lettera sul futuro

Lettera sul futuro

ai miei figli, ai miei studenti e alle mie studentesse

Cari ragazzi care ragazze,

in questo periodo sto cercando di decolonizzare il mio immaginario sulle paure e sulla sfiducia dei giovani rispetto al futuro, ascoltandovi il più possibile e raccogliendo le vostre impressioni.

Come mi accade ogni volta che affronto un argomento con voi il mio sentire, le mie idee, cambiano, mutano, si evolvono, vengono messi in discussione.

Io ho paura del futuro? E cosa sto facendo con la mia vita per generare futuro?

Basta aver messo al mondo due figli per chiudere la partita col futuro?

Forse si, se pensiamo alla vita come a un compitino base, con domande facili facili da copiare o risolvere senza aver studiato.

Desidero dirvi che si, anche io ho paura del futuro, che nessuno saprà ciò che accadrà veramente (copio questa lettera su Pc la mattina dell’elezione di Donald Trump a nuovo presidente degli USA… stendo l’ultima redazione e stampo la mattina in Donald Trump e gli USA decidono al G7 di Taormina di non rispettare gli accordi sui mutamenti climatici siglati a Parigi…), ma guardando alla storia è evidente che l’essere umano è capace, è portatore, è generatore delle più grandi bellezze, imprese, compassioni, come delle più assurde bruttezze, egoismi, violenze.

Ma come dice Quattro a Tris in Divergent “la paura o ti paralizza o ti accende”. Anche per me la paura è stimolo, mi “accende”, mi impone di guardare in modo più accurato e attento per intercettare le fosforescenze della realtà e della storia che non impediscono il futuro. La paura mi stimola a vedere, assorbire, custodire e far riflettere gli aspetti più positivi dell’evoluzione umana, in particolare quella spirituale.

Vi dico quindi quello che credo.

Credo che l’umanità sia in grado, lentamente e progressivamente, di costruire una convivenza, nelle diversità, con i conflitti, ma senza che questi tracimino nella violenza o nella guerra, nella scontro militare e armato, se non peggio nucleare.

Credo che l’umanità, dopo una dolorosa indigestione, saprà trovare la giusta misura con l’utilizzo, le potenzialità e i servizi che la tecnologia, soprattutto quella digitale, possono offrire.

Credo che l’umanità, dopo che la biosfera, il cosmo, la natura – chiamatela come volete – ci restituirà lo schiaffo di questi secoli di antropocentrismo industriale, reagendo alla nostra continua sopraffazione, credo che l’umanità riuscirà a trovare un equilibrio con la terra. Credo che il futuro sarà definito da un legame fortissimo e reciproco (ecosofico) tra esseri umani, animali, vegetali, basato sulla sobrietà, sulla sussistenza, sul rispetto e sulla sostenibilità. Ovviamente crollerà l’impero materialista, capitalista, liberista, ma questo è un altro capitolo.

Credo ancora che l’umanità disseterà la propria sete interiore, le proprie aspirazioni alla pienezza e e consapevolezza attraverso percorsi spirituali potenti e svincolati dalle “stampelle” offerte e garantite dalle istituzioni religiose.

In sintesi, care ragazze e cari ragazzi, credo, sono certo e vedo che l’umanità sta imparando ad amare, ad amarsi, a lasciarsi amare, sempre di più e sempre meglio. Come anche io, grazie a voi.

Francesco Maule

04/10/2016 San Francesco d’ Assisi.

Alcuni spunti bibliografici sul tema:

Byung-Chul Han, Psicopolitica, Nottetempo, Roma 2016.

Isabella Maria, Un altro presente è possibile. Percorsi di resistenza creativa, EDT, Torino 2016.

Theodore Zeldin, Ventotto domande per affrontare il futuro, Sellerio, Palermo 2015.

Ken Robinson, Fuori di testa. Perché la scuola uccide la creatività, Erickson, Trento 2015.

Daniel Goleman, Peter Senge, A scuola di futuro. Manifesto per una nuova educazione, Rizzoli, Milano 2016.

Vito Mancuso, Il coraggio di essere liberi, Garzanti, Milano 2016.

Papa Francesco, Laudato sì. Lettera enciclica sulla cura della casa comune, Libreria editrice vaticana, Città del Vaticano 2015.

Il futuro può essere questo: avere un presente che potenzialmente si può ancora dischiudere, aprire, come un fiore.

Imparare l’amore, da chi ti ama, chiederne i colori, le luci.

Per la versione in .Pdf per eventuale stampa clicca qui.

Risorgere il mondo

Nei giorni scorsi, durante la Settimana Santa e durante le feste Pasquali, ho avuto modo di leggere alcuni articoli e reportage che mi hanno fatto riflettere su quanto ancora il mondo sia ferito, colmo di sofferenza e ingiustizia. Ho percepito gli eventi del mondo in parte come stridenti e in parte come profondamente connessi all’intensa spiritualità dei giorni liturgici del Triduo Pasquale. Mi sono domandato se i cristiani impegnati a “celebrare” e a credere in un Dio che Risorge, che porta la vita e la speranza, siamo quindi dei pazzi o degli incoscienti, o se invece bisogna ripartire dal quel Dio che si inabissa in un sepolcro per capire il disastro umano che in alcuni paesi è più esplicito.

