“Vorrei tanto poter trasmettere ai tempi futuri tutta l’umanità che conservo in me stessa”

ETTY HILLESUM

* testi scelti *

a cura di Maule Francesco

 

Di nuovo mi inginocchio sul ruvido tappeto di cocco, con le mani che coprono il viso, e prego: Signore, fammi vivere di un unico, grande sentimento – fa che io compia amorevolmente le mille piccole azioni di ogni giorno, e insieme riconduci tutte queste piccole azioni a un unico centro, a un profondo sentimento di disponibilità e di amore. Allora quel che farò, o il luogo in cui mi troverò, non avrà più molta importanza.

Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 1985. pag. 82

 

Venerdì sera, le sette e mezzo. Oggi pomeriggio ho guardato alcune stampe giapponesi con Glassner. Mi sono resa conto che è così che voglio scrivere: con altrettanto spazio intorno a poche parole. Troppe parole mi danno fastidio. Vorrei scrivere parole che siano organicamente inserite in un gran silenzio, e non parole che esistono solo per coprirlo e disperderlo: dovrebbero accentuarlo, piuttosto. Come in quell’illustrazione con un ramo fiorito nell’angolo in basso: poche, tenere pennellate – ma che resa nei minimi dettagli – e il grande spazio tutt’intorno, non un vuoto, ma uno spazio che si potrebbe piuttosto definire ricco d’anima. Io detesto gli accumuli di parole. In fondo, ce ne vogliono così poche per dir quelle quattro cose che veramente contano nella vita. Se mai scriverò – e chissà poi cosa? – mi piacerebbe dipinger poche parole su uno sfondo muto.

Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 1985. pag. 116

 

Sabato sera, mezzanotte e mezzo. […]

Trovo bella la vita, e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me  come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è difficile, ma non è grave. Dobbiamo cominciare a prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà allora da sé: e «lavorare a se stessi» non è proprio una forma d’individualismo malaticcio. Una pace futura potrà esser veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso – se ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore, se non è chiedere troppo. È l’unica soluzione possibile. E così potrei continuare per pagine e pagine. Quel pezzetto d’eternità che ci portiamo dentro può esser espresso in una parola come in dieci volumoni. Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio, nell’anno del Signore 1942, l’ennesimo anno di guerra.

Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 1985. pag. 127

 

Preghiera della domenica mattina. Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte per la prima volta ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini su immagini di dolore umano. Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di non appesantire l’oggi con i pesi delle mie preoccupazioni per il domani – ma anche questo richiede una certa esperienza. Ogni giorno ha già la sua parte. Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. Si, mio Dio, sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi.

Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 1985. pag. 169

 

 

Quando prego, non prego mai per me stessa, prego sempre per gli altri, oppure dialogo in modo pazzo, infantile o serissimo con la parte più profonda di me, che per comodità io chiamo «Dio». Non so, trovo così infantile che si preghi per ottenere qualcosa per sé. […] Mi sembra infantile anche pregare perché un altro stia bene: per un altro si può solo pregare che riesca a sopportare le difficoltà della vita. E se si prega per qualcuno, gli si manda un po’ della propria forza.

Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 1985. pag. 176

 

Mio Dio, è un periodo troppo duro per persone fragili come me. So che seguirà un periodo diverso, un periodo di umanesimo. Vorrei tanto poter trasmettere ai tempi futuri tutta l’umanità che conservo in me stessa, malgrado le mie esperienze quotidiane. L’unico modo che abbiamo di preparare questi tempi nuovi è di prepararli fin d’ora in noi stessi. In qualche modo mi sento leggera, senz’alcuna amarezza  e con tanta forza e amore. Vorrei tanto vivere per aiutare a preparare questi tempi nuovi: verranno di certo, non sento forse che stanno crescendo in me ogni giorno? Stamattina ho pregato pressapoco così. M’è venuto spontaneo d’inginocchiarmi su quella dura stuoia di cocco del bagno e le lacrime mi scorrevano sul volto.

Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 1985. pag. 179.

***

Nel mese di gennaio, che si è concluso con la giornata della memoria, la trasmissione di Radio Due “Ad alta voce” ha proposto la lettura del Diario di Etty Hillesum. E’ un’attrice di grande intensità e bravura, come Sandra Toffolatti a dar voce alle sue fondamentali riflessioni, ispirate a un’estrema compassione e ad un altruismo radicale.

E’ ancora possibile riscoltarlo ai link qui sotto descritti.

Ascolta Diario 1941 – 1943 di Etty Hilesum >>

http://www.raiplayradio.it/programmi/adaltavoce/archivio/puntate/Etty-Hillesum-43325b79-4219-4186-a1a7-64c81d22a387

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È questo il nostro Natale di pace?

5 dicembre 2017 – di Alex Zanotelli

Alex Zanotelli. Fonte: https://stop-ttip-italia.net

Sono indignato davanti a quest’Italia che si sta sempre più militarizzando.

Lo vedo proprio a partire dal Sud, il territorio economicamente più disastrato d’Europa, eppure sempre più militarizzato. Nel 2015 è stata inaugurata a Lago Patria (la parte della città metropolitana di Napoli) una delle più importanti basi NATO d’Europa, che il 5 settembre scorso è stata trasformata nell’Hub contro il terrorismo (centro di spionaggio per il Mediterraneo e l’Africa). Sempre a Napoli, la famosa caserma della Nunziatella è stata venduta dal Comune di Napoli per diventare la Scuola Europea di guerra, come vuole la Ministra della Difesa F. Pinotti.

Ad Amendola (Foggia), è arrivato lo scorso anno il primo cacciabombardiere F-35 armabile con le nuove bombe atomiche B 61-12. In Sicilia, la base militare di Sigonella (Catania) diventerà nel 2018 la capitale mondiale dei droni. E sempre in Sicilia, a Niscemi (Trapani) è stato installato il quarto polo mondiale delle comunicazioni militari, il cosidetto MUOS.

