochi giorni su una nota piattaforma di distribuzione di film in streaming.

Eccola lì la macchina perfetta, il meccanismo costruito e rodato impeccabilmente, il matrimonio di convenienza più stabile della storia, il legame tra consumismo e industria dell’intrattenimento a dirci che facciamo schifo, siamo egoisti e ci estingueremo per la rapacità reciproca.

Il massimo del dileggio culturale e personale (che comunque in non poche fasi il regista si permette, talvolta in modo gratuito e brutale, di rivolgere allo spettatore) potrebbe prevedere le seguenti fasi: andare a vedere questo film in uno dei soliti multisala di prima periferia, dopo averlo visto andare a mangiare (eh si, cosa non scatena la fame e cosa non rappresenta il cibo…) in uno dei soliti fast-food per poi concludere il pomeriggio o la giornata passeggiando per le “gallerie” del solito mega centro commerciale che è li di fronte, guardando vetrine di negozi, ripetendoci che si, facciamo schifo, siamo egoisti, che se chi si trova nell’abbondanza non si accaparrasse di più dei propri bisogni ce ne sarebbe per tutti.

Come se non fosse questo matrimonio il più rapace e affamato sistema di fagocitazione sociale… ma non è mia intenzione soffermarmi sulla dimensione politica ed economica che il film tenta di criticare o rappresentare.

Ma andiamo con un po’ di ordine, anche se queste riflessioni non vogliono essere una sistematica recensione, quanto piuttosto un flusso di considerazioni nate dalla visione del film.

Genere: distopico. Rappresentazione di una realtà possibile (futura?) in un contesto e in un tempo non identificabile, dove alcuni elementi della realtà si evolvono in una dimensione spesso degenerata dell’umanità e della società.

Non disdegno questo genere, spesso lo utilizzo per riflettere su ciò che siamo e che potremmo diventare.

Ne “Il Buco” siamo in un “centro di solidarietà verticale autogestita”, non sappiamo se sia un carcere o struttura di rieducazione o luogo di un esperimento sociale più o meno volontariamente ricercato (una specie di reality show poco più osceno e sanguinario di quelli già in voga nelle nostre TV?).

In ogni piano due persone e una piattaforma con del cibo che parte dai piani alti e scende fino alle camere più in basso… Non dico altro, sul film, per ora.

Dico però questo: non lasciamoci prendere per il culo da questi prodotti di intrattenimento.

Non è così, non siamo così!

E allora mi e vi chiedo: a cosa servono queste rappresentazioni?

Se venisse rappresenta quella moltitudine di umanità che ha scelto, accetta e coltiva la sua “razione”, per il bene di un altro o altra o della società intera, interesserebbe a qualcuno? Tra l’altro riflettevo sul termine razione in assonanza con ragione/ razionale che ne “Il buco” sembra sfumare e degradare nell’animale o nell’emotivo – cfr. l’unico libro presente che è il Don Chiscotte.

Sul tema della solidarietà autogestita pensate a quanto in fondo sia già attuata e concretamente attiva. Quanto limitata e ininfluente è oggi la politica e quanto colmi le sue lacune la cosiddetta società civile, una solidarietà pervasiva e spesso autogestita e informale.

La si trova soprattutto nelle periferie, nei quartieri, nei palazzi, nelle associazioni, spesso anche nelle scuole.

Insomma una riflessione sulla natura (?!?) umana ci può stare, una rappresentazione del suo cinismo pure, il tentativo di salvare almeno un messaggio positivo (la panna cotta/la bambina) nel marasma di aberrazione tenta una sua eloquenza, la forza dell’ambientazione minimale che ne fa quasi un’opera teatrale, il tema del sopra e del sotto che in questi tempi si sta riproponendo spesso (cfr. Parasite, Stranger Things, Arietty) anche.

Non mi soffermo sulla marea di citazioni simboliche di cui è intriso il film:

-cibo/carne => Gesù/eucarestia (cfr. la citazione dalla preghiera eucaristica di Gesù dal Vangelo di Giovanni da parte della “martire” ex collaborazionista inconsapevole…);

-333 livelli => mezzo inferno? (666/2);

-Don Chiscotte => l’unico che porta un libro salva tutti: è la lettura/letteratura la immaginazione/fantasia che ci salveranno?

-Il tema della fede. “Credi in Dio? Questo mese no!”

-Complicità. Coscienza. Colpa. Il fatto di sapere o meno cosa avveniva dentro al centro verticale da parte della reclutatrice dell’amministrazione => cfr “La Banalità del male” (Hannah Arendt1) dei collaborazionisti…

-Il tema del sacrificio redentore del finale…

In fondo però “Il buco” è un film sulla fiducia (o mancanza di questa).

Il protagonista crede che esista davvero il figlio della donna assassina che sale e scende sulla piattaforma. E questo lo spinge a cercare un’uscita e una “salvezza”.

I due protagonisti della parte finale, ai limiti della o nella follia, intraprendono una scelta di fiducia reciproca. Il “saggio” che spiega l’importanza del messaggio (la panna cotta) dà ai due “redentori” una lettura del loro percorso, e loro vi credono. Il protagonista ha iniziato il suo percorso verso l’abisso e l’aberrazione perché non ha avuto fiducia nel suo primo compagno di stanza che gli aveva prospettato un’alternativa che, per quanto terribile e disgustosa, era non meno drammatica e ripugnante di quanto poi lui si sia trovato costretto a praticare.

Film duro, che lascia il segno, e questo fiume di parole e riflessioni ne sono l’emblema.

Ma non occorre guardarlo, anzi, fatene a meno, soprattutto in questi giorni.

Non siamo così, non abbiamo bisogno di nessuno che ci dica solo la violenza, la sopraffazione, l’ingordigia di cui siamo capaci e che talvolta ci rende schifezza.

Siamo chiusi in casa, per il bene di tutti. È già tanto. Siamo bravi, siamo solidali2, accettiamo le regole, i decreti, per lo più pazientemente e correttamente.

Rappresentanti, rappresentatori dell’immaginario umano, se siete davvero bravi, rappresentate la realtà.

Francesco Maule

3 aprile 2020

Per approfondire o leggere/ascoltare altre voci e riflessioni (tra le molte che si trovano in rete) segnalo:

https://www.cinematographe.it/rubriche-cinema/focus/il-buco-film-spiegazione-finale/

“Il Buco”, il cinema tra Disuguaglianza, Cooperazione e Animalità – DuFer e Boldrin:

https://www.youtube.com/watch?v=1deSClwz2l4

http://www.cineforum.it/recensione/Il-buco

1 Nel suo resoconto del processo ad Eichmann per il New Yorker (che divenne poi il libro La banalità del male – Eichmann a Gerusalemme, 1963) Arendt ha sollevato la questione che il male possa non essere radicale: anzi è proprio l’assenza di radici, di memoria, del non ritornare sui propri pensieri e sulle proprie azioni mediante un dialogo con se stessi (dialogo che Arendt definisce due in uno e da cui secondo lei scaturisce e si giustifica l’azione morale) che personaggi spesso banali si trasformino in autentici agenti del male. È questa stessa banalità a rendere, com’è accaduto nella Germania nazista, un popolo acquiescente quando non complice con i più terribili misfatti della storia ed a far sentire l’individuo non responsabile dei propri crimini, senza il benché minimo senso critico. Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Hannah_Arendt

Per approfondire: https://thevision.com/cultura/hannah-arendt-banalita-male/