Credo che quelle persone (giornalisti, reporter, medici, missionari, operatori di ONG, volontari, etc) che scendono negli abissi dell’umanità, la raccontano e ce la consegnano siano strumenti per rendere splendente il Volto sfigurato, di Dio e dell’umanità. La persona di Gabriele Del Grande, conosciuto a Bassano del Grappa nel 2010 e più volte intervenuto a Vicenza e ad Arzignano presso la cooperativa Insieme per presentare i suoi libri, appena liberato da una detenzione in Turchia, ne è concreto esempio.

Segnalo quindi alcuni contributi per approfondire e riflettere:

Dal Corriere della Sera di domenica 16 aprile 2017

Sul Coltan in Repubblica Democratica del Congo:

Congo, l’inferno del Coltan e la manodopera della disperazione

È un minerale indispensabile per i nostri smartphone. Si estrae nelle miniere del Congo, controllate dai signori della guerra. Che danno «lavoro» a milioni di schiavi «volontari»

di Andrea Nicastro

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Da Avvenire di sabato 8 aprile 2017

Le guerre dimenticate. Congo, la crisi crea il campo profughi più grande del mondo.

di Lucia Capuzzi |
Oltre 270mila sfollati a Bidi Bidi in Uganda, che ora supera in dimensioni anche lo «storico» Dadaab in Kenya

https://www.avvenire.it/mondo/

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Il reportage tra Giordania, Palestina e Gerusalemme di alcuni giovani amici vicentini tra cui il caro Dario.

nondallaguerra.it

 

http://www.nondallaguerra.it/i-nostri-articoli-2/

 

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L’appello/denuncia di p. Alex Zanotelli del 15 aprile 2017

FERMIAMO I SIGNORI DELLA GUERRA

(fonte: ildialogo.org )

 

 

La conoscenza strumento di pace

 Per una nuova cittadinanza globale. La conoscenza strumento di pace

Fonte: Corriere.it

Un brano tratto dal saggio di Andrea Riccardi, «La forza disarmata della pace», sulla forza delle idee contro la guerra, uscito per Jaca Book il 16 marzo

Andrea Riccardi è uno storico, accademico, attivista e politico italiano, fondatore nel 1968 della Comunità di Sant’Egidio. Dal 16 novembre 2011 al 27 aprile 2013, Riccardi è stato chiamato a ricoprire l’incarico di Ministro per la Cooperazione internazionale e l’Integrazione nel governo tecnico del prof. Mario Monti.

Le guerre non sempre e non facilmente s’isolano in una determinata regione del mondo. C’è un contagio transnazionale dell’instabilità. La costruzione della pace in altri Paesi non è solo un impegno morale, ma alla fine è anche pensare in qualche modo alla propria sicurezza. Del resto l’impegno per la pace di un Paese e le missioni di pace danno dignità a uno Stato anche di fronte ai suoi cittadini.

Andrea Riccardi, «La forza disarmata della pace. Movimento, pensiero, cultura» (Jaca Book, pp. 72, euro 10, in libreria dal 16 marzo)

Andrea Riccardi, «La forza disarmata della pace. Movimento, pensiero, cultura» (Jaca Book, pp. 72, euro 10, in libreria dal 16 marzo)

Come agire di fronte a conflitti complessi, di fronte a ragioni e torti tanto interconnessi, a intrichi d’interessi, a storie contorte? E poi a che serve? Sono domande concrete, cui bisogna rispondere. In fondo, il movimento per la pace si è scoraggiato, non solo per le sue sconfitte di fronte alle decisioni di guerra, ma anche per la complicazione politica dei conflitti con cui si è misurato. Al tempo della Guerra fredda, si sapeva con chi stare, a seconda della propria collocazione politico-ideologica. Occorre riflettere sullo spaesamento del cittadino del mondo globale, che porta a un disinteresse dalle problematiche della pace. Come superare queste difficoltà?

Lo storico Andrea Riccardi (Roma, 1950)

Lo storico Andrea Riccardi (Roma, 1950)

Oggi, per vivere responsabilmente nel nostro mondo, dobbiamo saperne di più. Le semplificazioni ideologiche sono tramontate. La cultura, l’informazione e la politica a livello internazionale sono una necessità per abitare la globalizzazione. Ciò non significa divenire accademici o esperti, ma seguire il mondo nei suoi percorsi attuali, anche se un po’ complicati, non impossibili da comprendere, però, per la gente comune. La politica internazionale e la geopolitica devono rientrare nella cultura e nell’informazione quotidiana. Oggi, una cultura geopolitica è necessaria — come un po’ d’inglese quando si viaggia —, perché ci aiuta a interpretare le tante notizie che ci raggiungono ogni giorno, a essere meno disorientati, a prendere parte facendoci un’opinione.