Mentre il Sud sprofonda a livello economico, cresce la militarizzazione del territorio (forse, non è per caso che così tanti giovani del Sud trovino poi rifugio nell’Esercito italiano per poter lavorare!).

Ma anche a livello nazionale vedo un’analoga tendenza: sempre più spese in armi e sempre meno per l’istruzione, sanità e welfare. Basta vedere il Fondo di investimenti del governo italiano per i prossimi anni per rendersene conto. Su 46 miliardi previsti, ben 10 miliardi sono destinati al ministero della Difesa: 5.3 miliardi per modernizzare le nostre armi e 2.6 per costruire il Pentagono italiano ossia un’unica struttura per i vertici di tutte le nostre forze armate, con sede a Centocelle (Roma).

L’Italia, infatti, sta investendo sempre più in campo militare sia a livello nazionale, europeo e internazionale. L’Italia sta oggi spendendo una barca di soldi per gli F-35, si tratta  di 14 miliardi di euro!

Questo, nonostante che la Corte dei Conti abbia fatto notare che ogni aereo ci costerà almeno 130 milioni di euro contro i 69 milioni previsti nel 2007. Quest’anno il governo italiano spenderà 24 miliardi di euro in Difesa, pari a 64 milioni di euro al giorno. Per il 2018 si prevede un miliardo in più.

Ma è ancora più impressionante l’esponenziale produzione bellica nostrana: Finmeccanica (oggi Leonardo) si piazza oggi all’ottavo posto mondiale. Lo scorso anno abbiamo esportato per 14 miliardi di euro, il doppio del 2015!

Grazie alla vendita di 28 Eurofighter al Kuwait per otto miliardi di euro, merito della ministra Pinotti, ottima piazzista d’armi. E abbiamo venduto armi a tanti Paesi in guerra, in barba alla legge 185 che ce lo proibisce. Continuiamo a vendere bombe, prodotte dall’azienda RMW Italia a Domusnovas (Sardegna), all’Arabia Saudita che le usa per bombardare lo Yemen, dov’è in atto la più grave crisi umanitaria mondiale secondo l’ONU (tutto questo nonostante le quattro mozioni del Parlamento Europeo!) L’Italia ha venduto armi al Qatar e agli Emirati Arabi con cui quei Paesi armano i gruppi jihadisti in Medio Oriente e in Africa (noi che ci gloriamo di fare la guerra al terrorismo!). Siamo diventati talmente competitivi in questo settore che abbiamo vinto una commessa per costruire quattro corvette e due pattugliatori per un valore di 40 miliardi per il Kuwait.

Non meno preoccupante è la nostra produzione di armi leggere: siamo al secondo posto dopo gli USA! Sono queste le armi che uccidono di più! E di questo commercio si sa pochissimo.

Quest’economia di guerra sospinge il governo italiano ad appoggiare la militarizzazione dell’UE. È stato inaugurato a Bruxelles il Centro di pianificazione e comando per tutte le missioni di addestramento, vero e proprio quartier generale unico. Inoltre, la Commissione Europea ha lanciato un Fondo per la Difesa che, a regime, svilupperà 5,5 miliardi d’investimento l’anno per la ricerca e lo sviluppo industriale nel settore militare.

Questo fondo, lanciato il 22 giugno, rappresenta una massiccia iniezione di denaro pubblico nell’industria bellica europea. Sta per nascere la “PESCO-Cooperazione strutturata permanente” dell’UE nel settore militare (la Shengen della Difesa!).

“Rafforzare l’Europa della Difesa – afferma la Mogherini, Alto Rappresentante della UE, per gli Affari Esteri- rafforza anche la NATO”.

La NATO, di cui l’UE è prigioniera, è diventata un mostro che spende 1000 miliardi di dollari in armi all’anno. Trump chiede ora ai 28 Paesi membri della NATO di destinare il 2% del Pil alla Difesa. L’Italia ne destina 1,2 %. Gentiloni e la Pinotti hanno già detto di Sì al diktat di Trump. Così l’Italia arriverà a spendere100 milioni al giorno in armi. E la NATO trionfa, mentre è in forse il futuro della UE. Infatti, è la NATO che ha forzato la UE a creare la nuova frontiera all’Est contro il nuovo nemico, la Russia, con un imponente dispiegamento di forze militari in Ucraina, Polonia, Romania, Bulgaria, in Estonia, Lettonia e con la partecipazione anche dell’Italia.

La NATO ha stanziato 17 miliardi di dollari per lo “Scudo anti-missili”. E gli USA hanno l’intenzione di installare in Europa missili nucleari simili ai Pershing 2 e ai Cruise (come quelli di Comiso). E la Russia sta rispondendo con un altrettanto potente arsenale balistico.

Fa parte di questo piano anche l’ammodernamento delle oltre duecento bombe atomiche B-61, piazzate in Europa e sostituite con le nuove B 61-12. Il ministero della Difesa ha pubblicato in questi giorni sulla Gazzetta Ufficiale il bando di costruzione a Ghedi (Brescia) di nuove infrastrutture che ospiteranno una trentina di F-35 capaci di portare cadauno due bombe atomiche B61-12. Quindi, solo a Ghedi potremo avere sessantina di B61-12, il triplo delle attuali! Sarà così anche ad Aviano? Se fosse così, rischiamo di avere in Italia una forza atomica pari a 300 bombe atomiche di Hiroshima! Nel silenzio più totale!

Mai come oggi, ci dicono gli esperti, siamo vicini al “baratro atomico”. Ecco perché è stato provvidenziale il Trattato dell’ONU, votato il 7 luglio scorso, che mette al bando le armi nucleari. Eppure l’Italia non l’ha votato e non ha intenzione di votarlo. È una vergogna nazionale.

Siamo grati a papa Francesco per aver convocato un incontro, lo scorso novembre, in Vaticano sul nucleare, proprio in questo grave momento in cui il rischio di una guerra nucleare è alto e per il suo invito a mettere al bando le armi nucleari.

