INTERVISTA AL GESUITA GERMANO MARANI. A partire dall’ultimo libro di don Strazzari
Il volume del prete vicentino è un pellegrinaggio tra incroci di popoli, culture e religioni di un’area del pianeta che ci è particolarmente sconosciuta
Padre Germano Marani, gesuita, professore al Pontificio Istituto Orientale e all’Università Gregoriana di Roma, esperto di teologia ortodossa, consultore presso la Congregazione delle Cause dei Santi, è intervenuto lo scorso 3giugno a Sovizzo Colle per la presentazione del libro di don Francesco Strazzari, parroco dell’U.P. Sovizzo e giornalista inviato speciale della rivista Il Regno.
Il libro, intitolato Ucraina Caucaso Urali. Chiese dopo l’89, è, come l’ha definito proprio il padre Marani, un pellegrinaggio tra incroci di popoli, culture, religioni di un’area del pianeta che ci è particolarmente sconosciuta. Quindi Strazzari permette di colmare un vuoto rispetto ad una terra e a genti così legate ad un recente passato di sofferenze e atrocità, che si stanno però affacciando alla finestra globale cariche di ricchezze e particolarità.
Padre Marani, i paesi di cui ci racconta Francesco Strazzari hanno vissuto anche vicende di martirio nel XX.
«Conosco il martirio del XX secolo nei lager sovietici ma anche nei lager nazisti, perché ho avuto l’onore, la grazia e anche l’onere di occuparmene come consultore presso la Congregazione delle Cause dei Santi.
A differenza di quello dei primi secoli della Chiesa, è un martirio “meno glorioso”. Nei primi secoli, la comunità cristiana assisteva al martirio, il martire era riconosciuto dai testimoni che l’avevano visto morire. Era in un certo senso un martirio “glorioso”.
Nel XX secolo niente di tutto questo. Ad esempio sacerdoti, ma anche i monaci e i laici, che osavano criticare qualche scelta palesemente ingiusta del governo locale della città, venivano prelevati di notte con l’accusa di attività sovversiva contro lo Stato. I più deboli della parrocchia ne rimanevano in qualche modo influenzati e cominciavano dubbi laceranti sulla figura dell’arrestato. Quando il sacerdote veniva internato nel lager iniziava una vita durissima fatta di lavori pesanti, cibo minimo e grande freddo. Anche la morte era pressoché anonima: si moriva di stenti, da soli in qualche baracca, o si veniva assassinati di nascosto. Poi, il corpo veniva cremato o sepolto in fosse comuni, in modo tale che non si potessero vedere i segni delle percosse e dei maltrattamenti ricevuti. Molto spesso i familiari non potevano riavere le spoglie dei loro cari defunti. I processi di revisione e riabilitazione sono cominciati da anni, dopo la caduta del muro di Berlino, ma mancano ancora tante chiarificazioni che è difficile recuperare.
Così, passando dalle isole Solov’ki e arrivando all’Ucraina, non dimenticando degli armeni e i popoli appartenuti alla cosiddetta Unione delle repubbliche sovietiche e i lager nazisti, assistiamo ad un martirio pianificato di moltissimi cristiani di tutte le confessioni: cattolici, greco cattolici, ortodossi, protestanti».