Sapere, conoscere, discutere ha un grande valore e, alla fine, influenza anche le politiche di pace. Nel mondo globale, pochi (si pensi ai terroristi) possono creare gravi danni o conflitti, ma tutti — è una mia ferma convinzione — possono aiutare a fare la pace. Vi sono alcune esperienze in cui pochi, appassionati alla pace, sono diventati «pacificatori»: questo è avvenuto nel conflitto in Mozambico nel 1992. Non si tratta però di casi isolati. Non siamo condannati all’impotenza di fronte a un gioco più grande e più forte. È doveroso far sentire e far pesare le proprie opinioni sui destini di pace e di guerra.

Una società più attenta alle vicende del mondo è una garanzia contro le passioni nazionalistiche e le avventure bellicistiche, molto più di quel che si crede. È anche una garanzia nei confronti di decisioni prese da pochi per interessi non dichiarati, che però finiscono per coinvolgere popoli interi. Insomma, bisogna vigilare, anche se spesso — a fronte dei consessi internazionali o delle decisioni dei leader — si ha la sensazione di non contare o che il proprio Paese conti poco.

Una cultura di pace deve riprendere forza e, con essa, un movimento che sperimenti percorsi nuovi per una partecipazione più attiva ai grandi temi internazionali. Il mondo globale, con le sue smisurate dimensioni e le sue radicate connessioni, ha bisogno di persone dalla coscienza globale. La cultura della pace deve diventare una passione condivisa e un appuntamento rilevante nell’educazione delle giovani generazioni. Tutto questo, però, può maturare se cittadini consapevoli riprendono a parlare della pace in tutte le sedi. Donne e uomini consapevoli riprendono a seguire con interesse il mondo più vasto, al di là dei confini del proprio Paese.

Infatti, interessarsi della pace non è un fatto puntuale o emergenziale. Un tempo ci sono state grandi passioni ideologico-politiche, come l’europeismo, il terzomondismo, la solidarietà per i Paesi occidentali o quelli dell’Est, la decolonizzazione e via dicendo. Deve risorgere una passione civile per il mondo globale nei suoi vari aspetti. Perché questo mondo non è piatto o tutto uguale né privo di interesse: è anzi un insieme di storie e vicende, oggi più che mai annodate tra di loro, che costituiscono una storia comune. Il mondo globale non è solo un grande mercato, dominato da forze economiche che non si controllano, né uno scenario dove contano solo pochi poteri. Siamo parte di questa storia globale, che ha tanti attori, piccoli e grandi. E speriamo che questa storia si sviluppi in una prospettiva di pace, che è la migliore condizione possibile per l’umanità.

Millennials, grunge, sessanttotini tutti alla prova dei social media

Dopo ripetute visioni, da solo o con i ragazzi a scuola, e dopo un po’ di giorni di monastica “ruminazione” è arrivato il tempo per scrivere alcune considerazioni in merito all’interessante video (nelle scorse settimane definito “virale”) di Simon Sinek sui Millenials e i social media.

La mia prima considerazione concerne però la valutazione degli ipotetici destinatari della riflessione proposta da Sinek (da qui il mio bizzarro titolo dell’articolo). La pagina Fb che ha proposto la versione con i sottotitoli in italiano, curata da Andrea Giuliodori titolare dell’agenzia di crescita personale EfficaceMente, scrive:

“Una buona parte dei lettori di EfficaceMente appartiene alla cosiddetta generazione dei #Millennials (i nati tra gli inizi degli anni ’80 e la seconda metà degli anni ’90). Se fai parte di questa generazione, ascolta con mooolta attenzione questa intervista di Simon Sinek. L’ho fatta sottotitolare in italiano. Saranno 18′ ben investiti…”

Io penso che debbano vederlo anche i genitori, tutti gli insegnanti, gli educatori che hanno prodotto quelle che sono definite, Senek dice non solo da lui, “strategie fallimentari di educazione familiare”.

Troppo permissivi? troppo protettivi? troppo amici? troppo impegnati? troppo affettivi? troppo emotivi? troppo anafettivi? ancora analfabeti emotivi? incapaci di insegnare i limiti? ancora troppo autoritari? etc etc…tutte domande definizioni applicabili ai modelli educativi e genitoriali degli scorsi anni e dei nostri giorni. Ecco perché dedico e titolo questo articolo a tutti gli idealisti (non pazzi) dagli anni sessanta in poi.