Quello che non riesco a capire è l’incapacità del movimento della pace a mettersi insieme e scendere in piazza a urlare contro un’Italia e Unione Europea che si stanno armando sempre di più, davanti a guerre senza numero, davanti a un mondo che rischia l’olocausto nucleare. Eppure in Italia c’è una straordinaria ricchezza di gruppi, comitati, associazioni, reti che operano per la pace. Ma purtroppo ognuno fa la sua strada.

E come mai tanto silenzio da parte dei vescovi italiani? E che dire delle parrocchie, delle comunità cristiane che si apprestano a celebrare la nascita del “Principe della Pace?”

“Siamo vicini al Natale – ci ammonisce papa Francesco – ci saranno luci, ci saranno feste, alberi luminosi, anche presepi… tutto truccato: il mondo continua a fare guerra!”.

Oggi più che mai c’è bisogno di un movimento popolare che contesti radicalmente questa economia di guerra.

Alex Zanotelli

Napoli, 5 dicembre 2017 

fonte: https://www.mosaicodipace.it/mosaico/a/44875.html

Connessioni mistiche_2.0

Un post che si presenta quasi come una pagina di appunti piuttosto che un articolo strutturato.

La spiritualità non è qualcosa di disincarnato e di lontano dal mondo e dalla vita. Non è mistica intesa come evasione, un dimenticare una realtà per entrarne in un’altra (quella del divino o del sacro). Spiritualità è per me questione di consapevolezza, prima di tutto di se stessi e del nostro rapporto con la realtà (tutta), sia interiore che esterna. Ha a che fare quindi con il mondo, con il futuro, con l’accettazione e consapevolezza di come interpretiamo lo scorrere e divenire del tempo, è accorgersi di ciò che accade e porre attenzione a ciò che rende bella, e degna di essere vissuta, la vita. Nella spiritualità c’è certamente poi la dimensione dell’accogliere e favorire l’azione dello Spirito (Santo, nella tradizione cristiana), ma non è questa l’occasione per parlarne.

Le analisi sull’incertezza e precarietà del tempo presente si sprecano, ma si moltiplicano anche i pensatori acuti o coloro che sondano letture della realtà, del presente e del futuro, inedite e profonde. Non sono autori strettamente spirituali ma penso lo sforzo per tentare di analizzare oggi il presente e fornirne letture o narrazioni proiettate al futuro siano utili a quel processo di consapevolezza che ritengo, come dicevo prima, fondamento di un contemporaneo alimento della vita spirituale.

Mi sto imbattendo in molte letture che, anche se magari esercito in modo parziale e frammentario, talvolta disegnano intrecci e giochi di rimando piuttosto interessanti e curiosi.

Tutto sembra porsi sul filo conduttore della nuova dimensione epocale della connessione, accentuata da due aspetti: la rete del web e la globalizzazione. Due aspetti sicuramente interconnessi e interdipendenti.

Indico quindi alcuni di questi “fari” attorno ai quali sto faticosamente ma appassionatamente navigando in questo periodo. Sembra una rassegna bibliografica ma per oggi va così.

1) Il primo personaggio che cito è Parag Khanna.

https://www.paragkhanna.com/

“Dalla sua città di residenza, Singapore, il famoso stratega geopolitico indiano Parag Khanna si è spostato verso le mete più disparate, dall’Ucraina all’Iran, dalle miniere della Mongolia a Nairobi, dalle coste atlantiche al circolo polare artico. Grazie ai suoi viaggi ha avuto modo di osservare i mutamenti epocali che stanno investendo il mondo. Migrazioni, megalopoli, Zone Economiche Speciali, comunicazioni e cambiamenti climatici stanno ridisegnando la geografia planetaria: gli Stati non sono più definiti dai loro confini, bensì dai flussi di persone e di legami finanziari, commerciali ed energetici che quotidianamente li attraversano. In questo scenario anche lo scontro fra potenze assume nuove forme, trasformandosi in un forsennato tiro alla fune: gli eserciti vengono usati tanto per difendere i territori quanto le risorse e le infrastrutture che vi sono custodite. Sono i prodromi della definitiva scomparsa delle guerre? Connectography, che chiude la trilogia di cui I tre imperi e Come si governa il mondo sono i primi due volumi, è una mappa dettagliatissima che non solo ci offre una lucida analisi del presente, ma ci propone una visione molto ottimistica del futuro che ci attende: un mondo in cui le linee che lo connettono sono molte di più di quelle che lo separano”. Fonte: https://fazieditore.it/catalogo-libri/connectography/

2) Il secondo testo sembra fuori dal coro e molto centrato sulla realtà italiana, ma la sua lettura della realtà politica, delle sue ambizioni e possibilità di produrre (o meno) cambiamento, mi sembra interessante e da approfondire.

Stefano Feltri, La politica non serve a niente, Editore: Rizzoli, Milano 2015.

“In questo contesto produttivo in così rapida trasformazione, l’autarchia non è neppure immaginabile: nessun sistema economico, nazionale ma anche continentale, può fare da solo e mettersi al riparo dai flussi globali. Soprattutto se vuole provare a trarre qualche beneficio dalla parte più alta della catena del valore, cioè da quei settori e da quelle attività – entrambi globali – in cui si concentra la produzione di ricchezza. Le élite nazionali e i politici sono quindi costretti ad affidare le proprie speranze e carriere a un sistema economico e finanziario globale che non controllano più. Soltanto se torna la crescita i politici di ogni colore e schieramento possono sperare di essere rieletti. Soprattutto in Europa.

Ma se questo succederà, sarà grazie a canali e processi che i governi non riescono più a controllare. In entrambi i casi, sia che la situazione resti stagnante sia che migliori, sia nei Paesi dei vincitori sia in quelli dei vinti, chi governa farà sempre più fatica a nascondere agli elettori la propria inutilità”. Fonte: lettera43.it

 

3) Il terzo personaggio è forse quello più ambiguo e che devo studiare ancora con maggiore dedizione, però ad una prima valutazione questo suo Homo Deus mi pare da considerare con attenzione.