Un’altra categoria di persone con cui vorrò condividerlo e dai quali mi aspetto una interessante reazione è quello degli imprenditori. Sinek dopo aver accusato il “sistema” educativo di aver reso la vita troppo facile ai non colpevoli Millennials, paradossalmente si scaglia contro il mondo aziendale che per affermare la logica dei numeri, dei risultati a breve termini, della competitività sta distruggendo questa “straordinaria generazione” che entra nel mondo del lavoro, e le impedisce di credere nella necessità di “tener duro”, di aver pazienza, di costruire una robusta stima delle proprie capacità umane e sociali.

Come sempre quando si affrontano queste riflessioni le generalizzazioni sono la trappola più insidiosa in cui si può cadere. Anche l’osservatorio da cui Sinek affronta la sua analisi è probabilmente diverso dal mondo imprenditoriale locale. Ma ogni persona e/o organizzazione che oggi sta coraggiosamente e autenticamente tentando di tenere insieme crescita umana (globale/integrale, quindi anche fisica/corporea e spirituale) con le esigenze del cosiddetto Mercato, spesso spietato, le cui dinamiche assolute sono sconosciute a molti, del quale neanche la politica (e l’etica) non riescono a leggere l’anima (se esiste, per il mercato capitalista/neoliberista) per addomesticarla o curarla, sa quanto sia gravoso e spesso praticamente inconciliabile questo legame, questa simbiosi.

Dobbiamo quindi prendere atto che chi fa impresa e il sistema aziendale attuale e futuro stanno creando quelle fosse comuni in cui andranno, lavorativamente, seppelliti i nostri figli?

Non posso e non voglio crederlo. L’impresa (e ogni organizzazione) è tale solo quando valorizza e fa fiorire la persona, e non quando produce utili e guadagni. Il sistema, anche finanziario, che crea soldi facili alle spalle di oppressioni, ingiustizie, ineguaglianze e negazione dei diritti andrà a sgonfiarsi e a svanire, proprio come quelle bolle che stanno distruggendo il nostro tessuto economico e sociale. E la generazione che sta crescendo ha il compito di costruire questa dimensione economica e ambientale nuova. Ho fiducia nella mia e nella loro generazione.

Finita (forse) la pars destruens del filmato passo alla pars construens.

Penso che l’analisi di Simon Sinek sia fondamentalmente centrata e acuta, e offra una serie di spunti di riflessioni utili e fondamentali. Qual è la qualità delle nostre relazioni? Come costruiamo la nostra felicità e realizzazione personale?

L’analisi iniziale sulla mancanza di autostima, sulla difficoltà a gestire lo stress e sull’abitudine alla soddisfazione immediata la trovo tutto sommato interessante e corretta. Più tirato mi sembra il binomio social media-addiction (dipendenza). Se compariamo i social media alle sostanze e comportamenti che creano dipendenza (come alcol, droghe e scommesse) per il processo di rilascio di dopamina, possiamo dedurre che, secondo la prospettiva di Sinek, il fatto che noi genitori installiamo in casa una rete con wi-fi, i mezzi di trasporto pubblici con wi-fi, le biblioteche, addirittura alcune scuole siamo come degli “spacciatori” che favoriscono questa dipendenza. Certo apprezzo il ragionamento di Sinek che non vuole demonizzare i social, internet, etc. ma parla di balance, di equilibrio da trovare tra l’utilità dei social e il non trovarsi dipendenti e fagocitati dalle loro pericolose spire.

Apprezzo ancora il suo ragionamento sulla pazienza, sulla fatica e dedizione che i rapporti di fiducia e fedeltà richiedono.

Ancora trovo intrigante il suo discorso sulle intuizioni e innovazioni che nascono dalla mente quando divaga, la forza e creatività di quella che viene definita l’intelligenza divergente.

È strano infine che per confrontarsi, per parlare o riflettere su queste tematiche sia oggi necessario utilizzare i social media. Io ne scrivo sul mio blog, a mio figlio ho chiesto il telefono, ho cercato il video e gli ho chiesto di guardarlo ma ne ho faticosamente parlato direttamente con lui. Solo con qualche persona (in particolare con una collega – Milva – che ringrazio per la disponibilità al confronto) sono riuscito a dire: “Ehi, hai visto il video di Sinek sui Millennials che ha mandato il collega Pennetta, cosa ne pensi tu, mi aiuti a ragionarci prima di parlarne in classe?”

Dilato quindi questa stranezza e, cosa rara, utilizzerò anche altri social (in particolare wa) per condividere questo video e queste riflessioni con altri genitori, educatori, amici.

Io credo ancora intensamente nella forza delle relazioni vere, profonde e vitali. Io credo che siamo tutti genitori, insegnanti, allenatori, educatori, impegnati a non farci trascinare via i figli e le figlie, gli studenti, gli atleti, da niente e nessuno, tanto meno da un merdoso dispositivo rettangolare, che anche se lo tengono sempre in mano, non li potrà mai contenere.