Yuval Noah Harari, Homo Deus, Bompiani, Firenze – Milano 2017.

http://www.ynharari.com/it/

Mentre Da animali a dèi. Breve storia dell’umanità analizzava il modo in cui gli uomini hanno conquistato il mondo grazie alla loro capacità di credere in miti collettivi sugli dèi, il denaro, l’uguaglianza e la libertà, Homo Deus: breve storia del futuro esamina cosa potrebbe succedere nel momento in cui questi vecchi miti si combineranno con nuove tecnologie quasi divine come l’intelligenza artificiale e l’ingegneria genetica.

Cosa accadrà alla democrazia quando Google e Facebook conosceranno i nostri gusti e le nostre preferenze politiche meglio di noi stessi? Cosa accadrà allo stato sociale quando i computer spingeranno gli uomini fuori dal mercato del lavoro creando una nuova e imponente “classe inutile”? Come si porrà l’Islam nei confronti dell’ingegneria genetica? E la Silicon Valley finirà per produrre anche nuove religioni oltre che nuovi gadget?

Mentre l’Homo sapiens diventa Homo deus, quali nuovi destini ci stiamo costruendo? In quanto divinità autoproclamate del pianeta terra, quali progetti dovremo perseguire, e come proteggeremo il nostro fragile pianeta e l’umanità stessa dai nostri poteri distruttivi? Il libro Homo Deus ci fornisce un sentore dei sogni e degli incubi che daranno forma al XXI secolo. PER APPROFONDIRE http://www.ynharari.com/it/book/homo-deus/

4) La quarta indicazione riguarda un testo multiforme, spiralico, che mi accompagna da quasi un anno.

Theodore Zeldin, Ventotto domande per affrontare il futuro. Un nuovo modo per ricordare il passato e immaginare l’avvenire

Traduzione dall’inglese di Roberto Serrai, Editore Sellerio, Palermo 2015.

Titolo originale: The Hidden Pleasures of Life. A New Way of Remembering the Past and Imagining the Future.

In questo singolare e modernissimo trattato Theodore Zeldin prende l’avvio da una constatazione in apparenza molto semplice: qual è il meglio che la vita può offrirci nel nostro mondo attuale, così iniquo, violento, inquinato e corrotto? E cosa possiamo fare come individui, coppie, collettività per immaginare una nuova arte del vivere?
Tale ricerca ha a che fare con il piacere, con i piaceri smarriti a causa della vita abitudinaria, della pigrizia intellettuale, della mancanza di desideri. Per riscoprirli Zeldin non possiede una ricetta infallibile, ma propone un metodo, un orientamento, che ha nella curiosità, nella sorpresa, nella capacità di aprirsi al dialogo e alle idee la sua ragion d’essere.

sellerio.it

“La storia non è solo la testimonianza di ciò che è successo e del perché è successo ma è, soprattutto, una maniera di provocare l’immaginazione”. (p. 12)

5) Edgar Morin, I sette saperi necessari all’educazione del futuro, Raffaello Cortina Editore, Milano 2001.

“E’ necessario che tutti coloro che hanno il compito di insegnare si portino negli avamposti dell’incertezza del nostro tempo” (p.14)

“La conoscenza dei problemi cruciali del mondo, per quanto aleatoria e difficile, deve essere perseguita pena l’infermità cognitiva. L’era planetaria necessita di situare ogni cosa nel contesto e nel complesso planetario. La conoscenza del mondo in quanto mondo diviene una necessità nel contempo intellettuale e vitale. E’ il problema universale per ogni cittadino del nuovo millennio: come acquisire l’accesso alle informazioni sul mondo e come acquisire la possibilità di articolarle e di organizzarle? Come percepire e concepire il Contesto, il Globale (la relazione tutto/parti), il multidimensionale, il complesso? Al fine di articolare e organizzare le conoscenze e, per questa via, riconoscere e connettere i problemi del mondo, serve una riforma di pensiero”. (p. 35)

“L’educazione dovrebbe comprendere un insegnamento primario e universale che verta sulla condizione umana. Siamo nell’era planetaria; un’avventura comune travolge gli umani, ovunque essi siano: devono riconoscersi nella loro comune umanità, e nello stesso tempo devono riconoscere la loro diversità, individuale e culturale”. (p. 47)

6) Questa citazione riguarda il lavoro di un amico, Massimo Folador, che propone da anni riflessioni e percorsi formativi che mettono insieme la spiritualità ed etica del lavoro benedettina con la realtà delle imprese di oggi (http://www.askesis.eu/). Questo suo nuovo libro racconta di esperienze dove un’impresa illuminata, solida, che si misura con la contemporaneità (con i mercati, si direbbe) ma senza calpestare o abbandonare l’umanità e le relazioni esiste e funziona.

Folador Massimo, Storie di ordinaria economia. L’organizzazione (quasi) perfetta nel racconto dei protagonisti, Edizione: Guerini Next 2017.

«Noi non viviamo in un’epoca di cambiamento ma in un cambio di epoca», scrive Jan Rotmans dando voce a una sensazione che avvertiamo quasi ogni giorno. Eppure la storia ci dice che l’uomo e le organizzazioni sociali ed economiche cui egli dà vita si sono già trovati più volte di fronte a questi momenti di cambiamento e che spesso alcune «minoranze creative» proprio in queste occasioni hanno generato paradigmi, riflessioni e modelli innovativi.
È quello che è accaduto silenziosamente in questi anni anche in Italia. Mentre i mass media ci inondavano di messaggi contrastanti, alcune persone, non poche, e le loro imprese stavano già percorrendo con competenza e passione nuove strade per raggiungere altri risultati. Molto prima che anche il mondo della cultura e le prime ricerche finalmente si accorgessero di loro. È a 24 di queste imprese e ai loro protagonisti che è dedicato questo libro, nella certezza che soprattutto ascoltando le loro storie sia possibile recuperare alcune chiavi di lettura e soluzioni che questo cambiamento epocale ci esorta a sviluppare. Un omaggio a chi ogni giorno, tra i consueti alti e bassi, cerca di dare un senso e una direzione al proprio lavoro, coltivando per sé e per altri un futuro migliore.

http://www.bottegadelmonastero.it/storie-ordinaria-economia-massimo-folador

7) Kate Raworth, L’economia della ciambella. Sette mosse per pensare come un economista del XXI secolo, Edizioni Ambiente, Milano 2017.