Francesco Maule

the power of love

Condivido questa bella riflessione (di un autore o autrice anonimo) inviata dalla cara Silvana che cura la newsletter del “Centro Europeo” di Gargano (BS). Che mai manchi l’amore! FM

foto by Giovanna Leocata

ITALIANO
L’essere umano che ha il senso della responsabilità, ma manca di amore, diventa meschino.
L’essere umano che ha il senso del dovere, ma manca di amore, diventa duro.
L’essere umano che ha il senso della giustizia, ma manca di amore, diventa lnflessibile.
L’essere umano che ha il senso della verità, ma manca d’ amore, diventa critico.
L’essere umano che ha il senso dell’ordine, ma manca di amore, diventa maniacale.
L’essere umano che ha il senso dell’onore, ma manca di amore, diventa orgoglioso.
L’essere umano che ha il senso della franchezza, ma manca di amore, diventa insolente.
L’essere umano che è colto, ma manca di amore, diventa pretenzioso.
L’essere umano che ha il senso della parola, ma manca di amore, diventa pettegolo.
L’essere umano che coltiva il silenzio, ma manca di amore, diventa taciturno.
L’essere umano che è intelligente, ma manca d’amore, diventa scaltro o manipolatore.
L’essere umano che è gentile, ma manca di amore, diventa ipocrita.
L’essere umano che è competente, ma manca di amore, diventa puntiglioso.
L’essere umano che è potente, ma manca di amore, diventa violento.
L’essere umano che è ricco, ma manca di amore, diventa avaro.
L’essere umano che ha fede, ma manca di amore, diventa fanatico.

FRANÇAIS
La personne qui a le sens de la responsabilité, mais manque d’amour, devient mesquine.
La personne qui a le sens du devoir, mais manque d’amour, devient dure.
La personne qui a le sens de la justice, mais manque d’amour, devient inflexible.
La personne qui a le sens de la vérité, mais manque d’amour, devient critique.
La personne qui a le sens de l’ordre, mais manque d’amour, devient maniaque.
La personne qui a le sens de l’honneur, mais manque d’amour, devient orgueilleuse.
La personne qui a le sens de la franchise, mais manque d’amour, devient insolente.
La personne qui est cultivée, mais manque d’amour, devient prétentieuse.
La personne qui a le sens de la parole, mais manque d’amour, devient cancanière.
La personne qui cultive le silence, mais manque d’amour, devient taiseuse.
La personne qui est intelligente, mais manque d’amour, devient fourbe ou manipulatrice.
La personne qui est gentille, mais manque d’amour, devient hypocrite.
La personne qui est compétente, mais manque d’amour, devient pointilleuse.
La personne qui est puissante, mais manque d’amour, devient violente.
La personne qui a la foi, mais manque d’amour, devient fanatique.

ENGLISH
The person who has a sense of responsibility, but lacks love, becomes mean.
The person who has a sense of duty, but lacks love, becomes hard.
The person who has a sense of justice, but lacks love, becomes inflexible.
The person who has a sense truth, but lacks love, becomes critical.
The person who has a sense of order, but lacks love, becomes a maniac.
The person who has a sense of honour, but lacks love, becomes proud.
The person who has a sense of frankness, but lacks love, becomes impertinent.
The person who is cultured, but lacks love, becomes pretentious.
The person who talks well, but lacks love, becomes a gossiper.
The person who cultivates silence, but lacks love, becomes taciturn.
The person who is intelligent, but lacks love, becomes a shrewd or manipulator.
The person who is gentile, but lacks love, becomes a hypocrite.
The person who is competent, but lacks love, becomes fussy.
The person who is powerful, but lacks love, becomes violent.
The person who is rich, but lacks love, becomes a miser.
The person who has faith, but lacks love, becomes fanatic.

Speranza che va, speranza che viene

Il tema migranti e richiedenti asilo desta sempre ampio dibattito se non scontro e aggressività, espresse in particolar modo nei social media. Anche nel mio paese (Creazzo -VI-, 11mila abitanti circa) la questione suscita polemiche e divergenze.

fonte: lettera43.it

fonte: lettera43.it

La parrocchia ha scelto, circa due anni fa, dopo una lunga riflessione e confronto con altre esperienze, di attivare una forma di accoglienza per un numero ristretto di richiedenti asilo: un nucleo di circa 4 persone. Per un anno e mezzo ha cercato invano la disponibilità di un appartamento da affittare per tale necessità. Nel momento in cui si è liberato un appartamento della parrocchia, a causa del completo trasferimento della piccola comunità di suore dorotee, ubicato nei pressi della chiesa di San Nicola sopra la scuola materna, la comunità parrocchiale ha deciso di utilizzarlo per questa funzione di accoglienza. Apriti cielo! (O meglio apriti facebook).

Anche il Sindaco, di certo mai favorevole al sistema di accoglienza diffuso e integrato, nell’ultimo numero del giornalino dell’amministrazione comunale, ha espresso rammarico dicendosi non a conoscenza di quanto la parrocchia stava portando avanti da tempo. La parrocchia aveva invece sempre agito con trasparenza, organizzando anche degli incontri pubblici. Non sopporto più la retorica leghista della scala di bisogni e del “prima i nostri”. Come se l’aiutare i richiedenti asilo volesse dire non dare altrettanta attenzione e cura ai problemi e alle esigenze della comunità. Questa è sciatteria politica! I bisogni e i diritti vanno tutelati a tutti e sempre! Ma perché invece il sindaco non critica quanto è successo nel suo comune proprio a causa della sua ottusa chiusura? La prefettura infatti ha imposto una presenza, in un grande appartamento di privati, la presenza di ben 22 donne richiedenti asilo, gestito da una di quelle cooperative che praticano l’accoglienza dei grandi numeri, quando invece la parrocchia e il sistema di accoglienza diffuso tende a valorizzare le cooperative che si sono attrezzate e operano per numeri ridotti garantendo qualità dei servizi, attenzione alle persone, limitando quindi le tensioni sociali e favorendo la reale e progressiva integrazione.

Il mio caro amico Mauro Marzegan ha proposto una lettera sulla questione sul foglio di comunicazione “Il Punto di Creazzo” del 20.01.2017. La riporto perché la sua intuizione sulla speranza è meravigliosa, e i toni che utilizza spero invitino alla riflessione.  F.M.


SPERANZA CHE VA, SPERANZA CHE VIENE

di Mauro Marzegan

Negli ultimi tempi, sembra che il problema stranieri e “profughi” a Creazzo abbia generato divisioni, commenti aggressivi nei social network, assensi nei “mi piace” nel sostenere le tesi più disparate, articoli pubblicati dove, purtroppo, le certezze del pensiero comune si allineano su supposizioni qualunquiste e attinte a fonti discutibili: “ho sentito dire”, “i miei informatori dicono”, “porteli in Vaticano”, “varda tuto quel che i ga e i voe anca l’acqua calda” come volessimo fare cambio con la loro vita. Tali prolusioni dei “tuttologi” sembrano accettabili quanto una tesi copiata da Wikipedia ma, nello stesso tempo, hanno ferito quanti, ogni giorno, operano la carità senza distinzioni nelle nostre parrocchie e non solo. Personalmente preferisco la scuola di don Milani basata sui numeri, sull’informazione pluralista, su fonti certe, su esperienze che coinvolgono come protagonisti e sulla ricerca giustificata prima di pronunciarsi.

Ma anche informarsi é divenuto ambito dei buonisti o dei “basabanchi”: è nata la necessità di distinguere ironicamente ed escludere socialmente quanti cercano di articolare un pensiero che si discosti.

Incontrare l’altro, nella diversità, non riguarda solo lo straniero ma tutti, anche la propria moglie e il proprio marito, perché significa tradurre la teoria in pratica e i pensieri in opera: non è mai facile ma è sempre una decisione che investe e una tensione diretta all’altro per dirsi amanti e generare, così, vita. Solo così l’altro diviene benedizione!

L’intercultura, per me, è incontro dialogico con tutte ma proprio tutte le persone che abitano la nostra vita: non ci possono essere, infatti, persone di Creazzo e persone straniere ma solo l’umanità che incrociamo ogni giorno e che decidiamo di vivere per uscire dalla “gabbia” degli stereotipi e tendere, così, all’amore pensoso, universale, agapico.

In questo senso, vorrei davvero imparare ad accogliere e l’accoglienza, quando è presente, non è selettiva ma disinteressata! L’accoglienza fa sentire la nostra abitazione accogliente per quanti ne varcano la soglia.

Ricordo con commozione i racconti dei miei nonni paterni che, agricoltori in quel di Biron, prima di andare al lavoro nei campi, lasciavano la porta aperta, un bicchiere di vino, qualcosa da mangiare e un riparo per la notte per i più sfortunati che avevano perso tutto nel dopoguerra. Non si sono mai chiesti chi fossero e da dove venissero e, di certo, non li hanno mai invidiati per il poco che avevano, non li hanno mai cacciati, non si sono mai lamentati delle fatiche, ma davano quello che avevano nella gratuità. A sua volta mio nonno materno ha avuto accoglienza, conforto e rifugio come migrante in paesi dove l’italiano, lo straniero, non era certo ben visto.

D’altra parte non è possibile amare nemmeno il proprio partner in modo parziale: o lo si ama tutto o non lo si ama; essere insieme non è un contratto che realizza la persona perché la rende uguale, risolta e cambiabile ma è il desiderio di “svelamento” che la unisce, la rende indefinita, unica, irripetibile e perciò imperdibile.

E’ questo desiderio di imparare ad amare l’altro che rende consapevoli che, in realtà, stiamo amando il mondo.