“Il modello economico oggi prevalente ha aiutato miliardi di persone a migliorare le proprie condizioni di vita. Tuttavia, questi risultati sono stati ottenuti imponendo un prezzo altissimo ai sistemi naturali prima e a quelli sociali dopo. Da un lato, inquinamento, cambiamenti climatici e distruzione della biodiversità; dall’altro, livelli di diseguaglianza che non hanno probabilmente uguali nella storia dell’umanità e che, assieme alle crisi innescate dal sistema finanziario, contribuiscono a dare forza ai movimenti populisti che incendiano gran parte dei paesi dell’Occidente.

È chiaro che qualcosa non funziona, e che l’economia deve essere aggiornata alle realtà del XXI secolo. Per farlo, Kate Raworth ricostruisce la storia delle teorie che stanno alla base dell’attuale paradigma economico, ne evidenzia i presupposti nascosti e con grande sagacia li smonta pezzo per pezzo.

Dopo aver fatto piazza pulita di teorie che, pur risalendo all’Ottocento continuano a essere insegnate ancora oggi, Raworth presenta l’economia della ciambella, che attinge alle ultime acquisizioni dell’economia comportamentale, ecologica e femminista, e a quelle delle scienze del sistema Terra. Indica sette passaggi chiave per liberarci dalla nostra dipendenza dalla crescita, riprogettare il denaro, la finanza e il mondo degli affari e per metterli al servizio delle persone. In questo modo, si può arrivare a un’economia circolare capace di rigenerare i sistemi naturali e di redistribuire le risorse, consentendo a tutti di vivere una vita dignitosa in uno spazio sicuro ed equo.

Ricco di storie e prospettive sorprendenti, attento alle realtà profonde degli esseri umani, L’economia della ciambella è una straordinaria opportunità per imparare a pensare come economisti del XXI secolo”.

8) Giraud Gaël, Transizione ecologica. La finanza a servizio della nuova frontiera dell’economia

Prefazione di: Magatti Mauro
Emi, Bologna 2015.

Questo libro è un saggio di economia, ma si legge come un thriller. Come in un giallo l’autore indaga partendo dagli indizi (subprime, cartolarizzazioni, Collateralized Debt Obligations, …), identifica le prove (le scommesse fraudolente delle banche sulla pelle dei correntisti), cerca il colpevole (la crisi è morale), rintraccia il movente («la legge del più forte»).
Ma Gaël Giraud, che prima di esser gesuita è stato banchiere e conosce di persona il mondo degli hedge fund e delle Banche centrali, si spinge oltre. E traccia la strada per cercare un futuro di vita alla nostra società, rattrappita dentro lo schema del «paradigma tecnocratico» (papa Francesco) che mira a ottenere di più (risorse, prodotti, benessere) con meno (sforzi, investimenti, partecipazione).
Transizione ecologica significa una società di beni comuni in cui il credito sia considerato mezzo e non fine per realizzare riforme a vantaggio di tutti e benefiche per l’ambiente: rinnovamento termico degli edifici, cambi di prassi nella mobilità, tasse più alte per chi inquina, in pratica «un’economia sempre meno energivora e inquinante». «La transizione ecologica sta ai prossimi decenni come l’invenzione della stampa sta al XV secolo o la rivoluzione industriale al secolo XIX – spiega Giraud -. O si riesce a innescare questa transizione e se ne parlerà nei libri di storia; o non si riesce, e forse se ne parlerà fra due generazioni, ma in termini ben diversi!».

«Se noi crediamo che l’Homo sapiens europeo vale più dell’Homo oeconomicus dei mercati finanziari, allora vale la pena impegnarsi nel cammino della transizione ecologica» Gaël Giraud

9) Per concludere questa maratona di citazioni, anche se non è mia abitudine fare riferimento a documenti magisteriali ecclesiali, credo che l’enclica “Laudato sì” di papa Francesco, sia un ottimo compendio di analisi, riflessioni e prospettive di questa tematica “cosmoteandrica” (ossia che riguarda la connessione tra Dio – umanità – cosmo) e sguardo di speranza che si apre al futuro.

Francesco Maule – 29 novembre 2017

 

uno studente mi ha chiesto…

Venerdì 3 novembre, alle ore 20.45, Asmae Dachan terrà una conferenza dal titolo “I giovani della rivolta siriana che fine hanno fatto?” e presenterà il suo nuovo libro “Il silenzio del mare” a Sovizzo (VI), presso la Sala conferenze del Municipio.

Presento qui un suo articolo dal suo blog Diario di Siria. (FM)

Di fronte a me ho circa centocinquanta studenti di un istituto superiore. Hanno deciso di dedicare l’assemblea di istituto alla questione siriana e mi hanno invitata a parlarne. L’incontro si articola in una presentazione, con proiezione di foto e video e un dibattito finale. Sono giovani sensibili, preparati, e nonostante sia la quarta ora sono molto partecipi e attenti. Le domande che arrivano sono molte, ruolo della Russia, come è nato l’isis, cosa accade ai profughi, come vivono i bambini, chi sono i ribelli… Tra le tante questioni una, in particolare, mi fa pensare. Un ragazzo mi chiede: “Quando muore un giovane, come funziona da voi?”. Immagino che il “voi” sia riferito ai siriani e cerco di descrivere un funerale in tempi di guerra, con la minaccia dei cecchini che sparano sui cortei funebri, con i cimiteri ormai pieni, con tutte le difficoltà di dare un degno addio alle decine di innocenti, spesso bambini, che perdono la vita ogni giorno. Il ragazzo annuisce, poi aggiunge: “quindi anche a voi dispiace se uno muore”. Rispondo in modo affermativo, che è ogni volta una tragedia, un lutto e credo di aver capito da cosa nasca il suo dubbio. Annuisce ancora, con aria stupita, ma come sollevata.

Terminato l’incontro si avvicina e mi dice, cercando di non farsi sentire dagli altri compagni, che era convinto che “da noi” la morte fosse una festa, perché “da noi” ci sono i kamikaze. Sì, avevo capito bene la ragione della sua perplessità. Il ragazzo è convinto che “da noi”, siriani e/o musulmani, la morte sia un momento da celebrare, visto che spesso si parla di giovani che si fanno saltare in aria con la speranza di far felice chissà quale dio che promette laute compense e perfino il paradiso.

Non lo biasimo, mi sembra onesto e curioso, non sta di certo scherzando, ma il suo dubbio mi lascia una profonda amarezza.  La demagogia dell’altro ha prodotto, nell’immaginario collettivo, dei veri e propri mostri. Il diverso, siriano/musulmano, civile o miliziano non fa differenza, è addirittura percepito come un essere privo della sua umanità, che arriva a gioire di fronte alla morte. E pensare che quella maledetta parola, kamikaze, non è nemmeno araba e che nell’islam il suicidio è considerato peccato. Le mostruosità che hanno commesso e che continuano a commettere i terroristi in ogni zona del mondo vengono sempre più percepite come un atto collettivo, da imputare alla totalità delle persone che provengono da determinati contesti religiosi e sociali. Su questo piano non si può che riconoscere la loro studiata e vincente efficacia comunicativa. Criminali patentati, come si suol dire.

Certo che se “da noi” la morte non provocasse sofferenza e dolore, i civili siriani starebbero tutti bene. Nessuna madre piangerebbe i figli strappati alla vita, nessuna vedova rimpiangerebbe l’amore del marito, nessun anziano si piegherebbe sotto il peso del dolore di sopravvivere ai giovani, ma non è così. Non lo è affatto. I morti di sei anni di genocidio e i superstiti di questo massacro meritano di essere guardati con rispetto e dignità. Va almeno restituito loro un volto umano. Almeno quello.

Asmae Dachan

Fonte: https://diariodisiria.com/2017/04/26/uno-studente-mi-ha-chiesto/#more-5293

 

Giornata Internazionale della Nonviolenza

lunedì 2 ottobre 2017

Compleanno di Gandhi

Giornata Internazionale della Nonviolenza

Il 2 ottobre, data di nascita di Gandhi, ricorre la Giornata internazionale della nonviolenza. È stata promossa dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 15 giugno 2007 e da allora con le più varie iniziative viene ricordata in tutte le nazioni del mondo.

La risoluzione dell’Assemblea Generale, affermando “la rilevanza universale del principio della nonviolenza” ed “il desiderio di assicurare una cultura di pace, tolleranza, comprensione e nonviolenza”, chiedeva a tutti i membri delle Nazioni Unite un impegno adeguato per accrescere la consapevolezza pubblica mondiale sull’importanza della nonviolenza.

Giustamente è stato scelto il giorno della nascita di Gandhi perché nessuno più di lui ha dedicato tutta la vita e le energie alla ricerca e alla pratica di un metodo giusto ed efficace per opporsi alle ingiustizie e alle oppressioni senza l’uso delle armi o altre forme di violenza. Gandhi, più di chiunque altro, era sicuro della vittoria della nonviolenza e aveva sperimentato con coraggio, e fino alla morte, questa verità, dimostrando che un’altra via è possibile per conseguire il proprio fine di liberazione dalle ingiustizie e dalle oppressioni.

Gandhi non proponeva la rassegnazione ma un metodo coerente con i fini buoni e giusti che vorremmo raggiungere. Chiamò il suo metodo Satyagraha che significa “forza della verità” e che in Occidente chiamiamo, in forma meno precisa, Nonviolenza. Ha mostrato come, per chi sente la responsabilità di lottare e non è reso impotente dalla viltà, dalla sfiducia, dalla rassegnazione passiva, la nonviolenza è praticamente possibile ed eticamente consentita.

Storicamente, la nonviolenza praticata da Gandhi e da tanti che in molti paesi del mondo si sono ispirati al suo pensiero e alla sua azione, ha dimostrato in modo impressionate l’efficacia del metodo.

È una lezione che, ancora oggi, pochi hanno imparato: mettere in pratica, di fronte ai conflitti, un metodo che usa la verità come forza e nega la forza e l’efficacia della violenza. Bisogna capire che le armi della violenza non meritano fiducia da parte di chi lotta per un mondo più giusto (e quindi senza violenza). Non c’è bisogno di dire della follia insita nell’arma nucleare e in tutte le politiche di difesa degli stati, che persistono nel seguire la pratica tragica e fallimentare delle spese militari e della corsa agli armamenti. Per assicurare un mondo migliore e più giusto per tutti c’è già un metodo spiritualmente, filosoficamente, eticamente, politicamente superiore.

In mezzo a tante violenze e politiche errate, che minano la stessa sopravvivenza futura dell’umanità, la salvezza è possibile seguendo la via indicata da Gandhi.

La via di Gandhi, la nonviolenza, che il 2 ottobre viene ricordata solo in modo celebrativo, bisogna capirla nella sua teoria e metterla sempre più in pratica.

Il sito del ‘Movimento Nonviolento’ italiano è qui.

Anche a Vicenza c’è un centro aperto a tutti i cittadini, la Casa per la Pace, istituita dal Consiglio comunale di Vicenza nel 1993 per promuovere una cultura di pace e di nonviolenza.

Chi è interessato ad approfondire l’argomento può fare visita alla ‘Casa per la Pace’

Lunedì, 2 ottobre

dalle ore 10.00 alle ore 20.00

 

Casa per la Pace, Via Porto Godi 2, Vicenza

(Via Porto Godi è una laterale di Viale Fiume, all’altezza della Scuola Elementare De Amicis)

Per contatti: Indirizzo mail: casaperlapace@gmail.com. – Tel. 0444 329375.