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fonte: lettera 43.it

A volte mi sembra quasi di percepire che la rabbia insensata contro gli stranieri abbia origine dal fatto che loro hanno ciò di cui avremmo bisogno: la speranza! E sono disposti a perdere la loro vita per essa. Noi abbiamo tutto e, nell’illusione di una maggiore sicurezza, abbiamo perduto la speranza e lo stupore di fronte alla bellezza della vita rinunciandovi in un deserto imperscrutabile: quello di tutte le relazioni; quelle vicine, parenti, amici, vicini, compaesani e quelle lontane costituite da quanti stanno al di là dei confini di Creazzo, dello stato (o di uno stato ideale) o, meglio, dei confini che noi stessi costruiamo per tenere le persone, anche quelle fisicamente vicine, il più possibile lontane perché non ne vogliamo proprio sapere.

E’ paura?

Confini e paura… sì: se allontaniamo l’altro, allontaniamo proprio tutti, anche noi stessi! E un motivo c’è sempre… dentro di noi.

Oggi, nessuno ha più una patria ma solo confini; i confini sono muri del cuore, la patria è libertà di tutti; i confini sono dei conflitti, la patria li ripudia; i confini sono delle paure, la patria appartiene all’umanità; la patria è ciò che vogliamo essere: ecco dove mi riconosco italiano.

Quello che ci sta sfuggendo é che siamo noi gli unici responsabili della morte della nostra cultura e delle tradizioni e, invece di trovare risposte, nuovi stimoli, un’identità chiara e vitalità in quanti vengono da “fuori Creazzo”, cerchiamo la divisione nell’individualismo che si ripercuoterà inevitabilmente.

In tempi di separazione, prima di tutto nelle famiglie, rispondersi significa “avvicinare” per unire e rendere davvero speciale il volto dell’alterità dove si riflette il nostro.

Quando arriva l’ospite, nella nostra cultura, si tira fuori il “servizio buono”, quello della dote!

Vorrei potermi guardare indietro un giorno e non aver mai chiuso la porta nella speranza di essere io stesso l’accolto da una comunità che, ormai, non sa più né orientarsi, né accogliere, giustificando azioni dettate dalla xenofobia, giudicando senza perdono e le é sufficiente un “mi piace” per avere la magra sensazione di appartenere ad essa.

Mauro Marzegan

17.01.2017

tutti pazzi

Ci sono vari modi per esternare sconcerto, dissidenza, disapprovazione, disagio. Alesenzapelle, amico artista che da anni persegue percorsi creativi che abbracciano varie discipline, presenta ora una rivisitazione elettropunkpostmodernwave di una mitica canzone punk italiana del gruppo “Negazione”: Tutti pazzi. Lo fa con un video che rappresenta un potente gesto artistico di repulsione per quanto noi, in particolare vicentini, abbiamo subito e stiamo subendo in questi anni: la base militare USA ex Dal Molin oggi Del Din, lo scandalo urbanistico di Borgo Berga, la strada pedemontana SPV (che io ribattezzerei Scempio Padano Veneto), la grande truffa della Banca Popolare Vicenza. La canzone+video di Alesenzapelle vale quanto ogni altra forma di denuncia, di protesta, con la forza in più però di esprimere quella rabbia che anche io talvolta reprimo vergognosamente. F.M.

AleSenzaPelle “Tutti Pazzi” cover Negazione

 

Spese militari in calo o aumento?

“MIL€X-Osservatorio sulle spese militari italiane, intende fornire all’opinione pubblica e agli addetti ai lavori un quadro preciso e dettagliato — scevro da qualsiasi influenza e pregiudiziale ideologica — di quelle che sono tutte le spese militari del nostro Paese. Attenendosi ai princìpi di obiettività scientifica e neutralità politica, MIL€X sta conducendo un’approfondita e rigorosa analisi documentale e contabile, elaborando un innovativo metodo di calcolo della spesa militare italiana in grado di rappresentare nel modo più corretto ed esaustivo possibile il complesso groviglio della spesa pubblica destinata annualmente al settore militare”. http://milex.org/

MIL€X ha presentato i primi risultati parziali di questo lavoro, anticipando alcune delle analisi e dei contenuti che verranno pubblicate a gennaio 2017 nel “Primo rapporto annuale MIL€X sulle spese militari italiane” (scaricabile qui: anticipazione-milex2017). La pubblicazione, presentata a fine novembre, contiene anticipazioni dell’analisi del quadro generale delle spese militari italiane, aggiornate con i dati previsionali per il 2017, e di notizie inedite riguardanti i principali programmi di acquisizione di armamenti.

Personalmente valuto di particolare valore il lavoro svolto per la redazione del rapporto e ritengo importante evidenziare le particolarità metodologiche che mi hanno portato ad una sorprendente conoscenza che nel 2017 l’86,2% dei finanziamenti del ministero dello Sviluppo Economico alle imprese è destinato alle spese militari. Scrivono i referenti di MIL€X Vignarca e Piovesana: “La terza scelta metodologica – la più rilevante dal punto di vista non solo economico ma anche politico – riguarda l’inclusione nel ricalcolo delle spese militari dei sempre più massicci contributi finanziari del Ministero dello Sviluppo Economico ai più onerosi programmi di acquisizione e ammodernamento di armamenti della Difesa (programma F-35 escluso). Cifre che, tra stanziamenti diretti e contributi pluriennali, superano ormai i 3 miliardi l’anno, cioè gran parte dell’intero budget annuo del MISE destinato alla principale missione del ministero, ovvero gli investimenti a sostegno della “Competitività e sviluppo delle imprese italiane” (tabella 4 e figura 1).