Il jihadismo ci costringe a riflettere sui nostri modelli di vita

Dinanzi al terrorismo rinasce dalle ceneri la rivendicazione di una “forma di vita” europea. Ma esiste davvero?

Gabriel Richi Alberti | giovedì 24 agosto 2017
Candele e fiori per le vittime degli attentati sulla Rambla a BarcellonaCandele e fiori per le vittime degli attentati sulla Rambla a Barcellona
“Non riusciranno a cambiare la nostra forma di vita”. È una delle espressioni più ripetute dopo i terribili attentati di Barcellona e Cambrils. L’abbiamo ascoltata in bocca a politici, giornalisti e a molte persone di buona volontà che hanno manifestato pubblicamente il loro rifiuto di questi crimini irrazionali. “Non riusciranno a cambiare la nostra forma di vita”. Ne siamo sicuri? Di fatto, che ci piaccia o meno, alcune cose cambiano: aumentano le misure di sicurezza – sempre più necessarie – e sorgono germogli non solo d’intolleranza, ma anche di odio verso l’Islam e i musulmani che vivono tra noi, germogli che possono condurre alla violenza; e, soprattutto, si diffonde una sfiducia generalizzata nei confronti del diverso.

Di fronte a questa espressione si rende presente una sfilza di domande sempre più radicali: come mai ci mettiamo a parlare ora della “nostra forma di vita”? Che significa questo “nostra”? È possibile identificare un nucleo di beni e valori comuni a tutti, per i quali siamo disposti a lavorare insieme? Che fare allora del primato dell’individualismo che governa la nostra vita sociale? Di colpo, dinanzi all’ostilità assassina del jihadismo, rinasce dalle ceneri la rivendicazione di una “forma di vita” – quella occidentale – che ha caratterizzato l’Europa durante la cosiddetta modernità e che, quasi solennemente, si era già data per defunta. Le morti seminate dagli attentati sembrano avere la virtù di risuscitare l’ideale illuminista di una società libera e razionale, come se fosse socialmente condiviso e da tutti desiderato. Ma è davvero così? La frammentazione a tutti i livelli che impera nella vita personale e sociale pare negarlo. Quanto meno, l’individualismo galoppante della nostra società, che ci rende sempre più incapaci di comunicare tra noi, non ci permette di riferirci in modo pacifico e ingenuo a una supposta “forma di vita” comune. Basta pensare alle logiche di esclusione che reggono economia e politica e, pertanto, le relazioni sociali. La frammentazione vi domina al punto che risulta difficile affermare con verità che esiste questa “nostra forma di vita”. In effetti, «l’individualismo postmoderno e globalizzato favorisce uno stile di vita che indebolisce lo sviluppo e la stabilità dei legami tra le persone» (Francesco, Evangelii gaudium 67). Certamente la situazione è più complessa. Non mancano tra noi, infatti, espressioni di solidarietà e lavoro comune – le abbiamo viste in atto durante gli anni più duri della crisi – che segnalano una certa persistenza dell’idea di bene comune. E tuttavia queste espressioni – vere e generatrici di vita buona nella società – non sembrano avere la forza di modificare la mentalità individualista dominante.
E allora?

Di fronte a questi attentati – a cui occorre reagire con tutte le misure opportune assicurate dallo Stato di diritto e a tutti i livelli, anche e fondamentalmente a quello educativo – ciascuno di noi si trova di fronte a un’alternativa radicale. Può esserne più o meno cosciente, ma il modo in cui “ricomincerà” la sua esistenza quotidiana dopo la notizia degli attentati mostrerà qual è la sua scelta.

Possiamo, da un lato, continuare ad affermare narcisisticamente quella che consideriamo “la nostra forma di vita”, sbarrando la strada a qualsiasi tipo di domanda o obiezione, a qualsiasi crepa per la quale si affacci un minimo di riflessione critica; possiamo scegliere di compiacerci nella contemplazione di noi stessi, fuggendo ogni vincolo o relazione, in un circolo di autoreferenzialità assoluta, lasciando predominare l’illusione e l’apparenza, fino a morire esangui come Narciso al bordo della sorgente. Oppure possiamo lasciarci colpire fino in fondo dall’irrazionalità violenta di questi fatti, permettere alla ferita di sanguinare e suppurare tutto il male che ci lascia con il cuore oppresso, in modo che la domanda sul significato del vivere e del morire si faccia presente come espressione privilegiata della magna quaestio che è l’uomo.

Ogni “forma di vita” è espressione pratica della risposta che ciascuno di noi dà alle questioni essenziali che lo caratterizzano come uomo. Abbiamo l’occasione d’incontrarci e narrarci le domande e le risposte che ci fanno vivere. Superando barriere ideologiche anacronistiche, cercando quella luce che illumina ogni uomo. Ne vale la pena.

Articolo tradotto dallo spagnolo

Fonte: oasiscenter.eu

lettera sul futuro

Lettera sul futuro

ai miei figli, ai miei studenti e alle mie studentesse

Cari ragazzi care ragazze,

in questo periodo sto cercando di decolonizzare il mio immaginario sulle paure e sulla sfiducia dei giovani rispetto al futuro, ascoltandovi il più possibile e raccogliendo le vostre impressioni.

Come mi accade ogni volta che affronto un argomento con voi il mio sentire, le mie idee, cambiano, mutano, si evolvono, vengono messi in discussione.

Io ho paura del futuro? E cosa sto facendo con la mia vita per generare futuro?

Basta aver messo al mondo due figli per chiudere la partita col futuro?

Forse si, se pensiamo alla vita come a un compitino base, con domande facili facili da copiare o risolvere senza aver studiato.

Desidero dirvi che si, anche io ho paura del futuro, che nessuno saprà ciò che accadrà veramente (copio questa lettera su Pc la mattina dell’elezione di Donald Trump a nuovo presidente degli USA… stendo l’ultima redazione e stampo la mattina in Donald Trump e gli USA decidono al G7 di Taormina di non rispettare gli accordi sui mutamenti climatici siglati a Parigi…), ma guardando alla storia è evidente che l’essere umano è capace, è portatore, è generatore delle più grandi bellezze, imprese, compassioni, come delle più assurde bruttezze, egoismi, violenze.

Ma come dice Quattro a Tris in Divergent “la paura o ti paralizza o ti accende”. Anche per me la paura è stimolo, mi “accende”, mi impone di guardare in modo più accurato e attento per intercettare le fosforescenze della realtà e della storia che non impediscono il futuro. La paura mi stimola a vedere, assorbire, custodire e far riflettere gli aspetti più positivi dell’evoluzione umana, in particolare quella spirituale.

Vi dico quindi quello che credo.

Credo che l’umanità sia in grado, lentamente e progressivamente, di costruire una convivenza, nelle diversità, con i conflitti, ma senza che questi tracimino nella violenza o nella guerra, nella scontro militare e armato, se non peggio nucleare.

Credo che l’umanità, dopo una dolorosa indigestione, saprà trovare la giusta misura con l’utilizzo, le potenzialità e i servizi che la tecnologia, soprattutto quella digitale, possono offrire.

Credo che l’umanità, dopo che la biosfera, il cosmo, la natura – chiamatela come volete – ci restituirà lo schiaffo di questi secoli di antropocentrismo industriale, reagendo alla nostra continua sopraffazione, credo che l’umanità riuscirà a trovare un equilibrio con la terra. Credo che il futuro sarà definito da un legame fortissimo e reciproco (ecosofico) tra esseri umani, animali, vegetali, basato sulla sobrietà, sulla sussistenza, sul rispetto e sulla sostenibilità. Ovviamente crollerà l’impero materialista, capitalista, liberista, ma questo è un altro capitolo.

Credo ancora che l’umanità disseterà la propria sete interiore, le proprie aspirazioni alla pienezza e e consapevolezza attraverso percorsi spirituali potenti e svincolati dalle “stampelle” offerte e garantite dalle istituzioni religiose.

In sintesi, care ragazze e cari ragazzi, credo, sono certo e vedo che l’umanità sta imparando ad amare, ad amarsi, a lasciarsi amare, sempre di più e sempre meglio. Come anche io, grazie a voi.

Francesco Maule

04/10/2016 San Francesco d’ Assisi.

Alcuni spunti bibliografici sul tema:

Byung-Chul Han, Psicopolitica, Nottetempo, Roma 2016.

Isabella Maria, Un altro presente è possibile. Percorsi di resistenza creativa, EDT, Torino 2016.

Theodore Zeldin, Ventotto domande per affrontare il futuro, Sellerio, Palermo 2015.

Ken Robinson, Fuori di testa. Perché la scuola uccide la creatività, Erickson, Trento 2015.

Daniel Goleman, Peter Senge, A scuola di futuro. Manifesto per una nuova educazione, Rizzoli, Milano 2016.

Vito Mancuso, Il coraggio di essere liberi, Garzanti, Milano 2016.

Papa Francesco, Laudato sì. Lettera enciclica sulla cura della casa comune, Libreria editrice vaticana, Città del Vaticano 2015.

Il futuro può essere questo: avere un presente che potenzialmente si può ancora dischiudere, aprire, come un fiore.

Imparare l’amore, da chi ti ama, chiederne i colori, le luci.

Per la versione in .Pdf per eventuale stampa clicca qui.

Risorgere il mondo

Nei giorni scorsi, durante la Settimana Santa e durante le feste Pasquali, ho avuto modo di leggere alcuni articoli e reportage che mi hanno fatto riflettere su quanto ancora il mondo sia ferito, colmo di sofferenza e ingiustizia. Ho percepito gli eventi del mondo in parte come stridenti e in parte come profondamente connessi all’intensa spiritualità dei giorni liturgici del Triduo Pasquale. Mi sono domandato se i cristiani impegnati a “celebrare” e a credere in un Dio che Risorge, che porta la vita e la speranza, siamo quindi dei pazzi o degli incoscienti, o se invece bisogna ripartire dal quel Dio che si inabissa in un sepolcro per capire il disastro umano che in alcuni paesi è più esplicito.

Credo che quelle persone (giornalisti, reporter, medici, missionari, operatori di ONG, volontari, etc) che scendono negli abissi dell’umanità, la raccontano e ce la consegnano siano strumenti per rendere splendente il Volto sfigurato, di Dio e dell’umanità. La persona di Gabriele Del Grande, conosciuto a Bassano del Grappa nel 2010 e più volte intervenuto a Vicenza e ad Arzignano presso la cooperativa Insieme per presentare i suoi libri, appena liberato da una detenzione in Turchia, ne è concreto esempio.

Segnalo quindi alcuni contributi per approfondire e riflettere:

Dal Corriere della Sera di domenica 16 aprile 2017

Sul Coltan in Repubblica Democratica del Congo:

Congo, l’inferno del Coltan e la manodopera della disperazione

È un minerale indispensabile per i nostri smartphone. Si estrae nelle miniere del Congo, controllate dai signori della guerra. Che danno «lavoro» a milioni di schiavi «volontari»

di Andrea Nicastro

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Da Avvenire di sabato 8 aprile 2017

Le guerre dimenticate. Congo, la crisi crea il campo profughi più grande del mondo.

di Lucia Capuzzi |
Oltre 270mila sfollati a Bidi Bidi in Uganda, che ora supera in dimensioni anche lo «storico» Dadaab in Kenya

https://www.avvenire.it/mondo/

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Il reportage tra Giordania, Palestina e Gerusalemme di alcuni giovani amici vicentini tra cui il caro Dario.

nondallaguerra.it

 

http://www.nondallaguerra.it/i-nostri-articoli-2/

 

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L’appello/denuncia di p. Alex Zanotelli del 15 aprile 2017

FERMIAMO I SIGNORI DELLA GUERRA

(fonte: ildialogo.org )