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L’Italia nel 2017 spenderà quindi per le forze armate almeno 23,4 miliardi di euro (64 milioni al giorno), più di quanto previsto nei documenti programmatici governativi dell’anno scorso. Ancora molto elevati i costi per il personale (per la lentezza con cui procede il riequilibrio interno delle categorie a vantaggio della truppa e a svantaggio di ufficiali previsto dalla riforma Di Paola del 2012). Si registrano forti aumenti per le spese dell’operazione ‘Strade Sicure’ (da 80 a 120 milioni), del trasporto aereo di Stato (per il costo dell’A340 della Presidenza del Consiglio) e soprattutto per l’acquisto di nuovi armamenti (un quarto della spesa militare totale, +10 per cento rispetto al 2016) pagati in maggioranza dal Ministero dello sviluppo economico (che il prossimo anno destinerà al comparto difesa l’86 per cento dei suoi investimenti a sostegno dell’industria italiana). Gli elementi di riflessione che emergono dal rapporto sono comunque molteplici e da conoscere restando aggiornati frequentando il sito http://milex.org/, in attesa del rapporto definitivo a gennaio 2017.

Francesco Maule

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vita morte presente futuro

Noi che abbiamo conosciuto

il cuore di ogni giorno e il cuore senza età,

l’idea che illumina la carne,

la sapienza delle misure

e il lampo, noi ci lasciamo

qui, in due metri di cemento, con un atto

di presenza, un battito

estivo, uno scambio di persona.

Milo De Angelis, Tema dell’addio, Mondadori, Milano 2005, p. 31.

La vita, la morte, la libertà, il futuro, la speranza o la di-sperazione, la paura, il coraggio, la voglia di vivere, un giudice che non se la sente di infrangere il sogno di una ragazzina morente, la fantascienza, le serie TV, futurama, e molto altro ancora. È quanto emerso in questi giorni dalla condivisione con alcuni amici e in classe, a partire dalla mia proposta di riflettere sulla notizia della ragazza inglese che ha chiesto e ottenuto che, dopo la morte, fosse ibernata e poi “conservata” con la criogenesi.

La notizia:

Gran Bretagna | Quattordicenne inglese muore di cancro, sì dei giudici all’ibernazione – di Nicol Degli Innocenti

Questa storia, questa esperienza, mi ha colpito per molti fattori: un po’ per la potenza della scelta in sé (più sotto verranno indicati link di altre riflessioni sul tema) che ci impone di pensare a come si affronta la morte, a quanto ci soddisfa questa vita, a cosa speriamo e attendiamo dal futuro.
L’altro aspetto è dato dal fatto che dalla science fiction, da una narrazione di futuro “esplosa” dalla creatività e dalla più incandescente fantasia, ritrovabile in vari romanzi, film o serie TV, questa notizia ci sbatte in faccia una realtà che si confronta, e in qualche modo sceglie, quel futuro. Mi ha sorpreso quanto questa scelta della ragazzina inglese renda in qualche modo meno finto (fiction) il mondo delle serie TV, secondo alcuni il “luogo” in cui oggi viene rappresentato il disagio, il disastro futuro, lo sconfinamento del pensiero e il crollo delle definizione etiche. Queste riflessioni sono collegate alla visione di serie come Wayward Pines, Black Mirror e Darknet. Ma non vorrei calcare troppo la mano su questa storia delle serie TV.

Anche perché la ragazzina è morta, ha sofferto e soffrono sicuramente i suoi genitori.

Il tema cruciale, che sento di condividere e alimentare, dando ancora spazio a questa questione, è infatti quello della morte. La morte ci espone tutti: alle nostre paure, alla nostra fede o all’assurdità di ogni appiglio fideistico, alla cura e consapevolezza della nostra vita e al futuro che pensiamo spetti a noi e all’umanità. Un tema non facile da affrontare. Ma che, grazie a questa ragazzina, esprime le nostre diversità e ci apre alla compassione e al desiderio del “noi che abbiamo conosciuto il cuore di ogni giorno e il cuore senza età”.

Francesco Maule

 

Immortalità Ibernata di Ferdinando Camon su ‘Il Giornale di Vicenza’

Inghilterra. 14enne ibernata, in cerca del paradiso oltre il gelo  Marina Corradi su ‘Avvenire’

Wayward pines e la realtà: la storia della 14enne ibernata per risvegliarsi in un lontano futuro

di Giuseppe Ino

La ragazzina ibernata e Siddharta